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lunedì 9 settembre 2013

I due marò e l'Italia dimentica

di MARIO PIRANI

Le elezioni generali in India sono previste perla prossima primavera.
Si spera, ma nulla lo garantisce, che quella scadenza
induca le autorità giudiziarie di New Delhi a concludere
in base alle norme del diritto internazionale la indegna vicenda
che ha portato all'arresto dei due marò. Se ne parliamo ancora
una volta è per l'atmosfera di dimenticanza e di rassegnazione che
sembra avvolgere quel fatto e basta pensare alle prolungate campagne
di solidarietà che hanno accompagnato i rapimenti di altri nostri
connazionali ad opera di Al Qaeda per far risaltare il paragone negativo.
Quasi l'inaccettabilità del terrorismo islamico rendesse equiparabile
e in fondo tollerabile subire una azione con caratteristiche similari
se commesse da una grande potenza che vanta la sua democrazia.
Quanto al comportamento delle nostre autorità militari e civili
esso appare biasimevole, debole e incerto da molti punti di vista.
Una volta ancora è rifulsa la innata tendenza ad affondare nelle
brutte figure, tanto c.he si può dire che gli unici a salvarsene sono stati
i due marò che in ogni apparizione pubblica hanno mostrato una
esemplare compostezza, una eleganza degna di una forza armata di
livello internazionale, il silenzio dignitoso di chi è fedele, anzitutto,
alla Bandiera, non pietisce favori, pretende giustizia. Per contro
sembra ci si stia rassegnando alla scappatoia di far scontare in patria
una eventuale condanna inflitta altrove. Un precedente gravissimo
in cui da parte italiana si riconoscerebbe l'obbligo di sottoporre
a giudizio penale, condotta da forze estere, membri delle proprie
forze armate per un'azione svolta nell'ambito e secondo le regole
di una missione internazionale. Neppure in regime armistiziale
dopo 18 settembre subimmo una umiliazione simile.
All'assenza di una forte strategia da parte nostra ha fatto riscontro
il manifestarsi patetico di chi ha creduto opportuno presentarsi
come il campione di un "buonismo" post coloniale mescolato alla
presunta furbizia del mercante pronto a risolvere ogni controversia
tramite mance generose, corruzioni sottobanco, laute cauzioni non
richieste. Così si è degradata la trattativa ad un livello volutamente
basso, invece di portarla a livello Nato, dove avremmo potuto far valere le
nostre alleanze internazionali e il valore contrattuale della nostra
presenza nelle missioni. Non si è neppure tenuto in conto che
l'India non è più da tempo quel paese tollerante, spirituale e pacifico
come piace descriverlo a tanti acritici ammiratori occidentali (vedi
l'acuta critica di Antonio Armellini su Politica estera) ma una potenza
che anzitutto basa la sua politica estera sulla logica dei rapporti
di forza, nazionalista e poco incline al negoziato. Così ha finito
per avere un effetto negativo il comportamento querulo da parte
italiana, tipico di uno Stato debole e incerto. Un balbettio che evitando
di portare la vicenda a un livello internazionale condiviso e risentito
della Nato non ha saputo esercitare su Delhi la pressione che
nasce dal desiderio di diventare membro del Consiglio di Sicurezza.
Pretesa ben nota e prioritaria dove i rapporti in sede Onu dell'Italia
avrebbero potuto giocare nel comprovare o meno che l'India è una
nazione rispettosa degli obblighi internazionali, disposta a fare ogni
sforzo nella lotta antiterroristica alla pirateria, non sacrificandola a
spicciole vicende di elezioni locali indiane. Da ultimo resta un
aspetto gravissimo, non ancora risolto neppure dopo questa crisi:
la confusione nelle linee di comando che governano l'impiego della
marineria militare italiana imbarcata su navi civili come scorta.
Questi marò non sono contractors (malgrado la sprovveduta Lady
Ashton li ha chiamati tali) anche se la loro spesa è rimborsata dagli
armatori al ministero della Marina. Membri delle Forze Armate
hanno diritto di operare nell'ambito di regolari catene dì comando
e di non essere soggetti alle trovate improvvide di qualche armatore
privato, aduso a compravendite di contrabbando.
fonte  Repubblica
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