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lunedì 29 luglio 2013

Quando si utilizzano i disoccupati per rafforzare lo sfruttamento

FotoQuando si utilizzano i disoccupati per rafforzare lo sfruttamento

Mentre la disoccupazione ha raggiunto livelli record in Europa con un tasso che supera il 12%, in una lunga intervista per Standaard, Bart De Wever [leader del Partito di Nuova Alleanza Fiamminga, N-VA] dichiara che la contraddizione tra capitale e lavoro non è più rilevante: la nuova linea di demarcazione è tra produttivi e non produttivi. Per lui, "lo Stato è un mostro che ispira ed espira denaro. Chi apporta denaro? Quelli che creano valore aggiunto. Chi consuma denaro? I non produttivi, così importanti elettoralmente che consentono di perpetuare questa politica"....

Questo discorso è diventato egemonico e incarna una tendenza generale sul continente dove è diventato luogo comune esaltare "chi si alza presto", contro gli "assistiti", i "produttivi" contro gli "improduttivi" e per meglio legittimare le riforme di austerità e la crescita della disuguaglianza.

Questa idea ci riinvia oggi al "modello tedesco", con la promozione di lavori di interesse generale pagati 1 euro all'ora per ottenere l'assistenza sociale. Il vantaggio di questo modello sviluppato sotto il governo Schroeder tra il 2003-2005, risiede precisamente nel fatto che si concentra sulla ristrutturazione radicale del sistema di disoccupazione e degli ammortizzatori sociali legandoli a profonde riforme in materia di impiego, le riforme Hartz. Questa riconfigurazione dello stato sociale tedesco viene quindi posta a sostegno della riforma del mercato del lavoro, costringendo i disoccupati ad accettare un posto di lavoro anche se lo stipendio percepito è inferiore all'indennità di disoccupazione, facendo esplodere il fenomeno dei "lavoratori poveri". Lungi dal limitarsi ad una politica di moderazione salariale, il modello tedesco ha come caratteristica centrale quella d'aver incentrato i suoi sforzi sulle "riserve" (disoccupati, poveri, precari) e non sui lavoratori "stabili". Ma per questa via, ha causato una profonda destabilizzazione di tutto il mercato del lavoro senza dover affrontare direttamente i settori più sindacalizzati e combattivi del salariato. Tali riforme non sembrano limitate alla Germania, ma invece si generalizzano in tutta Europa. Si pone con insistenza una questione: come spiegare la relativa passività con cui i sindacati e i movimenti operai dei vari paesi hanno risposto a queste riforme. In Belgio la riforma per la riduzione progressiva degli ammortizzatori sociali ha mobilitato solo frange minoritarie del salariato, in Germania le riforme radicali Hartz sono state accompagnate da loro.

Come spiegare una mobilitazione così debole da parte degli "attivi" quando si tratta di questioni che interessano i "non-attivi"?

http://www.tlaxcala-int.org/article.asp?reference=10245

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