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martedì 30 luglio 2013

Un paese sfranto. di Sergio Di Cori Modigliani.

di Sergio Di Cori Modigliani



Un paese sfranto.

Penso che questo sia l’aggettivo più adeguato per indicare lo stato reale del sentimento nazionale in questo momento. E’ come essere testimoni di uno sfilacciamento del tessuto connettivo del paese, vedere e toccare con mano la disgregazione di una classe politica dirigente, ormai incapace di riuscire a coniugare delle bugie e falsità convincenti e convenienti, se non altro, per i propri intimi, elettori, seguaci, tifosi, aderenti che dir si voglia.

Pensavo che il governo Monti fosse imbattibile, nel senso che non era possibile riuscire a mettere su un governo peggiore del suo; un governo che in un tempo così breve (16 mesi) fosse capace di attuare soltanto gravi danni strutturali alla nazione, produrre un immobilismo assoluto, abbattere il credito alle imprese, produrre disoccupazione, aumentare la povertà del 18% in un anno, e riuscire a portare l’intero sistema bancario italiano da un già preoccupante rating di A—a quello ben più tragico di BBB. Il tutto, va da sé, senza fare la riforma elettorale, senza varare il reddito di cittadinanza, senza tagliare i costi della politica, senza abbassare il debito, senza pagare 1 euro (nel senso di euro uno) alle aziende che vantano crediti da almeno tre anni.

E invece, era possibile metter su un governo peggiore.


A naso –ma sarebbe un grave errore pensare così- ci sarebbe da dire, all’italiana, “siamo nelle mani di un branco di incompetenti”, e in tal modo creare avvilimento, depressione sociale, passività, perché davanti agli incompetenti (se e quando hanno potere) non esiste opposizione né antagonismo ma soltanto resa incondizionata, da cui discende una naturale e necessaria assuefazione a un sistema composto da personaggi immeritevoli di cui si può tranquillamente affermare “non sanno che cosa stanno facendo”: non è così.
Lo sanno benissimo, invece.
Non devono guidare l’aereo per farci atterrare. Devono farlo guidare a dei bagnini travestiti da piloti ai quali hanno detto “voi non vi preoccupate, oggi è tutto elettronico e guidato a distanza: indossate la divisa, state lì seduti a far finta di pigiare su dei pulsanti (tanto sono finti) mentre le hostess dotate di tette strategiche distribuiscono i drinks e fanno vedere ai passeggeri i video dei loro programmi preferiti. Intanto le manovre le facciamo noi dalla torre di controllo via satellite e l’atterraggio lo guidiamo noi. Non c’è problema. Voi non dovete fare nulla. Anzi, meno fate meglio è”.
A questo punto esistono quattro interpretazioni che corrispondono alle seguenti categorie di persone: 
A) Catastrofisti. Pensano che dieci minuti prima dell’atterraggio, i piloti bagnini capiscono che non c’ è collegamento con la torre di controllo e si buttano giù con il paracadute, e noi andremo a sfracellarci. E’ composto da individui di spessore diverso, si va dai faciloni complottisti da bar a solide menti come Krugman, Bagnai, la Napoleoni, e tanti altri. Poi ci sono quelli 
. Realisti. Pensano, invece, che atterreremo indenni senza problemi. Solo che invece di sbarcare all’aereoporto di Montevideo per andare tutti in vacanza in uno splendido resort a Punta del Este, finiamo nella giungla del Congo e ce la dovremo vedere con zanzare, scorpioni, serpenti, selvaggi, e abituarci alla sopravvivenza nella foresta perché la vita è diventata, all’improvviso, primitiva. Ci sono poi (maggioranza assoluta) i 
C). Illusi Mitomani. Pensano che i piloti siano tali, oppure pensano che, anche se bagnini, chi li guida è amorevolmente interessato a farci atterrare morbidamente perché “siamo troppo grandi per fallire” e quindi non possono correre il rischio di far andare in bancarotta la compagnia di aeronavigazione e quindi c’è un àncora di salvataggio. Infine i 
D). Visionari. Hanno una chiara visione della situazione complessiva e pensano che, essendo la situazione estrema, non si potrà verificare un esito diverso da quello estremo: i pessimisti pensano che o l’aereo esplode o va a sbattere da qualche parte; gli ottimisti immaginano una rivolta dei passeggeri, i quali sequestrano i bagnini piloti e tra l’amena pattuglia dei turisti si trova qualcuno che sa guidarlo in modo tale da consentire un atterraggio di emergenza in un luogo, diciamo così, “normale”.
Io pencolo (a seconda delle ore della giornata) tra i Visionari e i Realisti, penso che questo sia chiaro ai miei lettori.
Purtroppo, l’italianità –nella sua stragrande maggioranza- ha optato per la soluzione C. Lo dicono anche. Sia Berlusconi che Letta hanno impostato la loro educazione al paese basandosi su questo assunto che oggi –è bene che ve lo stampiate bene in mente- è quello che viene veicolato a gran voce ma è FALSO. Clamorosamente FALSO.
Noi, eravamo “too big to fail”.
Ma non lo siamo più grazie al berlusconismo e al piddismo.
Avete visto che cosa è accaduto in Brasile venti giorni fa? Manifestazioni popolari contro il governo diramate su tutti gli schermi per giorni e giorni. Come è andata a finire? Li hanno sedati? No. Li hanno uccisi? No. Li hanno incarcerati? No. Seguitano a manifestare ma noi non lo sappiamo perchè censurano la comunicazione della protesta? No. Il governo li ha calmati mettendoci una pezza? No. Il governo li ha calmati promettendo che farà e ha rimandato ad altra data i problemi da affrontare? No.
Ma allora, che cosa è accaduto?
Semplice: il Brasile, ormai, è troppo grande per fallire. Quindi il sistema mondiale non può permettersi una rivolta popolare. Se il Brasile salta, la Fiat finisce nei guai fino al collo. Se salta l’Italia, a Marchionne, forse, dispiace, io questo non lo so. Ma so per certo che le azioni Fiat rimangono indenni. E accade lo stesso anche alla Mercedes, alla BMW, al gruppo Allianz, alla Deutsche Bank, alla BASF. Se il Brasile salta la Germania perde 14 punti di pil. Esportano molto più in Brasile che non in Italia, divenuto un paese di straccioni perché le zie e le nonne non spendono più avendo la responsabilità di dover sostenere caterve di persone. Idem per la Francia, per la Renault, per Yves Saint Laurent, per i produttori di vini locali e di formaggi che hanno invaso il mercato brasiliano consentendo un succoso surplus alla bilancia dei pagamenti dei cugini Galli. Se l’Italia salta sono dolori, ma non è un dramma. Basta comprarsela, per evitare guai. Ed è ciò che sta accadendo serenamente.
Dunque, che cosa è accaduto in Brasile?
Il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale si sono precipitati lì e si sono riuniti con il governo. La presidenta Dilma ha preso quindi il toro per le corna, ha incontrato i rivoltosi, si è fatta dare i dieci punti del loro programma, li ha letti, e ha risposto. Ne ha accettati 8 di quei punti. Ma alla brasiliana, non all’italiana. Da noi i governanti avrebbero detto “fateci fare i mondiali nel 2014, le olimpiadi nel 2016 e poi ci sono pezzi di torta per tutti, ne riparliamo”. I brasiliani sono una etnia pragmatica. Se affrontano un problema è perché lo vogliono risolvere, altrimenti parte subito il machete. E così hanno immediatamente dato seguito agli accordi venendo incontro alle richieste della popolazione.
Nel 2003 il Brasile era ancora una nazione di pezzenti, se paragonata all’Italia.
Il loro pil viaggiava intorno ai 1250 miliardi mentre quello italiano si attestava intorno ai 1600, con una differenza di almeno un +30%. L’Italia era la sesta potenza al mondo. Il Brasile la 13esima. La povertà in Brasile raggiungeva la cifra di 60 milioni di persone, pari al 31% della popolazione. In Italia arrivava a un triste 2,8 milioni pari al 5% della popolazione e già l’Unesco era in allarme. Dei cento manufatti più richiesti nel mondo globale, il Brasile non ne produceva neppure uno; l’Italia era leader in almeno 25 segmenti. Dal punto di vista militare, l’Italia non contava nulla se non come colonia della Nato, ma il Brasile ancora meno non avendo neppure dei fucilotti da tiro a segno.
Nel 2013 (dati ufficiali di giugno) la situazione è molto diversa. L’Italia è stata retrocessa al nono posto, il Brasile è la sesta potenza industriale del pianeta. L’Italia rimane una colonia militare della Nato che non conta nulla, il Brasile è diventato una potenza militare. Il pil italiano viaggia intorno ai 1500 miliardi di euro, avendo perso soltanto negli ultimi 4 anni (dati Confindustria resi pubblici ieri mattina da Giorgio Squinzi) almeno 9 punti in percentuale. Il pil del Brasile viaggia intorno ai 2.100 miliardi. L’Italia viaggia al ritmo di un -2/3% l’anno e decresce da 29 mesi a questa parte, mentre il Brasile cresce al ritmo di un +6/8% l’anno e cresce in tutti i settori merceologici. Dei primi 100 manufatti, l’Italia è ormai presente soltanto in 4 comparti, il Brasile è entrato occupando 17 posti. L’indice di povertà in Brasile è oggi situato intorno a 18 milioni di persone corrispondente all’ 8,8% della popolazione. In Italia viaggia ormai (dati ufficiali Istat) intorno gli 8,4 milioni per una percentuale del 14% e una tendenza all’aumento che annuncia il raggiungimento del 18/20% entro il 2014. Per motivi militari (questa è l’unica ragione vera) l’Italia non viene espulsa dalle riunioni del G8 (non avendone più alcun diritto) sostituita dal Brasile. Ma a gennaio del 2014 il governo brasiliano porterà formalmente la richiesta e quello sarà il primo shock per gli italiani, così si accorgeranno davvero che cosa sta accadendo. La borsa valori di Milano è considerata di serie B con tendenza alla serie C, è la 18esima del mondo. Se domani tutte le aziende falliscono a MIlano, nel resto del mondo finanziario non accade nulla. Se fallisce la Borsa di Rio de Janeiro crolla il pianeta: è il più importante mercato finanziario del continente americano dopo Wall Street. Marchionne ha più soldi investiti a Rio che non a Milano. Anche Pirelli e la Marcegaglia.
Poiché siamo un paese della Nato (e quindi utili agli anglo-americani) e siamo un paese dell’euro (e quindi utili ai tedeschi e ai francesi) hanno deciso che non potevamo fallire. La verità non è perché “siamo troppo grandi per fallire”, bensì “ci conviene farvi fallire a modo nostro”.
E’ ciò che stanno facendo.
E’ come accompagnare un malato terminale verso una fine soft, nel nome della compassione umana.
Dopo 25 anni di globalizzazione, ormai, si è tutti un po’ parenti. Le etnie e le nazioni hanno imparato a riconoscersi l’un l’altra nelle proprie peculiarità. Tant’è vero che il bambino coreano si sveglia un mattino e sostiene che butterà una bomba atomica su Hollywood ma non accade nulla, se non una scocciata telefonata di Obama al presidente cinese nella quale chiede educatamente di servire una camomilla al suo protetto: si sa che quello è fatto così. E la cosa finisce lì. Hanno imparato a conoscerci fino in fondo e hanno capito che da noi non è possibile lavorare, fare mercato, innovare, produrre, investire e quindi ci hanno abbandonato al nostro destino. E’ una buona notizia per i sovranisti: una occasione storica da non perdere. E così hanno creato le condizioni ottimali per realizzare ciò che si sta già verificando sotto i vostri occhi: la finanza tedesca e il loro mondo bancario assumerà il totale controllo del sistema finanziario e bancario italiano (pena l’affondamento inglorioso e il collasso ufficiale) mentre il mondo industriale francese –sponsorizzato e finanziato dai tedeschi- coronerà la sua mai celata ambizione che cova dai tempi di Napoleone: impossessarsi dell’intero settore italiano del tessile, lusso, biscottificio, vini, formaggi, moda, e così eliminare dalla scena il più agguerrito, importante, potente concorrente che da sempre li aveva battuti su quei terreni: il Made in Italy.
La gente ignora che le Assicurazioni Generali Venezia e il gruppo SAI e quello Nord appartengono ormai al gruppo Allianz. Quando venne varato il governo Monti, sei giorni dopo l’assunzione del potere, l’allora ministro Corrado Passera fu costretto a rinunciare al suo incarico di presidente di Intesa S.Paolo. Indicò il suo erede, l’uomo della Merkel; aveva lavorato per 24 anni al gruppo Allianz in Germania dimostrando competenza, bravura, intelligenza, ma soprattutto una totale fedeltà e dedizione agli interessi corporativi della finanza tedesca. Fu un atto di deferenza addirittura inaspettato per i tedeschi (neppure loro pensavano che gli italiani se la sarebbero bevuta, ma a questo serviva il PD: a farla bere a tutti) e spinse la Merkel a dichiarare quasi subito “sono davvero impressionanti i progressi dell’Italia”. Aveva ragione. Il nostro banchiere ha fatto un ottimo lavoro, creando una solida struttura che consentirà a brevissimo –parliamo qui di tre mesi al massimo- al secondo colosso finanziario italiano di essere accorpato ai tedeschi, grazie all’incrocio azionario di funzionari e fondazioni bancarie che avvieranno la procedura (e agli italiani, va da sé, non verrà detto nulla, di questo potete star tranquilli; non troverete nessun giornalista che farà mai neppure una domanda).
Una volta che la finanza tedesca e l’imprenditoria d’assalto francese avranno completato il lavoro grazie a Letta/Alfano/Monti, ci accompagneranno con bonomia verso la porta d’uscita. Senza neppure farci fallire, in modo tale da non provocare scossoni ai loro interessi. A quel punto diventiamo la comoda pattumiera del pianeta: ci becchiamo aerei militari inutili che non funzionano, mangiamo yogurt e biscotti francesi pensando che siano italiani, apriamo conti correnti in banche dal nome italiano pensando che siano italiane, e così via dicendo. Il pil seguiterà a scendere, il bilancio pubblico seguiterà a lievitare. Quando, a un certo punto, eventualmente, dovesse corrispondere ai loro interessi farci uscire dall’euro, lo faranno. Altrimenti seguiteranno a foraggiarci, come i parenti poveri, un po’ maleducati e volgari, che si sopportano a Natale nel nome della compiacenza familiare e della compassione umana.
Tutto ciò per tranquillizzarvi: non accadrà nulla.
Come ha detto Mario Draghi (e ha detto la verità) “abbiamo inserito il pilota automatico” quindi i bagnini travestiti da piloti possono anche mettervi paura o darvi allegria, imbonirvi o informarvi, non ha importanza. Per loro si tratta di guadagnare tempo per chiudere “la partita Italia”. Sono impiegati assunti con questa specifica mansione e niente altro.
E sapete che vi dico?
Purtroppo –lo dico con il cuore stretto dal pudore patriottico- ce lo siamo davvero meritato. Berlusconi, Bersani, D’Alema, La Russa, Fini, Cicchitto, Casini, Veltroni, Alfano e compagnia cantante, non sono stati scelti dalla Merkel o dalla CIA o da Putin o dal Papa o dai cinesi.
Sono stati un’invenzione tutta italiana, partorita dall’italianità.
Quindi, la responsabilità al 100% è nostra e soltanto nostra.
Fintantochè questo principio non verrà incorporato, compreso, digerito, non sarà possibile realizzare l’unica possibilità vincente, quella che io auspico, sogno, e allucino, con ottimismo, nelle mie solitarie notti patriottiche di italiano smarrito quanto innamorato, quella della categoria D) Visionari nella sezione “passeggeri che si rivoltano, sequestrano i bagnini e trovano il pilota capace di eseguire un atterraggio d’emergenza in modo tale che nessuno si faccia del male”.
E’ il mio sogno nascosto, la mia utopia. Ci penso sempre.
Comincio davvero a essere stanco ad ascoltare le improvvide uscite dei bagnini attualmente al comando delle operazioni nella cabina di pilotaggio.
La chiamano “cabina di regia”.
Ma il film non è quello che vi raccontano.
Il fatto è che hanno alterato i codici della comunicazione. Hanno preso una tragedia e ve la stanno presentando come se fosse una farsa o si trattasse di una commedia degli errori. Non lo è. Non sono incompetenti, non sono dei cialtroni, non sono degli inetti.
Sono impiegati ben istruiti e molto ben addestrati.
Devono semplicemente “chiudere” la pratica Italia nella maniera migliore.
Colpa nostra che ci siamo fidati di gente così anche per un solo secondo, per un minuto, per un voto, per una elezione.

Lì li abbiamo messi noi, e loro lì stanno.

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