Translate

martedì 24 dicembre 2013

POLITICI PER CONTO TERZI

L’arroganza del potere si manifesta in diversi modi. Quelli più comuni e più fastidiosi attengono al malcostume: dalla faccenda dei rimborsi all’ammore richiesto per contratto c’è solo l’imbarazzo della scelta. Non meno pesanti però sono i modi in cui il potere si declina con le parole, parole taglienti, sprezzanti. Parole impermeabili a qualsiasi critica. La risposta di Enrico Letta al leader di Confindustria Giorgio Squinzi è tra queste. I fatti sono noti. Al grido d’allarme misto a disperazione degli industriali, il premier italiano ha risposto così: “E’ mia responsabilità non sfasciare i conti pubblici”. Una frase che racchiude un concetto di politica finora fallimentare. Come a dire: mi tappo le orecchie, mi bendo gli occhi. Ma non chiudo ovviamente la bocca, anzi chiudetela voi. Che strizzate l’occhio alle proteste e a chi le fomenta.
Letta è colui che sta cercando di vendere la colossale balla di una ripresa in vista, di una legge di stabilità che non aumenta le tasse, è quello che le lamentele sono populismo. Letta non è solo in questa visione fanatica. Suo compagno di (dis)avventura era stato Mario Monti, l’uomo della provvidenza (così fu salutato allorquando Napolitano lo nominò capo del governo tecnico). Monti doveva essere l’uomo della svolta dopo la stagione berlusconiana; Monti era l’uomo della serietà e della competenza. Monti era l’uomo che avrebbe fatto fare bella figura all’Italia in Europa e nel mondo, dove infatti era sempre accolto con strette di mano e pacche sulle spalle. Ci credo! La parabola del Professore è sotto gli occhi di tutti, scaricato perché passato di moda. Lui, il suo loden e tutti i tecnici che si portò appresso.
Quella lezione non è servita a Enrico Letta così come non è servita a Giorgio Napolitano, vero regista (non si sa bene a che titolo) delle larghe e inutili intese. Letta prosegue sulla strada di politiche contabili, ragionieristiche, politiche senza alcuna prospettiva di sviluppo. Non solo. Se infatti mancasse “solo” lo sviluppo uno si fa il segno della croce e si mette il cuore in pace, nel senso che cerca quantomeno di limitare i danni. Ma non è così. Il settore privato lavora e non gli resta nulla in tasca! Si sta impoverendo per tamponare le falle di uno Stato che, da quando non stampa più moneta e quindi è privo di sovranità, si è consegnato a logiche di tipo finanziario. Se tu domandi a un politico o un ministro di elencare cinque tasse non arriva a tre (nei giorni scorsi in tivù lo abbiamo fatto); figuriamoci a domandare la funzionalità della singola tassa. In questi giorni di anticipi fiscali c’è gente che non sa dove sbattere la testa! Stiamo parlando di un ceto medio che fino a cinque anni fa magari si lamentava per bilanci che dimagrivano e che ora deve gestire ammanchi nemmeno causati da errori di valutazione. Se questa fetta importantissima di popolazione sta scivolando verso una condizione inedita, non oso immaginare come diavolo possano tirare a campare coloro che sono senza lavoro o che sono nel limbo della cassa integrazione.
Si sta sgretolando un Paese, questo era ed è il senso delle varie proteste in corso. Di fronte a questo scenario negativo, la classe politica che fa? O spreca con arroganza schifosa oppure fa muro con affermazioni criminali. Affermare di non voler sfasciare i conti pubblici significa abdicare alla politica. Significa non aver capito che il compito di uno Stato è di mettere i cittadini nella condizione di avere lavoro o dare lavoro. Solo il fanatismo eurista ha potuto mettere al primo posto il pareggio di bilancio. In tempo di crisi lo Stato ha l’obbligo di fare da pistone virtuoso, anche a costo di andare a debito. Perché i deficit diventano virtuosi quando stimolano la crescita, generano le condizioni per aumentare il pil. Sono deficit velenosi quando – come accade in quel maledetto Palazzo – sono concime per se stessi. Monti e Letta con la complicità di Napolitano e sotto la regia di apparati tecnocratici non prendono decisioni buone per i cittadini italiani. I dati di questi ultimi anni sono lì a dimostrarlo. E se dunque non sono funzionali al bene del popolo, bisogna domandarsi a chi sono funzionali. Semplice, alle lobbies. Piccole o grandi. Governo e partiti ballano sul corpo di un’Italia maciullata ma che ha ancora voglia di ripartire. Per questo protesta! Protesta perché non può sentirsi dire che il compito del governo è “non sfasciare i conti” e poi leggere tutti i giorni di soldi dati alle banche (ormai discount di prodotti finanziari), di soldi dati ai gestori delle slot machine oppure di privatizzazioni finalizzate a fare cassa. E altro ancora.
Premier e ministri cercano alibi con frasi del tipo “Non abbiamo mica la bacchetta magica”. Infatti non servono bacchette magiche, servono politiche, servono soldi da immettere nell’economia reale. La serietà e la competenza non si misura con l’esuberanza o meno di un leader, bensì con la responsabilità delle scelte. Oggi più che mai serve una classe politica che metta in primo piano non il pareggio di bilancio, non l’idolo del 3 per cento, non il rispetto assoluto di trattati criminali che tagliano fuori i diritti dei cittadini; oggi c’è bisogno di umiltà e servizio. Essere statista significa essere al servizio dei cittadini. Significa afferrare il toro (la crisi) per le corna e addomesticarla, piegarla al bene del popolo. La rabbia del popolo non è populismo, è voglia di tornare quanto meno a camminare.

Nessun commento:

Posta un commento