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lunedì 22 luglio 2013

AAA, Paese vendesi vista mare

 italia-saldiAnna Lombroso per il Simplicissimus
È più che mai opportuno aver paura di certe parole, soprattutto quando celano una menzogna. Di questi tempi c’è da temere il termine “valorizzazione”. Viene usato impropriamente infatti come sinonimo di alienazione, sfruttamento, impoverimento, demolizione a fini di profitto di pochissimi a danno di moltissimi.
E infatti foreste pluviali si “valorizzano” tramite la trasformazione in parquet e in scaffali, i fiumi attraverso l’imbrigliamento in bacini artificiali, cancellando quei “servizi” di lungo periodo che  i boschi o i fiumi renderebbero all’umanità in cambio di un ricavo immediato, secondo una contabilità irrazionale che concorre a degradare e immiserire l’intera umanità per il profitto di una minoranza.
Si estrae valore dal lavoro, tramite mobilità e precarietà, dalla natura,   dalla bellezza,  dall’arte, dal paesaggio, per la creazione temporanea di ricchezza finanziaria, con la distruzione perenne del pianeta e dalle sue ricchezze, materiali e immateriali, risorse o pensiero, beni o sapere, spiagge e memoria.
Il  31 luglio, per esempio,  scadono i termini del bando di gara per la concessione di una delle più importanti aree archeologiche della zona centrale di Roma, quella che comprende il Teatro di Marcello, il Portico d’Ottavia e il Tempio d’Apollo Sosiano e di Bellona. L’area,  di pertinenza della Sovraintendenza capitolina ai Beni culturali, cioè del Comune di Roma, comprende oltre oltre ai monumenti, Monte Savello e tutta la zona  archeologica che li connette.   Il  bando emanato dalla morente giunta Alemanno (pubblicato il 22 maggio 2013) prevede che vangano offerti in concessione per attività di gestione e, appunto, di “valorizzazione”  per ben 20  anni.
Il fortunato “valorizzatore” che si aggiudica l’ambito premio,  gestirà i servizi di accoglienza, la progettazione e realizzazione degli  ”eventi”, i percorsi didattici, ma anche il book shop, la ristorazione, l’attività di comunicazione ed editoriale, il marketing, l’oggettistica, i souvenir. Per valorizzare ancora meglio il sito, l’apertura  fino ad oggi libera e gratuita, sarà recintata e a pagamento.
Così per 20 anni, questo spazio unico al mondo sarà monopolizzato da un privato, sottratto al controllo dell’amministrazione pubblica –  nel bando non si parla  di meccanismi di verifica e monitoraggio – e limitato all’utenza dei cittadini,  a beneficio di quella turistica.
Firenze, ridotta del perenne candidato in missione extra cittadina, a un luna park,  la Soprintendente   ha messo a punto un prezzario  per la “concessione in uso dei beni culturali per eventi”, inclusi  gli Uffizi, Palazzo Pitti e giardino di Boboli.  Il noleggio di Ponte Vecchio alla Ferrari di Montezemolo per una cena elegante è stata la discussa apoteosi  del processo di c0mmercializzazione del patrimonio artistico e dello spazio pubblico di Firenze: il sindaco Renzi ha annunciato che il canone di 120.000 (di cui però nel bilancio comunale non sembra esserci traccia) avrebbe compensato  il  taglio alle vacanze dei bambini disabili (ugualmente non documentato). E l’opposizione in consiglio comunale ha rivelato che almeno una parte delle autorizzazioni alla rossa che vorrebbe vincere, anche lei,  è stata concessa solo il giorno successivo all’evento.
E che dire del  Tempio di Segesta valorizzabile a fitto modico per ‘eventi’  a prezzo di stock di 5.000 euro. compresa la possibilità di usare il piazzale dell’ex stazione ferroviaria come eliporto per gli ospiti?
Nella già avviata opera di stravolgimento della Costituzione, si è messo mano preventivamente e operativamente alla cancellazione dell’articolo 9  che sancisce che lo Stato  custodisce  sotto la sua tutela il patrimonio storico e artistico nazionale, negando il valore civico dei monumenti  in favore della loro rendita economica come marchio, brand, spot, e del loro potenziale turistico.  Da  ”petrolio d’Italia”  a fettina di salame nel panino,  il  patrimonio artistico  è diventato terreno di scorrerie per  avidi usufruttuari. La socialità, l’incontro e il ragionare insieme sono  espulsi da chiese, parchi e palazzi storici, in cui ora si entra con il biglietto,  edifici  monumentali vengono  alienati a aziende, che li chiudono o li trasformano in attrazioni turistiche, mentre noi, tramite tasse, continuiamo a pagare la loro, peraltro  inattuata,  manutenzione.
Intanto, per ridurre il debito pubblico il Tesoro ha in animo  di vendere quote di società pubbliche – incluse Eni, Enel e Finmeccanica. Lo dice il ministro Fabrizio Saccomanni: “la vendita di quote è una possibilità che «stiamo considerando. Queste società  sono profittevoli e danno dividendi al Tesoro, quindi dobbiamo considerare anche la possibilità di utilizzarle come collaterale per gli schemi  di riduzione del debito pubblico su cui stiamo ragionando”.
“Ci sono – dice il ministro – una serie di ipotesi che stiamo prendendo in considerazione: «Abbiamo annunciato come una delle nostre iniziative strategiche chiave  l’accelerazione nelle privatizzazioni, incluse quelle immobiliari, e consideriamo anche la possibilità di ridurre la nostra partecipazione nelle compagnie controllate dallo stato’’.
L’Italia è sorta nel 1861, su una montagna di debiti contratti per sostenere le  guerre d’indipendenza e allora come oggi, i gruppi dirigenti pensarono di trovare una soluzione mettendo in vendita il patrimonio nazionale, quel vasto complesso dei demani ereditati dai vari Stati regionali,    terreni ed annessi che si pensò di cedere ai privati per risanare le esauste casse del pubblico erario. Ora come allora,  a consigliare di non vendere i nostri beni pubblici, ma di utilizzarli in altro modo per abbassare il livello del nostro debito, concorrono più ragioni:   nell’attuale situazione di mercato l’operazione si configura come una vera e propria svendita.  Tutti i trascorsi  di vendita di beni, sia statali che ecclesiastici, lungo l’intera la storia nazionale, rivelano una costante   perversa di simili operazioni.  Producono un generale rafforzamento dell’attitudine redditiera dei privati e deprimono  il dinamismo  imprenditoriale e l’attitudine al rischio:  chi  borsa un significativo capitale per l’acquisto, è poi i riluttante a impegnarsi in ulteriori investimenti di valorizzazione produttiva. E il rischio che lo Stato corre è di privarsi di un immenso patrimonio, con manufatti e beni anche di grande valore, ricavando alla fine somme irrisorie.
Ci tocca rimpiangere la ragionevolezza di Quintino Sella che nel  1872  persuase la    Camera dell’insipienza della svendita, dichiarando che dalla privatizzazione di beni il cui valore era 700.798.613 di lire, lo Stato aveva incassato solo 277 milioni.
Ma a Quintino Sella piacevano le tasse, perfino quella sul macinato, piacevano i conti, era ossessionato dal pareggio di bilancio a tutti i costi, piacevano i cammini impervi, aveva scalato il Monviso e fondò il Cai,  ma non era bocconiano, conosceva la fatica dello studio e del lavoro, amava montagne, sassi e fiumi di questo povero paese che era e potrebbe essere ancora così bello.

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