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venerdì 28 febbraio 2014

Marò: riproviamoci. di Toni Capuozzo

Qui, a New Delhi il capo della Marina Militare, ammiraglio D.K. Joshi  si è dimesso. Lo ha fatto dopo l’incidente sul vecchio sottomarino Sindhuratna, comperato nel 1988 dall’allora Unione sovietica. Era stato riparato quest’anno, ma le batterie non erano state sostituite, e una perdita di idrogeno hanno causato un’esplosione, e le fiamme. Due ufficiali sono rimasti intrappolati e sono morti. Il ministro della Difesa Antony ha accettato le dimissioni, ma è polemica sull’inadeguatezza delle forniture militari, bloccate da tagli e scandali. Antony è, con il premier del Kerala Chandy, l’attore principale della saga di manipolazioni, costruita su elementi di indagine fragilissimi, che circonda la sorte dei due fucilieri di marina, qui trattenuti da due anni.
Nel pieno di una campagna elettorale che si concluderà tra due mesi, e che probabilmente è destinata a segnare la fine della dinastia Ghandi, è molto difficile che l’udienza del 10 marzo non si trasformi nel ventottesimo rinvio. Come è impossibile sperare in un provvedimento di libertà provvisoria in attesa di un processo: gli umori politici registrano, piuttosto, la richiesta di una restrizione alla semidetenzione dei due marò.
Apparentemente l’unica via praticabile appare quella intrapresa con maggior decisione dal governo Renzi: internazionalizzare la questione, puntare all’arbitrato. Ma è una via che comunque richiede tempi lunghi, per due anni due governi hanno speso solo parole, e in extremis, una sola lettera inviata al ministero degli Affari esteri indiano.
C’è – non alternativa a ogni altra via – la possibilità di battersi perché venga riconosciuta l’innocenza dei due fucilieri di marina, anche davanti a un processo innaturale come quello che si va a celebrare in una corte indiana, per un fatto avvenuto in acque internazionali. E’ la via che l’Italia non ha mai battuto, come se essa per prima non credesse alle dichiarazioni di Latorre e Girone, o come, piuttosto, se farlo equivalesse ad irritare un grande partner  commerciale, e una diplomazia molto più aggressiva della nostra, e  come se farlo ci precludesse un patteggiamento morbido, quella conclusione a tarallucci e vino che ci è sempre stata negata, una delusione dopo l’altra.
Gli elementi dell’inchiesta che, insieme con Luigi Di Stefano e Stefano Tronconi, abbiamo reso nota otto mesi fa, dimostrano anche ai più scettici come l’impianto accusatorio indiano non potrebbe sopravvivere a un giudice sereno e indipendente. Dimostrano come l’innocenza di fatto  dei due marò dovrebbe sgombrare il campo anche dai pregiudizi che circondano, in Italia, i militari e le missioni: non sono stati loro a uccidere i due pescatori, caro Marco Panella, cara Emma Bonino, caro Staffan De Mistura, cari colleghi del Manifesto e de l’Espresso, cari colleghi tutti di distratti tiggì e prudenti quotidiani nazionali, che usate come un formula rituale “… l’incidente del 15 febbraio 2012 in cui sono morti due pescatori indiani”. No, quello che sta succedendo è, anche, un’ingiustizia per quei due pescatori, e la loro memoria, e le loro famiglie, rabbonite da un versamento che sapeva di ammissione di colpa, da parte dell’Italia. Quello che sta succedendo è che questo fare dei due fucilieri un agnello sacrificale, per salvare il business, sta facendo dimagrire anche il business, perché non è facendo gli scendiletto che si salvano gli affari, ma rispettando e facendosi rispettare.
E adesso, ditemi se è per una forma di rispetto- verso chi ? per non intralciare la difesa fatta di cedimenti ? -  il fatto che le fotografie dell’incidente del 15 febbraio siano rimaste in un cassetto italiano, con i tracciati radar. Lo so, una voce maliziosa può dire: le tengono nascoste perché dimostrano la colpevolezza dei nostri due. Lunedì, a Terra!  dimostreremo il contrario. Oppure possono ammettere: ci sono, ma non si vede niente. Diranno di tutto, pur di non ammettere, intanto, una piccola responsabilità: il team del San Marco è stato imbarcato senza le dotazioni necessarie. Lasciamo perdere non avessero razzi – fortunatamente proprio la loro assenza è un elemento di discolpa, perché quelli del peschereccio parlano di esplosione di un razzo – non avessero idranti o altri mezzi di dissuasione non letali. Ma non avevano neanche la macchina fotografica e la telecamera previste in dotazione (da allora ce le hanno tutti i nuclei militari di protezione). Qualcuno però ha scattato lo stesso le fotografie che stanno in un cassetto, e le tengono nascoste per la miserabile ragione che non vogliono salti fuori quella dimenticanza. E così, tutti gli alti gradi della Marina in quei giorni di febbraio, quelli che avallarono il rientro suicida della Lexie nel porto di Kochi, hanno ricevuto promozioni, quando non sono andati in pensione. Nessuno si è dimesso.  
Toni Capuozzo
https://www.facebook.com/notes/toni-capuozzo/mar%C3%B2-riproviamoci/10152206581454654

Maro': Renzi, Usa e no "Sua Act" La diplomazia italiana incassa un successo, ma si opera in un contesto difficile, l'arbitrato potrebbe durare anche anni,

La non applicazione del «Sua Act» da parte delle autorità giudiziarie indiane, nei confronti dei due fucilieri di Marina trattenuti in India da oltre due anni, è senza dubbio un successo e un merito della diplomazia italiana. La mobilitazione partita dalla Farnesina, e attuata al Palazzo di vetro per mano della Rappresentanza permanente guidata dall'ambasciatore Sebastiano Cardi, ha messo in moto un meccanismo che ha assunto dimensioni internazionali nel giro di pochi istanti. Di sponda con l'opera dell'inviato Staffan De Mistura. L'onda d'urto diplomatica iniziata sotto la regia dell'ex ministro Emma Bonino sembra aver consacrato quell'obbligo morale e politico di risolvere la situazione, salvaguardando l'onore di Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, come ha dimostrato la telefona di Matteo Renzi a Ban Ki-moon.

Il neopremier «ha confermato l'aspettativa che le Nazioni Unite possano contribuire a una soluzione», così come era stato chiesto dalla Farnesina qualche giorno fa, dopo la fredda risposta del Segretario generale alla domanda di una cronista sui Maro': «E' una questione tra India e Italia». Ciò che è successo dopo lo sappiamo, l'unica novità è che secondo fonti informate, in realtà Ban non sapeva veramente che la vicenda fosse degenerata oltre ogni limite di tollerabilità. Lo prendiamo per buono, ma a questo punto il navigato timoniere dell'Onu dovrebbe procedere a una revisione funzionale del suo staff. Quello che è invece emerso di nuovo, è che a dare un contributo allo sblocco dell'impasse sono stati gli Stati Uniti, alla luce dei colloqui recenti tra l'ex ministro della Difesa, Mario Mauro, e l'omologo Usa, Chuck Hagel. Gli americani, pur sempre trincerati dietro al silenzio, sono sempre stati increduli e sorpresi su come è stata gestita o non gestita la vicenda, per loro soltanto inimmaginabile, come ci riferiscono fonti Usa. Finanche indispettiti specie quando è stata minacciata l'applicazione del Sua Act, ovvero della legge anti-terrorismo, a un Paese apprezzatissimo «per il suo contributo alla lotta alla pirateria, specie al largo delle coste del Corno d'Africa», come ha sottolineato in un recente convegno Donna Hopkins, coordinatore delle attività antipirateria e della sicurezza marittima del dipartimento di Stato Usa.

Ecco spiegata l'irritazione sopraggiunta di Washington, che da una parte avrebbe dato il via libera alla Nato, e al segretario Anderson Fogh Rasmussen, di prendere la posizione netta che abbiamo visto al fianco della Catherine Ashton, improvvisamente spinta da una ventata europeista (forse in vista della fine del suo mandato), dall'altra con una opera di lobbying (si dice indiretta) nei confronti di New Delhi. Un'azione a tenaglia, che sommata alle altre, ha contribuito ad accelerare l'intervento di Ban il quale ha preso contatto con l'India (una conferma ci è giunta nei giorni scorsi) per fare chiarezza. Un successo della diplomazia italiana certo, come lo è stato quello di far in modo che il «dossier Marò» sia costantemente richiamato nell'agenda politica di Ban Ki-moon in ogni suo incontro ufficiale, sino a quando non si arriverà a una soluzione. Il tutto in un clima di grande difficoltà negoziale, come confermano fonti del Palazzo di Vetro, che prende forma in una spaccatura tra Paesi avanzati ed emergenti in seno ai comitati speciali con cui si discutono, in particolare, le missioni di pace. I Paesi in via di sviluppo sono la maggior parte e forniscono più truppe da un punto di vista numerico, ma al contempo hanno un atteggiamento ostruzionista. Dall'altra parte ci sono realtà mature, Unione europea in primis, che spingono per un approccio più moderno alle operazioni di pace, come l'impiego di tecnologie avanzate, protezione dei civili, più in generale si ispirano al peacekeeping robusto, cosa invisa ai primi per timori di sovranità nazionale. Il loro ragionamento è che se il «peacekeeping» diventa più forte e ha una maggiore capacità di intervento, ci sarà una maggiore ingerenza nei confronti di certi Paesi membri.

L'intervento più duro in questo senso è stato, in recenti riunioni, guarda caso proprio dei delegati indiani i quali hanno accusato i Paesi «maturi» di voler sfruttare il peacekeeping per tornare all'era della colonizzazione. Posto che alcuni vogliono coprire le violazioni che sistematicamente avvengono all'interno dei propri confini, specie in fatto di diritti umani, questo sistematico ricorso al neocolonialismo del terzo millennio appare una provocazione, ancor più che una scusa. Ora tutto questo non è un riferimento diretto ai Maro', ma è indicativo di una certa mentalità, come dire di uno Stato «pronto a ricorrere alla legge anti-terrorismo per salvaguardare la conquista della decolonizzazione che i nostri militari stavano mettendo a rischio». E' difficile pertanto avere a che fare con Paesi che hanno questa visione, di un orgoglio nazionale comprensibile da una parte vista la loro storia, ma che troppo spesso diviene strumento di conquista a loro volta.

Questo il quadro di riferimento. Guardando al futuro, invece, capire cosa accadrà è complicato e semplice allo stesso tempo. Nel primo caso perché il tanto sperato arbitrato, in realtà è stato fatto un po' per minaccia, un po' perché a spinto dall'onda emotiva di popolo. Come spiegano fonti diplomatiche, la realtà è che l'arbitrato può durare chissà quanto, anche anni, e non è detto che Lattore e Girone vengano mandati nel frattempo a casa. Potrebbero anche venire spediti in un Paese terzo, chissà dove. L'altro passaggio è che se si rifiuta il «processino» si potrebbe rischiare di perdere il «bail» dalla sede diplomatica di New Delhi, e così i militari dovrebbero rimanere asserragliati in ambasciata. La semplicità della situazione sta invece nel poter ormai scommettere sul fatto che prima di un pronunciamento da parte delle autorità indiane, si dovranno aspettare le elezioni politiche nel Paese. In un senso o in un altro, i due Marò valgono meno di una poltrona
fonte La Stampa 

CASO MARO'': EDITORIALISTA INDIANO, NOSTRA GIUSTIZIA SEMBRA UN CLOWN = VICENDA NON VERRA'' DECISA COSI'' IN FRETTA


Giacarta, 28 feb. (Adnkronos) - "Il sistema legale indiano e''

stato fatto apparire come un clown sulla scena internazionale". A

scriverlo e'' l''editorialista indiano Guataman Bhaskaran in un commento

sul caso maro'' apparso sul quotidiano Free Malaysia Today.

"Le corti indiane sono leggendarie per i loro rinvii. I casi

legali si trascinano per anni. Qualche volta i ricorrenti muoiono

prima che vi sia una decisione sul caso. Qualche volta sono i sospetti

a morire", scrive il giornalista che ricorda come il governo indiano

abbia "cambiato la sua posizione sui maro'' almeno una mezza dozzina di

volte". Con le elezioni in arrivo, "ogni concessione sui maro''

verrebbe vista come una debolezza in politica estera", nota ancora

Bhaskaran, secondo il quale il prossimo appuntamento elettorale fa si''

che "il caso potrebbe non essere deciso cosi'' in fretta".
fonte  Adnkronos 

MARO', IDV: PROVE INSABBIATE? CHIARIRE RESPONSABITA' E MOTIVAZIONI


 Roma, 28 feb - "Se, come emerge dalle anticipazioni
giornalistiche della puntata della trasmisisone 'Terra', che
andrà in onda lunedì, venisse confermato che sulla vicenda relativa
ai marò ci sarebbero state delle prove insabbiate, ossia se venisse
confermato che i tracciati radar della Lexie e alcune fotografie
dell'incidente in cui la petroliera italiana fu coinvolta, sarebbero
stati celati nei cassetti italiani, ritengo che andrebbe immediatamente
fatta luce sulle responsabilità e le motivazioni di questa scelta
sciagurata, anche a livello europeo". E' quanto afferma in una
nota Ignazio Messina, segretario nazionale dell'Italia dei Valori,
che oggi, tramite la delegazione degli eurodeputati IdV a Strasburgo,
ha depositato un'interrogazione alla Commissione europea, relativa
alle nuove rivelazioni legate alla vicenda dei fucilieri di Marina
Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, trattenuti in India
da oltre due anni. "Abbiamo prima il dovere - precisa Messina
- di accertare che, quanto emerge da queste prove documentali
sia vero, ma qualora fosse confermato, saremo in ogni sede a
richiedere con forza la verità e a pretendere che coloro che
hanno sbagliato paghino i loro errori". "I nostri due Marò devono
tornare a casa al più presto", conclude Messina.
fonte 9Colonne

Marò: Pinotti, non devono essere processati in India


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maròRoma, 27 febbraio 2014 – I due marò “non devono essere processati in India questa è la linea dell’Italia”: lo ha ribadito il ministro Roberta Pinotti intervenendo in aula del Senato sul dl missioni internazionali, nel quale alcuni senatori dell’opposizione vorrebbero inserire un emendamento relativo al caso dei due marò.
Il Paese “deve essere unito, perché questo ci dà forza”, ha detto il ministro, ricordando il suo incontro, la scorsa settimana con le mogli di Salvatore Girone e Massimiliano Latorre. La questione “più forte e grave” è che non siano processati in India, perché operavano in acque internazionali. Il neo-ministro ha detto anche:
L’Italia deve proseguire il suo impegno nella missione internazionale anti-pirateria perché la comunità internazionale “ci sta dando sostegno” nella vicenda dei due marò facendo pressioni su New Delhi. Lo stop alla partecipazione sarebbe percepito come una minaccia ai nostri alleati e non all’India”, spiegando così il no del governo all’emendamento Minzolini che chiedeva la sospensione della partecipazione fino alla soluzione del caso marò.
Il ministro dell’Interno indiano Sushil Kumar Shinde ha confermato che la Legge anti-pirateria (Sua Act) “non si applica ai marò perché non sono militanti” terroristi. Lo riferisce l’agenzia di stampa Ani. In una conferenza stampa in Kerala Shinde ha in questo modo giustificato la decisione del governo indiano di respingere la richiesta della polizia Nia di redigere il rapporto con i capi di accusa per Massimiliano Latorre e Salvatore Girone utilizzando appunto il Sua Act.
Successivamente il ministro dell’Interno ha chiesto di attendere che prima si esprima la Corte Suprema su questa vicenda e solo dopo il governo spiegherà come si e’ arrivati a far cadere tutte le accuse basate sul Sua Act. “Per quanto riguarda la dinamica dell’incidente – ha proseguito – ognuno ne ha ormai preso conoscenza. Resta il punto interrogativo comunque di quale strumenti utilizzare per il loro processo. Lasciamo che sia la Corte a deciderlo”. Dopo la comunicazione da parte del governo alla Corte Suprema della rinuncia all’utilizzazione della legge antiterrorismo, la difesa dei marò ha chiesto quindi l’esclusione anche della polizia investigativa Nia che opera solo in base alle leggi speciali. La richiesta ha però trovato l’opposizione della Procura generale indiana. A questo punto i giudici hanno chiesto alle parti di presentare le loro ragioni scritte entro due settimane ed ha aggiornato l’udienza ad una data non precisata successiva. (ANSA)

Marò,ecco chi è Raj Kumar Singh che sulla pelle dei marò vuol fare carriera



ROMA – Si chiama Raj Kumar SinghLibero lo definisce il “Di Pietro indiano” e lo accusa: “Vuole incastrare i marò solo per fare carriera”.
Questo uomo è il principale artefice della trappola in cui da due anni sono prigionie i i due marò e la credibilità dell’Italia. Si chiama Raj Kumar Singh, 61 anni, già sottosegretario al ministero dell’Interno indiano nella fase cruciale della vicenda. La sua irresistibile ascesa ricorda per qualche verso, detto con tutto rispetto, Antonio Di Pietro in versione indù. Grande fustigatore della corruzione nel suo Paese e ovunque, è balzato all’onore delle cronache il 30 ottobre ’90 quando da magistrato del distretto di Samastipur arrestò il patriarca del Bharatiya Janata Party (Bjp), L.K. Adavany. Alla fine degli Anni ’90 è entrato nel dipartimento dell’Interno. Smessa la casacca di sottosegretario a giugno scorso, andato in pensione e fatto il salto della quaglia da sinistra a destra – ché tutto il mondo è Paese -il 13 dicembre 2013 è entrato ufficialmente nel Bharatiya Janata Party, il partito conservatore all’opposizione, che più inneggia alla forca per i due fucilieri. Nel Bjp è uno dei massimi esponenti: si parla di una sua candidatura alle prossime elezioni e, visto il tipo, si può immaginare che aspiri al posto del vecchio patriarca da lui ammanettato. Ad accusarlo di essere il regista di quello che i giornali indiani chiamano «the italian marines fiasco» –ma che più agevolmente tradurremmo con «trappola» – non sono io. Ma lo ha fatto ripetutamente il ministro degli Esteri Salman Khurshid. Il quale ha dichiarato che è stato Singh, dal potentissimo scranno di sottosegretario del ministero dell’Interno, a brigare nel gennaio 2013 «perché la Corte suprema indiana affidasse le indagini alla Nia», la potente agenzia a metà tra organo investigativo e servizio segreto nata dopo gli attentati di Mumbai e che agisce solo nell’ambito di leggi speciali. Ed è stato sempre lui a farsì che la Niafosse autorizzata ad applicare a Girone e Latorre il famigerato «Sua act», considerandoli dei terroristi. Il responsabile degli Affari esteri lo accusa della figuraccia mondiale che sta rimediando l’Unione indiana e dello stallo della sua massima autorità giudiziaria. «Così la Corte suprema è costretta», ha aggiunto Khur- shid, «a pronunciarsi su una vicenda su cui aveva già deliberato un anno fa…». L’ex sottosegretario R. K. Singh si è confusamente difeso trincerandosi dietro la Legge («è la legge che stabilisce a chi vanno affidate le indagini»). È riuscito a dichiarare, in questi giorni, quanto segue: «Gli italiani sono marines nel territorio del loro Paese o in acque internazionali. Ma sono assassini- pirati nelle acque territoriali indiane». A parte il fatto che l’uccisione dei due pescatori attribuito ai due marò è avvenuto in acque internazionali e che dopo due anni non solo non è cominciato un processo ma gli indiani devono ancora esibire una prova che siano stati loro ad uccidere, è interessante il prosieguo dell’ex magistrato approdato alla politica: «Hanno ammazzato dei poveri pescatori innocenti. La legge non può essere diversa per persone diverse. Questa è la ragione per cui prima la Polizia del Kerala e poi la Nia hanno preso la decisione di ritenerli assassini in base a una legge che riguarda terroristi/pirati, prevedendo la pena di morte per chi ha ucciso». Raffinatezza di ragionamento da alto giurista, (compresa la totale ignoranza delle convenzioni internazionali firmate dall’India e delle leggi italiane), che ricorda qualcun altro. Singh è stato sottosegretario all’Interno dal 30 giugno 2011 al 30 giugno 2013, gestendo in pieno dunque la vicenda della petroliera Erica Lexie cominciata il 15 febbraio di due anni fa, prima di aderire pubblicamente a dicembre agli estremisti indù. Bharatiya Janata Party infatti significa Partito del popolo indiano, è iper-nazionalista, difende l’identità induista (una specie, detto sempre con il massimo rispetto, di Lega moltiplicata all’ennesima potenza e su scala indiana) ed è la principale forza di opposizione al governo guidato dall’Unione di centrosinistra, in cui è maggioritario il Partito del Congresso dell’«italiana» Sonia Gandhi. Significativo un altro passaggio del ministro degli Esteri: «Non possiamo cambiare l’applicazione della legge secondo il cambiamento della nostra fedeltà e il cambiamento della nostra affiliazione ai partiti politici».
Insomma Singh – e gli altri settori indiani per cui ha agito – ha incastrato i marò e umiliato una delle potenze occidentali, l’Italia, per biechi interessi di parte e personali. Il ministero dell’Interno indiano, come tutti i ministeri dell’Interno, ha la competenza sui servizi segreti civili e sulle diverse polizie. Se, stando a quanto dichiara il ministro, l’ex sottosegretario è nemico non solo dei due fucilieri ma è anche una minaccia per la sicurezza dello Stato italiano, l’Aise, il nostro servizio segreto estero, avrà certamente fornito a Palazzo Chigi un ritratto minuzioso. Di questo superburocrate avrà delineato l’enorme potere che gli deriva dalla notevole capacità, dimostrata, di muoversi negli apparati e di condizionarli, quali deleghe aveva, le frequentazionie i rapporti che eventualmente intratteneva e intrattiene con le varie intelligence possibilmente –come avviene ovunque – in lotta fra loro, avrà ricostruito il ruolo dei servizi indiani in questa sporca storia. O no?
via http://www.blitzquotidiano.it/rassegna-stampa/chi-e-raj-kumar-singh-di-pietro-indiano-che-incastra-maro-per-fare-carriera-1804559/?utm_source=feedburner&utm_medium=feed&utm_campaign=Feed%3A+blitzquotidiano+%28Blitzquotidiano%29

Rasmussen: personalmente preoccupato per vicenda marò in India


Bruxelles, 26 feb. (TMNews) - Il Segretario generale della Nato, Andres Fogh Rasmussen, si è detto stasera a Bruxelles "personalmente molto preoccupato della vicenda dei due marinai italiani in India".
Rispondendo a una domanda italiana durante la conferenza stampa a margine della prima giornata della riunione dei ministri della Difesa della Nato, il Segretario generale ha aggiunto che i mmebri dell'Alleanza hanno "preso nota della dichiarazione odierna del ministro italiano della Difesa", Roberta Pinotti, che ha insistito sulla dimensione internazionale, e non bilaterale o interna indiana, della vicenda dei marò.
"Questo caso - ha osservato ancora Rasmussen - potrebbe avere possibili implicazioni negative per la lotta internazionale contro la pirateria. Sono fiducioso - ha concluso - che potremo vedere presto una soluzione appropriata"
fonte http://tendenzeonline.info/news/2014/02/26/rasmussen-personalmente-preoccupato-per-vicenda-maro-in-india

giovedì 27 febbraio 2014

UN UOMO RACCONTA LA SUA ESPERIENZA NELL’ALDILÀ DOPO ESSERE STATO TECNICAMENTE MORTO PER CIRCA UN ORA

Questa è l’incredibile storia di un uomo americano ritornato in vita dopo essere tecnicamente morto per quasi un ora. Quando ormai i medici avevano interrotto ogni tentativo per rianimarlo, l’uomo ha scioccato tutti ritornando in vita. Ma ciò che più sconcerta è il racconto di ciò che ha visto dall’altra parte.
premorte
Brian Miller, 41 anni, è un camionista dell’Ohio. Mentre era intento ad aprire un contenitore, si è reso conto che c’era qualcosa che non andava.
L’uomo ha immediatamente chiamato la polizia. “Sono un autista di camion e penso che sto avendo un attacco di cuore”, ha detto all’operatore.
Miller è stato prelevato da un ambulanza e subito ricoverato in un ospedale locale dove i medici sono riusciti ad arginare l’attacco cardiaco.
Ma dopo aver ripreso conoscenza e sentire alleviare il dolore, l’uomo ha sviluppato unafibrillazione ventricolare, una aritmia cardiaca rapidissima, caotica che provoca contrazioni non coordinate del muscolo cardiaco dei ventricoli nel cuore. Il risultato è che la gittata cardiaca cessa completamente. La fibrillazione ventricolare è uno dei quattro tipi di arresto cardiaco.
“Non c’era battito cardiaco, non c’era pressione sanguigna e non c’era polso”, racconta l’infermiera Emily Bishop a fox8.com. I medici hanno cercato di rianimarlo, tentando per quattro volte di riportarlo in vita, ma Miller sembrava ormai senza speranza.
E’ a partire da questo momento che Miller ha raccontato di essere scivolato via in un mondo celeste. “L’unica cosa che mi ricordo è che ho cominciato a vedere la luce e a camminare verso di essa”, racconta Brian.
Si è ritrovato a percorrere un sentiero fiorito con una luce bianca all’orizzonte. Miller racconta che ad un tratto ha incontrato la sua matrigna, morta da poco tempo. “Era la cosa più bella che avessi mai visto e sembrava così felice”, racconta. “Mi ha preso il braccio e mi ha detto: «Non è ancora il tuo momento, tu non devi essere qui. Devi tornare indietro, ci sono cose che ancora devi fare»”.
Dopo 45 minuti, il cuore di Miller è tornato a battere dal nulla, ha detto la Bishop. “Il suo cervello è rimasto senza ossigeno per 45 minuti e il fatto che lui possa parlare, camminare e ridere è veramente incredibile”.
“Sono contento di essere tornato tra i vivi”, ha detto Miller. “Ora sono sicuro che la vita continua dopo la morte e la gente deve sapere e credere in essa, alla grande!”.
Come riporta messagetoeagle.com, quello vissuto da Miller è un fenomeno noto ai ricercatori che studiano le esperienze di premorte (NDE). Nella maggior parte dei casi, coloro che sperimentano le NDE cambiano per sempre, sviluppando una concezione più spirituale della vita e molto più serena. I soggetti non temono più la morte, spiegando che l’esperienza è diventata la pietra angolare della loro vita.
Qualche tempo fa, un’esperienza di premorte è stata in grado anche di convincere un neurochirurgo scettico. E’ il caso del dottor Eben Alexander, uno scienziato agnostico che dopo l’esperienza è diventato un convinto sostenitore della vita spirituale. [Leggi l'articolo di Alexander].
Nel 2008, il dottor Alexander è scivolato in coma per sette giorni. Quello che visse in quei gironi ha cambiato per sempre la sua concezione dell’esistenza. “Come neurochirurgo, non credevo nel fenomeno delle esperienze di pre-morte. Sono cresciuto in una cultura scientifica, essendo figlio di un neurochirurgo”, spiega Alexander.
“Non sono la prima persona ad aver scoperto che la coscienza umana esiste al di là del corpo. Brevi, meravigliosi scorci di questa realtà sono antichi come la storia umana. Ma per quanto ne so, nessuno prima di me ha viaggiato in questa dimensione con la corteccia completamente spenta e con il corpo sotto osservazione medica minuto per minuto e per sette giorni di seguito”.
Pur essendo in come, il dottor Alexander racconta di aver visto il paradiso, dove dice di aver incontrato una bellissima donna dagli occhi azzurri in un luogo fatto di nuvole e di esseri scintillanti. “Mi ci sono voluti mesi per venire a patti con quello che mi è successo”.
“So bene quanto sia straordinario e quanto suoni francamente incredibile. Se ai vecchi tempi qualcuno, anche un medico, mi avesse raccontato una storia del genere, sarei stato certo che era sotto l’incantesimo di una qualche delusione. Ma tutto questo era successo a me ed era reale, e forse più reale di ogni evento della mia vita. Quello che mi è successo esige una spiegazione”, conclude Alexander.
tramite http://pianetablunews.wordpress.com/2014/02/25/un-uomo-racconta-la-sua-esperienza-nellaldila-dopo-essere-stato-tecnicamente-morto-per-circa-un-ora/

I dieci misteri irrisolti delle grotte artificiali di Longyou, Cina


Le Grotte Longyou sono una sistema di grandi caverne artificiali situate nei pressi del villaggio di Shiyan Beicun, nella prefettura di Quzhou, in Cina. Scoperte nel 1992, finora sono state individuate 36 grotte. Considerando la loro origine artificiale, si tratta di grotte molto grandi, con una superficie coperta che supera i 30 km². Chi le ha costruite e soprattutto perché? Ecco i dieci misteri irrisolti delle grotte di Longyou.
Grotte di Longyou
Situate nei pressi del villaggio di Shiyan Beicun nella provincia di Zhejiang, le Grotte di Longyou sono un magnifico e raro mondo sotterraneo, considerate in Cina come la ‘nona meraviglia del mondo’.
Queste affascinanti grotte artificiali, che si pensa risalgano ad almeno 2 mila anni fa, rappresentano una delle opere architettoniche sotterranee più grandi dei tempi antichi.
Scienziati e archeologi di tutto il mondo, però, non sono ancora riusciti a svelare i suoi segreti, lasciando senza risposta le domande su chi le abbia costruite e soprattutto perchè.
Il sistema di grotte è stato scoperto nel 1992 da un abitante del villaggio locale. Da allora sono state esplorate circa 36 cavità artificiali, per una superficie totale che super a 30 mila m². Le grotte sono state scavate nella siltite solida e ognuna di esse si inabissa ad una profondità di circa 30 m.
Il paesaggio è costellato da ponti, grondaie, piscine e pilastri uniformemente distribuiti in tutta la struttura con lo scopo di sostenere le volte delle grotte. Le pareti e le colonne di sostegno sono state scavate con grande precisione, ricoperte di linee parallele decorative realizzate a scalpello.
Delle 36 grotte, attualmente sono una è aperta al pubblico, scelta perchè al suo interno vi sono sculture in pietra che raffigurano cavalli, pesci e uccelli.
Le Grotte Longyou sono un autentico enigma per gli studiosi. Su proposta del blogAncient Origins, proponiamo i dieci misteri ancora insoluti che le riguardano.

1. Come sono state costruite?

Una stima approssimativa calcola che per realizzare le grotte finora esportate sia stata asportata una quantità di roccia pari a 1 milione di m³. Tenendo conto del tasso medio di scavo giornaliero di una persona, gli scienziati hanno calcolato che si sarebbero volute almeno mille persone impegnate a scavare giorno e notte, senza sosta, per sei anni.
Tuttavia, il calcolo non tiene conto dell’incredibile cura e la precisione con cui sono state realizzate le cavità. Ciò significa che il carico di lavoro potrebbe superare di gran lunga la stima teorica. Inoltre, sono del tutto ignoti gli strumenti utilizzati per lo scavo. Nessuno di essi, infatti, è stato trovato all’interno delle grotte. Gli scienziati non sanno come si sia potuta ottenere tale simmetria, precisione e somiglianza tra le varie grotte.

2. Nessuna traccia di costruzione

Nonostante le loro dimensioni e lo sforzo profuso nella loro creazione, finora nessuna traccia della loro costruzione, e addirittura della loro esistenza è riportato nei documenti storici, fatto molto inusuale data la vastità del progetto. Inoltre, sebbene lo scavo abbia richiesto la rimozione di un milione di metri cubi di roccia, non vi è alcuna prova archeologica che spieghi dove sia finito il materiale di risulta.

3. Perché le pareti sono state incise?

Le Grotte Longyou sono risultano tutte cesellate, dal pavimento al soffitto, con linee parallele praticamente su ogni superficie. L’effetto finale è di grande uniformità, cosa che ha richiesto un immensa perizia e infinite ore di lavoro. La domanda è: perchè? Se lo scopo era solo decorativo, perchè investire tante ore di lavoro? Esse hanno una valenza simbolica? L’unica decorazione simile nota si trova su alcune ceramiche ospitate in un vicino museo e che sono datate tra il 500 e l’800 a.C.

4. Mancanza di forme di vita acquatica

Quando furono scoperte, le cavità erano sommerse d’acqua, presumibilmente da parecchio tempo. Inizialmente, infatti, si pensava che fossero degli ‘stagni senza fondo’. Solo quando l’acqua è stata completamente pompata fuori ci si è resi conto di trovarsi di fronte a strutture artificiali.
La maggior parte dei villaggi nel sud della Cina si trova nei paraggi di stagni naturali molto profondi (chiamati appunto ‘senza fondo’). Queste riserve d’acqua pullulano di una grande varietà di pesci. Tuttavia, quando l’acqua è stata rimossa dalle Grotte di Longyou, non è stato trovato un solo pesce o qualsiasi altra forma di vita.

5. Come hanno fatto le grotte a rimanere così ben conservate?

Una delle questioni più interessanti è capire come abbiano fatto le grotte a mantenere la loro integrità strutturale per più di 2 mila anni. Non ci sono segni di collasso, né cumuli di macerie e nessun crollo, nonostante il fatto che in alcune zone i muri sono spessi appena 50 centimetri.
Nel corso dei secoli, l’area ha subito numerose inondazioni, calamità e guerre. A causa dei movimenti geologici, le montagne hanno mutato la loro morfologia, ma l’interno delle grotte, la forma e le incisioni hanno mantenuto la loro precisione originaria, come se fossero state costruite ieri.

6. Come hanno fatto i costruttori a lavorare al buio?

A causa delle grandi profondità delle grotte, alcune zone nella parte inferiore sono immerse nell’oscurità totale. Eppure, anche le pareti di queste aree sono state decorare con migliaia di linee parallele. Come hanno fatto a lavorare al buio?
Secondo Jia Gang, professore della Tongji University specializzato in ingegneria civile, i costruttori si sarebbero serviti di lampade a combustibile. Tuttavia, data l’immensità delle camere, si sarebbero dovute utilizzare di centinaia di lampade. Il fatto curioso è che il soffitto delle grotte non presenta segni di fuligine.

7. Le grotte sono state progettate per essere collegate?

Nonostante la superficie totale di 30 mila m², le 36 grotte sono distribuite su un’area molto ristretta. Considerando una tale densità, è lecito chiedersi se le grotte sono state progettate per essere collegate l’una alle altre. Quale sarebbe lo scopo di realizzare tante grotte separate, a distanza ravvicinata, senza collegarle?
In molte aree, le pareti che separano le grotte sono molto sottili, solo 50 cm, ma non risultano mai collegate, così da apparire come volutamente separate le une dalle altre.

8. Chi le ha costruite?

Si ritiene che le grotte risalgano ad un’epoca precedente alla nascita della dinastia Qin, sorta nel 212 a.C. Tuttavia, nessuno ha idea di chi abbia potute realizzare un impresa simile. Alcuni ricercatori sostengono che non è possibile, né logico, che l’impresa titanica sia stata intrapresa dagli abitanti regolari dei villaggi vicini. Solo un imperatore avrebbe potuto commissionare un’impresa del genere, come la costruzione della Grande Muraglia. Ma se è stata commissionata da un imperatore, perché non ci sono documenti storici che ne attestino l’esistenza?

9. Come hanno fatto a raggiungere tale precisione ?

Il design delle Grotte Longyou è delicato e sofisticato, e la precisione della realizzazione è indice di un artigianato di altissimo livello. Ogni grotta è come una grande sala. Le quattro pareti sono diritte e i bordi e gli angoli chiaramente delineati. I segni della scalpellatura sono uniformi e precisi.
Come spiega, Yang Hongxun, esperto presso l’Istituto Archeologico della Accademia Cinese delle Scienze Sociali, gli antichi costruttori che lavoravano in una grotta non erano in grado di vedere ciò che gli altri stavano facendo nella grotta vicina. Eppure, le pareti delle grotte attigue dovevano essere parallele, altrimenti avrebbero sfondato il muro di traverso.
Ciò significa che le tecniche di misurazione dovevano essere molto avanzate. I costruttore erano in possesso di un sofisticato sistema per la mappatura delle cavità, in grado di calcolare in anticipo dimensioni, posizione e distanze tra le grotte. Con l’ausilio di apparecchiature moderne, i ricercatori hanno potuto confermare la sorprendente precisione della costruzione nel suo complesso.

10. Per cosa venivano utilizzate?

Sono state avanzate molte teorie per tentare di spiegare il motivo per cui furono costruite le grotte, ma finora nessuna delle ipotesi proposte riesce a fornire una spiegazione convincente sul loro utilizzo.
Alcuni archeologi hanno suggerito che forse le grotte fossero le tombe degli antichi imperatori. Ma è un’ipotesi inverosimile, dato che nessun oggetto funerario, né tombe, sono mai stati trovati al loro interno.
Altri hanno proposto che sia il risultato di estrazioni minerarie. Le operazioni avrebbero richiesto attrezzature e apparecchiature di un certo tipo. Anche in questo caso, nessuna traccia del genere è stata rinvenuta nelle cavità a sostegno dell’ipotesi. E poi, se erano solo miniere, perchè creare decorazioni così precise su ogni superficie della cavità?
Insomma, nonostante decenni di ricerca, le Grotte di Longyou rappresentano ancora un enigma insoluto. Quello che è certo è stiamo apprendendo sempre con maggiore evidenza che i nostri antenati erano in grado di realizzare opere meravigliose, ma le cavità di Longtou sono davvero un mistero inspiegabile.



LE BANCHE PAGANO I DEBITI DI DE BENEDETTI! E CONTEMPORANEAMENTE STROZZANO ARTIGIANI E PICCOLE IMPRESE, NEGANDO CAPITALI PER FARLI “SOPRAVVIVERE”


BANCHE SALVA-DE BENEDETTI – SORGE(NIA) UNA POSSIBILITA’ DI ACCORDO: GLI ISTITUTI CREDITORI TENDONO LA MANO ALLA CIR CHIEDENDOLE DI SBORSARE 150 MLN DAI 300 INIZIALI.

ALTRI 300 MLN DI DEBITO VERSO LA CONVERSIONE IN AZIONI – MA IL DEBITO E’ DI QUASI 1,9 MILIARDI

Dei 600 milioni di debito in eccesso della utility rispetto ai complessivi 1,8 miliardi, le banche guidate da Mps sarebbero pronte a convertire in azioni (ma non sarebbe esclusa la strada degli strumenti partecipativi) altri 300 milioni. Per i restanti 150 milioni (oltre ai 150 milioni chiesti a Cir) si pensa a un convertendo…

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Da ‘Radiocor’
Il dossier sulla ristrutturazione del debito Sorgenia entra nella stretta finale, con i primi segnali di avvicinamento tra le posizioni delle banche creditrici e quelle dell’azionista di riferimento Cir, a fronte della forte crisi di liquidita’ del gruppo energetico. Al momento non c’e’ ancora un accordo, ma nell’incontro tenutosi ieri, i principali istituti avrebbero abbassato dagli iniziali 300 milioni a 150 milioni le pretese sul contributo di equity richiesto a Cir nell’ambito dello stralcio da 600 milioni (su 1,8 miliardi) del debito Sorgenia.
Al tempo stesso, gli istituti sarebbero pronti a convertire in azioni (ma non sarebbe esclusa la strada degli strumenti partecipativi) altri 300 milioni di debito, mentre per i restanti 150 milioni si penserebbe a un convertendo.
Il quadro resta provvisorio e non ci sarebbe neppure identita’ di vedute tra le 21 banche creditrici, ma si tratta comunque di un avvicinamento alle posizioni di Cir, che dal ca nto suo ‘ stante l’indisponibilita’ dell’altro socio forte Verbund a partecipare alla ristrutturazione ‘ non intende andare oltre un’iniezione di capitale di 100 milioni.
E’ plausibile che da qui a lunedi’, quando e’ previsto un incontro tra Sorgenia e le banche, si cercheranno di effettuare nuovi passi avanti: in quella sede gli istituti dovrebbero formalizzare la loro posizione e il gruppo energetico la propria manovra finanziaria, comprensiva delle dismissioni previste e probabilmente dell’impegno in equity di Cir nell’ambito di una ricapitalizzazione forse piu’ corposa.
Poi, in caso di accordo o quanto meno di concessione di uno stand still, andra’ definitiva anche la cornice normativa, che dipendera’ dai termini dell’intesa. Al proposito, ma si tratta al momento di una mera ipotesi di scuola, gli esperti del settore indicano come possibile strada praticabile in bonis quella prevista dall’accordo di ristrutturazione del debito ex articolo 182-bis della legge fallimentare .
FONTE:
http://www.dagospia.com/rubrica-4/business/banche-salva-de-benedetti-sorgenia-una-possibilita-di-accordo-gli-istituti-creditori-tendono-la-72653.htm
tramite http://bastacasta.altervista.org/p10599/

RENZI E’ IL BURATTINO DELLA TROIKA! PADOAN HA CON SE’ TUTTI I GALOPPINI DELLO STAFF DI ENRICO LETTA!


LETTIANI IN TRINCEA AL TESORO! ALTRO CHE VACANZA SABBATICA A LONDRA, IL COMPAGNO LETTA È VIVO E LOTTA PER LE POLTRONE ROMANE. DA PADOAN OTTIENE IL TRASLOCO A VIA XX SETTEMBRE DEL SUO STAFF DI PALAZZO CHIGI

Da Roberto Garofoli capo di gabinetto al suo vice Luigi Ferrara fino a Fabrizio Pagani capo della segreteria tecnica: Enrichetto piazza i fedelissimi al Tesoro. Con l’obiettivo di mettere i bastoni tra le ruote del carrarmato Renzi…

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Roberto Mania per “La Repubblica
Enrico Letta, con la sponda di D’Alema, “conquista” il ministero dell’Economia, il più importante, lì dove ancora si decide per quanto sotto sorveglianza dell’Europa. Perché il ministro Padoan, già direttore del think tank dalemiano ItalianiEuropei, ha scelto la sua squadra.
Capo di gabinetto è Roberto Garofoli, già segretario generale di Palazzo Chigi nel governo di Enrico Letta; vice capo di gabinetto, Luigi Ferrara che collabora con Letta dai primi anni del Duemila quando, quest’ultimo, era il giovane ministro dell’Industria; capo della segreteria tecnica Fabrizio Pagani, consigliere economico dell’ex presidente del Consiglio.
Un’operazione – per quanto è trapelato – che non dispiace al Quirinale dal momento che offre la garanzia della continuità e della stabilità. La stessa su cui il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha insistito nei diversi colloqui con Matteo Renzi, allora presidente incaricato, tanto da suggerirgli di recarsi direttamente (cosa che il segretario del Pd fece) in Via Nazionale dal governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, per avere un quadro complessivo della situazione economica italiana e dei vincoli stringenti che limitano il campo d’azione in particolare sul fronte dello sforamento del fatidico 3 per cento del rapporto deficit/Pil. Insomma è come se il ministero dell’Economia, con un’azione politica di stampo evidentemente dalemiano-lettiano, sia stato ora messo in sicurezza. E non appare un’Opa amichevole nei confronti di Renzi.
C’è da una parte una sorta di vendetta di Enrico Letta, sfrattato da Palazzo Chigi con il voto della direzione del Pd, e dall’altra la rivincita dei consiglieri di Stato, perché Garafoli (47 anni) appartiene alla categoria dei potenti giudici amministrativi che da sempre, ma soprattutto nella seconda Repubblica con il declinare della qualità del personale politico, guidano dietro le quinte, forti delle loro competenze giuridiche, l’azione dei singoli ministri.
Uno smacco per Matteo Renzi che, solo tre giorni fa, nel suo discorso programmatico davanti alle Camere, ha dichiarato pubblicamente guerra agli alti burocrati ministeriali, ai consiglieri di Stato, fino al punto di immaginare – lontano dai riflettori, questo – anche un decreto per arginare il loro ingresso nelle stanze del potere. Ipotesi poi declassata a una sorta dei moral suasion nei confronti dei suoi ministri. Processo che evidentemente ha avuto scarsi effetti dalle parti di via XX settembre.
Perché di certo quella di Garofoli è una classica, brillante, carriera di un giovane consigliere di Stato piazzatosi al primo posto nel relativo concorso. A cui è seguita una serie di incarichi fuori da palazzo Spada, sontuosa sede del Consiglio. Prima capo dell’ufficio legislativo del ministero degli Esteri con Massimo D’Alema (governo Prodi), poi (governo Monti) capo di gabinetto di Filippo Patroni Griffi (anch’egli consigliere di Stato) al ministero della Pubblica amministrazione. Nell’intermezzo anche condirettore della Treccani Giuridica, con Giuliano Amato (cofondatore di ItalianiEuropei) presidente. E con lo stesso Amato (oggi giudice costituzionale) ha curato un volume sulla pubblica amministrazione in Italia.
Ed è stato Patroni Griffi a chiamare Garofoli a Palazzo Chigi per assumere l’incarico centrale di segretario generale. Dove ora è arrivato Mauro Bonaretti, già capo di gabinetto di Graziano Delrio agli Affari regionali, e ancor prima city manager da Reggio Emilia con Delrio sindaco. Un profilo per segnare, appunto, la discontinuità che Renzi avrebbe voluto da tutti i suoi ministri.
Padoan ha imboccato un altro percorso, però. È una scelta che non può non avere anche un valore politico. Si vedrà, a questo punto, se si replicherà il modello Berlusconi-Tremonti, con la sfida perenne tra il Tesoro e palazzo Chigi, e si vedrà il reale tasso di autonomia del tecnico Padoan alla sua prima prova politica.
E si verificherà pure il potere che intenderà assumere Garofoli, se diventare il nuovo Vincenzo Fortunato, che per decenni e in diversi governo fu il potentissimo e intoccabile capo della macchina del ministero in grado di complicare la vita anche ai tecnici di Mario Monti, oppure interpreterà il suo ruolo in maniera più defilata. Certo i suoi colleghi consiglieri lo considerano «un frenatore », poco incline ai cambiamenti.
Quella delle squadre ministeriali sarà una partita fondamentale per capire il vero cambio di rotta che potrà marcare il governo Renzi. Le scelte sono per ora contraddittorie. A guidare il delicatissimo Dipartimento degli affari giuridici di palazzo Chigi dovrebbe arrivare, al posto di Carlo Deodato (consigliere di Stato), Francesco Pizzetti, già garante della Privacy e consigliere di Romano Prodi. Mentre il consigliere economico del ministro dello Sviluppo, Federica Guidi, sarà Piero Gnudi, ministro del Turismo con Monti ma prima presidente dell’Enel.
FONTE:
http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/lettiani-in-trincea-al-tesoro-altro-che-vacanza-sabbatica-a-londra-il-compagno-letta-72664.htm
tramite http://bastacasta.altervista.org/p10609/