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venerdì 21 febbraio 2014

Marò,nessun italiano può essere chiesto da Paesi dove si applica la pena di morte Rimandandoli a Delhi è stata violata la legge

Ventiseiesimo rinvio per il caso «Marò» e, se la Bonino parla di «manifesta incapacità
dell'India nel gestire la vicenda»,qualcuno, qui da noi, dovrebbe recitare il «Mea culpa».
Torniamo un po' indietro ed arriviamo al sodo, a quel 23 febbraio 2013 quando, dietro autorizzazione della suprema Corte indiana, Latorre e Girone, mettevano piede su suolo italico, per passare le vacanze natalizie in casa. Quattro settimane di «permesso», quattro settimane di «speranza», per i nostri militari, concretizzatesi 1'11 marzo, a 10 giorni circa dalla data del rientro a Nuova Delhi, sotto forma di una dichiarazione della Farnesina, che manifestava l'intenzione e sottolineamo «la giusta intenzione», di non rimandare i due in India. Il resto è noto: l'India sequestra, di fatto, l' ambasciatore italiano Daniele Mancini, il 21 marzo l'Italia capitola e riconsegna i marò. Giulio Terzi di Sant'Agata, allora Ministro degli Esteri, proprio al nostro giornale, ha parlato di forti pressioni governative, per l'estradizione di Latorre e Girone, in quanto il segretario De Mistura avrebbe avuto ampie assicurazioni circa l'inapplicabilità, al caso, della famigerata «Sua act», che comporta la pena di morte. Eccoci arrivati al dunque. Tutti sanno che la nostra Costituzione vieta tassativamente l'applicazione della pena capitale, ammessa, fino al 1994, solo «nei casi previsti dalle leggi militari di guerra».
Nel 2007 questo comma è stato definitivamente depennato ed ora non ammettiamo la pena di morte, in nessun caso.
Nontutti, però, sanno che l'Italianon può concedere estradizione, come ha ampiamente affermato la Corte Costituzionale, a cittadini che, rientrando nei loro Paesi, potrebbero incappare nella pena di morte.
Divieto espressamente ribadito dall'articolo 698 del codice di procedura penale:
«1) Non può essere concessa l'estradizione per un reato politico, né quando vi è ragione di ritenere che l'imputato o il condannato verrà sottoposto ad atti persecutori o discriminatori per motivi di razza, di religione, di sesso, di nazionalità, di lingua, di opinioni politiche o di condizioni personali o sociali ovvero a pene o trattamenti crudeli, disumani o degradanti o comunque ad atti che configurano violazione di uno dei diritti fondamentali della persona. 2) Se per il fatto per il quale è domandata l'estradizione è prevista la pena di morte dalla legge dello stato estero, l'estradizione può essere concessa solo se il medesimo stato dà assicurazioni, ritenute sufficienti sia dall'autorità giudiziaria sia dal ministro di grazia e giustizia, che tale pena non sarà inflitta o, se già inflitta, non sarà eseguita».
Il disposto sembrerebbe calzare a pennello con il caso in specie: l'India assicura De Mistura, quindi tutto a posto.
Niente affatto, perché la Corte Costituzionale ha dichiarato illegittimo proprio il secondo comma dell'articolo (sentenza del 26/06/1996), in quanto le «sufficienti garanzie» non sono «sufficienti» a garantire il ripudio della pena di morte sancito dall'articolo 27 della nostra Costituzione.
Dunque, chi ha rimandato i marò in India ha commesso un reato. Non si tratta una scelta più o meno etica o più o meno diplomatica: per legge, i Marò non potevano essere rimandati in un Paese dove viene applicata la pena di morte. Nonostante le assicurazioni date, ce lo vieta il nostro ordinamento.
Chi ha sbagliato e, soprattutto, a cosa va incontro? Ci dispiace per l' alloraMinistro degli Esteri, ma almeno lui non avrebbe dovuto cedere, visto che la legge non gli consentiva di agire, come ha agito. Almo mento, potrebbe configurarsi il reato di omissione d'atti di ufficio. Non parliamo di abuso perché manca l' elemento principe: «L'intenzione di pro curare a sé o ad altri un ingiusto vantaggio patrimoniale ovvero arrecare ad altri un danno ingiusto».
Anche per omissione, ammettendo la possibilità di una simile incriminazione, si rischierebbe, comunque, la reclusione da 6 mesi a2 anni. Per il momento, consigliamo a tutti i responsabili, di ripassarsi il codice di procedura, la Costituzione e di recitare, almeno prima di coricarsi: «Mea culpa, mea culpa, mea maxima culpa».
(di Giovanni Massini fonte Il tempo)




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