Translate

mercoledì 27 marzo 2013

DIMISSIONI DEL MINISTRO DEGLI ESTERI: INTERVENTO ALLA CAMERA DEI DEPUTATI

Onorevoli Deputati, in questi giorni ho letto ricostruzioni fantasiose su iniziative che avrei assunto e che il mio Ministero avrebbe assunto in modo autonomo su questo importante e delicato dossier. Mai, mai, mai avrei agito in modo autoreferenziale senza dare dettagliata informativa su tutti gli elementi critici di questo negoziato delicato a *tutte le autorità di Governo*. I raccordi operativi tra la Farnesina e la Presidenza del Consiglio su dossier delicati come questo sono obbligatori e continui, ed è assolutamente risibile e strumentale sostenere che un Ministro degli Esteri – servitore dello Stato in diplomazia da 40 anni – possa procedere “di propria iniziativa” su una questione di tale importanza e delicatezza. Inutile sottolineare come quanto dirò trova precisi e circostanziati riscontri documentali nella documentazione scritta protocollata in Farnesina.

Il 16 febbraio si è verificato un grave lutto per le famiglie di due pescatori, con le quali continuiamo a condividere il senso di profondo dolore. Lo stesso giorno è iniziato un calvario per due membri delle nostre forze armate: le autorità indiane si sono impossessate di militari italiani, e questo è stato un fatto gravissimo non solo per l’Italia, ma anche per la comunità internazionale. Non ci sono prove credibili, per ora, che confermino la responsabilità dei nostri due militari, che tutt’ora negano ogni addebito del genere. In ogni caso, quel giorno, la richiesta di aiuto della parte indiana per l’identificazione di presunti pirati, che ha portato all’ingresso in porto della nave italiana, e la successiva azione coercitiva con la quale gli indiani hanno arbitrariamente arrestato i nostri due Marò, è stato un atto di enorme gravità, perpetrato contro i due “killer italiani”, come la stampa locale ha da subito “bollato” i nostri due militari.

Nessuno di noi ha mai sottostimato ciò che è subito apparso come un oltraggio alle forze armate e alla sovranità italiana, e da subito il nostro Ministero ha attivato tutte le procedure per la loro salvaguardia legale, al fine di riaverli in Italia anche per una corretta verifica delle eventuali responsabilità agli occhi della competente Magistratura.

Ci siamo trovati dinnanzi un immenso paese, non abbiamo mai neanche sottovalutato questo aspetto, al fine di non pregiudicare i rapporti consolidati tra le nostre due nazioni, un paese del quale l’Italia vuole continuare ad essere partner. Questi punti – la necessità di tutela dei due soldati e i rapporti internazionali Italia/India – sono sempre stati ben chiari ai nostri occhi. Il Governo ha sempre tenuto nella massima priorità la sicurezza delle nostre imprese: sono oltre 400 aziende italiane in india, e molti turisti italiani visitano quel paese, di questo non potevamo non occuparci. Aggiungo un elemento che completa in quadro: l’India ha in corso trattative per accordi di scambi commerciali agevolati con l’Unione Europea, accordi il cui perfezionamento dipende anche dal consenso italiano. Tutti questi elementi dovevano e devono essere ben considerati, senza però porre in secondo piano l’interesse dei nostri due soldati.

In India vi è stata obiettivamente una strumentalizzazione “politica” della vicenda, sia a livello locale che nazionale, a fini interni, ma gli aspetti giuridici della vicenda erano e sono sempre stati dalla nostra parte.

Durante il secondo permesso dei nostri due Marò, avvenuto in prossimità della sentenza del 18 gennaio, in cui per la prima volta gli indiani stessi ammettevano che l’incidente era avvenuto in acque internazionali, abbiamo rivalutato ancora il dossier, dal momento che – nonostante tale ammissione – gli indiani ancora intendevano trattenere i nostri due soldati.

Ancora vi fu una verifica interministeriale in coordinamento con la Presidenza del Consiglio, avviando tutti i passi necessari per delle consultazioni bilaterali internazionali. Sempre in costante coordinamento con Palazzo Chigi, il 06 marzo abbiamo quindi provveduto a ulteriori approfondimenti. Poi, l’8 marzo, in una nuova riunione a Palazzo Chigi si è concordata l’apertura ufficiale della controversia con l’India.

Tale decisione aveva un solido forndamento sia politico che giuridico, dal momento che il Governo indiano si era appunto rifiutato di dar seguito alla stessa sentenza della loro Corte Suprema, laddove stabiliva che essendo avvenuto il fatto in acque internazionale sarebbe dovuta essere la Convenzione Onu per il diritto marittimo a regolare la vertenza.

Tutti gli aspetti giuridici e politici rilevanti sono stati discussi quell’8 marzo presso la Presidenza del Consiglio, con il sottoscritto, il Ministro della Difesa, della Giustizia, e i Dirigenti della Presidenza del Consiglio, con successivo rapporto da parte dei Dirigenti al Presidente del Consiglio: si decise quindi di inviare la nota scritta inviata l’11 marzo, la quale includeva la decisione di trattenere i nostri due Marò in Italia.

Provvedevamo quindi a illustrare sia alla controparte indiana, a tutti i nostri partner internazionali nonchè al Segretario Generale dell’ONU, sia la nostra decisione che anche ciò che giuridicamente stava alla base di essa. Il Segretario Generale Ban Ki Moon ha ribadito pubblicamente l’invito a trovare una soluzione attraverso gli strumenti del diritto internazionale, come da sempre auspicato dall’Italia.

A quel punto, dopo la nostra decisione di non rinviare i Marò in India e ribadire l’imprescindibile necessità di un arbitrato in sede internazionale, la posizione indiana s’irrigidiva, con dichiarazioni aggressive, e con la nota “ingiunzione” consegnata al nostro Ambasciatore Mancini al fine di limitarne l’autonomia e probabilmente sospenderne l’immunità, minaccia che ha creato molto allarme in tutta la comunità internazionale, e ha comunque indebolito ulteriormente la posizione indiana, decisione in plateale violazione – è bene ricordarlo – della Convenzione di Vienna e di tutte le relative normative in materia.

Solo dopo questi recentissimi sviluppi, l’India ha infine, pochi giorni fa, inviato messaggi nei quali il loro Governo si è impegnato per la prima volta a risolvere in tempi brevi questa vertenza.

Mi corre obbligo di dire e ribadire che avevo comunque posto personalmente serie riserve sul opzione di rinviare nuovamente i Marò in India, ma la mia voce è rimasta inascoltata. Avevamo finalmente da noi in patria in due fucilieri di Marina in una cornice legale che consolidava la giusdizione del nostro paese, ma soprattutto a quel punto la coerenza della nostra linea a favore della tutela delle nostre Forze Armate e dei nostri legittimi interessi nazionali e l’atteggiamento indiano obiettivamente aggressivo stava attirando nella comunità internazionale sempre più ampio consenso.

Ho atteso di essere qui oggi, a palare in modo trasparente e pubblico con la massima istituzione democratica del Paese, per informarvi che a seguito di tutto ciò intendo presentare le mie dimissioni per tre motivi:

- le riserve da me espresse sull’ultimo rientro in India dei Marò sono cadute inascoltate;
- sono solidale in modo competo ai nostri due Maro e alle loro famiglie;
- ritengo oggi - come ho ritenuto per 40 anni - che vada salvaguardata l’immagine e la reputazione del nostro Paese, della Forze Armate e della Diplomazia nazionale.

Grazie per la Vostra attenzione

Nessun commento:

Posta un commento