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venerdì 26 aprile 2013

Nominato e nominatore


QUANDO L’ITALIANO MEDIO RIUSCIRA’ A VINCERE LA PROPRIA PIGRIZIA MENTALE E A SMETTERLA DI RAGIONARE ED INFORMARSI CON LA TESTA DEGLI ALTRI. QUANDO, SOPRATTUTTO, LA SMETTERA’ DI SENTIRSI PERSONA OBBIETTIVA CHE SA DI COSA STA PARLANDO PERCHE’ LEGGE MOLTI GIORNALI E GUARDA TUTTI I TG E LE RUBRICHE DI APPROFONDIMENTO L’ITALIA NON ESISTERA’ PIU’ DA UN BEL PEZZO.
OVVIAMENTE DICO QUESTO PERCHE’ PURTROPPO HO LETTO, VISTO E SENTITO CIO’ CHE GLI ITALIANI LEGGONO, VEDONO E SENTONO, DI CONSEGUENZA SINCERAMENTE MI MERAVIGLIO CHE ESISTIAMO ANCORA COME ENTITA’ NAZIONALE. PER QUEI POCHI CHE MI SEGUONO E CHE CERCANO, COME ME E CON ME, UNA VIA STASERA LASCIO DUE LUNGHE DISQUISIZIONI SU CHI E’ L’IGNOBILE “NOMINATORE” E CHI L’ALTRETTANTO INDEGNO “NOMINATO” A CURA DI VALERIO VALENTINI E DI ITALO ROMANO.
OVVIAMENTE SUL NOME DEL NOMINATO IL “NOMINATORE” E’ STATO OVVIAMENTE E FORTEMENTE PRESSATO DAI COSIDDETTI POTERI FORTI CHE IN ITALIA SAPPIAMO BENE FAR CAPO A “SUA RIGIDITA’” MONTI MARIO DA VARESE, IL QUALE DOPO AVER PERSO “DI BRUTTO” LE ELEZIONI ALLE QUALI SI ERA PRESENTATO CONVINTO DI AVERE UN SUCCESSONE POICHE’ DIVERSAMENTE, CONSIDERATANE LA CIFRA ETICA, POLITICA E MORALE, SI SAREBBE BEN GUARDATO DAL “SALIRE” IN POLITICA (TRASCINATO DAUN IMPETO CHE DEFINIRE “EGOCENTRICO” LO TROVO LIMITATO, POICHE’ COSTUI NECESSITA DI UN NEOLOGISMO PER DEFINIRNE L’AUTOREFERENZIALITA’, QUINDI LO CONIO APPOSITAMENTE E LO DEFINISCO UN VERO E PROPRIO “EGOCENTRIPETO”) CONTINUA A DETTARE LEGGE A CASA NOSTRA SENZA CHE NESSUNO LO MANDI A “RANARE” /COME SI DICE DALLE SUE PARTI). BUONA INFORMAZIONE.

PS: DIVULGATE SE POTETE (come già proposto, oltre che su FB, se ognuno di coloro che mi leggono stampasse una ventina di copie dell’articolo e le distribuisse a chi crede opportuno, o le lasciasse in bar, circoli, associazioni, forse la platea dei “cervelli resettati” potrebbe aumentare di qualche unità. Grazie per quel che farete.)

IL “NOMINATORE”

Se non fossero un insulto alla Costituzione, i commenti estasiati con cui i trombettieri quirinalizi esaltano la condotta “coraggiosa” e “generosa” del Capo dello Stato risulterebbero quasi esilaranti. Gli Italiani hanno sempre bisogno di riporre la propria fiducia nell’uomo della provvidenza di turno, così da potersi sgravare la coscienza dai propri doveri civici, e aspettare che passi la nottata. E stampa e televisioni si adeguano: Giorgio Napolitano, ormai, è già leggenda. Un idolo delle folle; un monumento alla nazione in carne ed ossa; il nuovo salvatore della patria.

L’intero primo settennato di Giorgio Napolitano è stato costellato da atti e decisioni ai limiti dell’incostituzionalità. Ma, a parte le solite pochissime eccezioni, nessuno si è sentito in dovere di azzardare mezza sillaba di critica. Non quando il Capo dello Stato approvava le spedizioni punitive del Csm contro quei magistrati, tipo Forleo e De Magistris, che osavano condurre indagini un po’ troppo scomode. Non quando firmava, con mano felpata, le leggi oscene e incostituzionali volute da Berlusconi. Non quando, con la scusa grossolana di tutelare le prerogative del Presidente della Repubblica, attaccava la procura di Palermo rea di non aver previsto che un indagato in un’indagine che riguardava la trattativa tra Stato e Mafia potesse chiamare il Colle, e ricevere per giunta risposta. Non quando dispensava grazie come cioccolatini, al direttore del Giornale Sallusti e all’agente americano della Nato Joseph Romano, appena poche settimane dopo le condanne sancite dai tribunali. Non quando accettava le dimissioni di Monti in un colloquio privato, anziché spedirlo a farsi sfiduciare dalla Camere.

Dopo la rielezione di Napolitano, però, osservatori e commentatori, editorialisti e opinionisti, sembrano davvero esser caduti in preda a un delirio di venerazione. Non soltanto, infatti, si profondono in lodi e salamelecchi ad ogni gesto che il Capo dello Stato accenna, ma addirittura lo incitano ad agire da vero monarca, tributandogli osanna preventivi. Emblematica, in questo senso, l’articolessa settimanale di Eugenio Scalfari (considerato un oracolo, non solo dalla nomenclatura di sinistra), di cui già il titolo era a dir poco imbarazzante: «Solo lui può riparare il motore imballato». Ecco quanto scrive Scalfari, elogiando quel gran genio del suo amico Giorgio: «Adesso Napolitano farà un governo» che «seguirà le indicazioni di scopo che il Capo dello Stato gli affiderà in parte già contenute nel documento dei “saggi” […]». Della serie: come concentrare il massimo dell’incostituzionalità nel minimo delle righe. Scalfari dovrebbe ricordare, e insieme a lui i molti che continuano ad inneggiare al “governo del Presidente” e al “programma dei saggi”, che il Capo dello Stato non può “fare” nessun governo. Può soltanto (art. 92) nominare il Presidente del Consiglio “e, su proposta di questo, i ministri”. Né tantomeno può interferire nella scelta del programma del governo: al massimo può esprimere delle indicazioni, ma non può imporre all’esecutivo le ricette (tra l’altro discutibilissime) di dieci perfetti signor nessuno.

Semmai, c’era da chiedersi se Napolitano potesse davvero nominare le due commissioni di saggi. L’articolo 87 della Costituzione, infatti, stabilisce che il Capo dello Stato “nomina, nei casi indicati dalla legge, i funzionari dello Stato”. Ora, non si capisce quale legge preveda la creazione di commissioni di saggi per suggerire riforme e indicare soluzioni, ruolo che invece spetta solo e soltanto al Parlamento. Eppure, neanche in quel caso ci fu la benché minima critica al suo operato. Anzi, quelli che non poterono proprio fare a meno di constatare la stramberia della decisione del Presidente della Repubblica, elaborarono formule ancor più strambe per giustificarla, come “invenzione di fantasia costituzionale” (Tg la7).

Tutte le ultime scelte di Napolitano, comunque, vengono commentate alla luce dello stallo istituzionale e dell’irresponsabilità (innegabile) delle forze politiche che hanno prodotto questo sfacelo. Siccome i partiti sono incapaci di trovare una soluzione, sembra essere la logica imperante, è bene che ci pensi il Capo dello Stato. Il quale, ovviamente, ha buon gioco a forzare la mano. In pochissimi hanno rilevato l’inaccettabilità di un passaggio del discorso di Napolitano al Parlamento, dopo il suo secondo giuramento: “Se mi troverò di nuovo – ha tuonato il Presidente della Repubblica – dinanzi a sordità come quelle contro cui ho cozzato nel passato, non esiterò a trarne le conseguenze dinanzi al Paese”. Cos’è, una minaccia? Un avvertimento? È inconcepibile che un Capo dello Stato utilizzi il ricatto dello scioglimento delle Camere, o delle sue dimissioni anticipate, per condizionare il Parlamento, fosse anche per il più nobile dei motivi.

Ma nessuno sembra preoccuparsene. Anzi, tutti ormai affermano che l’Italia sta assumendo sempre più i connotati di una repubblica presidenziale, e lo fanno con aria tranquilla, rilassata, come se stessero commentando le previsioni del tempo. Nessuno arrossisce nel dirlo, nessuno si indigna nel constatare che lo scivolamento nel presidenzialismo è avvenuto, e sta avvenendo, in palese violazione dei principi della Costituzione.

Ma del resto Napolitano oggi l’ha detto: “Anche i mezzi di informazione cooperino a favorire il massimo di distensione piuttosto che rinfocolare vecchie tensioni”. Nessuno insomma, disturbi il conducente.

IL “NOMINATO”

Enrico Letta, personaggio d’apparato di gattopardiana memoria, per la serie che tutto cambi perchè nulla cambi. Enrico, ex vice segretario nazionale del Partito Democratico, nipote del pidiellino Gianni Letta, cavallo di razza del sistema potere italiano, da vent’anni, senza far clamore, ai vertici della sinistra elitaria italiana e tra i ranghi dei più conosciuti circoli globalisti.

E’ quello che molti chiamerebbero un uomo della casta, la più fine e sgradevole espressione di quella pseudo sinistra radical chic e politcally correct, asservita ai poteri finanziari e mondialisti, filoamericana, filosionista ed europeista dogmatica. Il nuovo Presidente del Consiglio ha alle spalle un percorso umano e formativo all’insegna del “più Europa”. Dall’infanzia a Strasburgo – dove frequenta la scuola dell’obbligo – alla laurea in Diritto internazionale all’Università di Pisa. Sempre a Pisa consegue il dottorato di ricerca in Diritto delle comunità europee alla Scuola Superiore di studi universitari e di perfezionamento Sant’Anna, fucina italiana di dirigenti di partito, manager e specialisti di ogni sorta.

A 25 anni è presidente dei Giovani del Partito Popolare europeo. Nel 1990 conosce Beniamino Andreatta, uno dei padri dell’euro e padrino politico di Romano Prodi. All’epoca, quando fu ministro del Tesoro, Andreatta scrisse a chiare lettere più volte in riferimento allo “svincolo” tra Banca d’Italia e Tesoro del 1981 (che impedì da allora in poi di finanziare il deficit italiano emettendo moneta):

“…Naturalmente la riduzione del signoraggio monetario e i tassi di interesse positivi in termini reali si tradussero rapidamente in un nuovo grave problema per la politica economica, aumentando il fabbisogno del Tesoro e l’ escalation della crescita del debito rispetto al prodotto nazionale…”.
(Il Sole 24 Ore)

Ed ecco spalancarsi le porte del potere. L’arrampicata sociale può iniziare.

Diventa ricercatore dell‘Arel, l’Agenzia di ricerche e legislazione di cui è segretario generale dal 1993. Nello stesso anno il primo contatto con le istituzioni. Segue infatti Andreatta, come capo della sua segreteria, al Ministero degli Esteri, nel governo Ciampi. Proprio Ciampi lo chiama nel 1996 al Ministero del Tesoro come segretario generale del Comitato per l’euro. Dal gennaio 1997 al novembre 1998 è vicesegretario del Partito popolare italiano. Nel novembre del 1998, con il primo governo D’Alema, diventa a 32 anni ministro per le Politiche Comunitarie. È il più giovane ministro della storia repubblicana e batte Andreotti, ministro a 35 anni. Nel 2000 è ministro dell’Industria, Commercio e Artigianato nel secondo governo D’Alema. Incarico che conserva, con il governo Amato, per il quale è anche ministro del Commercio con l’Estero fino al 2001. Nel 2001 diventa deputato per la prima volta e s’iscrive alla Margherita. Nel giugno 2004 rassegna le dimissioni dalla Camera e, da capolista dell’Ulivo, viene eletto deputato europeo per la circoscrizione Italia Nord-Est. Nella XV Legislatura torna deputato della Repubblica italiana e tra il 17 maggio 2006 e l’8 maggio 2008 è sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri nel governo Prodi. Nel 2007 si candida alla segreteria del neonato Partito democratico ottenendo, con le primarie del 14 ottobre, oltre l’11% dei consensi. Nelle elezioni del 13 e 14 aprile 2008, capolista PD nella Circoscrizione Lombardia 2, viene eletto alla Camera dei Deputati. Poche settimane Walter Veltroni lo chiama a far parte del governo ombra del PD in qualità di responsabile Welfare. Nel 2009, in occasione del Congresso del Partito democratico, decide di appoggiare Pier Luigi Bersani e la mozione che lo sostiene. Il 9 novembre 2009 – dopo le primarie che eleggono Bersani segretario nazionale – viene nominato dall’Assemblea nazionale, ad amplissima maggioranza, vicesegretario unico del Partito Democratico. Dal 2004 è vicepresidente di Aspen Institute Italia, circolo elitario che riunisce la crema dell’industria italiana, delle banche e delle assicurazioni, della cultura e della politica. Una vera e propria organizzazione di capitali parastatale mascherate di buonismo e falso intellettualismo.

E’ membro della Commissione Trilaterale, think tank non governativo, un gruppo di interesse di orientamento neoliberista fondato nel 1973 da David Rockefeller, presidente della Chase Manhattan Bank, e da alti dirigenti mondiali, i soliti noti, tra cui Henry Kissinger e Zbigniew Brzezinski, la mente del progetto Trilateral. E’ una commissione molto speciale. E’ un triangolo industriale-economico che lega America, Europa e Giappone. Questa organizzazione elitaria riunisce i massimi dirigenti industriali e del commercio per imporre subdolamente un Nuovo Ordine economico.

Inoltre, per la prima volta, il 31 Maggio 2012 a Washington DC, ha partecipato alla riunione annuale del Gruppo Bilderberg. Ennesimo fanatico e conservatore circolo elitario, nato nel 1954, dove vengono decise a tavolino le sorti di intere nazione e continenti. Qui si creano le crisi economiche, militari e sociali. L’unico scopo è raggiungere l’obiettivo finale: il governo mondiale. I leader politici vengono invitati per essere indottrinati a servire la causa, manipolando poi l’opinione pubblica, veicolandola nel modo più “pacifico” possibile.

Ovviamente è tra gli ospiti fissi del Workshop Ambrosetti, “consueto” appuntamento che si tiene ogni anno dal 1975 nella prima settimana di Settembre nella Villa d’Este di Cernobbio, sull’incantevole scenario del lago di Como. L’evento, a cui partecipano i massimi vertici della politica, della finanza e dell’industria internazionale, è organizzato dalla European House – Ambrosetti, gruppo di potere fondato nel 1965 da Alfredo Ambrosetti.

Insomma, che dire, se questa è la sinistra italiana, siamo messi bene. Peccato che gli elettori piddini sono tanto fanatici quanto ignoranti.

Quale sarà il programma di questo governo tecnocrate commissariato dai poteri mondialisti? L’agenda Monti e il documento dei dieci saggi di Giorgio Napolitano.

Ecco alcune dichiarazione rilasciate circa un anno fa da Enrico Letta:

“Dobbiamo lavorare molto sul tema privatizzazioni. Il patrimonio pubblico è ancora enorme. Da una parte bisogna lavorare su una scatola finanziaria che valorizzi il patrimonio pubblico e grazie a questo riesca ad abbattere il debito. Bisogna, poi, cominciare a mettere nel mirino ulteriori privatizzazioni di pezzi di Eni, Enel e Finmeccanica“. Lo spiega ad Affaritaliani.it Enrico Letta, vicesegretario del Pd in una video-intervista al direttore Angelo Maria Perrino al Festival di Lodi.
“Non immediatamente perché il mercato non lo consente“, prosegue l’ex ministro del governo Prodi sempre sul tema privatizzazioni, “ma è possibile farlo perché oggi con la legge sulla golden share, che è vidimata da Bruxelles, possiamo difendere queste aziende da possibili attacchi ostili senza dover per forza avere, come Stato, il 30% di proprietà di quei gruppi. Avevamo già posto in Parlamento alcune cose e sarà uno dei temi del nostro esecutivo quando, mi auguro, gli elettori ci faranno governare, perché non si può più caricare oltremodo sui cittadini il peso del risanamento“.
Ci devono svendere, senza sé e senza ma. Le prime aziende pubbliche ad essere cedute saranno Eni, Enel e Finmeccanica. E non è certo un caso che gli amministratori delegati di Eni ed Enel abbiano preso parte all’incontro annuale del gruppo Bilderberg.

E’ una “naturale” prosecuzione del governo tecnico di Mario Monti. Prepariamoci a politiche di smantellamento sociale lacrime e sangue.

fonti:  Stefano Davidson/ Valerio Valentini / Italo Romano / Byoblu.com/http://www.oltrelacoltre.com/ 
QUANDO L’ITALIANO MEDIO RIUSCIRA’ A VINCERE LA PROPRIA PIGRIZIA MENTALE E A SMETTERLA DI RAGIONARE ED INFORMARSI CON LA TESTA DEGLI ALTRI. QUANDO, SOPRATTUTTO, LA SMETTERA’ DI SENTIRSI PERSONA OBBIETTIVA  CHE SA DI COSA STA PARLANDO PERCHE’ LEGGE MOLTI GIORNALI E GUARDA TUTTI I TG E LE RUBRICHE DI APPROFONDIMENTO L’ITALIA NON ESISTERA’ PIU’ DA UN BEL PEZZO.
OVVIAMENTE DICO QUESTO PERCHE’ PURTROPPO HO LETTO, VISTO E SENTITO CIO’ CHE GLI ITALIANI LEGGONO, VEDONO E SENTONO, DI CONSEGUENZA SINCERAMENTE MI MERAVIGLIO CHE ESISTIAMO ANCORA COME ENTITA’ NAZIONALE. PER QUEI POCHI CHE MI SEGUONO E CHE CERCANO, COME ME E CON ME, UNA VIA STASERA LASCIO DUE LUNGHE DISQUISIZIONI SU CHI E’ L’IGNOBILE “NOMINATORE” E CHI L’ALTRETTANTO INDEGNO “NOMINATO” A CURA DI VALERIO VALENTINI E DI ITALO ROMANO.
OVVIAMENTE SUL NOME DEL NOMINATO IL “NOMINATORE” E’ STATO OVVIAMENTE E FORTEMENTE PRESSATO DAI COSIDDETTI POTERI FORTI CHE IN ITALIA SAPPIAMO BENE FAR CAPO A “SUA RIGIDITA’” MONTI MARIO DA VARESE, IL QUALE DOPO AVER PERSO “DI BRUTTO” LE ELEZIONI ALLE QUALI SI ERA PRESENTATO CONVINTO DI AVERE UN SUCCESSONE POICHE’ DIVERSAMENTE, CONSIDERATANE LA CIFRA ETICA, POLITICA E MORALE, SI SAREBBE BEN GUARDATO DAL “SALIRE” IN POLITICA (TRASCINATO DAUN IMPETO CHE DEFINIRE “EGOCENTRICO” LO TROVO LIMITATO, POICHE’ COSTUI NECESSITA DI UN NEOLOGISMO PER DEFINIRNE L’AUTOREFERENZIALITA’, QUINDI LO CONIO APPOSITAMENTE E LO DEFINISCO UN VERO E PROPRIO “EGOCENTRIPETO”) CONTINUA A DETTARE LEGGE A CASA NOSTRA SENZA CHE NESSUNO LO MANDI A “RANARE” /COME SI DICE DALLE SUE PARTI). BUONA INFORMAZIONE.

PS: DIVULGATE SE POTETE (come già proposto, oltre che su FB, se ognuno di coloro che mi leggono stampasse una ventina di copie dell’articolo e le distribuisse a chi crede opportuno, o le lasciasse in bar, circoli, associazioni, forse la platea dei “cervelli resettati” potrebbe aumentare di qualche unità. Grazie per quel che farete.)

IL “NOMINATORE”

Se non fossero un insulto alla Costituzione, i commenti estasiati con cui i trombettieri quirinalizi esaltano la condotta “coraggiosa” e “generosa” del Capo dello Stato risulterebbero quasi esilaranti. Gli Italiani hanno sempre bisogno di riporre la propria fiducia nell’uomo della provvidenza di turno, così da potersi sgravare la coscienza dai propri doveri civici, e aspettare che passi la nottata. E stampa e televisioni si adeguano: Giorgio Napolitano, ormai, è già leggenda. Un idolo delle folle; un monumento alla nazione in carne ed ossa; il nuovo salvatore della patria.

L’intero primo settennato di Giorgio Napolitano è stato costellato da atti e decisioni ai limiti dell’incostituzionalità. Ma, a parte le solite pochissime eccezioni, nessuno si è sentito in dovere di azzardare mezza sillaba di critica. Non quando il Capo dello Stato approvava le spedizioni punitive del Csm contro quei magistrati, tipo Forleo e De Magistris, che osavano condurre indagini un po’ troppo scomode. Non quando firmava, con mano felpata, le leggi oscene e incostituzionali volute da Berlusconi. Non quando, con la scusa grossolana di tutelare le prerogative del Presidente della Repubblica, attaccava la procura di Palermo rea di non aver previsto che un indagato in un’indagine che riguardava la trattativa tra Stato e Mafia potesse chiamare il Colle, e ricevere per giunta risposta. Non quando dispensava grazie come cioccolatini, al direttore del Giornale Sallusti e all’agente americano della Nato Joseph Romano, appena poche settimane dopo le condanne sancite dai tribunali. Non quando accettava le dimissioni di Monti in un colloquio privato, anziché spedirlo a farsi sfiduciare dalla Camere.

Dopo la rielezione di Napolitano, però, osservatori e commentatori, editorialisti e opinionisti, sembrano davvero esser caduti in preda a un delirio di venerazione. Non soltanto, infatti, si profondono in lodi e salamelecchi ad ogni gesto che il Capo dello Stato accenna, ma addirittura lo incitano ad agire da vero monarca, tributandogli osanna preventivi. Emblematica, in questo senso, l’articolessa settimanale di Eugenio Scalfari (considerato un oracolo, non solo dalla nomenclatura di sinistra), di cui già il titolo era a dir poco imbarazzante: «Solo lui può riparare il motore imballato». Ecco quanto scrive Scalfari, elogiando quel gran genio del suo amico Giorgio: «Adesso Napolitano farà un governo» che «seguirà le indicazioni di scopo che il Capo dello Stato gli affiderà in parte già contenute nel documento dei “saggi” […]». Della serie: come concentrare il massimo dell’incostituzionalità nel minimo delle righe. Scalfari dovrebbe ricordare, e insieme a lui i molti che continuano ad inneggiare al “governo del Presidente” e al “programma dei saggi”, che il Capo dello Stato non può “fare” nessun governo. Può soltanto (art. 92) nominare il Presidente del Consiglio “e, su proposta di questo, i ministri”. Né tantomeno può interferire nella scelta del programma del governo: al massimo può esprimere delle indicazioni, ma non può imporre all’esecutivo le ricette (tra l’altro discutibilissime) di dieci perfetti signor nessuno.

Semmai, c’era da chiedersi se Napolitano potesse davvero nominare le due commissioni di saggi. L’articolo 87 della Costituzione, infatti, stabilisce che il Capo dello Stato “nomina, nei casi indicati dalla legge, i funzionari dello Stato”. Ora, non si capisce quale legge preveda la creazione di commissioni di saggi per suggerire riforme e indicare soluzioni, ruolo che invece spetta solo e soltanto al Parlamento. Eppure, neanche in quel caso ci fu la benché minima critica al suo operato. Anzi, quelli che non poterono proprio fare a meno di constatare la stramberia della decisione del Presidente della Repubblica, elaborarono formule ancor più strambe per giustificarla, come “invenzione di fantasia costituzionale” (Tg la7).

Tutte le ultime scelte di Napolitano, comunque, vengono commentate alla luce dello stallo istituzionale e dell’irresponsabilità (innegabile) delle forze politiche che hanno prodotto questo sfacelo. Siccome i partiti sono incapaci di trovare una soluzione, sembra essere la logica imperante, è bene che ci pensi il Capo dello Stato. Il quale, ovviamente, ha buon gioco a forzare la mano. In pochissimi hanno rilevato l’inaccettabilità di un passaggio del discorso di Napolitano al Parlamento, dopo il suo secondo giuramento: “Se mi troverò di nuovo – ha tuonato il Presidente della Repubblica – dinanzi a sordità come quelle contro cui ho cozzato nel passato, non esiterò a trarne le conseguenze dinanzi al Paese”. Cos’è, una minaccia? Un avvertimento? È inconcepibile che un Capo dello Stato utilizzi il ricatto dello scioglimento delle Camere, o delle sue dimissioni anticipate, per condizionare il Parlamento, fosse anche per il più nobile dei motivi.

Ma nessuno sembra preoccuparsene. Anzi, tutti ormai affermano che l’Italia sta assumendo sempre più i connotati di una repubblica presidenziale, e lo fanno con aria tranquilla, rilassata, come se stessero commentando le previsioni del tempo. Nessuno arrossisce nel dirlo, nessuno si indigna nel constatare che lo scivolamento nel presidenzialismo è avvenuto, e sta avvenendo, in palese violazione dei principi della Costituzione.

Ma del resto Napolitano oggi l’ha detto: “Anche i mezzi di informazione cooperino a favorire il massimo di distensione piuttosto che rinfocolare vecchie tensioni”. Nessuno insomma, disturbi il conducente.


IL “NOMINATO”


Enrico Letta, personaggio d’apparato di gattopardiana memoria, per la serie che tutto cambi perchè nulla cambi. Enrico, ex vice segretario nazionale del Partito Democratico, nipote del pidiellino Gianni Letta, cavallo di razza del sistema potere italiano, da vent’anni, senza far clamore, ai vertici della sinistra elitaria italiana e tra i ranghi dei più conosciuti circoli globalisti.

E’ quello che molti chiamerebbero un uomo della casta, la più fine e sgradevole espressione di quella pseudo sinistra radical chic e politcally correct, asservita ai poteri finanziari e mondialisti, filoamericana, filosionista ed europeista dogmatica. Il nuovo Presidente del Consiglio ha alle spalle un percorso umano e formativo all’insegna del “più Europa”. Dall’infanzia a Strasburgo – dove frequenta la scuola dell’obbligo – alla laurea in Diritto internazionale all’Università di Pisa. Sempre a Pisa consegue il dottorato di ricerca in Diritto delle comunità europee alla Scuola Superiore di studi universitari e di perfezionamento Sant’Anna, fucina italiana di dirigenti di partito, manager e specialisti di ogni sorta.

A 25 anni è presidente dei Giovani del Partito Popolare europeo. Nel 1990 conosce Beniamino Andreatta, uno dei padri dell’euro e padrino politico di Romano Prodi. All’epoca, quando fu ministro del Tesoro, Andreatta scrisse a chiare lettere più volte in riferimento allo “svincolo” tra Banca d’Italia e Tesoro del 1981 (che impedì da allora in poi di finanziare il deficit italiano emettendo moneta):

“…Naturalmente la riduzione del signoraggio monetario e i tassi di interesse positivi in termini reali si tradussero rapidamente in un nuovo grave problema per la politica economica, aumentando il fabbisogno del Tesoro e l’ escalation della crescita del debito rispetto al prodotto nazionale…”.
(Il Sole 24 Ore)

Ed ecco spalancarsi le porte del potere. L’arrampicata sociale può iniziare.

Diventa ricercatore dell‘Arel, l’Agenzia di ricerche e legislazione di cui è segretario generale dal 1993. Nello stesso anno il primo contatto con le istituzioni. Segue infatti Andreatta, come capo della sua segreteria, al Ministero degli Esteri, nel governo Ciampi. Proprio Ciampi lo chiama nel 1996 al Ministero del Tesoro come segretario generale del Comitato per l’euro. Dal gennaio 1997 al novembre 1998 è vicesegretario del Partito popolare italiano. Nel novembre del 1998, con il primo governo D’Alema, diventa a 32 anni ministro per le Politiche Comunitarie. È il più giovane ministro della storia repubblicana e batte Andreotti, ministro a 35 anni. Nel 2000 è ministro dell’Industria, Commercio e Artigianato nel secondo governo D’Alema. Incarico che conserva, con il governo Amato, per il quale è anche ministro del Commercio con l’Estero fino al 2001. Nel 2001 diventa deputato per la prima volta e s’iscrive alla Margherita. Nel giugno 2004 rassegna le dimissioni dalla Camera e, da capolista dell’Ulivo, viene eletto deputato europeo per la circoscrizione Italia Nord-Est. Nella XV Legislatura torna deputato della Repubblica italiana e tra il 17 maggio 2006 e l’8 maggio 2008 è sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei ministri nel governo Prodi. Nel 2007 si candida alla segreteria del neonato Partito democratico ottenendo, con le primarie del 14 ottobre, oltre l’11% dei consensi. Nelle elezioni del 13 e 14 aprile 2008, capolista PD nella Circoscrizione Lombardia 2, viene eletto alla Camera dei Deputati.  Poche settimane Walter Veltroni lo chiama a far parte del governo ombra del PD in qualità di responsabile Welfare. Nel 2009, in occasione del Congresso del Partito democratico, decide di appoggiare Pier Luigi Bersani e la mozione che lo sostiene. Il 9 novembre 2009 – dopo le primarie che eleggono Bersani segretario nazionale – viene nominato dall’Assemblea nazionale, ad amplissima maggioranza, vicesegretario unico del Partito Democratico. Dal 2004 è vicepresidente di Aspen Institute Italia, circolo elitario che riunisce la crema dell’industria italiana, delle banche e delle assicurazioni, della cultura e della politica. Una vera e propria organizzazione di capitali parastatale mascherate di buonismo e falso intellettualismo.

E’ membro della Commissione Trilaterale, think tank non governativo, un gruppo di interesse di orientamento neoliberista fondato nel 1973 da David Rockefeller, presidente della Chase Manhattan Bank, e da alti dirigenti mondiali, i soliti noti, tra cui Henry Kissinger e Zbigniew Brzezinski, la mente del progetto Trilateral. E’ una commissione molto speciale. E’ un triangolo industriale-economico che lega America, Europa e Giappone. Questa organizzazione elitaria riunisce i massimi dirigenti industriali e del commercio per imporre subdolamente un Nuovo Ordine economico.

Inoltre, per la prima volta, il 31 Maggio 2012 a Washington DC, ha partecipato  alla riunione annuale del Gruppo Bilderberg. Ennesimo fanatico e conservatore circolo elitario, nato nel 1954, dove vengono decise a tavolino le sorti di intere nazione e continenti. Qui si creano le crisi economiche, militari e sociali. L’unico scopo è raggiungere l’obiettivo finale: il governo mondiale. I leader politici vengono invitati per essere indottrinati a servire la causa, manipolando poi l’opinione pubblica, veicolandola nel modo più “pacifico” possibile.

Ovviamente è tra gli ospiti fissi del Workshop Ambrosetti, “consueto” appuntamento che si tiene ogni anno dal 1975 nella prima settimana di Settembre nella Villa d’Este di Cernobbio, sull’incantevole scenario del lago di Como. L’evento, a cui partecipano i massimi vertici della politica, della finanza e dell’industria internazionale, è organizzato dalla European House – Ambrosetti, gruppo di potere fondato nel 1965 da Alfredo Ambrosetti.

Insomma, che dire, se questa è la sinistra italiana, siamo messi bene. Peccato che gli elettori piddini sono tanto fanatici quanto ignoranti.

Quale sarà il programma di questo governo tecnocrate commissariato dai poteri mondialisti? L’agenda Monti e il documento dei dieci saggi di Giorgio Napolitano.

Ecco alcune dichiarazione  rilasciate circa un anno fa da Enrico Letta:

“Dobbiamo lavorare molto sul tema privatizzazioni. Il patrimonio pubblico è ancora enorme. Da una parte bisogna lavorare su una scatola finanziaria che valorizzi il patrimonio pubblico e grazie a questo riesca ad abbattere il debito. Bisogna, poi, cominciare a mettere nel mirino ulteriori privatizzazioni di pezzi di Eni, Enel e Finmeccanica“. Lo spiega ad Affaritaliani.it Enrico Letta, vicesegretario del Pd in una video-intervista al direttore Angelo Maria Perrino al Festival di Lodi.
“Non immediatamente perché il mercato non lo consente“, prosegue l’ex ministro del governo Prodi sempre sul tema privatizzazioni, “ma è possibile farlo perché oggi con la legge sulla golden share, che è vidimata da Bruxelles, possiamo difendere queste aziende da possibili attacchi ostili senza dover per forza avere, come Stato,  il 30% di proprietà di quei gruppi. Avevamo già posto in Parlamento alcune cose e sarà uno dei temi del nostro esecutivo quando, mi auguro, gli elettori ci faranno governare, perché non si può più caricare oltremodo sui cittadini il peso del risanamento“.
Ci devono svendere, senza sé e senza ma. Le prime aziende pubbliche ad essere cedute saranno Eni, Enel e Finmeccanica. E non è certo un caso che gli amministratori delegati di Eni ed Enel abbiano preso parte all’incontro annuale del gruppo Bilderberg.

E’ una “naturale” prosecuzione del governo tecnico di Mario Monti. Prepariamoci a politiche di smantellamento sociale lacrime e sangue.




fonti: Valerio Valentini / Italo Romano / Byoblu.com/ http://www.oltrelacoltre.com/ me stesso

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