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domenica 31 agosto 2014

Tutti i nemici dei marò:I militari che hanno dato gli ordini






Tutti i nemici dei marò:I Presidenti del Consiglio Monti,Letta e Renzi


Volendo seguire l’ordine gerarchico delle cariche istituzionali subito dopo bisogna mettere i vari Presidenti del consiglio:Monti,Letta e Renzi.
Le storie che sono venute fuori sono di uno squallore unico,Monti ha fatto venir fuori tutto il peggio della malafede organizzata e tra l’altro oltre a smentire le decisioni prese collegialmente come governo di trattenerli in Italia dopo il secondo rientro in patria il permesso per votare,ha cercato pure di usarli come serbatoio di voti andando ad accoglierli in aeroporto, poi con Passera hanno fatto apparire e sparire garanzie dall’India e lettere degli imprenditori,relazioni diplomatiche fasulle e inesistenti di gentaglia che sta ancora la a rappresentare l’Italia e a speculare anche sulle fatture.
A quanto pare il relatore dei rapporti di Passera era l’ambasciatore Mancini quello che ha avuto il coraggio di chiedere 400 euro come rimborso sulla ringhiera danneggiata dai panni dei marò.
Oltre a Monti lo stesso impegno lo hanno impiegato Letta e Renzi.
Letta tra balle e menefreghismo ,ha avuto la geniale idea di affidare la gestione del caso all’India e di concordare quello che l’India decideva,in sintesi avevano già deciso di farli condannare in India e poi avendo ratificato farli venire in Italia a scontare la pena.
Renzi ha voluto emulare Letta nel raccontare le balle ha usato le parole giuste,ma solo ed esclusivamente per prendere in giro.Il processo di internazionalizzazione non esiste solo letterine della Mogherini ,il mandato ricevuto da Renzi è stato lo stesso cdei governi che l’hanno preceduto ne più ne meno.

Alfredo d’Ecclesia 

Tutti i nemici dei marò:Il Presidente Giorgio Napolitano

A breve si raggiungeranno i mille giorni e la vicenda dei due fucilieri della marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone è ancora lontana dal trovare una via d’uscita,considerando che a favore dei marò ci sono soltanto i cittadini
Tra l’altro non c’era nessuna garanzia da parte dell’India,tutto il resto invece possiamo considerarli nemici al punto tale di aver rimodulato l’intero mondo delle regole a proprio uso e consumo,ma vediamo questo lungo elenco di nemici dei marò.
Al primo posto e non poteva non essere così troviamo il Presidente della Repubblica e capo delle forze armate Giorgio Napolitano.
Il Presidente Napolitano poteva anche subirla questa vicenda ma non si è capito come mai il garante della Costituzione e il garante dei cittadini li abbia fatti rientrare in India,con tutta la buona volontà del mondo questo passaggio è incomprensibile,a meno che siano cambiate le regole e il ruolo del Presidente ma se questo è avvenuto non ne è a conoscenza nessuno.
Tra l’altro non c’era nessuna garanzia da parte dell’India che la pena di morte non sarebbe stata applicata,ma anche se ci fosse stata la garanzia ,la legge italiana lo vieta.
Alfredo d'Ecclesia

Wikileaks: La politica estera italiana esclusivamente al servizio USA

McCain

Agli ordini di John McCain e Michael Ledeen. Entrambi stesso obiettivo: Leadership USA. E il Ron Paul Institute si chiede se ci sentiamo al sicuro

Si può rimpiangere Andreotti? Si. Mi sta accadendo. E ne attribuisco la responsabilità a questa sinistra confusa con la destra, al confronto con la quale Andreotti appare “vetero-comunista”.
Ma non parlo solo in termini di ideologie forse stantie. Mi riferisco al senso dello Stato.
Non mi si venga a dire “Andreotti era un mafioso”. Si alzerebbe il “coro dei cani latranti a comando” per sostenere che si è innocenti fino a prova contraria e che, comunque, anche dopo una condanna, sono i voti che contano (cfr. Berlusconi e Dell’Utri).
Non solo i Moro. Occorre rivalutare gli Andreotti, i Rumor, i Forlani e tutti coloro i quali hanno mantenuto una schiena (più o meno) dritta rispetto alle imposizioni esterne.
Che sapevano anche dire “no”, quando queste imposizioni contrastavano (esageratamente) con gli interessi dell’Italia.
Oggi, dalla cosiddetta “seconda Repubblica” in poi, non è più accaduto.
Proni, distesi ai piedi di interessi che non solo non sono i nostri, ma sono l’antitesi di quelli italiani.
Da Ambasciatore USA in Italia (Spogli) a Segretario Stato (Condoleezza Rice)
Si riferisce ad una visita di  Kurt Volker (8-9 Maggio 2006) che si divise in vari incontri riservati e pubblici. Il programma pubblico includeva un pranzo con editori sezione esteri di giornali e televisioni, una cena con capi di centri studio e una conferenza stampa per i giornalisti sezione esteri.
Gli incontri riservati, invece, per leader della coalizione di centro sinistra neo eletta a guida Romano Prodi e alti funzionari del Ministero degli Esteri
Ha incontrato:
Carlo Baldocci (Consigliere diplomatico del Ministro delle Finanze Giulio Tremonti)
Bisogniero (Direttore Generale per le Americhe del Ministero degli Esteri
Marco Carnelos (Consigliere diplomatico del Presidente del Consiglio)
De Cardona (Direttore Ufficio Balcani del Ministero degli Esteri)
Romano Prodi
Federica Mogherini (in rappresentanza del PD)
Oliva (Direttore Generale per l’intefrazione europea del Ministero degli Esteri)
Antonio Polito (in rappresentanza della Margherita)
Scarantino (Consigliere capo Ufficio degli affari del Medio Oriente del Ministero degli Esteri)
Terzi (Direttore Generale Affari Politici Ministero degli Esteri)
Luciano Vecchi (in rappresentanza del PD)
Gianni Vernetti (in rappresentanza della Margherita)
Kurt Volker met May 8-9 with a cross-section of political and MFA representatives and stressed to elected GOI leaders the importance of continued cooperation on Iraq, Iran, Afghanistan, the Balkans and other global issues.
He said that Italy would remain an important ally but there should be careful coordination and no surprises – particularly on Iraq, Iran and the Israeli – Palestinian conflict.
Romano Prodi, leader of the winning coalition and the next likely PM of Italy, welcomed the message and said his government looked forward to working closely with the USG.
Margherita party members echoed that sentiment and added that the new center-left governing coalition would not end Italy’s engagement in Iraq, but transition its presence toward reconstruction and training for Iraqi security forces.
Additionally, they added that the new government would be more critical of Russia, Cuba and Venezuela than Berlusconi had been.
MFA Political Director Terzi told Volker that the while the new government would refocus its attention on being a more engaged EU player, this focus would not come at the expense of Italy’s relationship with the U.S.
Terzi added that, historically, the GOI had maintained a consistent foreign policy and despite domestic political changes.
Kurt Volker l’8 e il 9 maggio ha incontrato “una campionatura” (sic!) di rappresentanti politici e del Ministero degli Esteri e ha enfatizzato l’importanza della continuata collaborazione su Iraq, Iran, Afghanistan, Balcani e altre questioni globali ai rappresentanti del Governo italiano.
Ha detto che l’Italia potrebbe rimanere un importante alleato ma occorre che ci sia attento coordinamento e nessuna sorpresa, in particolare su IRaq, Iran e il conflitto Israelo-Palestinese.
Romano Prodi, il capo della coalizione vincente e molto probabilmente prossimo Presidente del Consiglio, ha accolto il messaggio e ha detto che il suo Governo è ansioso di lavorare fianco a fianco con il Governo degli USA.
I membri della Margherita hanno ribadito il concetto e hanno aggiunto che la nuova coalizione di governo di centro sinistra non cesserà il suo impegno in Iraq, ma lo trasformerà in ricostruzione e addestramento delle forze di sicurezza irachene.
Hanno inoltre aggiunto che il nuovo Governo sarà più critico verso Russia, Cuba e Venezuela di quanto lo sia stato Berlusconi.
Il Direttore Politico Terzi ha detto a Volker, nel frattempo, il nuovo Governo avrebbe rifocalizzato l’attenzione in un maggiore coinvolgimento come attore in Unione Europea, ma questa attenzione non avverrà a spese delle relazioni fra Italia e USA.
Terzi added that, historically, the GOI had maintained a consistent foreign policy and despite domestic political changes.
Terzi ha aggiunto che storicamente il Governo Italiano ha mantenuto una politica estera coerente, nonostante i cambiamenti politici interni.
In his meetings with newly elected leaders and with MFA officials Volker stated that the USG valued Italy’s international engagement and expected that the excellent relations between the two countries would continue. He noted that the USG expected a new government to make some adjustments to Italy’s foreign policy but asked that the GOI work with the USG and other allies before making any major changes to Italy’s commitments abroad.
Nei suoi incontri con i leader neo-eletti e con i funzionari del Ministero degli Esteri, Volker ha affermato che il Governo USA ha apprezzato l’impegno internazionale dell’Italia e si aspetta che le eccellenti relazioni fra i due Paesi continuino. Ha evidenziato che gli USA prevedono che il nuovo Governo facesse qualche aggiustamento nella politica estera italiana, ma ha richiesto che il Governo italiano lavori con il Governo USA e gli altri alleati prima di fare cambiamenti negli impegni italiani all’estero
Due parole su Kurt Volker:
Al tempo Assistente del Segretario di Stato (Condoleezza Rice – George W. Bush Presidente) per gli affari europei ed euroasiatici. Ha mantenuto la posizione fino al 2008, quando Bush lo nominò Rappresentante Permanente degli Stati Uniti presso la NATO (Ambasciatore)
A margine e giusto per segnalare una curiosità: Kurt Volker è Direttore Esecutivo del McCain Institute for International Leadership.
McCain, sempre e di nuovo lui. Il “Repubblicano” gestore della politica estera USA (insieme agli altri Neocon) di un Presidente “Democratico”.
Dai Paesi del Nord Africa al Medio Oriente all’Ucraina, ovunque ci siano stati disordini, terrorismo, insurrezioni è passato lui. Come detto altrove, delle due una.
O è l’istigatore (considerato che viene spesso sorpreso in riunioni con chi insorge) o porta sfiga
Da: http://syrianfreepress.wordpress.com/2014/02/08/usa-caught-attempting-to-place-puppet-government-in-ukraine-with-help-from-un/ US representative Victoria Nuland handing out food to a now violent opposition (paid 10 million a month to protest), that does NOT represent the people of the Ukraine, or the government.
Da: http://syrianfreepress.wordpress.com/2014/02/08/usa-caught-attempting-to-place-puppet-government-in-ukraine-with-help-from-un/
US representative Victoria Nuland handing out food to a now violent opposition (paid 10 million a month to protest), that does NOT represent the people of the Ukraine, or the government.
Through its policy research, events, fellows programs, and other activities, the Institute aims to inform, convene, train and assist current and future leaders from the United States and abroad.
Guided by values that have animated the career of Senator John McCain, the Institute is committed to:
- Sustaining America’s global leadership
Attraverso la sua ricerca politica, eventi, programmi associati e altre attività, l’Istituto si propone di informare, riunire, addestrare e assistere attuali e futuri leader degli Stati Uniti e esteri.
Guidati dai valori che hanno ispirato la carriera del Senatore John McCain, l’istituto è impegnato a
- Sostenere la leadership globale dell’America
Proni, sdraiati ai piedi di interessi che non sono i nostri. Agli ordini di chi è pronto a scatenare la III Guerra Mondiale. Agli ordini di chi sta facendo di tutto per spingere la condizione dei conflitti nel mondo fino al punto di non ritorno.
Patrioti che diventano terroristi
bin-laden-independent-dec-1993
e terroristi che diventano Nobel per la Pace (Arafat nel 1994). Tutto perché ci viene ordinato di assecondare una politica follemente basata sulla guerra.
Kurt Volker, stavolta. Altre volte è Michael Ledeen, Victoria Nuland, John McCain.
Siamo (mi correggo: SIETE!) dalla parte di chi vuole a tutti i costi destabilizzare il mondo nel sogno oscenamente folle di portare l’America a dominarlo


http://ilcappellopensatore.it/2014/08/mccain-guerra-mondiale-vi-sentite-sicuri/

Uno stuolo di sogni e di pensieri .di Majakovskij

Uno stuolo di sogni
e di pensieri
mi riempie
sino all’orlo.

Vladimir Majakovskij

fonte informazione libera

Foto: Uno stuolo di sogni 
e di pensieri 
mi riempie
sino all’orlo.

Vladimir Majakovskij

Gli intrecci tra camorra, massoneria e pezzi deviati dello Stato dietro la discarica di Chiaiano

Le immagini mai viste: gli argini della discarica realizzati usando terreno e rifiuti assolutamente inadatti a contenere il percolato
di Amalia De Simone

Camorra, massoneria, pezzi deviati dello Stato e della cosiddetta buona società. C’è tutto questo dietro la realizzazione della discarica che, stando agli annunci dell’allora presidente del consiglio Silvio Berlusconi e dell’ex capo della protezione civile Guido Bertolaso, sarebbe stata una delle principali mosse per uscire definitivamente dall’emergenza rifiuti in Campania.
Parliamo della discarica di Chiaiano, a nord di Napoli, uno sversatoio la cui apertura ha mobilitato migliaia di persone, attivisti, associazioni, famiglie. Dalle indagini condotte dai carabinieri del Noe di Napoli coordinati dai pm della dda Antonello Ardituro e Marco del Gaudio, emerge uno scenario che appare trasversale e che mette in fila clan, pubblica amministrazione, professionisti insospettabili e anche la massoneria. Dagli atti dell’indagine emergono filmati che mostriamo nella videoinchiesta, e che documentano come gli argini della discarica venissero realizzati utilizzando terreno e rifiuti e fossero quindi assolutamente inadatti a contenere il percolato. Camion prelevavano scarti e immondizia da cantieri stradali, li stoccavano in un area per poi trasferirli a Chiaiano. Volendo semplificare i rifiuti avrebbero dovuto contenere e arginare altri rifiuti.
L’assenza di argilla
«La nostra indagine – spiega il comandante del Noe Paolo di Napoli - ha messo in risalto il mancato utilizzo dell’argilla nella costruzione degli argini della discarica. L’argilla avrebbe garantito l’impermeabilizzazione della discarica. Miscelare il tutto con terreno e rifiuti significava minare la tenuta del percolato. L’attività degli indagati consentiva perciò un doppio guadagno: da un lato i rifiuti provenienti dai cantieri stradali non venivano sottoposti a trattamento e poi i rifiuti stessi venivano venduti alla pubblica amministrazione come terreno vegetale o materiale argilloso per fare gli argini della discarica. Da un lato abbiamo una truffa ai danni della pubblica amministrazione, dall’altra abbiamo delle false certificazioni fatte dagli stessi funzionari pubblici che avevano attestato la corretta esecuzione dei lavori».
I casalesi e gli insospettabili
Nell’inchiesta spuntano figure assolutamente insospettabili come un ufficiale di polizia giudiziaria della DIA, nominato anche consulente della commissione parlamentare sui rifiuti e un professionista consulente di molti magistrati della dda e paradossalmente, uno dei consulenti nell’indagine sulla discarica romana di Malagrotta insieme con il perito che si è occupato (questa volta da solo) di redigere una consulenza tecnica approfondita, scrupolosa e importante per le indagini proprio sulla discarica di Chiaiano. Al centro dell’inchiesta un imprenditore, Giuseppe Carandente Tartaglia e la sua società, la Edilcar. Secondo le indagini CarandenteTartaglia, originariamente legato a personaggi di vertice dei clan Nuvoletta, Mallardo e successivamente anche del Polverino, era riuscito ad intrecciare rapporti anche con la cosca casalese capeggiata da Michele e Pasquale Zagaria. Per quest’ultimo clan in particolare, Carandente Tartaglia prestava un rilevante contributo organizzativo come imprenditore operante nello strategico settore della gestione del ciclo legale ed illegale dei rifiuti, controllato dal clan dei casalesi e dalla famiglia Zagaria. In questo modo i casalesi potevano partecipare alle attività imprenditoriali del settore attraverso le sue aziende. E così proponeva ed acquisiva commesse ed appalti rivelandosi capace, anche attraverso i necessari contatti istituzionali, di affrontare e risolvere i momenti di emergenza succedutisi nel tempo in Campania.
«Complessa vicenda imprenditoriale e criminale»
Scrivono i pm Ardituro e Del Gaudio nella richiesta di misura cautelare: «Giuseppe Carandente Tartaglia, o se si vuole la sua azienda, la Edilcar hanno saputo governare la complessa vicenda imprenditoriale e criminale della quale è parte anche la realizzazione e la gestione della discarica di Chiaiano coordinando gli interventi pubblici e dell’imprenditoria privata per l’utile proprio e della criminalità organizzata». Per i magistrati gli imprenditori facenti capo alla famiglia Carandente Tartaglia ebbero di fatto un ruolo centrale nella costruzione della discarica di Chiaiano, individuata nel 2008 come sito necessario per tamponare la persistente emergenza rifiuti verificatasi nei mesi precedenti.
«La questione rifiuti: il tesoretto di parte della politica»
Eppure già nel 2008 un funzionario della prefettura Salvatore Carli, più volte negli anni intimidito per le sue battaglie anticamorra, aveva inviato una relazione sulle cointeressenze della criminalità organizzata nella Edilcar all’allora prefetto di Napoli Alessandro Pansa, anche se poi nel 2009, nel corso di una riunione del GIA (gruppo interforze antimafia del quale Carli faceva parte ma che in quella occasione non era presente) fu rilasciata una informativa antimafia liberatoria proprio a favore dell’impresa di Carandente Tartaglia. Per gli inquirenti, gli imprenditori Carandente Tartaglia sono stati nel tempo protagonisti di un rilevante intreccio di interessi che ha visto convergere le aspettative della criminalità organizzata e l’appetito di numerosi soggetti, anche istituzionali. La questione rifiuti in Campania – scrivono ancora i pm - è una vicenda «che si fa fatica a definire realmente dettata dall’emergenza a meno di non snaturare la nozione medesima del termine, poiché è evidente che non può essere qualificata tale una vicenda che ha impegnato gli ultimi vent’anni della vita istituzionale, non solo locale, e degli interessi dei cittadini. Resta il fatto che la questione rifiuti ha rappresentato il tesoretto, anche elettorale, di una parte della classe politica regionale, la cassaforte della camorra ed in particolare dei capi del clan dei casalesi, oltre che la fortuna di alcuni selezionati (dalla politica e dalla camorra) imprenditori del settore».
Le intercettazioni
Sconcertano alcune intercettazioni che sembrano evidenziare che i titolari della Edilcar sapessero con anticipo che avrebbero ottenuto l’appalto. Infatti, un componente della famiglia di imprenditori dei rifiuti, Mario Carandente Tartaglia viene intercettato mentre insiste con gli altri interessati affinché accettino l’esproprio dei terreni nella zona: «Vi sarà un guadagno economico per tutti e principalmente per la nostra ditta che prenderà l’appalto che le consentirà di lavorare per molti anni». Concetto che questa stessa persona ribadisce anche alla sorella Elena, detta Pupetta: «Pupè, bello chiaro chiaro... quello lo ha preso l’impresa nostra».
La massoneria
L’indagine parte dall’aspetto relativo ai collegamenti con la criminalità organizzata ma da qui si è aperto uno scenario ulteriore e inaspettato: collegamenti con soggetti appartenenti alla massoneria utilizzata sia per superare fasi di stallo dei pagamenti per lo stato di avanzamento dei lavori della discarica sia per poter ottenere altre commesse. Un pentito, Roberto Perrone, riferisce ai magistrati di essere in possesso di informazioni su Carandente Tartaglia e sui suoi rapporti con i Polverino, anticipando anche i rapporti istituzionali e di natura massonica. Si tratta di componenti della loggia della Losanna, una delle più antiche fra le 20 logge del Grande Oriente d’Italia. La affiliazione a questa loggia secondo gli inquirenti, giustifica una fittissima rete di conoscenze distribuite a diversi livelli nei settori e apparati della vita pubblica, fra soggetti legati strettamente al dovere di obbedienza ed al vincolo della fratellanza. Uno dei personaggi frequentati da Carandente Tartaglia, ricopriva nella Losanna, la carica di secondo sorvegliante, figura che insieme con il primo sorvegliante e il “maestro venerabile” compone il “consiglio delle tre luci”, una sorta di organo direttivo della Loggia. Non è la prima volta che la massoneria entra in una indagine su camorra e rifiuti: infatti in passato erano emersi rapporti tra Gaetano Cerci e Cipriano Chianese, imprenditori ritenuti fedelissimi del boss casalese Francesco Bidognetti e Licio Gelli. Il contatto serviva a garantire il trasporto e l’interramento di rifiuti tossici provenienti dalle industrie del centro-nord Italia in provincia di Caserta, attraverso l’impresa Ecologia 89.
L’amarezza degli attivisti
Questi intrecci di malaffare e queste storie di ormai abituale scempio ambientale lasciano una ferita aperta tra gli attivisti napoletani: «Noi eravamo visti come i criminali – spiega Palma Fioretti, attivista della Rete Commons - come le donne della camorra che venivano schierate dagli uomini a protezione loro. Bertolaso disse che la discarica di Chiaiano sarebbe stata un esempio virtuoso per tutta l’Europa, uno degli impianti più efficienti. Molti di noi sono stati indagati per le nostra attività contro la discarica. Eravamo visti come i trogloditi che non capivano che questa era una risoluzione definitiva al problema dei rifiuti in Campania».

su Corriere della Sera

http://www.corriere.it/inchieste/gli-intrecci-camorra-massoneria-pezzi-deviati-stato-dietro-discarica-chiaiano/78393626-2c8f-11e4-9952-cb46fab97a50.shtml

Foto: Briganti

Gli intrecci tra camorra, massoneria e pezzi deviati dello Stato dietro la discarica di Chiaiano

Le immagini mai viste: gli argini della discarica realizzati usando terreno e rifiuti assolutamente inadatti a contenere il percolato
di Amalia De Simone

Camorra, massoneria, pezzi deviati dello Stato e della cosiddetta buona società. C’è tutto questo dietro la realizzazione della discarica che, stando agli annunci dell’allora presidente del consiglio Silvio Berlusconi e dell’ex capo della protezione civile Guido Bertolaso, sarebbe stata una delle principali mosse per uscire definitivamente dall’emergenza rifiuti in Campania. 
Parliamo della discarica di Chiaiano, a nord di Napoli, uno sversatoio la cui apertura ha mobilitato migliaia di persone, attivisti, associazioni, famiglie. Dalle indagini condotte dai carabinieri del Noe di Napoli coordinati dai pm della dda Antonello Ardituro e Marco del Gaudio, emerge uno scenario che appare trasversale e che mette in fila clan, pubblica amministrazione, professionisti insospettabili e anche la massoneria. Dagli atti dell’indagine emergono filmati che mostriamo nella videoinchiesta, e che documentano come gli argini della discarica venissero realizzati utilizzando terreno e rifiuti e fossero quindi assolutamente inadatti a contenere il percolato. Camion prelevavano scarti e immondizia da cantieri stradali, li stoccavano in un area per poi trasferirli a Chiaiano. Volendo semplificare i rifiuti avrebbero dovuto contenere e arginare altri rifiuti.
L’assenza di argilla
«La nostra indagine – spiega il comandante del Noe Paolo di Napoli - ha messo in risalto il mancato utilizzo dell’argilla nella costruzione degli argini della discarica. L’argilla avrebbe garantito l’impermeabilizzazione della discarica. Miscelare il tutto con terreno e rifiuti significava minare la tenuta del percolato. L’attività degli indagati consentiva perciò un doppio guadagno: da un lato i rifiuti provenienti dai cantieri stradali non venivano sottoposti a trattamento e poi i rifiuti stessi venivano venduti alla pubblica amministrazione come terreno vegetale o materiale argilloso per fare gli argini della discarica. Da un lato abbiamo una truffa ai danni della pubblica amministrazione, dall’altra abbiamo delle false certificazioni fatte dagli stessi funzionari pubblici che avevano attestato la corretta esecuzione dei lavori».
I casalesi e gli insospettabili
Nell’inchiesta spuntano figure assolutamente insospettabili come un ufficiale di polizia giudiziaria della DIA, nominato anche consulente della commissione parlamentare sui rifiuti e un professionista consulente di molti magistrati della dda e paradossalmente, uno dei consulenti nell’indagine sulla discarica romana di Malagrotta insieme con il perito che si è occupato (questa volta da solo) di redigere una consulenza tecnica approfondita, scrupolosa e importante per le indagini proprio sulla discarica di Chiaiano. Al centro dell’inchiesta un imprenditore, Giuseppe Carandente Tartaglia e la sua società, la Edilcar. Secondo le indagini CarandenteTartaglia, originariamente legato a personaggi di vertice dei clan Nuvoletta, Mallardo e successivamente anche del Polverino, era riuscito ad intrecciare rapporti anche con la cosca casalese capeggiata da Michele e Pasquale Zagaria. Per quest’ultimo clan in particolare, Carandente Tartaglia prestava un rilevante contributo organizzativo come imprenditore operante nello strategico settore della gestione del ciclo legale ed illegale dei rifiuti, controllato dal clan dei casalesi e dalla famiglia Zagaria. In questo modo i casalesi potevano partecipare alle attività imprenditoriali del settore attraverso le sue aziende. E così proponeva ed acquisiva commesse ed appalti rivelandosi capace, anche attraverso i necessari contatti istituzionali, di affrontare e risolvere i momenti di emergenza succedutisi nel tempo in Campania.
«Complessa vicenda imprenditoriale e criminale»
Scrivono i pm Ardituro e Del Gaudio nella richiesta di misura cautelare: «Giuseppe Carandente Tartaglia, o se si vuole la sua azienda, la Edilcar hanno saputo governare la complessa vicenda imprenditoriale e criminale della quale è parte anche la realizzazione e la gestione della discarica di Chiaiano coordinando gli interventi pubblici e dell’imprenditoria privata per l’utile proprio e della criminalità organizzata». Per i magistrati gli imprenditori facenti capo alla famiglia Carandente Tartaglia ebbero di fatto un ruolo centrale nella costruzione della discarica di Chiaiano, individuata nel 2008 come sito necessario per tamponare la persistente emergenza rifiuti verificatasi nei mesi precedenti.
«La questione rifiuti: il tesoretto di parte della politica»
Eppure già nel 2008 un funzionario della prefettura Salvatore Carli, più volte negli anni intimidito per le sue battaglie anticamorra, aveva inviato una relazione sulle cointeressenze della criminalità organizzata nella Edilcar all’allora prefetto di Napoli Alessandro Pansa, anche se poi nel 2009, nel corso di una riunione del GIA (gruppo interforze antimafia del quale Carli faceva parte ma che in quella occasione non era presente) fu rilasciata una informativa antimafia liberatoria proprio a favore dell’impresa di Carandente Tartaglia. Per gli inquirenti, gli imprenditori Carandente Tartaglia sono stati nel tempo protagonisti di un rilevante intreccio di interessi che ha visto convergere le aspettative della criminalità organizzata e l’appetito di numerosi soggetti, anche istituzionali. La questione rifiuti in Campania – scrivono ancora i pm - è una vicenda «che si fa fatica a definire realmente dettata dall’emergenza a meno di non snaturare la nozione medesima del termine, poiché è evidente che non può essere qualificata tale una vicenda che ha impegnato gli ultimi vent’anni della vita istituzionale, non solo locale, e degli interessi dei cittadini. Resta il fatto che la questione rifiuti ha rappresentato il tesoretto, anche elettorale, di una parte della classe politica regionale, la cassaforte della camorra ed in particolare dei capi del clan dei casalesi, oltre che la fortuna di alcuni selezionati (dalla politica e dalla camorra) imprenditori del settore».
Le intercettazioni
Sconcertano alcune intercettazioni che sembrano evidenziare che i titolari della Edilcar sapessero con anticipo che avrebbero ottenuto l’appalto. Infatti, un componente della famiglia di imprenditori dei rifiuti, Mario Carandente Tartaglia viene intercettato mentre insiste con gli altri interessati affinché accettino l’esproprio dei terreni nella zona: «Vi sarà un guadagno economico per tutti e principalmente per la nostra ditta che prenderà l’appalto che le consentirà di lavorare per molti anni». Concetto che questa stessa persona ribadisce anche alla sorella Elena, detta Pupetta: «Pupè, bello chiaro chiaro... quello lo ha preso l’impresa nostra».
La massoneria
L’indagine parte dall’aspetto relativo ai collegamenti con la criminalità organizzata ma da qui si è aperto uno scenario ulteriore e inaspettato: collegamenti con soggetti appartenenti alla massoneria utilizzata sia per superare fasi di stallo dei pagamenti per lo stato di avanzamento dei lavori della discarica sia per poter ottenere altre commesse. Un pentito, Roberto Perrone, riferisce ai magistrati di essere in possesso di informazioni su Carandente Tartaglia e sui suoi rapporti con i Polverino, anticipando anche i rapporti istituzionali e di natura massonica. Si tratta di componenti della loggia della Losanna, una delle più antiche fra le 20 logge del Grande Oriente d’Italia. La affiliazione a questa loggia secondo gli inquirenti, giustifica una fittissima rete di conoscenze distribuite a diversi livelli nei settori e apparati della vita pubblica, fra soggetti legati strettamente al dovere di obbedienza ed al vincolo della fratellanza. Uno dei personaggi frequentati da Carandente Tartaglia, ricopriva nella Losanna, la carica di secondo sorvegliante, figura che insieme con il primo sorvegliante e il “maestro venerabile” compone il “consiglio delle tre luci”, una sorta di organo direttivo della Loggia. Non è la prima volta che la massoneria entra in una indagine su camorra e rifiuti: infatti in passato erano emersi rapporti tra Gaetano Cerci e Cipriano Chianese, imprenditori ritenuti fedelissimi del boss casalese Francesco Bidognetti e Licio Gelli. Il contatto serviva a garantire il trasporto e l’interramento di rifiuti tossici provenienti dalle industrie del centro-nord Italia in provincia di Caserta, attraverso l’impresa Ecologia 89.
L’amarezza degli attivisti
Questi intrecci di malaffare e queste storie di ormai abituale scempio ambientale lasciano una ferita aperta tra gli attivisti napoletani: «Noi eravamo visti come i criminali – spiega Palma Fioretti, attivista della Rete Commons - come le donne della camorra che venivano schierate dagli uomini a protezione loro. Bertolaso disse che la discarica di Chiaiano sarebbe stata un esempio virtuoso per tutta l’Europa, uno degli impianti più efficienti. Molti di noi sono stati indagati per le nostra attività contro la discarica. Eravamo visti come i trogloditi che non capivano che questa era una risoluzione definitiva al problema dei rifiuti in Campania».

su Corriere della Sera

http://www.corriere.it/inchieste/gli-intrecci-camorra-massoneria-pezzi-deviati-stato-dietro-discarica-chiaiano/78393626-2c8f-11e4-9952-cb46fab97a50.shtml

Allarme squali in Italia. “Arrivano vicini alla riva”


Nelle ultime settimane almeno tre turisti sono stati attaccati da uno squalo. Una donna è stata sbranata in Nuova Zelanda, un’altra si è miracolosamente salvata alle isole Hawaii. Ma ora la paura arriva anche in Italia. Sono stati numerosi gli avvistamenti, specialmente in Sicilia. Prima Siracusa, poi Palermo, ora anche ad Agrigento. Esattamente a Porto Palo di Menfi, dove un grosso esemplare lungo due metri è stato catturato a pochi metri dalla riva. L’allarme: “Si avvicinano molto alla spiaggia”.
,squalo volpe
E’ il terzo avvistamento in poco più di un mese. Dopo Siracusa e Palermo è stato avvistato e catturato un esemplare di squalo nell’Agrigentino. L’episodio è avvenuto a Porto Palo di Menfi. Non è ancora chiara la specie, ma l’esemplare lungo quasi due metri si è avvicinato alla battigia ed è poi stato catturato da alcuni bagnanti. Lo squalo si è avvicinato alla riva perché in cattive condizioni, era reduce, infatti, da un brutto incontro con un amo da pesca di quelli usati per catturare il pesce spada. Subito catturato da bagnanti e guardaspiaggia, che hanno tentato di soccorrere il pesce, inutile si è rivelato l’intervento degli uomini dell’istituto zooprofilattico di Palermo. Lo squalo, infatti, è morto dopo poche ore. bagnanti di Porto Palo di Menfi, nell’Agrigentino, se lo sono visto spuntare sulla battigia: uno squalo di verdesca di quasi due metri, ferito alla bocca da un amo da pesca. Per l’animale non c’è stato nulla da fare: è morto durante il trasporto. Tra la rabbia di chi aveva provato a salvarlo.

ALLARME terrorismo in Italia:200 terroristi dell ISIS infiltrati tra gli immigrati in Sicilia.

terroristi infiltrati italia isis
 ALLARME TERRORISMO in Italia,cellule di jihadisti dell’ ISIS infiltrati tra gli immigrati approfittando dell’operazione Mare Nostrum.200 sono già in Italia.
Il rischio terrorismo corre sul filo degli sbarchi in Sicilia. Con le migliaia di immigrati disperati che ogni giorno arrivano sulle coste siciliane, infatti, ci sarebbe il  concreto rischio di terroristi siriani infiltrati, che approfittano delle maglie larghe connesse all’Operazione Mare Nostrum per entrare indisturbati nel nostro Paese,specialmente ora che l’Italia ha contribuito allo sforzo bellico contro di loro inviando armi ai curdi in Iraq.Una sorte di possibile vendetta dunque.
E una volta qui, preparare azioni terroristiche o attività di reclutamento. La notizia era nell’aria, ma il rischio viene sottolineato oggi nero su bianco dal Corriere della Sera, in un lungo articolo sui fondamentalisti presenti nel nostro Paese. La Sicilia colabrodo, dunque, sarebbe il migliore varco d’ingresso per i terroristi dell’Isis, confusi tra la folla dei migranti.
Per non parlare di quelli già presenti.Molti sono italiani, altri sono invece immigrati di seconda generazioneSono duecento e vivono tutti in Italia. Sarebbero stati addestrati nei campi paramilitari in Afghanistan, in Pakistan e in Iraq e adesso sono rientrati in Italia, dove conducono apparentemente una vita normale, senza dare particolarmente nell’occhio.
Sono i terroristi islamici di casa nostra, per la maggior parte italiani, addestrati militarmente nelle fila degli integralisti, che avrebbero il ruolo di agire per il reclutamento nel nostro Paese. A rivelarlo sono fonti dell’Intelligence italiana, che sta da tempo puntando le proprie lenti di ingrandimento su questi soggetti, anche per prevenire eventuali attentati dentro casa nostra.
Che non sia uno scherzo è dimostrato dal fatto che in queste ultime settimane anche in Italia si è alzato il livello di allerta e di controllo sui cosiddetti obiettivi sensibili. Ambasciate, aeroporti, stazioni, luoghi di culto e altri che potrebbero essere presi di mira dal terrorismo, specie dopo la consegna delle armi dall’Italia ai Curdi (non ancora arrivate a destinazione), proprio per combattere i terroristi del Califfato islamico.
E non è tutto, perché sarebbero invece una cinquantina gli italiani già partiti per Siria e Iraq, che si sarebbero uniti alle milizie jiahidiste dell’Isis, i tagliatori di teste, per intenderci, che impongono la severa legge islamica assassinando tutti coloro che ritengono infedeli o apostati. La notizia più eclatante, qualche tempo fa, è stata quella di un 25enne di Genova, morto fra i miliziani dell’Isis in Siria, mentre combatteva per l’Islam più integralista.
Le preoccupazioni vengono confermate, poi, anche dal direttore dell’Ufficio Anti terrorismo, Lamberto Giannini, in un’intervista resa a Rai News 24, che sottolinea come insieme a persone che hanno già combattuto su altri fronti (come quello afghano), il contagio fondamentalista stia coinvolgendo anche giovani, spesso incitati grazie al web e convertitisi all’Islam in modo rapido e improvviso.
di Alberto Samonà -

E’ italiano ed inventa un auto ad acqua.In europa fa il boom,in Italia non ne parlano

inventore auto acqua
Si Chiama Lorenzo Errico, E Suo il Brevetto Che ci permette di Fare il "pieno d'acqua" all'auto, ma in Italia le tv non ne Parlano, in Europa fa il braccio.
Lorenzo Errico,  Suo E Il Brevetto Che potrebbe SALVARE Il Futuro del Mondo. Ecco l'Elettronico Che Pensa in grande, per amore del figlio. L'inventore dell'Auto Capace di abbattere Consumi e inquinanti del 90%!
Le vetture in prova ... Sono. Ibride .... Benzina, Gasolio, Metano, GPL, Etanolo + Ossidrogeno. La quantita del carburante originale, variabile dal 30% al 70% viene sostituita con la medesima quantita di Ossidrogeno prodotto On-Board e iniettata su richiesta direttamente in camera di combustione. TV Nessuna NE Parla, vi Siete chiesti il ​​perchè? Diffondiamo Noi this notizia ...
http://jedasupport.altervista.org/blog/curiosita/italiano-inventa-un-auto-ad-acqua/?doing_wp_cron=1409485480.6579849720001220703125


L’impero della finanza e l’eclissi della sovranità

Mario Forgione - Il 7 agosto scorso il Presidente della BCE Mario Draghi, in un intervento ad ampio raggio su crisi economica e stabilità dell’euro, si è espresso senza veli sul futuro prossimo dei paesi con difficoltà di ordine finanziario: “Gli Stati devono cedere la loro sovranità sulle riforme strutturali.” L’intellighenzia politica italiana, con un malcelato senso di fastidio, ha intuito il riferimento all’Italia e si è subito lanciata in parziali smentite sulla necessità di sottoporre il Paese ad un processo di riforme economiche concordato con la Commissione Europea. In verità, il mese di agosto non è nuovo a simili suggerimenti da parte della BCE. Gli analisti di politica economica ricordano bene la lettera della BCE del 5 agosto 2011 indirizzata al governo Berlusconi con le indicazioni delle riforme “strutturali” per scongiurare la crisi dello spread (tasso di interesse sui titoli del debito pubblico) e della solvibilità del debito pubblico. Non si tratta di una banale coincidenza, ma di un rito che si ripete nel tempo. Nel mese di agosto, infatti, vengono elaborate le linee di politica economica da attuare in autunno, tenendo conto delle previsioni di crescita e dei dati macroeconomici provenienti dagli istituti preposti alla loro raccolta. Si tratta, nelle specie, di analisi macroeconomiche che poi determinano la legge di stabilità (approvazione del bilancio dell’esercizio precedente e dei nuovi capitoli di spesa). In realtà, negli ultimi tempi, la vaghezza del linguaggio giornalistico è un ostacolo importante per la corretta individuazione del significato da attribuire ai concetti espressi dalla dialettica politica. Una delle espressioni più abusate dall’inizio della “crisi dello spread” è quella riguardante le cosiddette “riforme strutturali,” che gli organi dell’UE considerano prioritarie per togliere l’Italia dalla pericolosa oscillazione tra stagnazione e recessione economica. In realtà, l’opinione pubblica è ignara del contenuto delle riforme strutturali invocate dalla UE al punto da costringere l’Italia a cedere la propria sovranità per imporle con un vero e proprio atto di imperio. Anche la classe politica si trincera nel vago e preferisce rendere evanescente l’espressione per evitare di pagare un costo elettorale. Le riforme strutturali sono di natura essenzialmente economica e mirano alla destrutturazione della politica sociale e dell’intervento pubblico in economia. Sostanzialmente, la lettera del 5 agosto del 2011 si articola in due punti essenziali: a) Necessità di una complessiva, radicale e credibile strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali. Questo dovrebbe applicarsi in particolare alla fornitura di servizi locali attraverso privatizzazioni su larga scala; b) Riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale, permettendo accordi al livello di impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione. Le indicazioni sono chiare: la strada da seguire è quella del liberismo integrale e della eliminazione di qualsivoglia forma di intervento pubblico in economia. La lettera della BCE del 5 agosto 2011, se letta nella giusta prospettiva e non semplicemente come frutto di un contesto particolare, rappresenta l’inizio di una prassi e di una modalità di azione da parte degli organismi di vertice dell’UE tesa a elidere ogni forma di controllo democratico sull’entità delle misure economiche da adottare per evitare la deflagrazione dell’unione monetaria. Del resto, lo stesso Giulio Tremonti, Ministro dell’economia e delle finanze dell’ultimo governo Berlusconi, in una intervista a il Giornale del 30/7/2013, si è espresso in maniera chiara sul contenuto della lettera: “Pensare che una lettera di quel tipo restasse segreta rivela una distorta cultura democratica. Se davvero hai la mentalità degli arcana imperii devi almeno evitare che si sappia in giro che c’è una lettera senza precedenti nei rapporti europei. Una volta che l’hai fatto sapere, pensare che il testo resti segreto era per lo meno puerile. Specie per come era stata scritta, chiedendo che le azioni dettagliate ed elencate fossero prese alla lettera, per decreto legge, seguito da ratifica parlamentare entro settembre 2011. Molto democratico!”

Giulio Tremonti riprende le stesse argomentazioni nel libro pubblicato nel gennaio del 2012, Uscita di sicurezza.[1] Questo, in sintesi, il pensiero di Tremonti sull’operato della BCE: “ La BCE ha pensato e agito come se la stabilità dell’euro, questa la sua essenziale missione, dipendesse solo dal livello dell’inflazione o solo dai deficit/debiti pubblici, e non anche dalle criticità proprie delle finanza privata, su cui in realtà non si è sufficientemente vigilato, né a livello nazionale né a livello centrale, e soprattutto a livello macroeconomico. In specie gli enti creditizi e la finanza privata, con le loro degenerazioni, sono stati totalmente ignorati, non osservati, non vigilati; la loro massa non è apparsa sugli schermi della BCE. Non è apparsa, si ripete, nemmeno a quel livello macroeconomico che pure era ed è di sua competenza. Un drammatico difetto di visione. Probabilmente è stato così perché la finanza privata era allora generalmente considerata incapace di sbagliare.”

Gli eccessi della speculazione finanziaria e dell’investimento in finanza strutturata degli enti creditizi non sono stati corretti, ma salvaguardati e garantiti dai bilanci pubblici. Il paradosso è quello di permettere alla politica di intervenire a tutela dei bilanci delle banche, ma di impedire alla stessa di correggere le storture del sistema e garantire il livello minimo dei servizi sociali. Dietro le indicazioni della BCE, quindi, esiste una precisa volontà politica: quella di togliere tutti i residui spazi di sovranità popolare. La BCE non si limita più alle “raccomandazioni” o alle direttive tecniche, ma impone addirittura il metodo e detta i tempi delle riforme. Nel gergo degli esperti di diritto pubblico questa prassi prende il nome di “stato di eccezione”, sospensione del normale processo legislativo per esigenze di tenuta del sistema. In verità, la criticità di un simile operato da parte di un organo tecnico e non elettivo come quello della BCE si pone in netto contrasto non solo con il Trattato sul funzionamento dell’UE, ma con la stessa Costituzione italiana. Infatti, l’articolo 127 del TFUE impone alla BCE di mantenere la stabilità dei prezzi (controllo dell’inflazione), ma non di individuare le linee guida di politica economica che gli Stati membri della UE devono adottare. Ancora, l’articolo 11 della Costituzione Italiana permette le cessioni di sovranità, ma al solo scopo di garantire la pace tra le Nazioni. In questo senso, se la partecipazione ad un organismo sovranazionale come l’UE mette a rischio il livello della prestazioni sociali essenziali, la stessa idea di sovranità popolare di cui all’articolo 1 della Costituzione si eclissa in una evidente deriva tecnocratica.

L’epoca attuale segna l’eclissi definitiva della sovranità, della necessità che i pubblici poteri siano in accordo con la volontà e le esigenze del popolo. Alain De Benoist, in un testo pubblicato nella primavera del 2014, parla di “Fine della Sovranità”[2] e articola una sorta di scansione temporale per individuare le diverse tappe che hanno portato alla scomparsa di qualsivoglia forma di raccordo tra azione politica e volontà popolare. Secondo De Benoist, infatti, la “fine del mondo non è avvenuta in un giorno preciso, ma si è spalmata su più decenni.” Il processo di estensione della logica mercantilistica su scala globale ha portato l’organismo sociale ad una sorta di sclerosi che ne sta comportando la totale disintegrazione. Si assiste, nella specie, ad una forma di estrema precarizzazione dell’esistenza, una vera e propria modernità liquida per citare Zygmunt Bauman.[3] In tal senso, Diego Fusaro ha precisato che “il precariato non è soltanto una forma lavorativa, peraltro la più meschina dell’intera storia dell’umanità, in quanto si regge sul duplice nesso di un asservimento che non si vede e di un esproprio forzato della progettabilità dell’avvenire: esso è, piuttosto, la cifra complessiva del nostro tempo storico, in cui vulnerabilità, precarietà e insicurezza regnano ovunque incontrastate.”[4]

Il carattere peculiare dell’attuale crisi economica deve essere individuato nella “completa emancipazione della finanza di mercato rispetto all’economia reale e dall’indebitamento generalizzato.”[5] Del resto, per avere un’idea chiara del fenomeno descritto sopra basta tradurre in cifre i concetti esposti: nel 2011 il valore dei derivati ha raggiunto l’ astronomica cifra di 707. 569 miliardi di dollari pari a circa 11,2 volte l’intero prodotto lordo del pianeta, che ammonta a circa 62. 911 miliardi di dollari.[6] Questo processo di totale asservimento dell’economia reale a quella finanziaria è stato coadiuvato dalla scomparsa di tutte quelle forme di regolamentazione emanate dopo la crisi del ’29 per evitare l’indebita commistione tra banche d’affari e banche commerciali. Si allude, nella specie, alla cosiddetta “deregolamentazione” dei servizi finanziari. L’abolizione, nel 1999, del Glass – Steagall Act (1933), che vietava alle Banche la commistione tra assicurazione, finanza e commercio, ha segnato l’inizio di un inesorabile processo di emancipazione della finanza dalle logiche dell’economia reale. Secondo De Benoist, “non più di mezzo secolo fa, la sovranità politica degli Stati posava su tre pilastri: sovranità economica, sovranità militare e sovranità culturale. Oggi, questi tre pilastri sono crollati. Poiché la mondializzazione ha ridefinito la frontiera tra il settore commerciale e quello non commerciale a favore del primo, gli Stati non solo non possono regolare o controllare il funzionamento dei mercati che creano e scambiano gli strumenti di credito al livello di tutto il pianeta, ma non possono neanche contenere l’ascesa esponenziale di una nuova classe transnazionale, che si afferma a scapito degli emarginati e degli esclusi.”[7] In questo senso, la mondializzazione elimina ogni spazio esterno alla lex mercatoria, in quanto l’esistenza di ogni alterità viene non solo combattuta con il ricatto delle sanzioni economiche, ma addirittura negata come possibilità logica. Il processo di emancipazione del mercato finanziario rispetto a ogni vincolo politico è iniziato con l’ascesa al potere di Margaret Thatcher (1979) e Ronald Regan (1981) e ha raggiunto il suo acme con la dissoluzione dell’URSS (dicembre 1991). La dissoluzione dell’URSS, infatti, non ha avuto solo riflessi geopolitici, ma ha eliminato quell’alterità necessaria al sistema liberal – capitalistico. Solo la saldatura e la cooperazione tra i Paesi BRICS e l’America Latina può offrire un diverso modello di sviluppo economico e sociale rispetto a quello del capitalismo assoluto. L’esproprio di sovranità a favore dei mercati finanziari è stato ancora più radicale nell’Unione Europea, in quanto il TFUE vieta alla BCE di comprare sul mercato primario i titoli pubblici degli stati membri e obbliga questi ultimi a finanziare la propria spesa con i tassi decisi dai “mercati.” Si tratta, nella specie, di una dinamica pericolosa perché espone gli Stati al ricatto degli istituti finanziari e all’eclissi della sovranità politica ed economica. Nessuna riforma, nessun intervento di politica economica può essere attuato se non trova il “gradimento dei mercati” e delle agenzie di rating (specializzate in analisi sulla solvibilità dei organismi debitori). Lo spread, il cosiddetto differenziale tra i titoli pubblici dei paesi UE, non è altro che un termometro per misurare il livello di favore di cui godono gli Stati nell’ambito dei mercati finanziari. Inoltre, le singole banche nazionali possono finanziarsi dalla BCE ad un tesso pari all’1.5% e compare titoli pubblici che rendono fino al 4%. In questo modo, precisa De Benoist, “il debito entra così in una situazione di crescita esponenziale, per la semplice ragione che tutto il denaro messo in circolazione proviene da prestiti bancari e il contraente il prestito deve sempre rimborsare più dell’importo ricevuto. Una spirale infernale.”[8] Le soluzioni adottate dall’UE per uscire dalla spirale di tagli alla spesa, recessione e conseguente aumento del debito pubblico hanno reso ancora più radicale il processo di esproprio della sovranità politica degli Stati.

Nel marzo del 2012, gli Stati dell’UE hanno istituito il MES (Meccanismo europeo di stabilità) il cui capitale deve essere portato a 700 miliardi di euro. L’articolo 9 del MES prevede che i paesi devono contribuire al fondo in proporzione al PIL. Questo significa che l’Italia dovrebbe versare circa 125,3 miliardi di euro, una somma importante per un paese che oscilla tra recessione e stagnazione economica dal 2011. Tecnicamente, il MES ha il compito di evitare le crisi di solvibilità degli Stati membri, ma nessuno degli analisti si è soffermato sul meccanismo perverso attraverso il quale dovrebbe operare questo fondo. Nella specie, le banche nazionali che ricevono prestiti dalla BCE all’1.5% possono erogare prestiti al MES ad un tasso superiore e quest’ultimo, in caso di crisi di solvibilità di uno degli Stati membri, può erogare prestiti ad un tasso ancora più alto allo Stato in difficoltà. Ergo, gli Stati si indebitano per pagare gli interessi sui prestiti concessi dagli istituti creditizi. Si tratta, quindi, di un preciso disegno di ingegneria finanziaria per eliminare ogni spazio di sovranità politica ed economica.

Un altro Trattato, noto nel gergo degli specialisti come “Fiscal Compact,” firmato dagli Stati dell’UE (ad eccezione del Regno Unito e della Repubblica Ceca) nel marzo del 2012 e approvato dall’Italia nel settembre del 2012, ha assestato un ultimo colpo al concetto di sovranità popolare. I contenuti del Trattato sono chiari: limitazione del deficit allo 0,5% e debito pubblico da contenere entro il 60%. Inoltre, il Trattato prevede la riduzione automatica del debito eccedente il 60% nella misura di 1/20 all’anno. Questo significa che l’Italia, il cui debito ammonta 2.168 miliardi (135,6% sul PIL), dovrebbe ridurre il proprio debito di circa 65 miliardi all’anno. Si tratta di cifre fuori da ogni logica e destinate a frantumare gli ultimi residui di coesione sociale.

Ancora, nel giugno del 2013 i 27 membri dell’UE hanno dato ufficialmente il mandato alla Commissione europea di negoziare con gli Stati Uniti un Partenariato transatlantico del commercio e degli investimenti (TTIP). Si tratta, nella specie, di un complesso progetto per la creazione di un mercato comune tra Europa e Stati Uniti. Del resto, il progetto risale alla Presidenza Clinton del 1995 e si è arricchito di nuovi sviluppi fino al 2009, l’anno in cui Obama ha deciso di imprimere una forte accelerata alle negoziazioni. Gli obiettivi ufficiali delle cancellerie europee di quella degli Stati Uniti sono quelli di eliminare le ultime barriere commerciali (dazi doganali), ma lo scopo è quello di sottrarre agli Stati la possibilità di regolamentare il mercato dei capitali e dei servizi. Del resto, alle negoziazioni sul TTIP partecipano numerose multinazionali come la Nestlè, la Walt Disney, la IBM, Microsoft ecc. Infatti, “come al momento della costituzione del NAFTA (zona di libero scambio che lega il Canada, gli Stati Uniti e il Messico) nel 1994, l’obiettivo manifesto è, come si è visto, quello della deregolamentazione degli scambi tra i due più grandi mercati del pianeta. Il progetto mira alla soppressione totale dei diritti di dogana sui prodotti industriali e agricoli, ma soprattutto si propone di raggiungere i livelli più alti della liberalizzazione degli investimenti.”[9] L’UE e gli Stati Uniti, quindi, dovrebbero far convergere le loro legislazioni in tutti i settori della produzione di beni e servizi. Questo significa che l’Unione Europea deve prendere come modello la legislazione di una Nazione che si pone fuori dal diritto internazionale per quanto riguarda l’ecologia, il lavoro, la protezione sociale e la sicurezza alimentare (si pensi alla complessa tematica degli OGM). Inoltre, il progetto di Partenariato prevede che gli Stati che non si adeguano alle norme del TTIP possono essere chiamati a rispondere delle loro violazioni dinanzi a tribunali arbitrali internazionali istituiti al preciso scopo di rendere vincolante ogni determinazione del Trattato. Le multinazionali potrebbero ottenere risarcimenti illimitati qualora la legislazione degli Stati non dovesse evolvere in senso liberista. Siamo all’ultima tappa di un complesso processo di eclissi della sovranità: siamo oltre il pensiero di Friedman e Hayek. Lo scopo del neoliberismo non è la riduzione dei compiti dello Stato, ma la totale subordinazione di ogni determinazione politica alle direttive del mercato. La necessità del tempo attuale impone l’emergere di una nuova “massa critica”, di una nuovo approccio dialettico alle questioni nazionali e internazionali. Isolare le questioni interne da quelle internazionali è puerile e pericoloso. La nuova dinamica del capitalismo globale impone di ripensare la politica e con essa la prassi. Prima che sia troppo tardi e l’eclissi della sovranità completa.

[1] Giulio Tremonti, Uscita di Sicurezza, p. 90, Rizzoli,2012.

[2] Alain De Benoist, La fine della sovranità, Arianna Editrice, 2014.

[3] Zygmunt Bauman, Vita Liquida, Laterza Editori, 2006.

[4] Diego Fusaro, Minima Mercatalia, p. 405 Bompiani, 2012.

[5] Alain De Benoist, op. cit., p. 21.

[6] Dati raccolti dalla Banca dei regolamenti internazionali.

[7] Alain De Benoist, op. cit., pp. 31 e 32.

[8] Alain De Benoist, op. cit., 45.

[9] Alain De Benoist, op. cit., pp. 83 e 84.

http://www.millennivm.org/millennivm/?p=1300

Foto: L’impero della finanza e l’eclissi della sovranità

Mario Forgione - Il 7 agosto scorso il Presidente della BCE Mario Draghi, in un intervento ad ampio raggio su crisi economica e stabilità dell’euro, si è espresso senza veli sul futuro prossimo dei paesi con difficoltà di ordine finanziario: “Gli Stati devono cedere la loro sovranità sulle riforme strutturali.” L’intellighenzia politica italiana, con un malcelato senso di fastidio, ha intuito il riferimento all’Italia e si è subito lanciata in parziali smentite sulla necessità di sottoporre il Paese ad un processo di riforme economiche concordato con la Commissione Europea. In verità, il mese di agosto non è nuovo a simili suggerimenti da parte della BCE. Gli analisti di politica economica ricordano bene la lettera della BCE del 5 agosto 2011 indirizzata al governo Berlusconi con le indicazioni delle riforme “strutturali” per scongiurare la crisi dello spread (tasso di interesse sui titoli del debito pubblico) e della solvibilità del debito pubblico. Non si tratta di una banale coincidenza, ma di un rito che si ripete nel tempo. Nel mese di agosto, infatti, vengono elaborate le linee di politica economica da attuare in autunno, tenendo conto delle previsioni di crescita e dei dati macroeconomici provenienti dagli istituti preposti alla loro raccolta. Si tratta, nelle specie, di analisi macroeconomiche che poi determinano la legge di stabilità (approvazione del bilancio dell’esercizio precedente e dei nuovi capitoli di spesa). In realtà, negli ultimi tempi, la vaghezza del linguaggio giornalistico è un ostacolo importante per la corretta individuazione del significato da attribuire ai concetti espressi dalla dialettica politica. Una delle espressioni più abusate dall’inizio della “crisi dello spread” è quella riguardante le cosiddette “riforme strutturali,” che gli organi dell’UE considerano prioritarie per togliere l’Italia dalla pericolosa oscillazione tra stagnazione e recessione economica. In realtà, l’opinione pubblica è ignara del contenuto delle riforme strutturali invocate dalla UE al punto da costringere l’Italia a cedere la propria sovranità per imporle con un vero e proprio atto di imperio. Anche la classe politica si trincera nel vago e preferisce rendere evanescente l’espressione per evitare di pagare un costo elettorale. Le riforme strutturali sono di natura essenzialmente economica e mirano alla destrutturazione della politica sociale e dell’intervento pubblico in economia. Sostanzialmente, la lettera del 5 agosto del 2011 si articola in due punti essenziali: a) Necessità di una complessiva, radicale e credibile strategia di riforme, inclusa la piena liberalizzazione dei servizi pubblici locali e dei servizi professionali. Questo dovrebbe applicarsi in particolare alla fornitura di servizi locali attraverso privatizzazioni su larga scala; b) Riformare ulteriormente il sistema di contrattazione salariale, permettendo accordi al livello di impresa in modo da ritagliare i salari e le condizioni di lavoro alle esigenze specifiche delle aziende e rendendo questi accordi più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione. Le indicazioni sono chiare: la strada da seguire è quella del liberismo integrale e della eliminazione di qualsivoglia forma di intervento pubblico in economia. La lettera della BCE del 5 agosto 2011, se letta nella giusta prospettiva e non semplicemente come frutto di un contesto particolare, rappresenta l’inizio di una prassi e di una modalità di azione da parte degli organismi di vertice dell’UE tesa a elidere ogni forma di controllo democratico sull’entità delle misure economiche da adottare per evitare la deflagrazione dell’unione monetaria. Del resto, lo stesso Giulio Tremonti, Ministro dell’economia e delle finanze dell’ultimo governo Berlusconi, in una intervista a il Giornale del 30/7/2013, si è espresso in maniera chiara sul contenuto della lettera: “Pensare che una lettera di quel tipo restasse segreta rivela una distorta cultura democratica. Se davvero hai la mentalità degli arcana imperii devi almeno evitare che si sappia in giro che c’è una lettera senza precedenti nei rapporti europei. Una volta che l’hai fatto sapere, pensare che il testo resti segreto era per lo meno puerile. Specie per come era stata scritta, chiedendo che le azioni dettagliate ed elencate fossero prese alla lettera, per decreto legge, seguito da ratifica parlamentare entro settembre 2011. Molto democratico!”

Giulio Tremonti riprende le stesse argomentazioni nel libro pubblicato nel gennaio del 2012, Uscita di sicurezza.[1] Questo, in sintesi, il pensiero di Tremonti sull’operato della BCE: “ La BCE ha pensato e agito come se la stabilità dell’euro, questa la sua essenziale missione, dipendesse solo dal livello dell’inflazione o solo dai deficit/debiti pubblici, e non anche dalle criticità proprie delle finanza privata, su cui in realtà non si è sufficientemente vigilato, né a livello nazionale né a livello centrale, e soprattutto a livello macroeconomico. In specie gli enti creditizi e la finanza privata, con le loro degenerazioni, sono stati totalmente ignorati, non osservati, non vigilati; la loro massa non è apparsa sugli schermi della BCE. Non è apparsa, si ripete, nemmeno a quel livello macroeconomico che pure era ed è di sua competenza. Un drammatico difetto di visione. Probabilmente è stato così perché la finanza privata era allora generalmente considerata incapace di sbagliare.”

Gli eccessi della speculazione finanziaria e dell’investimento in finanza strutturata degli enti creditizi non sono stati corretti, ma salvaguardati e garantiti dai bilanci pubblici. Il paradosso è quello di permettere alla politica di intervenire a tutela dei bilanci delle banche, ma di impedire alla stessa di correggere le storture del sistema e garantire il livello minimo dei servizi sociali. Dietro le indicazioni della BCE, quindi, esiste una precisa volontà politica: quella di togliere tutti i residui spazi di sovranità popolare. La BCE non si limita più alle “raccomandazioni” o alle direttive tecniche, ma impone addirittura il metodo e detta i tempi delle riforme. Nel gergo degli esperti di diritto pubblico questa prassi prende il nome di “stato di eccezione”, sospensione del normale processo legislativo per esigenze di tenuta del sistema. In verità, la criticità di un simile operato da parte di un organo tecnico e non elettivo come quello della BCE si pone in netto contrasto non solo con il Trattato sul funzionamento dell’UE, ma con la stessa Costituzione italiana. Infatti, l’articolo 127 del TFUE impone alla BCE di mantenere la stabilità dei prezzi (controllo dell’inflazione), ma non di individuare le linee guida di politica economica che gli Stati membri della UE devono adottare. Ancora, l’articolo 11 della Costituzione Italiana permette le cessioni di sovranità, ma al solo scopo di garantire la pace tra le Nazioni. In questo senso, se la partecipazione ad un organismo sovranazionale come l’UE mette a rischio il livello della prestazioni sociali essenziali, la stessa idea di sovranità popolare di cui all’articolo 1 della Costituzione si eclissa in una evidente deriva tecnocratica.

L’epoca attuale segna l’eclissi definitiva della sovranità, della necessità che i pubblici poteri siano in accordo con la volontà e le esigenze del popolo. Alain De Benoist, in un testo pubblicato nella primavera del 2014, parla di “Fine della Sovranità”[2] e articola una sorta di scansione temporale per individuare le diverse tappe che hanno portato alla scomparsa di qualsivoglia forma di raccordo tra azione politica e volontà popolare. Secondo De Benoist, infatti, la “fine del mondo non è avvenuta in un giorno preciso, ma si è spalmata su più decenni.” Il processo di estensione della logica mercantilistica su scala globale ha portato l’organismo sociale ad una sorta di sclerosi che ne sta comportando la totale disintegrazione. Si assiste, nella specie, ad una forma di estrema precarizzazione dell’esistenza, una vera e propria modernità liquida per citare Zygmunt Bauman.[3] In tal senso, Diego Fusaro ha precisato che “il precariato non è soltanto una forma lavorativa, peraltro la più meschina dell’intera storia dell’umanità, in quanto si regge sul duplice nesso di un asservimento che non si vede e di un esproprio forzato della progettabilità dell’avvenire: esso è, piuttosto, la cifra complessiva del nostro tempo storico, in cui vulnerabilità, precarietà e insicurezza regnano ovunque incontrastate.”[4]

Il carattere peculiare dell’attuale crisi economica deve essere individuato nella “completa emancipazione della finanza di mercato rispetto all’economia reale e dall’indebitamento generalizzato.”[5] Del resto, per avere un’idea chiara del fenomeno descritto sopra basta tradurre in cifre i concetti esposti: nel 2011 il valore dei derivati ha raggiunto l’ astronomica cifra di 707. 569 miliardi di dollari pari a circa 11,2 volte l’intero prodotto lordo del pianeta, che ammonta a circa 62. 911 miliardi di dollari.[6] Questo processo di totale asservimento dell’economia reale a quella finanziaria è stato coadiuvato dalla scomparsa di tutte quelle forme di regolamentazione emanate dopo la crisi del ’29 per evitare l’indebita commistione tra banche d’affari e banche commerciali. Si allude, nella specie, alla cosiddetta “deregolamentazione” dei servizi finanziari. L’abolizione, nel 1999, del Glass – Steagall Act (1933), che vietava alle Banche la commistione tra assicurazione, finanza e commercio, ha segnato l’inizio di un inesorabile processo di emancipazione della finanza dalle logiche dell’economia reale. Secondo De Benoist, “non più di mezzo secolo fa, la sovranità politica degli Stati posava su tre pilastri: sovranità economica, sovranità militare e sovranità culturale. Oggi, questi tre pilastri sono crollati. Poiché la mondializzazione ha ridefinito la frontiera tra il settore commerciale e quello non commerciale a favore del primo, gli Stati non solo non possono regolare o controllare il funzionamento dei mercati che creano e scambiano gli strumenti di credito al livello di tutto il pianeta, ma non possono neanche contenere l’ascesa esponenziale di una nuova classe transnazionale, che si afferma a scapito degli emarginati e degli esclusi.”[7] In questo senso, la mondializzazione elimina ogni spazio esterno alla lex mercatoria, in quanto l’esistenza di ogni alterità viene non solo combattuta con il ricatto delle sanzioni economiche, ma addirittura negata come possibilità logica. Il processo di emancipazione del mercato finanziario rispetto a ogni vincolo politico è iniziato con l’ascesa al potere di Margaret Thatcher (1979) e Ronald Regan (1981) e ha raggiunto il suo acme con la dissoluzione dell’URSS (dicembre 1991). La dissoluzione dell’URSS, infatti, non ha avuto solo riflessi geopolitici, ma ha eliminato quell’alterità necessaria al sistema liberal – capitalistico. Solo la saldatura e la cooperazione tra i Paesi BRICS e l’America Latina può offrire un diverso modello di sviluppo economico e sociale rispetto a quello del capitalismo assoluto. L’esproprio di sovranità a favore dei mercati finanziari è stato ancora più radicale nell’Unione Europea, in quanto il TFUE vieta alla BCE di comprare sul mercato primario i titoli pubblici degli stati membri e obbliga questi ultimi a finanziare la propria spesa con i tassi decisi dai “mercati.” Si tratta, nella specie, di una dinamica pericolosa perché espone gli Stati al ricatto degli istituti finanziari e all’eclissi della sovranità politica ed economica. Nessuna riforma, nessun intervento di politica economica può essere attuato se non trova il “gradimento dei mercati” e delle agenzie di rating (specializzate in analisi sulla solvibilità dei organismi debitori). Lo spread, il cosiddetto differenziale tra i titoli pubblici dei paesi UE, non è altro che un termometro per misurare il livello di favore di cui godono gli Stati nell’ambito dei mercati finanziari. Inoltre, le singole banche nazionali possono finanziarsi dalla BCE ad un tesso pari all’1.5% e compare titoli pubblici che rendono fino al 4%. In questo modo, precisa De Benoist, “il debito entra così in una situazione di crescita esponenziale, per la semplice ragione che tutto il denaro messo in circolazione proviene da prestiti bancari e il contraente il prestito deve sempre rimborsare più dell’importo ricevuto. Una spirale infernale.”[8] Le soluzioni adottate dall’UE per uscire dalla spirale di tagli alla spesa, recessione e conseguente aumento del debito pubblico hanno reso ancora più radicale il processo di esproprio della sovranità politica degli Stati.

Nel marzo del 2012, gli Stati dell’UE hanno istituito il MES (Meccanismo europeo di stabilità) il cui capitale deve essere portato a 700 miliardi di euro. L’articolo 9 del MES prevede che i paesi devono contribuire al fondo in proporzione al PIL. Questo significa che l’Italia dovrebbe versare circa 125,3 miliardi di euro, una somma importante per un paese che oscilla tra recessione e stagnazione economica dal 2011. Tecnicamente, il MES ha il compito di evitare le crisi di solvibilità degli Stati membri, ma nessuno degli analisti si è soffermato sul meccanismo perverso attraverso il quale dovrebbe operare questo fondo. Nella specie, le banche nazionali che ricevono prestiti dalla BCE all’1.5% possono erogare prestiti al MES ad un tasso superiore e quest’ultimo, in caso di crisi di solvibilità di uno degli Stati membri, può erogare prestiti ad un tasso ancora più alto allo Stato in difficoltà. Ergo, gli Stati si indebitano per pagare gli interessi sui prestiti concessi dagli istituti creditizi. Si tratta, quindi, di un preciso disegno di ingegneria finanziaria per eliminare ogni spazio di sovranità politica ed economica.

Un altro Trattato, noto nel gergo degli specialisti come “Fiscal Compact,” firmato dagli Stati dell’UE (ad eccezione del Regno Unito e della Repubblica Ceca) nel marzo del 2012 e approvato dall’Italia nel settembre del 2012, ha assestato un ultimo colpo al concetto di sovranità popolare. I contenuti del Trattato sono chiari: limitazione del deficit allo 0,5% e debito pubblico da contenere entro il 60%. Inoltre, il Trattato prevede la riduzione automatica del debito eccedente il 60% nella misura di 1/20 all’anno. Questo significa che l’Italia, il cui debito ammonta 2.168 miliardi (135,6% sul PIL),  dovrebbe ridurre il proprio debito di circa 65 miliardi all’anno. Si tratta di cifre fuori da ogni logica e destinate a frantumare gli ultimi residui di coesione sociale.

Ancora, nel giugno del 2013 i 27 membri dell’UE hanno dato ufficialmente il mandato alla Commissione europea di negoziare con gli Stati Uniti un Partenariato transatlantico del commercio e degli investimenti (TTIP). Si tratta, nella specie, di un complesso progetto per la creazione di un mercato comune tra Europa e Stati Uniti. Del resto, il progetto risale alla Presidenza Clinton del 1995 e si è arricchito di nuovi sviluppi fino al 2009, l’anno in cui Obama ha deciso di imprimere una forte accelerata alle negoziazioni. Gli obiettivi ufficiali delle cancellerie europee di quella degli Stati Uniti sono quelli di eliminare le ultime barriere commerciali (dazi doganali), ma lo scopo è quello di sottrarre agli Stati la possibilità di regolamentare il mercato dei capitali e dei servizi. Del resto, alle negoziazioni sul TTIP partecipano numerose multinazionali come la Nestlè, la Walt Disney, la IBM, Microsoft ecc. Infatti, “come al momento della costituzione del NAFTA (zona di libero scambio che lega il Canada, gli Stati Uniti e il Messico) nel 1994, l’obiettivo manifesto è, come si è visto, quello della deregolamentazione degli scambi tra i due più grandi mercati del pianeta. Il progetto mira alla soppressione totale dei diritti di dogana sui prodotti industriali e agricoli, ma soprattutto si propone di raggiungere i livelli più alti della liberalizzazione degli investimenti.”[9] L’UE e gli Stati Uniti, quindi, dovrebbero far convergere le loro legislazioni in tutti i settori della produzione di beni e servizi. Questo significa che l’Unione Europea deve prendere come modello la legislazione di una Nazione che si pone fuori dal diritto internazionale per quanto riguarda l’ecologia, il lavoro, la protezione sociale e la sicurezza alimentare (si pensi alla complessa tematica degli OGM). Inoltre, il progetto di Partenariato prevede che gli Stati che non si adeguano alle norme del TTIP possono essere chiamati a rispondere delle loro violazioni dinanzi a tribunali arbitrali internazionali istituiti al preciso scopo di rendere vincolante ogni determinazione del Trattato. Le multinazionali potrebbero ottenere risarcimenti illimitati qualora la legislazione degli Stati non dovesse evolvere in senso liberista. Siamo all’ultima tappa di un complesso processo di eclissi  della sovranità: siamo oltre il pensiero di Friedman e Hayek. Lo scopo del neoliberismo non è la riduzione dei compiti dello Stato, ma la totale subordinazione di ogni determinazione politica alle direttive del mercato. La necessità del tempo attuale impone l’emergere di una nuova “massa critica”, di una nuovo approccio dialettico alle questioni nazionali e internazionali. Isolare le questioni interne da quelle internazionali è puerile e pericoloso. La nuova dinamica del capitalismo globale impone di ripensare la politica e con essa la prassi. Prima che sia troppo tardi e l’eclissi della sovranità completa.

[1] Giulio Tremonti, Uscita di Sicurezza, p. 90, Rizzoli,2012.

[2] Alain De Benoist, La fine della sovranità, Arianna Editrice, 2014.

[3] Zygmunt Bauman, Vita Liquida, Laterza Editori, 2006.

[4] Diego Fusaro, Minima Mercatalia, p. 405 Bompiani, 2012.

[5] Alain De Benoist, op. cit., p. 21.

[6] Dati raccolti dalla Banca dei regolamenti internazionali.

[7] Alain De Benoist, op. cit., pp. 31 e 32.

[8] Alain De Benoist, op. cit., 45.

[9] Alain De Benoist, op. cit., pp. 83 e 84.

http://www.millennivm.org/millennivm/?p=1300