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giovedì 19 settembre 2013

Ecco perché il nostro governo non può cadere Di Gaetano Pedullà

Perché il governo Letta resiste a tutto? Resiste al rapporto innaturale tra partiti che si detestano, alla cancellazione politica del leader di una delle due coalizioni che lo sostengono, all’immobilismo stile parafulmine (per usare una metafora dello stesso premier)? Perché l’Europa, i mercati finanziari, le banche, i giornali dei grandi gruppi economici ce lo presentano un giorno sì e l’altro pure come assolutamente necessario, pena l’impennata dello spread, la sfiducia delle Borse, persino la perdita formale della sovranità nazionale con la legge di stabilità scritta non più a Roma ma a Bruxelles? Cosa c’è veramente dietro la sospensione delle principale prerogativa democratica: far decidere ai cittadini – e non ai poteri forti, italiani e internazionali – chi governa e come questo Paese? Enrico Letta, con le sue indubbie doti di relazione a Washington e nelle cancellerie europee, è certamente garanzia di stabilità geopolitica e di rispetto dei pesanti impegni finanziaria assunti da uno Stato con un debito pubblico spaventoso. Ma il tifo da ultrà che sentiamo per un esecutivo incapace di realizzare una sola riforma, o di sostenere una qualunque strategia economica, lascia intravedere qualcosa di più. Tra pochi giorni palazzo Chigi dovrà presentare il piano di dismissioni del patrimonio pubblico necessario a ridurre il nostro debito. Agli attuali prezzi di mercato e replicando lo scempio già avvenuto nei primi anni ’90, dopo Tangentopoli, c’è la possibilità di fare affari d’oro. A spese degli italiani. Vent’anni fa, nel vuoto della politica dopo la fine della prima Repubblica, si dovevano onorare gli accordi Maastricht. Le grandi banche estere puntarono l’Italia e si portarono via migliaia di miliardi delle vecchie lire favorendo lo scippo di Telecom, gran parte di Eni ed Enel, Autostrade, pezzi pregiati dell’industria di Stato e molto altro ancora. La spartizione pianificata in un road show a bordo dello Yacht Britannia grida ancora vendetta. Ora invece torna la cuccagna. Basta per spiegare perché questo governo non può cadere?

Il governo dei poteri forti fa partire la maxisvendita

Di St. San.

La musica è nota: per abbattere il mostruoso debito pubblico italia­no, ormai stabilmente sopra quota 2mila miliardi di euro, non si può are a meno di cedere i "gioielli" rimasti in pancia allo Stato. Peccato che le condizioni di mercato, oggi come non mai, mettano il governo di fronte al rischio di una maxisvendita, destinata a soddisfare gli appetiti di molti gruppi esteri. L'esecutivo guidato da Enrico Letta, assiduo frequenta­tore di centri di potere internazionale come Aspen e Trilateral, non fa nomi precisi. Ma espone chiaramente le sue intenzioni, per esempio nella recente Agenda per la crescita predisposta per dare un segnale all'Europa e agli investitori. E che segnale.

Il piano

"Per le società partecipate pubbliche", vi si legge, "il proseguimento dei processi di ven­dita sarà realizzato sulla base di valutazioni che terranno conto di molteplici fattori, tra i quali la strategicità delle partecipazioni per l'economia nazionale (come ad esempio per i settori dell'energia o della difesa), e la convenienza economica della vendita". Ora, nei settori dell'energia, a livello statale, i big di cui il governo ha partecipazione residue sono Eni ed Enel. Quando si parla di difesa il riferimento è a Finmeccanica. L'esecutivo, senza citarle ma riferendosi ad esse, usa na­turalmente parole prudenti. E spiega, sem­pre nell'Agenda, che "occorrerà confrontare i risparmi, in termini d'interessi connessi con l'abbattimento del debito, con il flusso di dividendi annui distribuiti dalle società partecipate". Insomma, Letta e il ministro dell'economia, Fabrizio Saccomanni, pre­dicano cautela. Nel frattempo, però, il tema vendita-svendita è in agenda.

Società locali

Per fare cassa, poi, si punterà anche alla cessione delle società partecipate dagli enti locali. Il documento governativo, sul punto, dice che "un beneficio consistente potrà de­rivare anche dalle operazioni di dismissione di beni e partecipazioni degli enti territoriali, alcune in fase già avanzata di realizzazione". E qui il perimetro si fa anche più largo, visto che gli enti locali hanno società che fanno di tutto, dall'energia alla gestione di infra­strutture come autostrade e aeroporti (vedi l'articolo in basso nella pagina accanto). In questo campo i più grandi comuni d'Italia sono coinvolti in processi di dismissione per fare cassa. E purtroppo, come dimostrano i casi delle aste andate recentemente deserte e dei conseguenti ribassi, il rischio svendita e massimo.

Immobili

Infine l'Agenda per la crescita cita le dismis­sioni del patrimonio immobiliare, in un mo­mento in cui il mercato è praticamente ai minimi termini. Qui tutto dovrebbe ruotare intorno a Invimit, la sgr del Tesoro che do­vrà gestire fondi immobiliari a cui anche gli enti locali potranno apportare il loro asset. Secondo un recente studio dell'economista Edoardo Reviglio si tratta di una partita po­tenziale di 370 miliardi di euro.
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