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domenica 10 marzo 2013

Di fisco si muore/ Pmi, il Nord Europa taglia le tasse. Così si combatte la recessione



 
europa 500
twitter@andreadeugeni
Durante la recessione si capisce di più quanto sia importante avere i conti pubblici a posto. Già, perchéSveziaDanimarca e presto laFinlandia, i famosi Paesi virtuosi del Nord Europa, grazie alle loro finanze statali in ordine (deficit e debito),possono liberare risorse dal bilancio per stimolare la crescita e combattere la crisi, abbassando la pressione fiscale sulle imprese. La tanto odiata (soprattutto nel nostro Paese) corporate tax che nel Vecchio Continente accende la concorrenza fiscale e ci vede tristemente eccellere con il 31,4%: l'aliquota più alta fissata in Europa, con un'incidenza sul Pil del 2,7%.
Non a caso, tutti i partiti politici, chi più chi meno dal Pd al Pdl e da il M5S alla Lista Civica di Mario Monti, hanno messo in cima alla lista delle proprie priorità l'abbassamento della pressione fiscale sulle imprese. Il meccanismo (e la scommessa) è quello di attirare investimenti (anche esteri) che stimolino lacreazione di posti di lavoro e, da questi, la spinta per maggiori consumi introiti fiscali grazie allatassazione indiretta. Prelievo che in seconda battuta compensi in parte la mancanza di gettito derivante dalla sforbiciata alla corporate tax.
fisco 500
In Italia, con un debito pubblico al 127% del Pil e un percorso di austerity concordato con l'Ue, è un impresa da titani. La strada è preclusa. E così per combattere la crisi bisogna andare a Bruxelles e puntare i piedi per allentare i vincoli sui saldi pubblici. In Danimarca, invece, con un deficit al 2,7% previsto per quest'anno e un debito pubblico dipoco superiore al 45% del Pil è possibileazionare senza problemi la leva del fisco per contrastare la crisi, ridando così fiato a imprese e occupazione.
A fine febbraio, Copenhagen che con un'aliquota del 25% (2,8% l'incidenza sul Pil)già aveva una delle tassazioni sulle imprese più basse nell'Unione Europea, ha annunciato una riduzione progressiva che porterà il prelievo al 22% in tre anni (nel 2016): 200 milioni di liquidità lasciati a disposizione dell'economia reale per ogni punto di prelievo in meno. Una mossa che segue quella della Svezia dove lacorporate tax è già scesa dall'inizio dell'anno dal 26,3% (3,5% l'incidenza sul Pil) al 22% mentre in Finlandia, altro Paese dalle finanze solide, il governo si prepara ad abbassare il 24,5% (2,7% l'incidenza sul Pil) su pressione della Confindustria di Helsinki che chiede di portarlo al 15%.
Euro
Ad aprire la corsa al taglio delle tasse sulle impresenel Vecchio Continente è stato il Regno Unito di David Cameron che già nel 2012 ha abbassato la pressione fiscale sulle Pmi dal 26 al 24% (2,8% l'incidenza sul Pil) e ha annunciato nuove sforbiciate che porteranno lacorporate tax al 21% già nel 2014. Il livello più basso fra le grandi economie occidentali.
Insomma, se all'esterno l'Europa è in mezzo alla guerra delle valute, all'interno dei propri confini sembra invece essere alle prese con la corsa al taglio delle tasse da parte dei Paesi membri per attrarre le imprese e combattere la recessione. Ovviamente, chi può farlo. In Irlanda (unica eccezione) lo sanno bene: il 12,5% di corporate tax, aliquota più bassa tra i 27 Paesi dell'Ue, che ha fatto di Dublino un autentico "paradiso fiscale" per le imprese che ospita i quartieri generali europei di più di 1000 multinazionali (64mila posti di lavoro in più fra il 2010 e il 2014 nel Paese), non è stato ritoccato al rialzo nemmeno quando all'Irlanda servivano 80 miliardi per salvare le proprie banche e scansare così il bailout e l'intervento della Troika

 fonte http://affaritaliani.libero.it

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