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martedì 11 giugno 2013

Il nome del Capitano

C’è qualcosa che non capiamo, qui in Italia, nelle nostre case, nelle nostre famiglie, vicini alle nostre nevrosi ma anche ai nostri affetti e alla nostra vita quotidiana. C’è qualcosa che non capiamo della vita che sfugge di questi italiani che in Afghanistan o da qualche altra parte nel mondo sono al lavoro in una missione militare. Non capiamo come, perché e soprattutto “chi” sono questi italiani.  Rilancio il messaggio che il colonnello Stefano Sbaccanti, il portavoce di ISAF a Kabul, ha inviato ieri ai suoi colleghi giornalisti in Italia. Lui è soldato e giornalista insieme, come tanti militari che diventano cronisti provando a raccontare la vita delle loro missioni. C’è un passaggio che mi interessa sottolineare.

«La morte di un collega ci segna dentro. Noi tutti siamo consapevoli dei rischi e avendo scelto questa vita abbiamo messo in preventivo il sacrificio per valori come lealtà, senso delle istituzioni, cameratismo, onore, fedeltà alla Patria. Nonostante ciò, quando uno di noi cade lascia un vuoto tangibile. A prescindere dalla nazionalità.
 E’ per queste ragioni che ogni domenica mattina al Comando della missione Isaf si tiene una cerimonia di commemorazione per tutti i caduti della settimana, che siano appartenuti a una delle 50 nazioni della Coalizione o siano stati figli dell’Afghanistan, tutti comunque accomunati dal destino di aver dato la vita affinché questo martoriato Paese possa avere un futuro migliore.
 Al memorial service di stamattina (domenica) noi italiani avevamo un motivo in più: salutare e onorare il Capitano dei Bersaglieri Giuseppe La Rosa, caduto a Farah nell’adempimento del dovere. Il momento è stato molto sentito e la cornamusa suonata da un soldato del contingente inglese ha aggiunto una nota musicale alle parole di cordoglio pronunciate dal cappellano americano Jesse Staunton, cui spetta il compito di officiare questa triste cerimonia domenicale. 
 A turno, i nomi dei caduti vengono scanditi da un rappresentante nazionale. Pronunciare quello di Giuseppe è spettato al Colonnello dei Bersaglieri Cosimo Orlando. Il Tricolore sullo sfondo ad abbracciare idealmente tutti i presenti.   Benché sia successo solo ieri, sulla morte di Giuseppe sono stati scritti tanti articoli e pronunciate tante parole. Ci piace ricordare quelle di Toni Capuozzo, grande giornalista, dotato di una straordinaria chiarezza e umanità, con cui sa andare al cuore delle cose. 
 “Fa male veder morire così un giovane uomo in divisa, a Farah. Della sua umanità, si capisce leggendo i commenti dei suoi amici, anche qui su FB. Delle sue scelte, basta conoscere tanti come lui, spesso dimenticati da un paese ingrato, e così miope da cercare spiegazione nei soldi della trasferta, perché non sa più bene cosa siano i valori.”
 Ha ragione Toni, fa male…
Firmato: ten.col. Stefano Sbaccanti, addetto stampa/portavoce, tessera Ordine dei Giornalisti n. 129343, ufficio del Capo di Stato Maggiore del Comando ISAF. Kabul – Afghanistan»
 Ecco: da tempo – sinceramente – non sappiamo più cosa pensare di questa missione in Afghanistan. Della miseria umana e professionale con cui dirigenti politici italiani e anche giornalisti accorrono al capezzale del morto di turno, esprimendo dolore collettivo, interesse momentaneo. Salvo fregarsene il giorno dopo, rinunciare per davvero a qualsiasi discorso di “rimodulazione” della missione, di analisi e verifica dell’effettiva utilità della missione rispetto alle necessità del paese. Ma ha ragione Sbaccanti, che cita Toni Capuozzo.  Il disinteresse e l’ignoranza portano tanti a liquidare la spiegazione dei militari italiani al lavoro in giro per il mondo con il soldo della trasferta. Eppure ogni volta scopriamo che non è così, che a muovere anche ingenuamente questi militari che mandiamo in giro per il mondo non è la voglia di menare le mani o fare soldi, ma quella di aiutare. Cercano il bene, il bene degli altri, questi militari italiani che spesso a casa vengono traditi da chi (magari fra i loro stessi capi) cerca solo il bene personale, l’interesse individuale. Ecco perché spesso spieghiamo con questa formula banale, volgare, “vanno in Afghanistan per i soldi della missione”, quello che non riusciamo a spiegare. Vanno in Afghanistan invece perché cercano il bene, perché abbiamo detto loro che lì il bene può essere costruito. Oggi tutti ci ricorderemo del capitano La Rosa. La sua vita bruciata merita una consapevolezza diversa. Semplicemente, senza fanfara.
di Vincenzo Riccio

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