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domenica 26 maggio 2013

L'ULTIMO INCONTRO DI MICHELE SINDONA

di Stefania Limiti - 26 maggio 2013

Quello del bancarottiere, amico di Andreotti, fu un omicidio camuffato da suicidio. A suggerirlo, l'ultima (fatale?) visita ricevuta in carcere da parte di un agente della Cia, sinora rimasta segreta...

L'ULTIMO INCONTRO DI MICHELE SINDONA




Stefania LimitiRiporto anche qui un passaggio pubblicato sulla seconda Appendice al mio libro Doppio livello (Chiarelettere), che ricostruisce un'ipotesi, sinora inedita, sulla morte di Michele Sindona

L'ultima persona a vedere vivo in carcere Michele Sindona, proprio qualche giorno prima che il bancarottiere di Platì morisse avvelenato, fu Carlo Rocchi, un'agente della Rete Atlantica attiva in Italia (Doppio livello, Appendice II).
Strano: cosa ci faceva un agente della Cia nella sala visite del carcere di massima sicurezza di Voghera? Nessuno poteva andare a trovare Michele Sindona, l'uomo passato dai fasti della suite all'Hotel Pierre di New York al braccio di massima sicurezza del carcere di Voghera. Aveva avuto tanti complici, aveva fatto tante vittime, ma non aveva più amici. Neanche uno dei tanti personaggi che giravano intorno al bancarottiere era presente al palazzo di Giustizia di Milano quando l' 19 marzo del 1986 fu letta la sentenza che lo condannava all'ergastolo per aver ordinato l'assassinio, l'11 luglio del 1979, dell'avvocato Giorgio Ambrosoli, commissario liquidatore della Banca Privata Italiana. Molti pensavano che Sindona stava per essere rispedito negli Stati Uniti, dove doveva scontare la pena di 25 anni di galera per gli imbrogli e i danni che stavano dietro al fallimento della Franklin National Bank, la banca che, nei suoi progetti, doveva lanciarlo nei grandi mercati finanziari degli States. Lui stesso contava di ritornare prestissimo nel carcere d'Oltreoceano. Negli States i rapporti con le autorità erano stati molto solidi. Il suo sogno americano era iniziato del resto molti anni prima: soprannominato, agli inizi della sua rapida carriera, «l'avvocaticchio di Patti», Michele Sindona venne raccomandato agli Alleati sbarcati in Sicilia alla fine della Seconda guerra mondiale direttamente dal boss Lucky Luciano e subito cominciò a darsi da fare e intrattiene rapporti con l'AMGOT, il governo militare alleato. Alla fine degli anni Cinquanta Sindona entrò in rapporti professionali con esponenti della mafia italo-americana, tra cui Daniele "Dan" Porco che ha interessi anche in Italia e tra le sue amicizie pericolose ci sono anche Vito Genovese e David Kennedy che ha un amico a Chicago, un sacerdote cattolico di origine lituana, di nome Markincus, futuro e potente capo dello Ior (Istituto per le Opere di Religione) con cui Sindona avvia un loschissimo sodalizio professionale. Secondo un ex contractor della Cia, Richard Brenneke (vedi Doppio livello, cap. Oltre la P2), la Banca Privata di Sindona era stata una sorta di bancomat per l'agenzia di Langley, convogliando in Italia fondi per operazioni sporche.
Fino a poco tempo prima, molti avevano fatto carte false per lui. Basti ricordare i famosi «affidavit» messi in campo da Licio Gelli. Aveva aiutato molta gente, precorrendo i tempi e offrendo strumenti di capitalismo finanziario all'epoca assolutamente sconosciuti agli ambienti conservatori della finanza italiana. Sindona sviluppò il meglio di questa sua capacità negli anni '70, durante la grande accumulazione di capitali realizzata da Cosa Nostra attraverso l'egemonia acquisita nel traffico internazionale di eroina nel quale riuscì a mettere fuori gioco i Corsi, i Francesi, i Marsigliesi. Cosa Nostra in quegli anni sfrutta tutte le reti per invadere di droga gli Usa ottenendo in cambio che una grande massa di denaro arrivasse verso la Sicilia.
Finanziere abile, moderno, laureato, conosce bene l'inglese, propone gli strumenti finanziari giusti per investire i capitali (si parla di un giro di settecento miliardi di lire annuo) che la mafia non riesce a collocare. Ma quando è in carcere, solo, comincia a dire qualcosa, forse comincia a mandare qualche messaggio: autorizza una sua biografia che racconta i percorsi di quei capitali criminali. Parla del Banco di Sicilia e di una piccola banca in piazza Mercanti, dove c'è solo la Banca Rasini, dove lavorava Luigi Berlusconi, il papà di Silvio.
Comunque, ad un certo punto gli Stati Uniti non volevano più sentir parlare di Sindona. E questo aprì una voragine intorno a lui. La sua fine era percepita nell'aria, se ne parlava. Oppure fu pura profezia quella diFrancesco Pazienza, un uomo che tira tanti fili tra Italia e Stati Uniti. Nel settembre del 1984 (Sindona muore nel marzo del 1986), Pazienza sentì il bisogno di consegnare al notaio un memoriale dal titolo un po' macabro, alla prima impressione, Operazione Ossa, dove «Ossa» sta per Onorata Società Sindona Andreotti. Una parte del memoriale si intitola: «Come sarà eliminato Sindona (22.9.1984)» e dice: «se Sindona sarà messo in un carcere normale, sarà ammazzato da qualche killer delle carceri. Poi si troverà la scusa della mafia o della P2 avendo Sindona avuto rapporti più che estesi con entrambe le organizzazioni. Se sarà detenuto in un carcere di supersicurezza e isolato - scrive l'illuminato e ben informato estensore - si troverà una soluzione "alla Pisciotta"».

La sua morte fu archiviata come suicidio: ma come sarebbe arrivato il veleno nel carcere di massima sicurezza? Quali potenti forze erano intervenute? E' a questo punto della storia che rientra in scena Carlo Rocchi, l'uomo Cia che lo vide pochi giorni prima della sua morte. Perché incontrò Sindona? Non sembra possibile accettare l'idea che Carlo Rocchi fosse niente altro che «un singolare personaggio che, giocando sulla resistenza ormai fiaccata dell'ex finanziere, cercava di carpirgli eventuali segreti». (G. Simoni, G. Turone, Il caffè di Sindona, Garzanti, Milano 2009, pag. 99-100, dove si raccontano gli ultimi momenti di vita di Sindona e, dunque, anche degli incontri che questi ebbe con Rocchi -il 9 maggio del 1985, il 3 e il 24 febbraio del 1986- non prendendo in considerazione quando emerso soprattutto nell'ambito dell'inchiesta del magistrato Guido Salvini sul ruolo e le frequentazioni di Carlo Rocchi, alla luce delle quali egli non è certo definibile come «non singolare personaggio».
Rocchi era una persona accreditata presso gli ambienti statunitensi in Italia e Sindona era arrivato a chiederglifavori enormi, come una dichiarazione della vedova Aricò che lo scagionasse; e "un piccolo affidavit" del dipartimento di Stato in cui si dichiarasse che egli era persona affidabile e che il presidente Reagan era disposto a concedergli il perdono. Richieste di un uomo che ha avuto tanto potere e che non vuole accettare di essere stato scaricato. Nell'agosto del 1985, Sindona scrive a Rocchi una lettera nella quale potrebbe aver suggerito egli stesso, inconsapevolmente, la trama delle ultime scene della sua vita: «le chiedo troppo se La prego di trovare una formula (per esempio una richiesta di licenza straordinaria per importanti e gravi motivi) per avere liberi una decina di giorni? Sono certo che, con la Sua assistenza, potremmo risolvere qualcosa». Sindona confida molto nei favori di Rocchi al quale si rivolge con riguardo, con l'intenzione di iniziare, per suo tramite «una collaborazione con le autorità statunitensi in ordine agli argomenti che già erano stati oggetto del loro interessamento».
Gli incontri tra Sindona e Rocchi potrebbero essere uno snodo cruciale nel giallo della morte del bancarottiere: taluni suggerirono l'ipotesi che in una di quelle occasioni Sindona prese con le sue stesse maniuna dose di cianuro ma non perché volesse morire. Magari gli fu suggerito di ingoiare quella pillola per procurarsi un po' di dolore e ottenere quella «licenza straordinaria» a cui tanto teneva. Pensava di ingerire la pillola della libertà, appena sufficiente per finire in ospedale. Da lì sarebbe stato molto più facile organizzare l'evasione. È chiaro che, in questa ultima scena della ricostruzione, Sindona non sa che sta per finire in una trappola, l'ultima trappola. Non sa che quella polvere è una dose di cianuro sufficiente per fargli fermare il cuore, proprio come volevano molti suoi ex cari amici. Si trattò di assassinio ma camuffato da suicidio

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