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sabato 31 maggio 2014

La sovranità dei popoli europei - Nigel Farage

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"I MIGLIORISTI",corrente del Pci di Giorgio Napolitano

A metà Anni novanta Giorgio Napolitano era leader di una corrente all'interno del Pci detta dei miglioristi che possedevano una rivista dal nome "Il moderno" finanziata dai berlusconiani di Fininvest, da Mediolanum, da Publitalia e da Giovanni Ligresti.




Il disastro italiano

L’analisi di Perry Anderson. «L’Italia non è un’anomalia in Europa. E’ molto più prossima a esserne un concentrato.»
- di Perry Anderson -
L’Europa è malata. Quanto gravemente è questione non sempre facile da giudicare. Ma tra i sintomi ce ne sono tre di cospicui, e interrelati.
Il primo, e più familiare, è la svolta degenerativa della democrazia in tutto il continente, di cui la struttura della UE è a un tempo la causa e la conseguenza. Lo stampo oligarchico delle sue scelte costituzionali, a suo tempo concepite come impalcatura di una sovranità popolare a venire di scala sovranazionale, nel tempo si è costantemente rafforzato. I referendum sono regolarmente sovvertiti se intralciano la volontà dei governanti. Gli elettori le cui idee sono disdegnate dalle élite rigettano i governi che nominalmente li rappresentano, l’affluenza alle urne cala di elezione in elezione. Burocrati che non sono mai stati eletti controllano i bilanci dei parlamenti nazionali espropriati del potere di spesa.
Ma l’Unione non è un’escrescenza di stati membri che, senza di essa, sarebbero in buona salute. Riflette, tanto quanto aggrava, tendenze di lungo corso al loro interno. A livello nazionale, virtualmente ovunque, dirigenti addomesticano o manipolano le legislature con crescente facilità; partiti perdono iscritti; elettori perdono la fiducia di contare considerato che le scelte politiche si assottigliano e le promesse di differenze durante le campagne elettorali si riducono o svaniscono una volta in carica.
All’involuzione generalizzata si è accompagnata una corruzione pervasiva della classe politica, argomento su cui le scienze politiche, parecchio loquaci a proposito di quello che nel linguaggio dei contabili è definito il deficit democratico dell’Unione, solitamente tacciono.
Le forme di tale corruzione devono ancora trovare una tassonomia sistematica. C’è la corruzione pre-elettorale: il finanziamento di persone e partiti da fonti illegali – o legali – contro la promessa, esplicita o tacita, di futuri favori. C’è la corruzione post-elettorale: l’uso delle cariche per ottenere fondi mediante malversazioni sulle entrate o mazzette sui contratti. C’è l’acquisto di voci o voti nei parlamenti. C’è il furto puro e semplice dalle casse pubbliche. C’è la falsificazione di credenziali per vantaggi politici. C’è l’arricchimento dalla carica pubblica dopo l’evento, così come durante o prima di esso.
Il panorama di questa malavita [in italiano nel testo] è impressionante. Un affresco di esso potrebbe cominciare con Helmut Kohl, governante della Germania per sedici anni, che accumulò due milioni di marchi di fondi neri da donatori illegali i cui nomi, quando fu denunciato, rifiutò di rivelare per timore che venissero alla luce i favori che aveva fatto loro. Oltre il Reno, Jacques Chirac, presidente della Repubblica Francese per dodici anni, fu condannato per appropriazione di fondi pubblici, abuso di ufficio e conflitti d’interesse, una volta caduta l’immunità. Nessuno dei due ha subito pene. Questi erano due dei più potenti politici dell’epoca in Europa. Uno sguardo allo scenario dopo di allora è sufficiente a cancellare qualsiasi illusione che essi fossero dei casi rari.
Continua a leggere l’articolo su SINISTRAINRETE.INFO.
www.znetitaly.org
Fonte: Link articolo
Traduzione di Giuseppe Volpe.

La guerra: La parola contro il sangue


Fondamentale in tutte le guerre è lo stratagemma. 
Quindi, se sei capace, fingi incapacità; se sei attivo, fingi inattività.
(Sun Tzu – L’arte della Guerra)

L’informazione è la prosecuzione della guerra con altri mezzi
Questo articolo, prosieguo de: La guerra: ferro contro sangue si focalizzerà sopratutto sul ruolo dei media e, in generale, sull’importanza della kultur kampf, nelle nuove guerre. In particolare, faremo riferimento sopratutto a  Luttwak1 e a Sun Tzu. Inoltre, metteremo tutto ciò in relazione col recente discorso di Obama riguardo al nuovo modo di condurre le guerre.
Partiamo direttamente dal discorso del presidente americano, che potete leggere qua. Nel corso dell’articolo inseriremo alcuni spezzoni, non tradotti, dello stesso.
Cominciamo con questo:
“In Ukraine, Russia’s recent actions recall the days when Soviet tanks rolled into Eastern Europe. But this isn’t the Cold War. Our ability to shape world opinion helped isolate Russia right away. Because of American leadership, the world immediately condemned Russian actions, Europe and the G-7 joined with us to impose sanctions, NATO reinforced our commitment to Eastern European allies, the IMF is helping to stabilize Ukraine’s economy, OSCE monitors brought the eyes of the world to unstable parts of Ukraine.
And this mobilization of world opinion and international institutions served as a counterweight to Russian propaganda and Russian troops on the border and armed militias in ski masks.
This weekend, Ukrainians voted by the millions. Yesterday, I spoke to their next president. We don’t know how the situation will play out, and there will remain grave challenges ahead, but standing with our allies on behalf of international order, working with international institutions, has given a chance for the Ukrainian people to choose their future — without us firing a shot.”
In sostanza Obama ha preso il fallimento americano in Ucraina, ormai palese, lo ha dipinto dei colori arcobaleno della pace e del gay pride e lo ha camuffato da successo. Ovviamente ha ribaltato le responsabilità, nonostante la sua stessa amministrazione avesse rivendicato, all’indomani del colpe maidanista, di averlo finanziato con 5 miliardi di dollari. Ma questo è possibile e concesso perché la quasi totalità degli organi di informazione è in mano agli atlantici.
E il presunto isolamento della Russia, comunque sarebbe impossibile senza quella potentissima macchina da guerra che è l’informazione occidentale (e quella orientale di complemento, vedi i vari Al Jazeera).
“Tienilo sotto pressione e logoralo. Quando il nemico è unito, dividilo. Il segreto per creare le divisioni interne sta nell’arte di suscitare i seguenti cinque contrasti: dissensi tra i cittadini nelle città e nei villaggi; dissensi con gli altri paesi; dissensi all’interno; dissensi che hanno per conseguenza la condanna a morte; e dissensi le cui conseguenze sono i premi e le ricompense. Queste cinque specie di dissensi non sono che rami di uno stesso tronco.2”
Adesso, dalle parole di Obama e dalla saggezza millenaria di Sun Tzu, sappiamo che, tutte le volte in cui appaiono manifestazioni antigovernative contro Paesi non amici degli Usa, qualunque sia il pretesto (corruzione, omofobia, razzismo etc) dietro di esse c’è la longa manus americana.
“Similarly, despite frequent warnings from the United States and Israel and others, the Iranian nuclear program steadily advanced for years. But at the beginning of my presidency, we built a coalition that imposed sanctions on the Iranian economy, while extending the hand of diplomacy to the Iranian government. And now we have an opportunity to resolve our differences peacefully. The odds of success are still long, and we reserve all options to prevent Iran from obtaining a nuclear weapon. But for the first time in a decade, we have a very real chance of achieving a breakthrough agreement, one that is more effective and durable than what we could have achieved through the use of force. And throughout these negotiations, it has been our willingness to work through multilateral channels that kept the world on our side.
The point is, this is American leadership. This is American strength.”
Qui Obama parla chiaro: al di là della parola “pacificamente” che suona davvero ridicola, in soldoni dice: prima spendevamo un sacco di soldi per abbattere i regimi con le nostre armi, dopo di che restavamo con un pugno di mosche, perché non riuscivamo a garantirne la pace (vedi Iraq e Afghanistan). Quindi adesso otterremo le stesse cose senza sparare un colpo e in maniera più duratura.
Per far ciò si avvalgono (perché è dalle “primavere arabe” e dall’uccisione di Gheddafi, che usano queste strategie) sia di tecniche di guerriglia, messe in campo da milizie locali, mercenari e forze speciali, sia di colpi di stato e “rivolte di piazza”, appoggiati da massicci bombardamenti mediatici direttamente nei cervelli di centinaia di milioni di occidentali e finanziati generosamente (ma comunque molto più economici del classico intervento americano).
In questo tipo di nuove guerre, la giornalista della CNN, il soldato dei Navy Seal, e le Pussy Riot sono da considerare commilitoni a tutti gli effetti.
Ma perché gli Usa sono passati, nel corso della loro breve storia, dalla politica del dollaro, a quella della superpotenza, per poi tornare a una versione aggiornata della politica originaria (un misto di corruzione e operazioni speciali, invece dell’uso della forza bruta) aggiungendovi il ruolo schiacciante dei media?
Per tre ragioni. Una di carattere squisitamente economico, un’altra che è un misto di economia e strategia, e la terza sociale.
Cominciamo da quella sociale:
“I mutamenti sociali che dissuadono dal combattere per paura delle perdite (questa è l’eccezione) sono effetti secondari del progresso della prosperità, che è a sua volta un effetto secondario della pace. In passato, la prosperità spesso incoraggiava a una guerra – gli aggressori erano le nazioni economicamente più progredite: la Prussia piuttosto che l’impero asburgico nel 1866, ancora la Prussia piuttosto che la Francia nel 1870, la Russia imperiale piuttosto che l’impero ottomano nel 1876, il Giappone imperiale piuttosto che la Cina nel 1894 e gli Stati Uniti piuttosto che la Spagna nel 1898. Ma i progressi odierni sono di ordine diverso, in quanto arricchiscono non solo le nazioni ma anche una netta maggioranza delle loro popolazioni; arricchiscono non solo le società, ma provocano in esse profondi cambiamenti demografici e culturali.
Secondo la definizione classica, le grandi potenze erano Stati forti quanto bastava per gestire da soli con successo una guerra, cioè senza alleati. Ma questa distinzione è superata perché oggi il problema non è soltanto se si può combattere una guerra con o senza alleati, ma se la guerra può essere combattuta – tranne in modi remoti e tecnici che non comportano un grave rischio di perdite. Ne deriva che lo status di grande potenza ha sempre avuto una tacita precondizione: quella di essere pronti a usare la forza ogni volta che poteva essere vantaggioso, accettando le conseguenti perdite in combattimento – finché la loro entità era proporzionata ai successi.
In passato questa precondizione era fin troppo ovvia e troppo facilmente soddisfatta per meritare commenti sia da chi la praticava sia da chi la teorizzava. Mentre le grandi potenze di norma potevano contare sull’intimidazione più che sullo scontro militare vero e proprio, questo accadeva soltanto perché era dato per scontato che esse avrebbero fatto uso della forza ogni volta che lo avessero voluto, senza temere la prospettiva delle eventuali perdite. E una grande potenza non avrebbe limitato l’uso della forza alle sole situazioni in cui erano in pericolo interessi «davvero» vitali, per esempio quelli della sopravvivenza. [...]
Per chiarire quanto sia irreale ai giorni nostri il concetto di grande potenza è sufficiente ricordare l’improvviso abbandono della Somalia da parte americana dopo la perdita di diciotto soldati nell’ottobre 1993.
Con orgoglio o vergogna, gli americani possono fare qualsiasi considerazione più ampia su quell’episodio (ed eventi simili a Haiti e in Bosnia), riservandosi la speciale sensibilità che costringe a un mutamento politico completo per la morte di diciotto soldati volontari di
professione – soldati, si potrebbe aggiungere, di una nazione nella quale a quell’epoca le morti per arma da fuoco avvenivano in ragione di una ogni quattordici minuti. Ma in realtà la virtù, o la malattia come si può sostenere, è tutt’altro che un’esclusiva americana.
Nel momento in cui gli Stati Uniti si rifiutarono di combattere a Mogadiscio, Gran Bretagna e Francia, per non parlare dell’altra grande potenza putativa, la Germania, si rifiutarono di arrischiare loro truppe per resistere all’aggressione nella ex Jugoslavia; per di più, nel timore di rappresaglie contro i loro soldati, fu soltanto con grande riluttanza, dopo quasi due anni di orrende violenze, che le due nazioni acconsentirono alla fine alla minaccia accuratamente circoscritta di incursioni aeree autorizzate dall’Onu da parte di aerei dell’Alleanza Atlantica che venne formulata nel febbraio 1994. È vero che né Gran Bretagna né Francia (e nemmeno altre potenze europee) avevano interessi «vitali» di sorta nell’ex Jugoslavia, più di quanti ne avessero avuti gli Stati Uniti in Somalia, ma qui sta il nocciolo della questione: le grandi potenze della storia avrebbero considerato la disintegrazione della Jugoslavia non come un dannoso problema da evitare ma piuttosto come un’occasione da sfruttare. Con la scusa propagandistica della necessità di proteggere le popolazioni attaccate, con il pretesto della restaurazione della legge e dell’ordine, sarebbero intervenute per costituire proprie zone d’influenza, come le autentiche grandi potenze del passato fecero ai loro tempi (perfino la lontana Russia, molto indebolita dalla sconfitta e dalla rivoluzione, si oppose nel 1908 all’annessione della Bosnia-Erzegovina da parte dell’Austria-Ungheria). Così il cosiddetto vuoto di potere della disintegrazione della Jugoslavia sarebbe stato subito riempito, con gran delusione delle ambizioni delle potenze minori e con grande vantaggio delle popolazioni locali e della pace.
Quanto al perché niente del genere sia accaduto nella ex Jugoslavia di fronte ad atrocità che non si erano più viste dalla Seconda guerra mondiale, non è qui il caso di discutere: nessun governo europeo era disposto più degli Stati Uniti ad arrischiare i propri soldati in combattimento.
Il rifiuto di accettare perdite non si limita alle democrazie effettive. L’Unione Sovietica era ancora una dittatura totalitaria quando si impegnò nell’ultraclassica avventura da grande potenza dell’intervento in Afghanistan, soltanto per scoprire che nemmeno la sua strettamente irreggimentata società avrebbe tollerato le perdite che ne seguirono. A quell’epoca, gli osservatori esterni rimasero molto perplessi di fronte al minimalismo della strategia di teatro sovietica in Afghanistan. Dopo lo sforzo iniziale di stabilire un controllo territoriale in tutto il Paese, che venne presto abbandonato, l’esercito di Mosca si limitò a difendere soltanto le città principali e le strade che le collegavano, cedendo gran parte dell’intero territorio ai guerriglieri. Anche esperti osservatori rimasero sorpresi dalla tattica troppo prudente delle forze sovietiche di terra. Tranne pochi reparti di commandos, esse rimasero per lo più confinate all’interno delle loro guarnigioni fortificate, e spesso rinunciarono a sortite anche quando i guerriglieri operavano sotto i loro occhi. A quell’epoca la spiegazione più comune era che i comandanti sovietici preferivano non affidarsi alle loro truppe, coscritti con scarso addestramento. La realtà era che si trovavano sotto la costante e intensa pressione esercitata da Mosca per evitare a tutti i costi perdite umane.
Lo stesso esempio ci consente di eliminare un’altra spiegazione piuttosto superficiale del rifiuto di accettare anche un numero modesto di perdite in combattimento: l’impatto della copertura televisiva. L’esperienza americana di servizi televisivi a colori in diretta con replay immediato di soldati feriti visibilmente sofferenti, dei sacchi per le salme e dei parenti in lacrime in ogni episodio di combattimento dal Vietnam alla Somalia è considerata da molti d’importanza decisiva. La visione di una ripresa diretta di esseri umani – lo si è ripetuto all’infinito – è molto più convincente delle parole stampate, o addirittura di una radiocronaca. Ma l’Unione Sovietica non ha mai permesso alla sua popolazione di vedere in televisione immagini di guerra nello stile degli americani; eppure la reazione della società sovietica alle perdite in Afghanistan è stata identica a quella degli americani di fronte alle perdite della guerra del Vietnam. In entrambi i casi i totali complessivi in un periodo di dieci anni o più non hanno raggiunto quelli di un solo giorno di battaglia nelle guerre del passato: eppure sono stati profondamente traumatici.
Noi dobbiamo di conseguenza cercare una spiegazione più fondamentale, che sia valida con o senza un governo democratico, con o senza un resoconto televisivo privo di controlli. E in effetti una c’è: la base demografica delle società moderne postindustriali. Nelle famiglie che componevano la popolazione delle grandi potenze della storia, era comune la nascita di quattro, cinque o sei figli, e quella di sette, otto o nove era meno rara di quella odierna di uno, due o tre. Certo, la mortalità infantile era alta. Mentre era del tutto normale la perdita di uno o più figli per malattia, quella di un figlio in guerra aveva un significato diverso rispetto a oggi per le famiglie americane o europee, che hanno in media due figli o meno, e che si presume sopravvivano; ciascuno di essi impersona una quota molto più alta del capitale emotivo della famiglia.
Come ha dimostrato una serie di studi storici, la morte stessa costituiva una parte molto più normale dell’esperienza umana, quando non era ancora confinata soprattutto alle fasce più anziane. È indubbio che la perdita di un giovane componente della famiglia per una ragione qualsiasi era sempre una tragedia, eppure la sua morte in combattimento non rappresentava l’evento straordinario e fondamentalmente inaccettabile che è diventato oggi. Genitori e parenti che negli Stati Uniti approvano almeno in linea generale la decisione dei loro figli di arruolarsi nelle forze armate, scegliendo così una carriera dedicata al combattimento e alla sua preparazione, oggi reagiscono spesso con stupore e irritazione quando vengono inviati in situazioni di scontro reale. E sono inclini a considerare una ferita o la morte come uno scandalo oltraggioso piuttosto che un infortunio sul lavoro.3”
Al di là delle considerazioni ideologiche di Luttwak, il discorso è chiaro e convincente. Tuttavia, in questi anni la Russia è rinata, grazie a Putin, e il ritrovato spirito patriottico permetterebbe al presidente russo di affrontare maggiori perdite di quante potrebbe mai sostenerne Obama.
Ecco la ragione economica:
“Isolate e visibili, impossibilitate a nascondersi come possono fare invece le truppe di terra, incapaci di muoversi velocemente come gli aerei, le unità navali di superficie sono sempre più minacciate dai progressi scientifici che oggi permettono una localizzazione a grande distanza e svariate forme di attacco. Per opporsi alle tendenze ostili alimentate dal vertiginoso progresso della scienza, per la protezione delle navi da guerra sono stati utilizzati in misura sempre crescente sia capitali sia accorgimenti tecnici sia capacità di carico delle navi stesse. La vulnerabilità della marina americana è forse cresciuta di poco, mentre il potenziale offensivo sovietico è aumentato dagli anni Sessanta fino alla sua cessazione negli anni Novanta, ma forze sempre minori della marina americana possono servire agli interessi nazionali, mentre forze sempre maggiori sono impegnate nella protezione di se stessa.4”
Questo, ovviamente, si applica anche ai costosi gioiellini prodotti per l’aeronautica, alcuni dei quali, come il contestatissimo F-35, spesso sono difettosi e non valgono la spesa, sopratutto se poi la Cina ruba i progetti, li migliora, e per di più scopre di essere in grado di scoprire quegli arei, che dovrebbero essere invisibili, grazie ai propri radar.
Ecco infine la ragione strategico-economica:
“L’efficienza tecnica non è certo l’unico criterio applicabile nella valutazione, perché il rapporto tra il risultato corrente e il costo non ci dice nulla in merito alla probabile durata del funzionamento (affidabilità) e al costo della manutenzione che con il tempo si renderà necessaria. Salvo questo, però, l’efficienza tecnica costituisce il criterio valido di scelta, quando si tratta di decidere fra tipi diversi di autocarri o di equipaggiamenti, di fucili o di carri armati.
Con materiali migliori, o con una migliore progettazione dei particolari, come pure con piccole modifiche nella struttura e nei meccanismi, si può ottenere, in determinati casi, un miglioramento dell’efficienza tecnica. Grazie a questi accorgimenti, infatti, oggi gli autocarri riescono a trasportare un carico maggiore di quanto facessero i loro predecessori di vent’anni fa, che avevano un costo iniziale uguale e un maggiore consumo di carburante, e i motori d’autocarro ben preparati possono sviluppare più cavalli di quelli mal registrati.
Ma un miglioramento sensazionale dell’efficienza richiede di solito l’adozione di macchine di nuova progettazione. Qualche volta questo diventa possibile sfruttando principi scientifici diversi, come accade oggi con i computer dotati di programmi di elaborazione testi molto più efficienti di una macchina per scrivere elettrica, a sua volta molto più efficiente di quelle meccaniche. Diversamente, però, un aumento significativo nell’efficienza si può avere soltanto sostituendo un equipaggiamento generico, costruito apposta per fare parecchie cose a vari livelli di efficienza, con macchine molto più specializzate, oppure con un sistema integrato, in cui sono incorporate alcune novità tecniche che consentono un risultato nel complesso più efficace, come le macchinette apriscatole aprono i barattoli con maggiore facilità di quanto non faccia un più versatile coltello, o come un carrello elevatore riesce a collocare in posizione materiali ingombranti e pesanti in modo più efficiente di quanto non farebbe una molto più costosa, anche se più versatile, gru mobile.
E nella moderna evoluzione della tecnologia militare è proprio l’elevata efficienza derivata da una specializzazione mirata ad avere molta importanza. A ogni sostituzione, nuove armi specializzate hanno offerto la prospettiva di sconfiggere armi più elaborate e costose, versatili in molti campi, ma pur sempre vulnerabili di fronte all’unico «risultato» delle armi speciali.5”
Cercheremo di spiegare il significato di queste parole di Luttwak. La via più breve per unire due punti è la linea. Ma in guerra (o negli scacchi) alla nostra volontà si contrappone quella del nemico, per cui spesso la via più breve diventa l’arabesco. Realizzare continue contro-contromisure per proteggere le sue preziosissime portaerei, le rende ancora più costose e inefficienti, lo stesso vale per le unità di terra, specie per i fanti, meno costosi dal punto di vista economico, ma la cui perdita è micidiale sotto il profilo sociale. E quindi, se da una parte continuare a insistere sulle super-armi è  un aggravio tremendo per le finanze pubbliche, ma neppure ci si può permettere guerre veccho stile, con centinaia di migliaia di morti (tra le proprie fila) allora, anche in considerazione della rinnovata potenza russa, e di quella cinese e indiana in continua ascesa, agli Usa non resta che utilizzare quel misto di guerriglia, colpi di stato e bombardamento mediatico, che abbiamo già visto in azione a partire dalla Libia e le “primavere arabe.”
Tutto ciò allo scopo di non perdere la leadership mondiale.
“Here’s my bottom line: America must always lead on the world stage.”
Le parole di Obama non lasciano spazio a dubbi. L’America non intende cedere la leadership, e siccome non è più in grado di mantenerla in piedi con i metodi tradizionali, passerà (l’ha già fatto) a una nuova fase, specialmente dopo il fallimento siriano, con la flotta americana bloccata da quella russa e cinese.
Adesso gli Usa useranno le proprie navi da guerra sopratutto come trampolino di lancio per corpi speciali utilizzati per dare supporto a mercenari e rivoltosi vari. Ecco un articolo in proposito
Citiamo un brano molto significativo:
“I veterani delle forze speciali russe dicono che i più pericolosi per la Crimea erano i sei commando per operazioni speciali di 16 soldati ciascuno a bordo delle tre navi statunitensi. Sono addestrati a sbarcare inosservati a terra, nuotare sott’acqua e infiltrarsi in profondità nel territorio nemico. Lo scopo di tutti i commandos del mondo è creare panico, caos e terrore fra la popolazione con atti di sabotaggio: causando potenti esplosioni negli edifici amministrativi di grandi città, nei trasporti in orari di punta o in aree densamente popolate. Nel contesto della preparazione del referendum di adesione della Crimea alla Russia, qualsiasi incertezza creata da tali commandos nella popolazione avrebbe potuto provocare una bassa affluenza alle urne, comportando l’invalidazione dell’elezione. Per evitare tali situazioni, i russi da subito esercitarono un controllo rigoroso ed impenetrabile.”
Ovviamente Putin ha capito il gioco, e quindi sta replicando colpo su colpo, evitando di farsi invischiare direttamente, anche perché i media sono controllati dagli Usa, e chi controlla i media controlla l’opinione pubblica, quindi un intervento russo, sebbene di certo meno costoso, sia in termini di perdite umane, che economiche, di uno analogo americano, sarebbe disastroso dal punto di vista mediatico.
“A critical focus of this effort will be the ongoing crisis in Syria. As frustrating as it is, there are no easy answers there, no military solution that can eliminate the terrible suffering anytime soon. As president, I made a decision that we should not put American troops into the middle of this increasingly sectarian civil war, and I believe that is the right decision. But that does not mean we shouldn’t help the Syrian people stand up against a dictator who bombs and starves his own people. And in helping those who fight for the right of all Syrians to choose their own future, we are also pushing back against the growing number of extremists who find safe haven in the chaos.
So with the additional resources I’m announcing today, we will step up our efforts to support Syria’s neighbors — Jordan and Lebanon, Turkey and Iraq — as they contend with refugees and confront terrorists working across Syria’s borders. I will work with Congress to ramp up support for those in the Syrian opposition who offer the best alternative to terrorists and brutal dictators. And we will continue to coordinate with our friends and allies in Europe and the Arab World to push for a political resolution of this crisis and to make sure that those countries and not just the United States are contributing their fair share of support to the Syrian people”
Ancora le parole di Obama, ci chiariscono che gli Usa non possono intervenire militarmente in Siria, quindi continueranno a supportare i terroristi (che chiama opposizione siriana) utilizzando le tecniche di cui sopra.
“Uccidere con la spada presa a prestito.6”
In altre parole, la guerra per procura, condotta con avanzi di galera, mercenari, e terroristi recuperati da ogni dove. Così in Siria, come in Ucraina.
Abbiamo parlato dei media, ma non abbiamo ancora spiegato perché sono così importanti e, sopratutto, perché gli Usa hanno scelto proprio fenomeni da baraccone come le Femen, i vari militanti delle rivendicazioni gay, etc, per portare avanti le proprie battaglie.
Le due questioni sono intrecciate. Da una parte, questo è servito a disinnescare tutte le sinistre d’Europa, che hanno smesso da un po’ di portare avanti rivendicazioni salariali o, ancora di più, qualunque forma di socialismo, per occuparsi solo di omofobia, razzismo etc, dall’altra c’è lo scopo del capitalismo, che al tempo stesso è il mezzo per la sua affermazione, che è quello di ridurre i popoli in masse consumatrici e le persone in meri consumatori. Un mondo in cui le differenze (sessuali, religiose, etniche, etc) tendono ad appiattirsi, ovviamente in nome della loro difesa, in cui ogni persona è un atomo fatto solo di input-output di tipo economico, è quanto di meglio per il capitalismo della fase attuale, perché elimina ogni ostacolo alla diffusione e allo scambio di merci, anche perché trasforma ogni cosa in prodotto. Il caso del faccione del Che, usato come marchio pubblicitario, è emblematico. Non solo, ma l’uniformità facilita la produzione in scala. I Mac Donald’s potevano avere successo solo in un mondo appiattito perfino nei gusti alimentari, così come la diffusione virale (altra parola abusatissima) di idee e concetti alla moda (dalla lotta contro l’omofobo Putin, ai flashmob contro Assad) sarebbe stata inconcepibile prima di Internet.
I media, sia quelli ufficiali, sia la galassia di blog e siti “d’informazione”, permettono di influenzare le opinioni pubbliche del modo intero, di mobilitare folle per farle scendere in piazza, di reclutare mercenari e teppisti vari (vedi il caso dei militanti di Casapound andati a combattere a fianco dei terroristi ucraini filoamericani) da utilizzare come carne da cannone o da rendere oggetto di attacchi “false flag” (vedi la vicenda dei cecchini golpisti che ammazzavano i manifestanti a Maidan, per far ricadere la colpa sul governo).
In Ucraina, così vicina alla Russia, questa è l’unica strategia possibile per gli Usa. Non a causa di chissà quale accordo sotto banco, come sibilano alcuni “guru” dell’ultradestra criptoatlantica, ma semplicemente perché gli americani si troverebbero di fatto a centinaia e centinaia di chilometri dalla patria, e le loro linee di rifornimento sarebbero sempre a rischio. E senza pane un esercito dura poco, senza contare che, vista la rinnovata potenza (aerea e terrestre) dei russi, le eventuali forze americane non vivrebbero abbastanza da morire di fame.
Note
1. Luttwak, Strategia: la logica della guerra e della pace
2. Sun Tzu – op. cit.
3. Luttwak – op. cit.
4. Idem
5. Luttwak – op. cit.
6. Terzo dei 36 Stratagemma cinesi

La massoneria e il governo Renzi, parla il leader massone Magaldi


WebRadioNewtork.eu intervista Giole Magaldi sui legami con la massoneria del governo Renzi.
Magaldi è il leader della loggia massonica italiana Grande Oriente Democratico, divenuto celebre alle cronache per aver ammesso candidamente e pubblicamente che Mario Monti è un massone (circostanza mai smentita da Monti, salvo il siparietto con la bilderberghina Lilli Gruberg a Canotto e mezzo, dove il Bilderberghino & trilateralista Monti dichiaro` di non sapere nemmeno cosa sia, la massoneria) e per aver affermato in TV, anche in questo caso senza essere smentito dai diretti interessati, che le tre principali cariche dello stato, Napolitano, Boldrini e Grasso, hanno legami diretti con la massoneria internazionale. 

L’Abkhazia non è l’Ucraina, non credete ai nostri media che parlano di golpe antirusso

Far dire la verità ai giornali italiani è un’impresa titanica. Quasi fatica sprecata. L’ultimo fronte di menzogne si chiama Abkhazia. Ieri, un migliaio di manifestanti dell’opposizione ha protestato sotto il parlamento di Sukhumi, la Capitale della repubblica, ed una trentina di essi ha fatto irruzione nelle stanze dell’amministrazione per chiedere le dimissioni del governo, ed anche qualcosa di più.
Sono partite immediatamente le speculazioni occidentali: un altro grattacapo per il Cremlino. Una Majdan caucasica ed antirussa, hanno proclamato gli zelanti giornalisti di casa nostra. Non è così, e se non si tratta proprio del contrario poco ci manca. Il 27 maggio sono incominciati gli assembramenti pubblici per accelerare quelle riforme economiche necessarie alla ripresa che vanno avanti a rilento nel Paese, nonostante gli aiuti russi.
Il Presidente Alexander Ankvab ha annunciato le dimissioni del governo ma i passi concreti in tale direzione sono apparsi troppo deboli e di circostanza. La presa in giro ha acceso gli animi dei manifestanti che adesso pretendono anche la sua testa. E’ stato per queste ragioni che alcuni dimostranti hanno occupato il Palazzo invocando il rispetto della volontà popolare. Ora gli eventi sono in evoluzione e le autorità locali temono di perdere il controllo della situazione.
Tuttavia, parlare di golpe, come ha fatto il Presidente Ankvab, è improprio. I cittadini riunitisi sotto il Parlamento non chiedono un cambio di campo geopolitico ma un potere meno corrotto, in grado di avviare un percorso di riforme più aderente alle istanze del popolo. Uno dei leader dell’opposizione ha dichiarato che stanno cercando di mettere ordine in casa loro senza turbare le relazioni tra Abkhazia e Russia che restano sacre e inviolabili.
Due terzi del bilancio abkhazo, infatti, pesano sugli sforzi russi ma pare che i finanziamenti siano utilizzati piuttosto male. Il sistema bancario è in default e non viene realizzata quella piena integrazione con le strutture industriali e finanziarie di Mosca che sarebbe necessaria al rilancio della nazione.
Ed è proprio questo che vuole la gente, la realizzazione di sinergie più adeguate con il potente vicino. Dal 2010 la Russia ha assistito l’Abkhazia con versamenti in miliardi di rubli, si dice quasi 18 mld. Gli attuali dirigenti hanno speso quei soldi rincorrendo i propri capricci, facendo così crescere il malcontento popolare. I media ucraini hanno iniziato a speculare sulle vicende nel Caucaso per puntare ancora una volta il dito contro Putin, quelli occidentali li stanno seguendo acriticamente a ruota. Invece, è tutta un’altra storia che qualcuno ha interesse a confondere con il disastro di Kiev per incolpare ancora Mosca.  Le cose non si incanaleranno però come credono i detrattori del Cremlino, l’ l’Abkhazia risolverà pacificamente le sue contraddizioni, d’amore e d’accordo con i russi, proprio perchè non vuole incorrere nella medesima malasorte dell’Ucraina, attirata in una trappola da Usa e Ue.

Brogli elettorali: ‘Piddini aggiungevano schede come confetti’


Renzi fa già i miracoli, moltiplica le schede. Piazze vuote e urne piene, questa potrebbe essere una spiegazione.
DAL SEGGIO: ‘AGGIUNGEVANO SCHEDE COME FOSSERO CONFETTI’
Reggio Emilia  - Esposto in Procura per brogli elettorali che si sarebbero verificati nelle elezioni amministrative Reggio Emilia, è stato depositato oggi dalla deputata del Movimento 5 stelle, Maria Edera Spadoni e da altri esponenti del movimento.
La vicenda, già denunciata quando era in corso lo spoglio dei voti, riguarda numerose schede che sarebbero state firmate con la stessa grafia nello spazio dedicato alle preferenze, attribuendo il voto agli stessi candidati del Pd: Salvatore Scarpino e Teresa Rivetti (moglie del consigliere del Pd uscente, Carmine De Lucia).
Il caso è scoppiato ieri pomeriggio in viale Montegrappa, al seggio 7: sul posto è arrivata anche la Digos per accertamenti.
L’episodio è stato confermato e verbalizzato anche dalla rappresentante di lista Pd. Il presidente di seggio è Pietro Drammis, già candidato Idv nel 2009.
Un seggio, quello di viale Montegrappa, nel quale, oltre agli altri quattro scrutatori, era presente anche il figlio del presidente Pietro Drammis, Guglielmo. Il fenomeno delle doppie preferenze che sarebbero state aggiunte successivamente,  sarebbe stato riscontrato anche per altre  schede  del Pd in un seggio di via Premuda. Anche in questo caso le preferenze che sarebbero state aggiunte successivamente erano a favore di Salvatore Scarpino.
Renzi fa già i miracoli, moltiplica le schede. Piazze vuote e urne piene, questa potrebbe essere una spiegazione.
Ovviamente, la denuncia del M5S dovrà essere provata, anche se segnalazioni simili, ma al momento senza esposti, arrivano da altre zone d’Italia.
E non è tanto il caso in sé, non si tratterebbe di un numero di schede decisive, ma il modus operandi che questo denuncia. Se in questo caso li hanno beccati i ragazzi di Grillo, in quanti altri, nessuno avrà visto nulla?
Fonte: VoxNews
Trattp da: www.losai.eu

Monti ammette: “Renzi sta riaffermando la linea politica del mio governo”


Proprio oggi Mario Monti ha ammesso candidamente che il governo Renzi sta portando avanti la sua linea politica. 

Vedi l’articolo dell’Huffington post Mario Monti: “Matteo Renzi sta riaffermando la linea politica del mio governo. Non è di sinistra né di destra”
Che il governo di Letta prima e di Renzi poi, fossero la “continuazione” del governo Monti, non avevamo alcun dubbio;la linea politica infatti è la stessa su tutte le questioni principali,dall’accettazione totale e incondizionata dei diktat europei (o meglio, dei poteri forti che gestiscono l‘UE) alla politica estera, dove vengono sostenute convintamente tutte le posizioni di Barack Obama e soci, le missioni militari all’estero,etc.
Renzi è la ”fase due‘ del progetto iniziato con la destituzione di Berlusconi, che attenzione, non è una ”vittima” come qualcuno vuole farci credere, ovvero non è stato certo rimosso perchè voleva fare gli interessi italiani, ne perche nemico della massoneria internazionale bilderberghina, come abbiamo evidenziato in questo articolo di alcuni mesi fa. Un’altra conferma, per chi ne avesse bisogno, sta nel fatto che Forza Italia in Europa aderira’ al gruppo europeista del PPE, e certamente Berlusconi sa bene come stanno le cose (le cause della crisi, lo strapotere di UE, etc.ma e’ accerchiato dalle procure, e se non vuole finire male, non deve disturbare i ”manovratori”.
Nessun governo avrebbe potuto assumere le decisioni impopolari di Mario Monti, che in un periodo di poco superiore ad un anno, ha smantellato lo stato sociale, calpestando la Costituzione ed il buon senso. Se Berlusconi avesse reso disponibili solo a pagamento i farmaci salvivita (come hanno fatto Monti e Balduzzi) abbandonando al loro destino i malati gravi, la villa di Arcore sarebbe stata probabilmente presa d’assalto.

Per fare le riforme distruttive di Monti, c‘era bisogno di qualcuno disposto a ‘metterci la faccia‘, e Monti era la persona ideale per i poteri forti. Non essendo un politico non temeva di perdere consensi; è sempre stato fedelissimo ai potentati, ovvero ha sempre coltivato i loro interessi, e per questo godeva della loro fiducia, garantiva che avrebbe fatto tutto quello che gli veniva ordinato.
Inoltre c’era bisogno di un governo di larghe intese, che fosse libero di agire in assenza di un’opposizione significativa, e anzi, PD/PDL/UDC hanno operato, insieme ai mass media, per far digerire il tutto agli italiani.
Il governo Berlusconi nell’estate del 2011 aveva recepito la famosa ”lettera della BCE”, Tremonti prima di lasciare varo’ una finanziaria (l’ennesima) da 50 miliardi, ma l’elite voleva, come abbiamo visto, molto, molto di piu’.
Il governo Monti in un anno ha varato numerosissimi provvedimenti, ha lavorato moltissimo, perche’ una fase come quella non poteva durare troppo, la pazienza dei cittadini ha un limite. In quel periodo Renzi se ne stava ben defilato a fare il sindaco di Firenze, e avallava l’azione politica distruttiva di Monti, non ha mai speso una parola contro quel governo, anzi ha piu’ volte sostenuto il professore bilderberghino. 
Renzi in quel periodo si faceva vedere in TV per pontificare e promettere, in assenza di contraddittorio e senza che nessun giornale/tv/politico, compresi quelli di centrodestra, lo criticassero.
Le primarie furono fatte vincere a Bersani volutamente, ovviamente mi riferisco ai ”grandi manovratori” del PD, e non alla base, ignara dei giochetti di potere. Le primarie le hanno fatte vincere a Bersani SAPENDO CHE SE AVESSE VINTO RENZI il PD avrebbe preso il 40%.
Per la prima volta il centrosinistra aveva un leader credibile, (credibile grazie alla propaganda, ma questo e’ un altro discorso ) capace di prendere anche i voti dell’elettorato berlusconiano, ma i ”colonnelli” del partito, ognuno dei quali orienta il voto di migliaia di militanti, hanno sostenuto Bersani.  Come mai il centrosinistra non ha schierato il suo esponente di spicco, coltivato per anni con i mass media? IL MOTIVO, EVIDENTEMENTE, E’ CHE NON VOLEVANO VINCERE, poiche’ se il PD avesse avuto una maggioranza sarebbero stati dolori, avrebbero dovuto governare da soli, ovvero ASSUMERSI LE PROPRIE RESPONSABILITA’ E METTERCI LA FACCIA, hanno preferito ritrovarsi in una situazione di ingovernabilita’ e sdoganare, dopo un accurato teatrino, un altro ”governo di larghe intese” con il centrodestra, una situazione sovrapponibile a quella del governo Monti. 
Oggi Forza Italia non sostiene il governo, ma certamente - e’ fin troppo evidente - non si sta opponendo (seriamente) ad esso. L’uscita di Alfano e la creazione del ”Nuovo Centrodestra” a mio modesto parere e’ una strategia decisa a tavolino, in quanto si sono resi conto che l’appoggio al governo Letta stava svuotando il serbatoio dei voti, e l’uscita di FI dalla maggioranza ha cercato di frenare questa emorragia, anche se come abbiamo visto alle recentissime europee, il centrodestra ha comunque pagato dazio in termini di voti, scendendo al minimo storico. 
Tornando a Renzi, egli e’ sostenuto e finanziato da banchieri e finanziari, ovvero dai medesimi potentati di cui e’ espressione Mario Monti. In questo scampolo di governo a parte pagare la ”tangente” da 80 euro all’elettorato classico del centrosinistra, (soldi pescati nelle tasche anche delle famiglie piu indigenti, visto che hanno eliminato le detrazioni per il coniuge a carico e rimodulato il calcolo del reddito ISEE) il governo Renzi non ha fatto niente di buono, galleggiando sulla propaganda e spianando la strada all’entrata in vigore del Fiscal compact, che secondo Renzi e’ cosa buona e giusta… inoltre la riforma del lavoro che intende presentare come ”soluzione di tutti i mali” rendera’ definitivamente precario il mercato del lavoro, con regole degne dei paesi dell’est…

Nigel Farage e il gioco al massacro sul M5S


Chi è Nigel Farage? Secondo i giornali sarebbe diventato il successore di Hitler, marchiato di misoginia, xenofobia, razzismo, omofobia: un criminale in breve. “Ecco i segreti dell’alleato di Grillo”, insinua L’Unità. Allora è vero che il caro vecchio Beppe stava oltre Hitler, perciò l’incontro con il nuovo “Führer”. A parte le battute, che molti a quanto pare non riescono a cogliere e a comprendere senza sollevare una questione di paternale opportunità (oh ma non si scherza su queste cose!), l’obiettivo dei diversi influencer in rete e vari troll esagitati è ancora una volta screditare il movimento. Tutti a condividere status, foto, articoli sul nuovo mostro e a dire “ecco chi era veramente Beppe, avevamo ragione”. Tutti contro Beppe e M5S. Quale occasione più ghiotta di un incontro con un ultra conservatore estremista di destra inglese?
Il dado è tratto. Uno vale uno: un fascista vale un fascista. Discorso chiuso secondo Marco Castelnuovo de La Stampa: “La foto di Grillo con Nigel Farage chiude ogni discussione sulla natura e le radici del Movimento 5 Stelle”. Tutti di corsa a puntare il dito, disprezzare, denigrare, demonizzare, ridicolizzare, offendere il nemico. Un nemico che urla sì, ma parla di onestà. Bravi, dopotutto si sa una sinistra antropologicamente superiore ha il dovere di metterti in guardia e indicarti dove sta la verità e la ragione. Si sa devi essere di sinistra (camuffata da destra o viceversa) per essere e parlare di persone oneste. Sì proprio quelle che siedono attualmente accanto ai vari Alfano, Lorenzin, che fanno patti con condannati e che contano tra le loro file soggetti penalmente discutibili. Perché loro sono la speranza, la paura sta dall’altra parte.
A me sinceramente sembra un mondo alla rovescia. E sembra sempre più difficile combatterlo. Ancora di più se hai dalla tua parte mass media e stampa. Ancora di più oggi dopo la vittoria di Renzi a 80 euro al mese. Ho i miei dubbi su Farage, soprattutto per le sue posizioni su ambiente e immigrazione, ma lo conosco poco in profondità per poterne tracciare un profilo serio e non mi va di andarlo a raccattare attraverso quello che l’informazione sta smistando in queste ore. Tra l’altro vedo pochi punti in comune con il M5S. Tranne quello di volere lottare contro gli eurocrati e la “dittatura” europea. Sarò impopolare ma io ci vedo solo un gioco al massacro.
Nigel Farage, che rappresenta oggi quasi un terzo dei cittadini inglesi, sarebbe talmente pericoloso da non meritare neanche una visita su invito per discutere la possibilità di una futura alleanza in Europa. Questo è un altro punto che troppo spesso sfugge: abbracciare un progetto comune, soprattutto di lotta e di modifica alle radici, in Europa non significa condividere le idee e i valori di politica interna. E questo frastuono mediatico avviene in un’epoca in cui a commissari, tecnocrati, finti governi e legionari della Troika, che stanno imponendo una macelleria sociale senza precedenti ad intere popolazione, quegli stessi giornali portano il rispetto omertoso che si deve al padrone.

Il caso Grillo-Farage, ovvero: bastona il cane finché non affoga

Anche ai più smaliziati arriva solo la notizia che Farage sarebbe sessista, omofobo e razzista, un vero fascista albionico. Tutto falso, ecco perché

di Pino Cabras.

La Repubblica e il resto del coro del giornalismo in mano agli oligarchi italiani - ringalluzziti dalla recente vittoria elettorale del loro cavallo di razza, Matteo Renzi - continuano la loro campagna contro Beppe Grillo su un nuovo fronte, nato dai recenti colloqui del leader dei cinquestelle con Nigel Farage, capo del partito britannico UKIP. La campagna si concentra ora su questo partito, del quale i giornali non raccontano l'evoluzione né la storia, bensì riportano le frasi orribili pronunciate da suoi ex membri che sono stati espulsi proprio per quelle frasi.
Altre frasi inserite nella galleria degli orrori da esecrare sono invece ascrivibili direttamente a Farage. Il problema è che le sue dichiarazioni sono state tolte brutalmente dal loro contesto (di cui i media non forniscono alcuna chiave) e reinserite in un contesto nuovo che le contamina, una volta che sono associate alle frasi di coloro che Farage aveva espulso. L'effetto è distruttivo e non risparmia nemmeno i più smaliziati lettori, ai quali arriva solo la notizia che Farage sarebbe sessista, omofobo e razzista, mentre l'UKIP sarebbe una specie di partito fascista albionico. Gli stessi giornali, in questi stessi giorni, continuano a ignorare che il governo ucraino e i suoi nuovi apparati di sicurezza hanno forti componenti di partiti fascisti, gente che fa il passo dell'oca. Questi media: dove c'è fascismo, non lo vedono, e dove non c'è, lo vedono.
Sessismo nell'UKIP? Eppure, su 24 europarlamentari UKIP eletti nel 2014, si contano 7 donne, il 30 per cento, in parte candidate come capolista nelle circoscrizioni britanniche, e tutte con funzioni dirigenti di primo piano. È una media superiore a quella di molti partiti italiani di sinistra nella loro storia. La leader del movimento giovanile, Alexandra Swann, è un'oratrice efficace portata in palmo di mano nel partito. Qualcuno comincia a fare le pulci su come sono state tradotte le frasi di Farage, e scopre gravi manipolazioni, persino nella presunta frase più famosa: «Le donne valgono meno, è giusto guadagnino meno, vanno in maternità». Non era una sua dichiarazione, bensì il titolo di un articolo che riferiva un discorso molto più articolato di Farage in merito alle attitudini che hanno avuto nel corso del tempo i datori di lavoro nel settore della finanza, dove lui stesso ha a lungo lavorato prima della carriera politica. I giornali italiani questo non lo hanno voluto sapere, e così non lo sanno nemmeno i loro lettori.
Andando a fondo della questione, se ne scoprono delle belle, ad esempio alla voce omofobia: mentre i militanti omofobi elencati nelle litanie diRepubblica e del Fatto sono stati espulsi, il primo europarlamentare UKIP eletto in Scozia nella storia, David Coburn, è un gay dichiarato che si accompagna in pubblico con l'uomo della sua vita, e che non si è certo sognato di promettere castità come fece Rosario Crocetta quando si candidò alla presidenza della Regione Sicilia. L'UKIP ha un suo coordinamento LBGT che prende posizione regolarmente in materia di omofobia. I giornali italiani questo non lo hanno voluto sapere, e così non lo sanno nemmeno i loro lettori.
Quanto al razzismo e alla xenofobia, uno degli eurodeputati eletti è il responsabile della politica economica dell'UKIP, Steven Woolfe, un brillante avvocato che è stato capolista alle elezioni dell'Autorità della Grande Londra, ed è un autentico arcobaleno di etnie di origine afroamericana, ebraica e irlandese. Un altro neoeletto è il responsabile delle politiche sulla piccola e media impresa del partito, Amjad Bashir, un signore musulmano nato in Pakistan. Eppure, un disinformatissimo Marco Travaglio scrive nel suo editoriale sul Fatto Quotidiano che l'UKIP «vuole cacciare dal Regno Unito tutti i cittadini nati altrove (Italia compresa)». Semplicemente falso.
Certo, uno dei punti su cui l'UKIP fa più battaglia è una campagna anti-immigrazione. Chi scrive ha una sensibilità radicalmente opposta, in materia. Nondimeno, per amore della verità, bisogna smontare e respingere le bugie raccontate in proposito. Se posso fare un paragone, la politica proposta dall'UKIP è in tutto simile alle politiche sull'immigrazione praticate dall'Australia, mai scardinate dalla sinistra australiana, che pure ha a lungo governato, e che le ha a lungo persino rivendicate. Non è una politica su base etnica o razziale: nasce da una visione protezionistica del mercato del lavoro nazionale, del suo welfare, e dei modi di gestione della sicurezza nei quartieri rispetto alla pressione migratoria. Ho udito propositi più drastici in materia pronunciati dal primo ministro francese, il socialista Manuel Valls. Nessuno si è stracciato le vesti, fra gli improvvisati scopritori di un "caso Farage",
Invece degli articoli studiati per atterrire anziché informare, molte redazioni avrebbero fatto meglio a offrire un lavoro critico e giornalisticamente corretto che spiegasse perché l'UKIP non sia un fungo che inspiegabilmente cresce in una notte, bensì un partito che negli ultimi cinque anni nel Parlamento europeo ha pronunciato i discorsi più efficaci contro l'austerity europea e contro le guerre, gli stessi anni in cui quasi tutti i partiti si mettevano l'elmetto in appoggio alla troika e ai conflitti sanguinosi accesi dalla NATO.
Eppure Travaglio e altri insistono con Grillo: non allearti con Farage, perché ha punti programmatici incompatibili con il tuo programma, perciò unisciti ai Verdi. Tuttavia il presidente dei Verdi europei, l'eurodeputato franco-tedesco Daniel Cohn-Bendit, ha appoggiato tutte le guerre NATO, mentre Farage è stato un fermissimo oppositore di questi interventi militari.
Poi Travaglio e altri sottolineano: occhio, questi sono nuclearisti, non potete accordarvi con loro. Allora dovrebbe essere impossibile fare accordi con quei nuclearisti impenitenti dei comunisti francesi.
Basterebbero questi semplici fatti a obbligare tutti a fermare la macchina della "hitlerizzazione" di Farage (in realtà di Grillo), per capire meglio che la politica continentale europea è un groviglio di contraddizioni che non si presta minimamente alle verticali semplificazioni di oggi.
Possiamo discutere e perfino combattere la posizione politica assunta da Beppe Grillo. Possiamo mettere in secondo piano il fatto che voglia evitare che il M5S rimanga paralizzato dalla "non appartenenza" tecnica a un gruppo parlamentare. Possiamo anche volergli far pagare il prezzo di qualsiasi decisione politica, fa parte del gioco. Quel che non dobbiamo assecondare è il disegno di chi manipola le informazioni per buttare tutto nel calderone del "sono fascisti".
Il problema del funzionamento dei gruppi parlamentari europei è semplice e micidiale: se gli eurodeputati non hanno i numeri per far parte di un gruppo, scatta una tagliola che porta via gli strumenti per intervenire in aula, riduce immensamente i tempi assegnati, priva i rappresentanti di risorse. Funziona in maniera assai più drastica che per i parlamenti nazionali. Per una volta, Grillo è stato molto pacato e lo ha spiegato molto bene in un articolo sul suo sito. L'eventuale accordo del M5S con UKIP sarebbe in parte politico (aumentare la massa d'urto contro la Commissione europea), in parte meramente tecnico (avere le indispensabili risorse giuridiche per intervenire). Sul resto non vigerebbe una disciplina di gruppo: i signori e le signore di UKIP, che hanno un'ideologia anarco-capitalista e anti-ecologista agli antipodi da Grillo, continuerebbero le loro battaglie pro-nucleare, mentre i cinquestelle proporrebbero piani europei per le energie rinnovabili, e così via. Mentre quando ci sarà da votare contro il TTIP o contro l'appoggio a qualche guerra, i parlamentari potrebbero votare insieme con grande efficacia. Contro quelle mostruosità non saranno certo le "larghe intese europee" a far battaglia.
Avrei preferito che il M5S puntasse a un accordo politico con Tsipras, ma nondimeno riconosco che sarebbe stato più complicato inserirsi in un gruppo molto strutturato dove funziona di più la disciplina di voto, mentre questo aspetto non interessa Farage e i suoi. Certo, con più lungimiranza di tutti, sarebbe un'altra storia. Ma intanto è così.

Il problema è che è scattata la vecchia regola del "bastona il cane finché non affoga": dopo la sconfitta elettorale del 25 maggio, la campagna contro Grillo è più intensa, e penetra a fondo su ogni spiraglio. Di questo parliamo, quando vediamo come vengono manipolate le notizie, e nulla è davvero come lo raccontano i grandi organi di informazione.

http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=104468&typeb=0&Il-caso-Grillo-Farage-ovvero-bastona-il-cane-finche-non-affoga

Ma il mondo ha capito che Obama è più bugiardo di Bush



Caro Obama, ci hai deluso. Firmato: 93 paesi, dalla A di Afghanistan alla Z di Zimbabwe, passando per Europa, Brasile, Medio Oriente, ex Urss, Sudamerica e Africa. Durante gli anni diBush, le popolazioni di tutto il mondo erano inorridite dalle aggressioni, dalle violazioni dei diritti umani e dal militarismo degli americani. Nel 2008 solo una persona su tre, in tutto il mondo, approvava l’operato dei leader Usa. L’avvento di Obama trasmise un messaggio di speranza e cambiamento, e nel 2009 il monitoraggio della Gallup (Usglp, Us Global Leadership Project) registrò il forte consenso dell’opinione pubblica mondiale: il 49% del campione aveva fiducia nella nuova leadership statunitense, che però è andata riducendosi non appena Obama è passato dalle promesse ai fatti. Domanda: lei approva o disapprova la leadership Usa? In alcuni paesi, «un gran numero di persone ha rifiutato di rispondere e di esprimere un qualsivoglia parere, mascherando la disapprovazione dietro ad un silenzio dettato dalla paura», spiega Nicolas Davies.

I dati più suggestivi vengono dall’Africa, continente dove Obama aveva sempre goduto di alti indici di gradimento: la caduta delle grandi speranze Obama e Bushnei suoi riguardi può spiegare, almeno in parte, il minor consenso in 28 dei 34 paesi esaminati, scrive Davies in un post ripreso da “Come Don Chisciotte”. Ma non può spiegare perché, ora, in 15 paesi su 27 – ovvero nella maggior parte del continente nero – le persone considerano la leadership di Obama peggiore di quella di Bush (compreso il Kenya, il paese di origine della famiglia Obama). Va meglio in Europa, dove più forte era stata l’ostilità verso Bush. Ma attenzione: «Le interviste europee della Gallup, nel 2013, sono state fatte prima delle rivelazioni di Edward Snowden sullo spionaggio della Nsa, e prima che l’assistente segretario di Stato, Victoria Nuland, organizzasse il colpo di stato in Ucraina, trasformando questo paese nell’ultimo campo di battaglia di quella guerra globale americana», cioè il tipo di guerra «che aveva alienato il consenso di così tanti europei all’amministrazione Bush».

Le promesse di speranza e di cambiamento fatte da Obama nella campagna presidenziale del 2008 «sono progressivamente sbiadite, nei titoli dei giornali di tutto il mondo, esattamente come in America». La sua politica estera e militare? «E’ clamorosamente fallita nel segnare una rottura con le politiche di Bush». Obama «non è riuscito a chiudere Guantanamo, né a “contenere” gli alti ufficiali statunitensi responsabili dei crimini di guerra». Inoltre ha intensificato la guerra in Afghanistan con 22.000 attacchi aerei e «ha consentito centinaia di illegittimi attacchi di droni in Pakistan, Yemen e Somalia». Sempre Obama «ha ampliato le operazioni delle forze speciali fino all’incredibile numero di 134 paesi, ha lanciato sanguinose guerre “per procura” in Libia ed in Siria precipitando, questi due paesi nel caos, e ha consegnato l’Iraq e l’Afghanistan ai “signori della guerra”». Più operazioni coperte, meno occupazioni militari, più navi da guerra nel Pacifico: Nicolas Daviesun’evoluzione dettata dai fallimenti in Iraq e Afghanistan e dall’ascesa della Cina, più che da una precisa visione della Casa Bianca.

«Il fascino di Obama», scrive Davies, «si è sempre basato più sullo stile che sul merito. Dietro alla maschera del “cambiamento” c’è sempre stata la continuità. Né l’America né le popolazioni globali avrebbero accettato tranquillamente un altro George W. Bush». Quindi, servivano «un volto e una voce cui una popolazione sfibrata avrebbe volentieri dato il benvenuto», ma in grado di garantire, al tempo stesso, «la continuità nel controllo di Wall Street e dell’economia, e la ricerca incessante – ma sempre più sfuggente – del dominio militare americano nel mondo». La suggestione del cambiamento? «Era indispensabile per depistare e porre il bavaglio alla crescente richiesta di un cambiamento effettivo nella politica degli Stati Uniti: è questa la sfida che ha definito il ruolo intrinsecamente ingannevole di Obama come nuovo “ceo dell’America Incorporated”».

I parametri della politica estera Usa dopo la guerra fredda, continua Davies, furono definiti nel 1992, per orientare i leader e aiutarli a sfruttare il meglio il dividendo acquisito con il crollo dell’Unione Sovietica. Furono precisati nel documento “Defense Planning Guidance” redatto dal sottosegretario alla difesa Paul Wolfowitz e dal suo assistente Scooter Libby, come trapelò sul “New York Times” nel marzo del 1992. «Quel documento fu poi sostanzialmente rivisto per oscurare le sue implicazioni a livello di offensiva globale, prima che fosse ufficialmente rilasciato il mese successivo». Il quadro politico delineato da Wolfowitz nel 1992 fu poi codificato nel 1997 da Bill Clinton e poi nel “2002 National Security Strategy”, che il senatore Paul WolfowitzEdward Kennedy definì «un manifesto dell’imperialismo americano del 21° secolo, che nessun’altra nazione può o dovrebbe accettare».

La politica delineata da Wolfowitz nel 1992 stabiliva un ordine mondiale in cui l’esercito statunitense sarebbe stato così schiacciante, e così pronto ad usare la sua forza, che «i potenziali concorrenti sarebbero stati indotti a non aspirare ad un qualche ruolo regionale o globale». Anche gli alleati della Nato sarebbero stati dissuasi dall’agire in modo indipendente dagli Stati Uniti, o dal formare autonomi accordi di sicurezza europea. Quell’impostazione «violava implicitamente il divieto contenuto nella “Carta delle Nazioni Unite” di minacciare o di far ricorso unilateralmente all’uso della forza militare, da parte degli Stati Uniti, contro i “potenziali concorrenti”». Era la fine del cosiddetto “internazionalismo collettivo”, cioè il multilateralismo che aveva permesso agli Alleati, vincitori della Seconda Guerra Mondiale, di dar vita all’Onu come organizzazione deputata a mediare le dispute e scongiurare i conflitti armati.

Durante l’amministrazione Bush, la filosofia “neocon” di Wolfowitz «è uscita dal cono d’ombra ed è diventata un bersaglio della critica mondiale». Le radici dell’aggressione all’Iraq sono state rintracciate nel neoconservatore “Project for the New American Century”, il famigerato Pnac firmato nel 1997 da Robert Kagan e William Kristol, direttore del “Weekly Standard” fondato da Rupert Murdoch. Cheney, Rumsfeld, Wolfowitz e Libby erano tutti membri del Pnac. «Ma il ruolo della moglie di Kagan, Victoria Nuland, quale leader del team del Dipartimento di Stato e della Cia che ha organizzato il colpo di Stato americano in Ucraina, ha attirato nuova attenzione sul fatto che anche sotto Obama i neocon continuano a detenere posizioni di potere e di influenza», ben insediati in tutte le stanze dei bottoni di Washington, accanto a Obama. La Nuland ha lavorato indifferentemente con Cheney, alla Nato, con Hillary Clinton e John Kerry. E suo marito, Robert Kagan, lavora al Brookings Institution e, insieme a Kristol, ha fondato il “Foreign Policy Robert Kagan e la moglie, Victoria NulandInitiative”, considerato il successore del Pnac. Obama ha citato il suo saggio “The Myth of American Decline” al discorso sullo Stato dell’Unione del 2012.

Un altro neocon molto influente nell’amministrazione Obama è il fratello di Kagan, Frederick, studioso dell’“American Enterprise Institute”, mentre sua moglie Kimberly è presidente dell’“Institute for the Study of War”. «Nel 2009 erano tra i principali sostenitori dell’escalation in Afghanistan, e gli stretti rapporti con il segretario Gates e con i generali Petraeus e McChrystal ha dato loro un’influenza fondamentale nel far prendere ad Obama la decisione di intensificare e prolungare la guerra». L’ex direttore del Pnac, Bruce Jackson, è presidente del “Project on Transitional Democracies”, il cui scopo è l’integrazione dell’Europa dell’Est nell’Ue e nella Nato. Reuell Marc Gerecht, membro della “Foundation for the Defense of Democracies” ed ex agente della Cia in Iran, «è una delle voci più forti che si sono alzate a Washington per sostenere l’aggressione americana alla Siria e all’Iran, e l’abbandono di soluzioni diplomatiche per entrambi i casi». Ancora: Carl Gershman e Vin Weber sono i leader della Ned, “National Endowment for Democracy”, l’organizzazione che ha pianificato il golpe a Kiev spendendo più di 3,4 miliardi di dollari. Ron Paul ha definito la Ned «un’organizzazione che utilizza i soldi delle tasse statunitensi per sovvertire la democrazia, concedendo finanziamenti a pioggia a partiti o movimenti politici di loro gradimento all’estero».

Per Davies, l’influenza del neoconservatorismo si estende ben al di là della cricca dei neocon che cavalcavano l’amministrazione Bush: gli obiettivi definiti da Wolfowitz nel 1992 «sono stati scolpiti nella pietra, allo stesso modo, da tutte le amministrazioni democratiche e repubblicane: l’obiettivo della supremazia militare degli Stati Uniti è diventato un tale articolo di fede, che le alternative razionali vengono considerate come un sacrilegio o un tradimento». Non ci sono crimini che l’eccezionalismo americano non possa giustificare, dice Davies, e il genuino rispetto per uno Stato di Diritto «è visto come un’impensabile minaccia al nuovo fondamento del potere americano». Ed ecco il trucco: «L’unico modo attraverso il quale un governo può mantenere una posizione di tale illegittimità, è attraverso l’uso della propaganda, dell’inganno e della segretezza, sia contro il proprio popolo che contro il resto del mondo». Di qui il “modello Obama”, che si è evoluto grazie alle tecniche di marketing e costruzione dell’immagine fiduciaria di un Leo Strausspresidente «trendy, sofisticato, con forti radici nell’afro-americanismo e nella moderna cultura urbana».

Il contrasto tra l’immagine e la realtà, un elemento così essenziale nel ruolo di Obama, rappresenta la nuova conquista della “democrazia gestita”, che gli consente di «continuare ed espandere politiche che sono l’esatto opposto del cambiamento che i suoi sostenitori pensavano di andare a votare», scrive Davies. «Questo regime di segretezza, di inganno e di propaganda è la caratteristica essenziale della filosofia politica neoconservatrice che sta ora guidando la leadership di entrambi i maggiori partiti politici americani». E’ un pensiero che viene da lontano: Leo Strauss, il padrino intellettuale dei neocon – un rifugiato proveniente dalla Germania del 1930 – credeva che qualsiasi sforzo, seppur sincero, per ottenere un “governo del popolo, dal popolo e per il popolo” fosse destinato a finire come la Repubblica di Weimar in Germania, con l’ascesa di Hitler e dei nazisti. Pensava che «qualsiasi sistema in cui il popolo avesse detenuto sul serio il potere sarebbe sicuramente finito in barbarie».

La soluzione di Strauss? E’ il sistema della “democrazia gestita”, ovvero «una forma privilegiata di “alto sacerdozio” o di “oligarchia”, che monopolizza il potere reale e sovrintende ad una superficiale struttura democratica, promuovendo miti patriottici e religiosi per garantirsi la fedeltà del popolo e la coesione sociale». Il politologo Sheldon Wolin lo definisce “totalitarismo invertito”, meno apertamente offensivo del totalitarismo classico e quindi più sostenibile, oggi, nella concentrazione totale della ricchezza e del potere. Paradossalmente, dice Davies, questa nuova forma di totalitarismo “invisibile” è più insidiosa del roboante totalitarismo storico. Nel suo saggio su Strauss e la destra americana, Shadia Drury avverte: «Strauss crede che ogni cultura ed ogni sua implicita forma di moralità siano invenzioni umane, progettate dai filosofi e dagli altri geni creativi per la conservazione del Shadia Drurygregge. Poiché la verità è buia e sordida, Strauss sostiene che il filosofico amore per la verità deve restare un appannaggio riservato a pochissimi».

«Nella loro posizione pubblica – continua Drury – i filosofi devono mostrare rispetto ai miti e alle illusioni che hanno fabbricato per gli altri. Devono sostenere l’immutabilità della verità, l’universalità della giustizia e la natura disinteressata del bene, mentre segretamente insegnano ai loro accoliti che la verità non è che una mera costruzione, che la giustizia deve fare del bene agli amici e del male ai nemici, che il solo bene è il proprio piacere. La verità deve essere gustata da pochi, perché è molto pericoloso che la consumino in molti». Se tutto ciò sembra inquietante, esattamente come lo è l’atteggiamento cinico delle persone che gestiscono l’America di oggi, è perché «stiamo vivendo in un sistema politico neoconservatore e straussiano». E il presidente Obama, «lontano dal rappresentare una sorta di alternativa, è un presidente neoconservatore, anch’egli straussiano». Obama e i Clinton «si sono I Clintondimostrati praticanti più sofisticati e magistrali della politica straussiana di quanto mai lo siano stati Bush o Cheney».

Il report 2013 della Gallup, la prima agenzia di ricerche statistiche del mondo, «è una prova di come si possa ingannare qualcuno per un po’ di tempo, e qualcun altro per tutto il tempo, ma non si può ingannare tutto un popolo per sempre», conclude Davies. «Dietro alla cortina di fumo della democrazia e dei valori americani, il sistema politico statunitense ricicla la ricchezza in potere politico, e il potere politico in ricchezza. Dietro al consumista “Sogno Americano”, un’economia guidata dalle oligarchie economiche e finanziarie sta portando la concentrazione di ricchezza e di potere a un livello che mai i totalitaristi del 20° secolo avevano nemmeno immaginato, sostenuta dalla corrispondente esplosione della povertà, del debito e della criminalizzazione di massa». E dietro a tutto questo «sventola all’infinito la bandiera di una politica estera militarizzata, che distrugge paese dopo paese in nome della democrazia». Se Leo Strauss aveva ragione, «il popolo americano accetterà passivamente questo regime basato sulla propaganda e sull’inganno». Se invece aveva torto, e i cittadini reagiranno, devono sapere che il tempo stringe: «I problemi che affliggono il mondo di oggi non aspetteranno ancora a lungo prima che noi si arrivi a comprendere se Leo Strauss aveva ragione o torto, nella sua oscura e sprezzante visione di chi noi siamo».

http://www.libreidee.org/2014/05/ma-il-mondo-ha-capito-che-obama-e-piu-bugiardo-di-bush/

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