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giovedì 25 luglio 2013

Presidente ma non aveva detto: priorità alla riforma della legge elettorale? sembra non La ascoltino .... come maì tace?

IL PORCELLUM E LA PALUDE PERFETTA



Una cosa – una sola – avrebbe reso vagamente accettabile l’abbraccio tra Pd e Pdl al governo: fare in fretta quella riforma elettorale che già entrambi i partiti avevano formalmente promesso la scorsa legislatura – per poi tornare alle urne con una legge che decretasse un vincitore fra le tre maggiori forze parlamentari.

Questo sarebbe stato un esito decente (non il migliore, ma decente) del caos di aprile. Questo – ma guarda un po’ – avrebbe anche garantito in pochi mesi la famosa “stabilità”, quel feticcio di cui scrive oggi Spinelli su Repubblica.

Questo, in poco tempo, sarebbe stato possibilissimo fare: essendo quella elettorale una legge ordinaria e non costituzionale, essendo il dibattito in merito già parecchio approfondito da tempo, essendo dichiarazione comune che il Porcellum fa schifo, essendo infine state realizzate fior di simulazioni per aiutarci a capire quale modello avrebbe meglio portato alla suddetta stabilità.

Un limite di buon senso, in questa direzione, sarebbe stato quello dei tre mesi: dunque se questa scelta fosse stata fatta, domenica prossima (28 luglio) avremmo la nuova legge elettorale, attesa da tre legislature.
Invece in questi tre mesi non è che per questa riforma non sia stato fatto niente: è peggio. È proprio che le cose sono state incasinate in modo da allontanare l’obiettivo. Una sorta di “palude perfetta” creata probabilmente ad arte, più che per incapacità.

Primo, si è deciso di legare la nuova legge elettorale alla riforma costituzionale: perché, dicono, modello elettorale e forma dello Stato sono intrecciati, non si può avere ad esempio il semipresidenzialismo senza il doppio turno, o viceversa, è lo stesso.

Quindi, l’inevitabile allungamento dei tempi di una riforma costituzionale, con tanto di possibile referendum confermativo.

Ma non bastava. Per incasinare ulteriormente il tutto, si è deciso di delegare le proposte di riforma costituzionale a un gruppo di 40 saggi, in outsourcing. Poi i saggi dovrebbero fare una proposta al governo, che dovrebbe portarla al Parlamento che finalmente potrebbe comiciare a discuterne, sempre coi tempi di una riforma costituzionale, naturalmente.

Come ovvio e prevedibile, i saggi non hanno ancora combinato nulla, si sono visti un po’ di lunedì per “pensare” (cit. D’Onofrio), ora sono andati in vacanza, riprenderanno a pensare in settembre e se va tutto bene a fine ottobre spediranno l’esito dei loro pensieri a Letta, sempre che trovino una “sintesi” visto che non sono d’accordo quasi su nulla.

Ma non è ancora finita, no: perché nel frattempo le commissioni affari costituzionali delle due Camere, non potendo discutere sulla futura forma dello Stato che al momento è appannaggio dei saggi, si sono messe a discutere se intanto bisogna cambiare le modalità con cui eventualmente cambiare la Costituzione. 

Proprio così, non è un gioco di parole: i saggi pensano su come riformare la Carta nel merito, le Camere discutono se cambiarne o meno il metodo di riforma previsto dalla stessa Carta (articolo 138).

Fra le altre cose, la direzione dei cambiamenti dell’articolo 138 imboccata dalla maggioranza ha già destato moltissime perplessità, tali da renderne improbabile un passaggio in Aula e un’effettiva realizzazione in tempi non biblici.

Ecco, la palude perfetta, appunto. 

Perché non è che si può cambiare la Costituzione se prima non si è deciso se e come cambiare le regole con cui si può cambiare. 

Viene quasi da ridere, no?

Nel frattempo il governo non ha mosso un dito sul tema della riforma elettorale con legge ordinaria – ripeto: unico obiettivo che avrebbe giustificato la sua esistenza – ma in compenso si è spartito poltrone e cariche palesando il suo scopo autentico: un patto che garantisca la perpetuazione al potere dei suoi azionisti con l’alibi di una “stabilità” che in realtà non si è voluto raggiungere, perché comportava il rischio che uno dei due azionisti poi restasse escluso dal potere (se non entrambi).

Molto meglio la spartizione e la palude, quindi: con buona pace del Paese negli interessi del quale si dice di governare.

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