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sabato 27 luglio 2013

Enrico Letta il Presidente del fare.

Qualche giorno fa il Premier Enrico Letta ha affermato:
“Se ci si chiede perché l’Italia è un Paese poco competitivo, rispondo perché l’economia in nero è così quantitativamente importante. Distorce la concorrenza e crea inefficienza… Nel nostro Paese le tasse sono troppo alte perché non tutti le pagano”.
Insomma, il messaggio che si vuol far passare è quello che l’Italia fallisce per colpa dell’evasione. A parte il fatto che esistono numerosi studi che tendono a smentire -almeno parzialmente- le affermazioni del Premier a proposito della carente competitività legata ai fenomeni evasivi, di seguito vorrei proporvi la mia opinione sul tema fisco ed evasione fiscale, enunciandovi quelle che sono le criticità che determinano (o per meglio dire stimolano) l’evasione fiscale.

Più volte abbiamo discusso dell’oppressione fiscale di questo Paese, sia in termini di procedure di contrasto all’evasione, che di livello della pressione fiscale. Elementi, questi, che contribuiscono a rendere l’Italia uno dei paesi meno competitivi a livello planetario e che, ritengo, siano propedeutici al fallimento che stiamo vivendo.

Elementi, questi, che contribuiscono a rendere l’Italia uno dei paesi meno competitivi a livello planetario e che, ritengo, siano propedeutici al fallimento che stiamo vivendo. In effetti, se andassimo a verificare il tessuto della normativa fiscale sul quale lo Stato pone la sua pretesa tributaria, ci accorgeremmo subito che è una normativa degna di uno stato fallito, quale è l’Italia. Oltre al tema del livello della pressione fiscale che non ha eguali nel contesto mondiale, subito ci accorgeremmo che l’impianto normativo è una raccolta di norme per nulla omogenee, disorganiche, talvolta contraddittorie e per nulla attinenti allo sviluppo del contesto economico e sociale intervenuto nel paese nell’ultimo trentennio.
In pratica, sono norme appiccicate l’una alle altre, senza alcuna soluzione di continuità e formulate non in base ad una visione strategica della società, dell’economia e più in generale della nazione; ma dallo stato di necessità delle finanze pubbliche, che negli ultimi decenni, sostanzialmente, hanno sempre espresso crescenti necessità di flussi finanziari (tasse) fino ad arrivare, negli ultimi anni, a toccare il punto di non ritorno.

In pratica, il (non) senso osservato dal legislatore in questo lungo periodo, sostanzialmente, è stato questo: mancano dei soldi? Bene, procediamo inasprendo la pressione fiscale e facciamo cassa con l’introduzione di nuove imposte o, molto più semplicemente, inasprendo quelle già esistenti. Questo, in buona sostanza è stato il criterio ispiratore di tutte le manovre fiscali che si sono varate in quasi un trentennio, trascurando del tutto gli effetti nefasti che questo modus operandi avrebbe prodotto.

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