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domenica 30 novembre 2014

Come la Russia e la Germania possono salvare l'Europa dalla guerra

USA, NATO e Russia in una spirale che porta alla guerra in Europa? Inevitabile? No. Ecco una modesta proposta dove vincono tutti, tranne l'Impero del Caos [Pepe Escobar]



di Pepe Escobar.

Gli USA, la NATO e la Russia si trovano in una folle spirale che porta alla guerra in Europa? È inevitabile? Tutt'altro.
Il vassallo a trazione USA Petro Poroshenko, attualmente protagonista nella danza oligarchica in Ucraina, ha avanzato questa settimana la proposta che gli ucraini in un futuro ravvicinato, dopo le sue "riforme", siano chiamati a votare per decidere se aderire alla NATO.
Cerchiamo di essere seri qui. Alcuni di voi potrebbero avere familiarità con il concetto di "shatterbelt" (zone cuscinetto lungo le quali passa una linea etnica di faglia che le suddivide in modo permanente in presenza di grandi potenze confinanti, NdT): territori e popoli che storicamente sono stati compressi tra l'Aquila Tedesca e l'Orso Russo.
Al punto in cui stiamo, l'intera shatterbelt - tranne Ucraina e Bielorussia - è diventata parte della NATO. Se l'Ucraina diventasse membro della NATO in un futuro, ancorché remoto, la zona cuscinetto shatterbeltscomparirebbe. Questo significa che la NATO - essenzialmente gli USA- si è impiantata proprio sul confine occidentale della Russia.
Washington ha appena annunciato che pre-posizionerà più veicoli militari in Europa, da usare in esercitazioni o in "potenziali operazioni militari".Questo è perfettamente in sintonia con l'implacabile manipolazione mediatica della "think tank-landia" di marca USA sul fatto che la NATO e gli Stati Uniti saranno "costretti" a calibrare il loro impegno per la sicurezza in Europa orientale contro una potenziale "aggressione" russa.
Poiché l'Ucraina, i Paesi baltici e la Polonia persistono nella loro corale isteria in merito a una tale "aggressione", la possibilità di una guerra nucleare post-MAD (Mutually Assured Destruction, "distruzione reciprocamente garantita", NdT) fra USA e Russia è ora - casualmente - di nuovo sul tavolo di discussione. Almeno c'è una nota controcorrente; file di americani informati si chiedono il motivo per cui gli USA dovrebbero pagare per la difesa dell'Europa quando il PIL europeo è più grande di quello degli USA.

Vuoi giocare alla guerra, ragazzo?
Ora, veniamo alla "minaccia" di una guerra nucleare in Europa: è falsa o giù di lì. Non ha senso confrontare le capacità nucleari strategiche degli Stati Uniti e della Russia se ci si basa sui numeri ma non sulla qualità.
Prendete il PIL aggregato di Stati Uniti, Germania, Francia e Inghilterra e confrontatelo con la Russia: si tratta di una vittoria a valanga. Allora esaminate lo scenario nucleare strategico, ed è tutta un'altra storia. Il PIL da solo non "vince" alcunché.
Le élites di Washington/Wall Street si trovano adesso profondamente prese dalla paranoia di una guerra nucleare. Alcuni studi almeno accennano a quel che è ovvio, intanto che fissano la debolezza strategica USA.
Consideriamo alcuni principi fondamentali:
- I missili balistici intercontinentali russi armati di testate multiple MIRV viaggiano a una velocità di circa 18 Mach; che è assai più veloce di qualsiasi cosa presente nell'arsenale USA. E fondamentalmente sono imbattibili.
- Il doppio guaio rappresentato da S-400 e S-500; Mosca ha accettato di vendere il sistema missilistico S-400 terra-aria alla Cina; la linea di fondo è che ciò renderà Pechino impermeabile alla potenza aeronautica degli USA, ai loro missili balistici intercontinentali nonché ai missili cruise. La Russia, da parte sua, si sta già concentrando sugli S-500 di ultimissima generazione - che sostanzialmente fanno sì che il sistema anti-missile Patriot sembri un V-2 della seconda guerra mondiale.
- Il missile russo Iskander viaggia a Mach 7 - con un raggio di 400 km, e trasporta una testata da 700 kg di diverse varietà, e con una probabilità di errore che ricade in un raggio di cinque metri. Traduzione: un'arma letale finale contro aeroporti e infrastrutture logistiche. L'Iskander può raggiungere obiettivi nel profondo dell'Europa.
- E poi c'è il Sukhoi T-50 PAK FA.
I pagliacci della NATO che sognano una guerra alla Russia dovrebbero giungere ad avere un sistema ferreo per mettere fuori questi Iskander. Ma non ne hanno alcuno. Inoltre, dovrebbero affrontare gli S-400, che i russi possono distribuire a tutto spettro.
Pensate a una pesante partita di S-400 posizionati nell'enclave russa di Kaliningrad; essa trasformerebbe le operazioni aeree della NATO in profondità all'interno del'Europa in un incubo assolutamente orrendo. Soprattutto, i buoni vecchi caccia della NATO costano una fortuna. Immaginate l'effetto di centinaia di caccia distrutti a carico di una UE già finanziariamente devastata e impestata fino alla morte dall'austerity.
Come se non bastasse, nessuno sa l'esatta portata delle capacità strategiche della NATO. Bruxelles non ne sta parlando. Fuori dall'ufficialità, queste capacità non sono esattamente una meraviglia. E l'intelligence russa lo sa.
Presupponendo ancora che quei pagliacci della NATO insistano per giocare alla guerra, Mosca ha già fatto capire chiaramente che la Russia farebbe uso del proprio impressionante arsenale costituito da 5000 o più armi nucleari tattiche - e qualsiasi altra cosa occorresse - per difendere la nazione contro un attacco convenzionale NATO. Inoltre, alcune migliaia di S-400 e S-500 sono sufficienti a bloccare un attacco nucleare USA.
Niente di tutto questo orripilante scenario da Apocalypse Now ha nemmeno tenuto conto dell'alleanza Russia-Cina - il maggiore fattore di cambiamento di gioco nella storia eurasiatica degli anni dieci del nostro secolo.
Nel caso in cui la banda che intende "fare perno verso l'Asia" inizi ad alimentare certe ideuzze divertenti anche a danno del Regno di Mezzo, la Cina sta investendo massicciamente in sistemi di rimbalzo laser satellitare, in missili in grado di colpire i satelliti, sottomarini silenziosi che emergono accanto a portaerei USA senza farsi rilevare; e un missile anti-missile made in China che può colpire in movimento un satellite al rientro più velocemente di qualsiasi ICBM.
In poche parole: Pechino sa quanto la flotta di superficie degli Stati Uniti sia obsoleta - e indifendibile. E non c'è bisogno di aggiungere che tutti questi sviluppi cinesi modernizzatori stanno procedendo modo più velocemente di qualsiasi altra cosa negli Stati Uniti.

Una modesta proposta
La manipolazione mediatica negli Stati Uniti è stata implacabile: la Russia si sta espandendo verso un impero del XXI secolo.
Sull'argomento, il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov spiega dettagliatamente perché questa sia pura spazzatura. Quel che è realmente accaduto è che Mosca ha abilmente voluto vedere il bluff ispirato da Brzezinski in Ucraina: con tutte le sue sfumature. Nessuna meraviglia che l'Impero del Caos sia furioso.
Eppure c'è una soluzione per disinnescare l'attuale corsa isterica verso la logica di guerra. Qui ho esaminato in dettaglio il modo in cui Washington sta giocando alla roulette russa. Ora è il momento di avanzare una modesta proposta - così come è stata discussa da alcuni preoccupati analisti di USA, Europa e Asia.
In sostanza, è molto semplice. Spetta alla Germania. E consiste integralmente nel disfare Stalin.
Stalin, alla fine della seconda guerra mondiale, si prese la Prussia orientale dalla Germania e trasferì la parte orientale della Polonia all'Ucraina. L'Ucraina orientale era originariamente della Russia: è parte della Russia e venne data da Lenin all'Ucraina.
Allora facciamo sì che la Prussia orientale sia restituita alla Germania; che la parte orientale della Polonia torni alla Polonia; e che l'Ucraina orientale, così come la Crimea - che Krusciov aveva dato all'Ucraina - siano restituiti alla Russia.
Ognuno ottiene la sua quota. Basta con Stalin. Niente più confini arbitrari. Questo è ciò che i cinesi definirebbero come una situazione "a vittoria tripla". Naturalmente l'Impero del Caos la combatterebbe fino alla morte; non ci sarebbe più un caos manipolato al fine di giustificare una crociata contro un'«aggressione» russa fasulla.
La palla è nel campo della Germania. Ora tocca ai prussiani orientali presentare i fatti ad Angela Merkel. Vediamo se lei è in grado di capire il messaggio.



Pepe Escobar è autore di 'Empire of Chaos: The Roving Eye Collection' (Nimble Books, 2014), 'Globalistan: How the Globalized World is Dissolving into Liquid War' (Nimble Books, 2007), 'Red Zone Blues: a snapshot of Baghdad during the surge' (Nimble Books, 2007) e 'Obama does Globalistan' (Nimble Books, 2009). 
Può essere raggiunto all'indirizzo pepeasia@yahoo.com. 


Traduzione per Megachip a cura di Pino Cabras.
http://megachip.globalist.it/Detail_News_Display?ID=112886

Vico del Gargano amori & leggende:"La storia d'amore di Rocco e Soccorsa"

Secondo una leggenda, San Menaio deve la sua magia ad un antico amore, in un tempo indefinito, forse il Medioevo, tra due giovani pugliesi, Rocco di Vico del Gargano (di cui San Menaio è una frazione) e Soccorsa della vicina città di San Severo.Ancora oggi, i due giovani amanti sono ricordati nelle festività dei due patroni delle rispettive località. Non si confonda però la storia dei due santi con l’amore dei due giovani, che presero i nomi dei due patroni, come si usa fare nella regione pugliese: affidarsi al santo, portando il suo nome. La protezione di San Rocco (16 agosto) e la Madonna del Soccorso (celebrata la terza domenica di maggio) non bastò ad aiutare i due omonimi innamorati a vivere felici il loro amore. La loro unione fu a lungo contrastata dalle rispettive famiglie, rivali da sempre per il controllo degli uliveti.
Soccorsa e Rocco si incontravano di nascosto, rifugiandosi sulla spiaggia, oggi nota come“I Cento Scalini”, baciandosi appassionatamente dall’alba al tramonto, che magicamente li avvolgeva e li proteggeva, nascondendoli agli occhi dei nemici. I due amanti decisero di sposarsi in gran segreto, così da non esser più ostacolati e vi riuscirono, grazie all’aiuto di Fra Francesco dell’omonima chiesetta, che si erge nella zona denominata “San Menaio Vecchia”.“I due giovani sposi, felici di aver coronato il loro sogno, vissero un unico giorno di miele su quella spiaggia, ove consacrarono per sempre il loro amore. Sul fare della notte, quando il sole non poteva più nasconderli allo sguardo feroce delle loro famiglie, Rocco fu raggiunto dalla lama della spada del padre di Soccorsa ed il suo cuore cadde ai piedi di lei. La giovane donna morì di colpo per il dolore e fu abbandonata sulla spiaggia accanto al suo grande amore.
Soccorsa e Rocco rimasero adagiati con i cuori l’uno sull’altro fin quando il Mare Adriatico, commosso da quell’unione indissolubile, agitò le sue acque fino a inghiottire i corpi dei due sposi”. Da allora, si narra cheogni estate a San Menaio si rinnovi l’ncanto d’amore che unisce per sempre “gli amori impossibili o contrastati”. Sul mare sanmenaiese domina un castello rosa e bianco, meglio conosciuto come Hotel Del Sole, simbolo della San Menaio da cartolina e retaggio di un luogo dominato dall’amore, dalla passione e da un infinito romanticismo. Secondo altri sanmenaiesi, i fantasmi dei due innamorati si manifestano “ogni 16 di agosto, in prossimità della festa di San Rocco”, periodo delle stelle cadenti.
Nella foto :La spiaggia e il mare di San Menaio(Vico del Gargano)

IL CAPO DI STATO MAGGIORE DELLA DIFESA AI FUTURI UFFICIALI: “ASCOLTATE BOB DYLAN”



(Guido Novaria) - Il vecchio ammiraglio, numero uno della Difesa italiana ormai vicino all’età della pensione, prima ha dato lezione di strategia militare «in quel mar Mediterraneo che rischia di diventare sempre meno Mare Nostrum, ma un’autentica polveriera a un passo dalle coste italiane».  


Poi ha fotografato «il pericolo Isis»: «Non solo dimostra una forza ideologica ma conferma il rischio concreto che focolai analoghi possano raggiungere l’Europa attraverso Balcani e Nord Africa». E osserva, convinto: «L’Isis sa comunicare». Ma è nel finale del suo discorso, che il capo di Stato Maggiore della Difesa, ammiraglio Luigi Binelli Mantelli, ha dato il meglio di sè, citando i versi di una canzone di Bob Dylan che «esorta i giovani all’impegno per costruire un mondo migliore, anche indossando la divisa con le stellette». 

Comandanti-manager  

Prima di lui, nell’aula magna dell’austero Palazzo dell’Arsenale, per l’inaugurazione del nuovo Anno Accademico della Scuola di applicazione dell’Esercito, Luca Cordero di Montezemolo, neopresidente di Alitalia, aveva offerto una riflessione sulla «preparazione dei futuri manager fra innovazione e globalizzazione». 
Ma era stato il generale Claudio Graziano, capo di Stato maggiore dell’Esercito, a guardare al futuro,senza dimenticare il passato «a cominciare dalla storia risorgimentale per arrivare all’impegno straordinario e da far conoscere degli ufficiali del Regio Esercito nella guerra di Liberazione».  

Rivoluzione dei reparti  

Ha detto Graziano, rivolto ai futuri comandanti : «Il percorso di trasformazione che abbiamo cominciato, sarà portato avanti dai nostri giovani ufficiali con passione, determinazione, in un quadro di efficienza, imposto dalla spending review.». E ancora: «Abbiamo ridotto le brigate, dismesso caserme, stiamo migliorando i sistemi d’arma; le missioni all’estero, hanno dato al nostro esercito un'immagine nuova».Parola di un ufficiale che, 21 ani fa, da colonnello degli alpini, guidava il battaglione Susa in Mozambico. 

«Servi del dovere»  

Ancora il generale Graziano: «Siamo prima servi del dovere che servi del diritto, siamo qui avendo giurato fedeltà alla Patria che è qualcosa che trascende il momento, la crisi o la gioia: è la Patria, e voi siete qui a rappresentarla».  
I rintocchi della «Campana del Dovere» hanno segnato l’inizio dell’Anno Accademico in tutti gli istituti militari: la Scuola di Applicazione di Torino, l’Accademia Militare di Modena, la Scuola Sottufficiali di Viterbo, la Scuola Lingue Estere di Perugia e le due Scuole militari, «Nunziatella» di Napoli e «Teuliè» di Milano. Ogni anno i corsi tenuti negli Istituti di formazione sono frequentati da oltre 1000 ufficiali, 400 allievi ufficiali, 600 sottufficiali e 400 studenti allievi delle scuole militari. 



tramite http://infodifesa.blogspot.it/2014/11/il-capo-di-stato-maggiore-della-difesa.html

Le leggende delle Isole Tremiti

GLI UCCELLI DI DIOMEDE
Dal primo libro di Perìzoon (170 - 231 d.C.)
C’è una certa isola chiamata Diomedea ed essa è la dimora di molte Berte (uccelli marini dal becco sottile e ricurvo, dalle lunghe ali simili ai gabbiani, ancora oggi chiamate diomedee) si dice che queste non facciano del male agli stranieri, nè si avvicinino ad essi.
Se comunque uno straniero greco fa scalo nel porto è avvicinato da questi uccelli che, per una qualche legge divina, ad ali spiegate come fossero mani per dargli il benvenuto ed abbracciarlo.
E se i greci gli accarezzano, essi non volano via ma sostano e si fanno toccare; e se gli uomini si siedono questi uccelli si posano sul loro grembo come se fossero stati invitati ad un pasto.
Si dice che siano i compagni di Diomede che presero parte con lui alla guerra di Troia, sebbene la loro forma originaria fosse in seguito mutata in quella di uccelli, essi tuttavia conservano ancora la loro natura di greci e il loro amore per la Grecia.
TOPPA DEL CAINO
Sulla banchina dell'Isola di San Domino vi è un monticello denominato " Toppa del Caino", così chiamata secondo la leggenda perché, per futili motivi, vennero a diverbio due fratelli e nel furore della rissa, uno di essi uccise l'altro, facendolo precipitare in mare.
A ricordo di questo triste episodio, il monticello prese appunto tale nome ed una croce lignea stava a segnalare il fraticidio.
IL TESORO DEL DIAMANTE
Nell’estremità settentrionale dell’isola di San Domino troviamo “Punta del Diamante” , presso la quale, secondo una leggenda, sarebbe stato sepolto un favoloso tesoro contenente un diamante di inestimabile valore
LA LEGGENDA DELL’EREMITA
Una leggenda narra di un’eremita che, ritiratosi in preghiera e meditazione sull’isola di San Nicola, dopo diverse apparizioni della Madonna, trovò un tesoro e con quello fece costruire su i resti di una villa romana un piccolo santuario in onore della Vergine, che in breve divenne meta di pellegrinaggi.
All’inizio del secolo XI il Papa affidò ai Benedettini di Montecassino la cura del Santuario che l’Abate Alberigo fece ricostruire nel 1045
L’ESILIO DI GIULIA
Fino all’anno 1000 si conosce poco della storia di queste isole, se non che l’Imperatore Augusto vi fece relegare la nipote Giulia per i costumi di vita ritenuti troppo scandalosi.
Giulia andò sposa a 14 anni al cugino M.Claudio Marcello, che Augusto designava alla successione. Rimasta vedova una prima volta nel 23 a.C. sposò in seconde nozze l’anziano Vipsiano Agrippa, dal quale ebbe i seguenti figli: Caio e Lucio Cesare, entrambi adottati da Augusto ma morti in giovanissima età; Giulia Agrippina e Agrippa Postuma nata dopo la morte del padre. Morto Agrippa padre fu’ imposta come moglie Giulia a Tiberio, obbligandolo a ripudiare la moglie Vipsania.
Augusto in seguito alla condotta scandalosa della figlia Giulia la rilegò nell’isola di Ventotene. La figlia di Giulia, anch’essa di nome Giulia fu’rilegata nell’isola di Tremiti per gli stessi motivi scandalosi della madre, ove vi morì dopo vent’anni di relegazione nel tentativo di scappare insieme al suo carceriere.
La tomba scavata nella roccia, è nei pressi dell’ipogeo greco, nelle vicinanze della tomba di Diomede Re dell’Etolia a nord della vasca benedettina.
A CACCIA Dl TESORI
Sappi che la storia tramanda veri ritrovamenti di tesori, sotto la guida di semplici letture romanzesche.
Giunse una volta a Tremiti un vascello con a bordo una principessa morta durante il viaggio e si dice venisse seppellita con tutti i diamanti che indossava a cavalco della roccia della Punta nord-est di San Domino, pertanto detta Punta del Diamante e del quale fatto esiste una vestigia evidente: tale ritenuto un grave sopramasso a contorno precisamente delineato, visibile dal mare.
Qualcuno pure non dubitando dell'arrivo del vascello a Tremiti, ritiene che il luogo di seppellimento della principessa debbasi localizzare unicamente alla Punta della Stracciona di Caprara, il che però è messo in dubbio dalla denominazione stessa di Stracciona che non si addicerebbe per una principessa che indossa diamanti.
Tale avello, se pur vero, rimane ancora inesplorato, ma non difficile da esplorarsi essendo esattamente localizzato.
Re Giocacchino Murat, con la caduta di Napoleone, suo cognato, che determinò il ritorno a Napoli dei borbonici, fu costretto a rifugiarsi a Rodi Garganico, presso la villa del fedele Veneziani e si dice avesse fatto un salto a Tremiti per nascondere Il tesoro personale.
Non si è avuto poi alcuna notizia della sorte di questo tesoro.
Un confinato, nel tempo dell'espiazione della pena del confino fascista, trovò casualmente un grosso diamante in un grottone di San Nicola: nel medesimo esiste tuttora un cunicolo artificiale, molto ripido, strettissimo in cui l'eco del lancio di una pietra è risentita a distanza dì tempo e non risulta essere stato esplorato dai presenti per frana esistente nel basso.
Raccontasi pure che altro confinato ritrovasse uno scrigno di monete appena sollevato un pezzo di scalinata sottostante l'arco del Torrione del Cavaliere, oggi marina militare e che una volta libero, per paura di perquisizione, avesse trasportato in terraferma le monete in più volte, lasciando le rimanenti dove le aveva trovate fiducioso nella segretezza del giaciglio.
Il tesoro della tomba di Diomede, se non leggenda, fu ritrovato dall'eremita per indicazione della Madonna, col cui denaro procurò le prime fondamenta, ordinate a Costantinopoli, della mirabile Chiesa di Santa Maria a Mare.
Ma la tomba dl Giulia, nipote dì Augusto Imperatore romano, di cui è certo il confino e la morte a Tremiti e di cui si sa (ne riferisce Tacito negli Annali) che le spoglie non furono ammesse nel Mausoleo di Augusto, tomba comune della famiglia imperiale, non si conosce se effettivamente fu esplorata e scoperta degli oggetti di oro e preziosi che usavano indossare le caste nobili, pure nella miseria.
Circa il 1875 giunse a Tremiti un vascello francese portando con sè una mappa.
Subito questi assoldarono tremitesi per un certo scasso dl terreno ubicato presso la Vasca di S. Nicola, ai di là della tagliata. Dopo vari giorni, d'improvviso si vide Il vascello partire sul tramonto e quegli stessi tremitesi che avevano scavato, ritornatovi si accorsero con sorpresa che la buca era più profonda e appariva evidente, per il concorso di altri segni, il ritrovamento di quanto fossero venuto a cercare e cioè che avessero effettivamente trovato il tesoro indicato dalla mappa.
I pirati, accondiscenti i monaci, avevano creato una caverna con inizio, sulla sinistra, a breve avanzamento nella Grotta del Bue Marino, e che giungeva verso la sommità della Punta dell'Eremita.
Senz'altro essi si servivano del covo per scappare da inseguitori, i quali però se osavano inseguirli entro detto covo, con grave sorpresa vi trovavano la morte per il congegno predisposto dai pirati.
In detto covo, ben ampio da dove si accede dal mare, è bene immaginare, se pur sola fantasia, possano essere stati nascosti preziosi da parte del pirati che avevano tanta fiducia di salvezza di loro stessi e che avrebbero pure ritenuto luogo sicuro per la salvezza dei loro averi e tesori.
In una recente esplorazione, che dovè subito arrestarsi per frana che copriva l'intero passaggio, vennero rinvenuti resti umani.
Da scoglietti vicino alla Grotta del Bue Marino, sì nota uno stretto sentiero che sale al luogo, a picco sulla grotta, dove vi è una piccola buca, che è l'entrata ad altro nascondiglio di pirati, lungo centinaia di metri.
La Chiesa di S. Maria a Mare, per l'accertata mancanza all'origine di presbiterio e evidenza di semiarchi interrotti che ne dovevano racchiudere l'interno, al suo centro doveva avere la cripta con i tesori a devozione della Madonna, dove è ricordo dovesse accedersi da sotterraneo del chiostro piccolo.
Probabilmente la cripta con ogni ornamento sacro e preziosi donativi, esista ancora.
Moltissimi relitti sottomarini, particolarmente grosse anfore, hanno sicuro fondo nella Cala della Provvidenza e Vuccolo.
Alcune anfore sono state portate via da turisti, altre, però sono le meno facili da sollevare, attendono di essere portata alla luce.
Stalattiti meravigliosi, in caverne inesplorate, è possibile scoprire alla base e intorno all'attuale serbatoio metallico di S. Domino.
Fossili con minute conchigliette, apprezzabili per bellezza, è sicuramente possibile rinvenire tra le secche rocce sopra Punta del Diamante e Campeggio Internazionale.
Attorno al 1929 gli isolani rinvennero due orecchini d’oro, singolari: costituiti da due anfore in ognuna delle quali appariva il Polittico della Chiesa di Tremiti. Detto Polittico era chiaramente visibile nell'anfora superiore, mentre nell’anforetta inferiore appariva solo con l'aiuto di lente d'ingrandimento.
Si crede che i detti orecchini appartenessero ad una principessa araba, mandata a Tremiti ad espiare la pena per la colpa d'infedeltà.
La principessa, seppure di giorno libera, di notte invece era costretta dalla guardia a dimorare in una grotta di Caprara, dove per ordine del principe consorte, veniva se-viziata alla stessa ora della notte in cui venne sorpresa con l'amante: quegli attimi di godimento dovevano tramutarsi in strazi e attimi di pena, a rimorso e pentimento della colpa d'infedeltà.
Pare che fosse questa la principessa, ormai ridotta dalla schiavitù a stracciona, a venire seppellita, come si tramanda, nella Punta sud-ovest di Caprara dove ha preso la denominazione di Punta della Stracciona e che la grotta in cui veniva costretta a dimorare la notte per essere torturata, fosse quella stessa poi occupata dalla vedova ivi rifugiatasi per evitare la corte da parte di persona non accetta.
Potrebbe essere pur sorprendente l'esplorazione del passaggio segreto che inizia alla base del Castello, lateralmente al Torrione Angioino e porta quantomeno all'estremità nord-est di S. Nicola, e, quanto asserito da alcuno, congiungerebbesi alla Caprara attraverso il canale di mare.
Detto cunicolo era il luogo più sicuro per nascondere ogni sorta di donativi di oro, diamanti, preziosi, vettovaglie nell’eventualità di un assedio, ed il prezzo della collaborazione e servizi resi dai monaci agli amici pirati.
Il Castello mostra alla base rivolta alla terraferma segni di vestigia indicativi dì passaggio segreto a sinistra e sotto l'attuale ricetrasmettitore d'onda della teleselezione.
A S. Domino esistono buche inesplorate presso i cameroni e la via che conduce al Faro.
La Cala Tonda di S. Domino, dove il mare forma un laghetto, ha una grotta, invasa dalle acque, dove è possibile scorgere due mensole di ferro conficcate artificialmente, per il quale fatto si azzarda a ritenere la grotta come un nascondiglio marino.
Molte notizie sulla sorte di altri tesori non sono state tramandate per il fatto che ai frati successe gente nuova e forestiera.
 
fonte 
Vico Del Gargano Infoeventi
https://www.facebook.com/Vicodelgarganoinfoeventi/posts/580296288769772

Pistelli è interessato alla visione del Qatar sui conflitti in Libia Siria e Iraq,non alla liberazione dei marò.




Il 3 novembre  il viceministro Lapo Pistelli è stato  a Doha per incontrare  il ministro degli Esteri del Qatar Khalid Bin Mohammed Al Attiyah e alcuni imprenditori italiani che operano nella penisola arabica. “Il Qatar non è soltanto un attore fondamentale e imprescindibile per le prospettive di stabilizzazione della regione, ma anche un Paese molto ricco dove è più che opportuno esplorare ogni possibilità di collaborazione nel reciproco interesse”, dichiarava Pistelli. “Sul piano prettamente politico, questa prima sessione delle consultazioni politiche bilaterali è servita anche a comprendere meglio, nell’ottica del Qatar, le ragioni degli attuali conflitti nella regione, dalla Libia alla Siria all’Iraq, premessa necessaria all’individuazione dei meccanismi più appropriati per stemperarli”.
Forse Pistelli non sa a differenza dei suoi colleghi europei che il Qatar è il primo paese finanziatore dell'Isis,probabilmente essendo interessato solo al comitato d'affari che sta in piedi ,per Pistelli tutto il resto è noia.
Dimentica Pistelli che ci sono state minacce dell'Isis nei confronti dell'Italia e questi scambi commerciali questi affari con il Qatar sono semplicemente vergognosi.
Non dimentichiamo che Lapo Pistelli ha lavorato per la soluzione "condanna e arresta i marò"gia alla fine del governo Monti si era proposto con questa soluzione,un po di carcere in India e il resto della pena in Italia.Grande Pistelli vedo che sei ancora al governo complimenti.
Alfredo d'Ecclesia


"Il piano Juncker sarà l'emblema della paralisi e del fallimento europeo". A. Evans PritchardI

“I soldi messi in gioco sono solo briciole e non basteranno a rilanciare la crescita“. Il professor Charles Wyplosz,

Su quello che qualcuno osa definire il “New Deal” europeo voluto dalla Commissione europea da 315 miliardi di euro, Ambrose Evans Pritchard sul Telegraph sostiene come il piano non prevede risorse proprie, se non in una minima parte, ma solo ingegneria finanziaria con forme di subprime (l’effetto leva aumenta la cifra di base di 15 volte). I contribuenti europei a sopportare il rischio più pesante mentre gli investitori privati sono protetti dalle perdite. Quella stessa ingegneria finanziaria responsabile della peggior crisi del secolo, comparabile solo alla Grande Depressione del 1929, dovrebbe ora per Juncker e compagni salvarci.

Ci vorranno mesi, prosegue Evans Pritchard, per vagliare la lista degli investimenti e dei progetti infrastrutturali, e lo stimolo non raggiungerà una scala significativa fino al 2016. Quello che dovrebbe essere il punto di svolta e rilancio dell'Europa rischia di trasformarsi nell’emblema della paralisi e del fallimento. “La zona euro è in depressione da sei anni, con una contrazione dell’economia più profonda di quella vissuta dal 1929 al 1935. Il Presidente Juncker sa che il fallimento nell’impresa di avviare una ripresa duratura vorrebbe dire sfidare il destino una volta per tutte”, conclude Evans-Pritchard.

Dalla traduzione di Vocidall'estero dell'articolo sul Telegraph:
“I soldi messi in gioco sono solo briciole e non basteranno a rilanciare la crescita“, ha detto il professor Charles Wyplosz, dell’Università di Ginevra. “E’ incredibile che stiano facendo questo, piuttosto che una reale espansione fiscale. Il settore privato semplicemente manderà in rovina i governi. Questa in realtà è una scusa per far finta che stanno facendo qualcosa, mentre l’austerità è ancora in corso. Ci vorrà troppo tempo perché il piano funzioni e i progetti scateneranno una gran lotta, con ogni paese che cercherà di ottenere una fetta della torta.”
Martedì a Strasburgo il “Collegio” dei commissari UE ha accettato il piano. Sarà noto come il European Fund for Strategic Investment (EFSI). Ulteriori dettagli non saranno pubblicati fino a mercoledì, ma i funzionari in privato hanno detto che il pacchetto sarà basato su 21 miliardi di € di fondi comunitari, denaro che in teoria dovrebbe produrre un effetto leva di quasi 300 miliardi di € di capitale di rischio e fondi privati, secondo una complessa alchimia.
Se il progetto va secondo i piani, questi soldi saranno utilizzati per costruire strade, rinnovare ferrovie, migliorare reti energetiche o aggiornare la rete Internet ad alta velocità. Il piano richiede il consenso dei leader europei, e degli interventi legislativi l’anno prossimo. Come gran parte dello stimolo macroeconomico fornito dalle istituzioni UE, è una appassionata speranza più che un serio impegno.
I progetti sono imprese “ad alto rischio”, sinora evitate dal European Investment Fund, geloso del suo rating AAA. Ciò mette direttamente sul tavolo il problema del rischio per i contribuenti. I governi hanno già trasmesso a Bruxelles un elenco di 1.800 possibili progetti. Questi saranno vagliati da una giuria di esperti indipendenti. In linea di principio, non saranno presenti quote nazionali.
I fondi UE in gran parte provengono dal saccheggio della Direzione di ricerca della Commissione e di altre parti del bilancio UE, con € 5 miliardi di garanzie della Banca Europea per gli Investimenti (BEI). Werner Hoyer, capo della BEI, ha cercato di sdrammatizzare quelle da lui definite come aspettative “eccessive”.
Gli organi comunitari subiranno in primo luogo il rischio di eventuali fallimenti, secondo un meccanismo del tutto simile alla finanza strutturata utilizzata nel periodo d’oro del boom pre-Lehman, quando Dublino divenne un hub per “speciali veicoli di investimento” (SIV), che camuffavano la concentrazione del rischio. I piani comportano di fatto delle sovvenzioni, ma di un tipo controverso. I critici la chiamano “socializzazione delle perdite, privatizzazione dei profitti”.
Charles Grant, direttore del pro-EU Centre for European Reform, ha detto che i valorosi sforzi di Juncker per fare qualcosa di sostanziale sono stati affossati da potenti avversari: “E’ ancora un altro momento triste nella storia della cattiva gestione europea. I tedeschi non credono nel piano e non vogliono metterci dei soldi. Semplicemente non capiscono quanto vadano male le cose in Europa“. Anche la Gran Bretagna si è opposta a una spesa folle su vasta scala.
Markus Ferber, portavoce per gli affari finanziari dei Cristiani Socialdemocratici tedeschi (CSU), ha detto che il piano è fondamentalmente sbagliato. “L’idea di una responsabilità per le perdite significa gli Stati membri dell’UE stanno assumendo nuovo debito“, ha detto.
Il ministro dell’economia francese, Emmanuel Macron, ha detto che il sistema ha bisogno almeno “dai 60 agli 80 miliardi di € di denaro fresco” per ingranare. Parigi ha proposto l’utilizzo del fondo di salvataggio UE (ESM) per raccogliere fondi per un intervento di spesa molto più grande. Ma è stato bloccato da Berlino, sempre diffidente nei confronti degli eurobond o di un’unione fiscale che entri dalla porta di servizio.
Mario Draghi, il capo della Banca Centrale Europea, ha implorato le autorità di bilancio dell’UE di lanciare un pacchetto per la ripresa, avvertendo che lo stimolo monetario non può funzionare da solo. Eppure non è ancora affatto chiaro se questo piano EFSI riuscirà a far ripartire il quadro macro-economico.
Le mani di Juncker sono state legate fin dall’inizio. La Germania, la Gran Bretagna e gli altri stati del nord hanno messo un limite alla spesa comunitaria all’incirca a 140 miliardi di € l’anno fino al 2020, costringendo Bruxelles a ricorrere al settore finanziario ombra.
E’ stato attaccato dalla destra per aver fatto troppo, e dalla sinistra per aver fatto troppo poco. Il rischio per Juncker è che il EFSI degeneri in un fiasco, danneggiando ulteriormente la sua possibilità di sopravvivenza politica dopo lo scandalo “LuxLeaks” che collega il Lussemburgo a dei meccanismi di elusione fiscale su grande scala, al tempo in cui era primo ministro. Le accuse possono essere ingiuste – dal momento che altri membri dell’Unione Europea implementano dei regimi fiscali di questo tipo per attirare le imprese – ma hanno avvelenato il suo rapporto con il blocco socialista dell’UE.

L'Antidiplomatico

http://www.lantidiplomatico.it/dettnews.php?idx=82&pg=9579

Foto: "Il piano Juncker sarà l'emblema della paralisi e del fallimento europeo". A. Evans PritchardI   

 
“I soldi messi in gioco sono solo briciole e non basteranno a rilanciare la crescita“. Il professor Charles Wyplosz,

Su quello che qualcuno osa definire il “New Deal” europeo voluto dalla Commissione europea da 315 miliardi di euro, Ambrose Evans Pritchard sul Telegraph sostiene come il piano non prevede risorse proprie, se non in una minima parte, ma solo ingegneria finanziaria con forme di subprime (l’effetto leva aumenta la cifra di base di 15 volte). I contribuenti europei a sopportare il rischio più pesante mentre gli investitori privati sono protetti dalle perdite. Quella stessa ingegneria finanziaria responsabile della peggior crisi del secolo, comparabile solo alla Grande Depressione del 1929, dovrebbe ora per Juncker e compagni salvarci.
 
Ci vorranno mesi, prosegue Evans Pritchard, per vagliare la lista degli investimenti e dei progetti infrastrutturali, e lo stimolo non raggiungerà una scala significativa fino al 2016. Quello che dovrebbe essere il punto di svolta e rilancio dell'Europa rischia di trasformarsi nell’emblema della paralisi e del fallimento. “La zona euro è in depressione da sei anni, con una contrazione dell’economia più profonda di quella vissuta dal 1929 al 1935. Il Presidente Juncker sa che il fallimento nell’impresa di avviare una ripresa duratura vorrebbe dire sfidare il destino una volta per tutte”, conclude Evans-Pritchard.
 
Dalla traduzione di Vocidall'estero dell'articolo sul Telegraph:
“I soldi messi in gioco sono solo briciole e non basteranno a rilanciare la crescita“, ha detto il professor Charles Wyplosz, dell’Università di Ginevra. “E’ incredibile che stiano facendo questo, piuttosto che una reale espansione fiscale. Il settore privato semplicemente manderà in rovina i governi. Questa in realtà è una scusa per far finta che stanno facendo qualcosa, mentre l’austerità è ancora in corso. Ci vorrà troppo tempo perché il piano funzioni e i progetti scateneranno una gran lotta, con ogni paese che cercherà di ottenere una fetta della torta.”
Martedì a Strasburgo il “Collegio” dei commissari UE ha accettato il piano. Sarà noto come il European Fund for Strategic Investment (EFSI). Ulteriori dettagli non saranno pubblicati fino a mercoledì, ma i funzionari in privato hanno detto che il pacchetto sarà basato su 21 miliardi di € di fondi comunitari, denaro che in teoria dovrebbe produrre un effetto leva di quasi 300 miliardi di € di capitale di rischio e fondi privati, secondo una complessa alchimia.
Se il progetto va secondo i piani, questi soldi saranno utilizzati per costruire strade, rinnovare ferrovie, migliorare reti energetiche o aggiornare la rete Internet ad alta velocità. Il piano richiede il consenso dei leader europei, e degli interventi legislativi l’anno prossimo. Come gran parte dello stimolo macroeconomico fornito dalle istituzioni UE, è una appassionata speranza più che un serio impegno.
I progetti sono imprese “ad alto rischio”, sinora evitate dal European Investment Fund, geloso del suo rating AAA.  Ciò mette direttamente sul tavolo il problema del rischio per i contribuenti. I governi hanno già trasmesso a Bruxelles un elenco di 1.800 possibili progetti. Questi saranno vagliati da una giuria di esperti indipendenti. In linea di principio, non saranno presenti quote nazionali.
I fondi UE in gran parte provengono dal saccheggio della Direzione di ricerca della Commissione e di altre parti del bilancio UE, con € 5 miliardi di garanzie della Banca Europea per gli Investimenti (BEI). Werner Hoyer, capo della BEI, ha cercato di sdrammatizzare quelle da lui definite come aspettative “eccessive”.
Gli organi comunitari subiranno in primo luogo il rischio di eventuali fallimenti, secondo un meccanismo del tutto simile alla finanza strutturata utilizzata nel periodo d’oro del boom pre-Lehman, quando Dublino divenne un hub per “speciali veicoli di investimento” (SIV), che camuffavano la concentrazione del rischio. I piani comportano di fatto delle sovvenzioni, ma di un tipo controverso. I critici la chiamano “socializzazione delle perdite, privatizzazione dei profitti”.
Charles Grant, direttore del pro-EU Centre for European Reform, ha detto che i valorosi sforzi di Juncker per fare qualcosa di sostanziale sono stati affossati da potenti avversari: “E’ ancora un altro momento triste nella storia della cattiva gestione europea. I tedeschi non credono nel piano e non vogliono metterci dei soldi. Semplicemente non capiscono quanto vadano male le cose in Europa“. Anche la Gran Bretagna si è opposta a una spesa folle su vasta scala.
Markus Ferber, portavoce per gli affari finanziari dei Cristiani Socialdemocratici tedeschi (CSU), ha detto che il piano è fondamentalmente sbagliato. “L’idea di una responsabilità per le perdite significa gli Stati membri dell’UE stanno assumendo nuovo debito“, ha detto.
Il ministro dell’economia francese, Emmanuel Macron, ha detto che il sistema ha bisogno almeno “dai 60 agli 80 miliardi di € di denaro fresco” per ingranare. Parigi ha proposto l’utilizzo del fondo di salvataggio UE (ESM) per raccogliere fondi per un intervento di spesa molto più grande. Ma è stato bloccato da Berlino, sempre diffidente nei confronti degli eurobond o di un’unione fiscale che entri dalla porta di servizio.
Mario Draghi, il capo della Banca Centrale Europea, ha implorato le autorità di bilancio dell’UE di lanciare un pacchetto per la ripresa, avvertendo che lo stimolo monetario non può funzionare da solo. Eppure non è ancora affatto chiaro se questo piano EFSI riuscirà a far ripartire il quadro macro-economico.
Le mani di Juncker sono state legate fin dall’inizio. La Germania, la Gran Bretagna e gli altri stati del nord hanno messo un limite alla spesa comunitaria all’incirca a 140 miliardi di € l’anno fino al 2020, costringendo Bruxelles a ricorrere al settore finanziario ombra.
E’ stato attaccato dalla destra per aver fatto troppo, e dalla sinistra per aver fatto troppo poco. Il rischio per Juncker è che il EFSI degeneri in un fiasco, danneggiando ulteriormente la sua possibilità di sopravvivenza politica dopo lo scandalo “LuxLeaks” che collega il Lussemburgo a dei meccanismi di elusione fiscale su grande scala, al tempo in cui era primo ministro. Le accuse possono essere ingiuste – dal momento che altri membri dell’Unione Europea implementano dei regimi fiscali di questo tipo per attirare le imprese – ma hanno avvelenato il suo rapporto con il blocco socialista dell’UE.

L'Antidiplomatico

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L’Italia alla corte del diabolico Qatar

 Per il ministro allo Sviluppo tedesco, Gerd Mueller, il Qatar è il “bancomat dell’Isil”, lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante che ha lanciato la guerra santa all’Occidente. Ancora più duro l’ambasciatore israeliano all’Onu, Ron Prosor, che sul New York Times ha definito l’emirato il “Club Med dei terroristi” internazionali. Ciononostante, ministri, militari, industriali e faccendieri italiani fanno a gara per ingraziarsi i favori del piccolo ma potente stato mediorientale. Il 26 novembre, ad esempio, la ministra della Difesa Roberta Pinotti si è recata in visita ufficiale a Doha per incontrare i ministri qatarini generale Hamad Bin Ali Al Attiyah (difesa) e Khalid Bin Mohammed Al Attiyah (esteri). “Al centro dei colloqui, improntati alla massima cordialità, gli scenari di crisi regionali, con particolare riguardo a Iraq, Siria e Libia, e la cooperazione bilaterale in ambito Difesa”, riporta il sito del Ministero. “Italia e Qatar hanno avviato da tempo un dialogo e la visita del Ministro Pinotti ha contribuito a rafforzare e consolidare i rapporti di cooperazione esistenti anche nel settore della formazione e dell'addestramento del personale militare”. Temi centrali degli incontri, la controffensiva internazionale anti-Isis e gli “sviluppi della situazione nei Paesi della sponda sud del Mediterraneo e nel Medio Oriente”. Undici giorni prima, la ministra Pinotti aveva ricevuto a Roma il generale Ghanim Bin Shaheen Al-Ghanim, Capo di Stato Maggiore delle forze armate del Qatar. Durante il breve tour in Italia, il Capo delle forze armate qatarine è stato pure ospite dell’ammiraglio Luigi Binelli Mantelli (Capo di Stato maggiore della Difesa) e del Centro Sperimentale di Volo dell’Aeronautica militare di Pratica di Mare, l’unico ente di consulenza della Difesa per le prove in volo dei velivoli e dei sistemi d’arma, l’addestramento e la sperimentazione nel settore della medicina aeronautica e spaziale, ecc.

Il 3 novembre era stato il viceministro Lapo Pistelli a raggiungere Doha per incontrare con il ministro degli Esteri Khalid Bin Mohammed Al Attiyah e alcuni imprenditori italiani che operano nella penisola arabica. “Il Qatar non è soltanto un attore fondamentale e imprescindibile per le prospettive di stabilizzazione della regione, ma anche un Paese molto ricco dove è più che opportuno esplorare ogni possibilità di collaborazione nel reciproco interesse”, dichiarava Pistelli. “Sul piano prettamente politico, questa prima sessione delle consultazioni politiche bilaterali è servita anche a comprendere meglio, nell’ottica del Qatar, le ragioni degli attuali conflitti nella regione, dalla Libia alla Siria all’Iraq, premessa necessaria all’individuazione dei meccanismi più appropriati per stemperarli”.

Italia e Qatar sono legate da un accordo di cooperazione militare, ratificato dal Parlamento con voto bipartisan il 29 settembre 2011, che prevede l’organizzazione di attività d’addestramento ed esercitazioni congiunte, la partecipazione ad operazioni di peacekeeping e lo “scambio” di una lunga lista di armi e munizioni, sistemi di telecomunicazione e satellitari, ecc. L’ultima grande esercitazione bilaterale risale alla primavera 2014: gli uomini del Gruppo Operativo Incursori (il reparto d’eccellenza della Marina militare di stanza a La Spezia) hanno realizzato un’intensa campagna addestrativa a favore del team di pronto intervento della guardia dell’Emiro, conducendo “operazioni speciali di assalto ad unità navali e liberazione di ostaggi”. L’attività, pianificata e coordinata dal Comando Interforze per le Operazioni delle Forze Speciali, è stata svolta in alcuni poligoni terrestri e marittimi del Qatar e nelle aree addestrative liguri del Raggruppamento Subacquei ed Incursori “Teseo Tesei”. “A sottolineare l’importanza degli accordi bilaterali italo-qatarini, alle esercitazioni hanno assistito il Capo ufficio generale del Capo di Stato Maggiore della Difesa, ammiraglio Donato Marzano, il Comandante del COFS, generale Maurizio Fioravanti, il Comandante di Comsubin, contrammiraglio Francesco Chionna e una delegazione di autorità militari qatarine”, riporta una nota del Comando della Marina militare italiana.

È soprattutto il complesso militare-industriale-finanziario nazionale a essere interessato al rafforzamento della partnership con il Qatar, uno dei maggiori acquirenti di sistemi di guerra a livello mondiale. Alla mostra internazionale riservata alle aziende del settore bellico “DIMDEX 2014”, svoltasi a marzo a Doha, le forze armate dell’emirato hanno firmato contratti per un valore complessivo di 23 miliardi di dollari, facendo razzia di carri armati “Leopard”, blindati obici semoventi, sistemi antimissile “Patriot”, elicotteri d’attacco “Apache”, cacciabombardieri di ultima generazione, velivoli “Boeing 737” per la sorveglianza aerea, navi veloci per il controllo costiero, missili “Hellfire”. Una delle commesse più rilevanti (2 miliardi di euro) ha riguardato l’acquisto di 22 elicotteri da combattimento NH90 prodotti dal consorzio NHIndustries costituito da Airbus’Eurocopter (62,5%), dall’olandese Stork Fokker (5,5%) e dall’italo-britannica AgustaWestland (32%), gruppo Finmeccanica. Al salone “DIMDEX”, presente il vicesegretario della Direzione nazionale degli armamenti, ammiraglio Valter Girardelli, un’altra azienda partecipata di Finmeccanica, MBDA Missile Systems, ha presentato il nuovo sistema di difesa costiera MCDS (Marte Coastal Defence System) basato sui missili antinave “Marte MK2/N” e “Marte ER”, anch’essi di produzione MBDA, ricevendo favorevole accoglienza da parte dei militari del Qatar e di altri Paesi del Golfo Persico. Il “lancio” del sistema missilistico a Doha era stato preceduto dalla visita in Italia di una delegazione della Marina qatarina, interessata ad acquisire i missili “Marte” per armare gli elicotteri NH-90. Relativamente al business delle armi made in Italy, va pure segnalato che tra il 2012 e il 2013 AgustaWestland aveva consegnato alle forze armate del Qatar 21 elicotteri AW139, assicurando contestualmente l’addestramento degli equipaggi e la fornitura di parti di ricambio (valore complessivo della commessa 260 milioni di euro).

Nulla sembra imbarazzare il governo, le forze armate e gli industriali italiani. Neanche il fatto che il Qatar sia considerato da alcuni nostri alleati Nato ed extra-Nato come il paese che più di tutti ha fornito sostegno finanziario, armi, protezione e copertura internazionale a numerosi gruppi dell’estremismo islamico attivi in Africa e Medio oriente. Diplomatici e studiosi indipendenti hanno rilevato come l’emirato sia un sostenitore della discussa organizzazione della Fratellanza musulmana, particolarmente attiva in Egitto e Gaza. “Pur continuando a presentarsi come un prezioso interlocutore e partner economico per gli Stati Uniti e i Paesi europei, il Qatar ha coltivato rapporti con leader e realtà salafite attive nella regione”, afferma Gianmarco Volpe, autore di uno studio sulle politiche dell’emirato, pubblicato a marzo dal CeSI - Centro Studi Internazionali. “Va sottolineato, inoltre, il forte legame stretto dalla leadership qatariota con i vertici della Fratellanza musulmana. Fondata su solidi rapporti interpersonali (in particolare quelli che legano l’ex Emiro Hamad bin Jassim bin Jaber al‐Thani allo sceicco Yusuf al‐Qaradawi, esponente di spicco della Fratellanza in Qatar, l’alleanza tra Doha ed i Fratelli musulmani si è concretizzata dopo la rottura del movimento con l’Arabia saudita, avvenuta dopo la Prima Guerra del Golfo”. Il Qatar ha utilizzato i Fratelli musulmani per rafforzare il proprio ruolo politico-economico nel mondo arabo; contestualmente i Fratelli musulmani hanno trovato un rifugio sicuro a Doha e nella rete radiotelevisiva al‐Jazeera una voce autorevole per amplificare la propria visione politico-religiosa.

Da più parti il Qatar viene accusato di tenere relazioni sin troppo ambigue con gruppi e fazioni pro-Isis, organizzazione che ha proclamato la rinascita del Califfato nei territori controllati. L’emirato è stato uno dei primi paesi ad invocare l’invio di una forza multinazionale in Siria a sostegno dei “ribelli” in lotta contro il regime di Bashar al-Assad. Attualmente, il Qatar sostiene apertamente il Free Syrian Army, espressione militare dei gruppi vicini alla Fratellanza musulmana, mentre ha messo a disposizione di alcuni diversi gruppi di ribelli una vasta area d’addestramento nel deserto, al confine con l’Arabia saudita. Il “campo”, dove operano formatori e “consiglieri” qatarini e statunitensi, sorge nei pressi della grande base di Al Adeid, utilizzata insieme a quelle di Assaliyah e Doha dalle forze aeree Usa per sferrare gli attacchi contro le postazioni dell’Isis in Iraq e Siria. Contemporaneamente, però, le autorità governative e le forze armate lasciano libertà di movimento in Qatar ai finanziatori di gruppi jihadisti alcuni dei quali apertamente schierati con l’Isis o come il Fronte al-Nusra che dal dicembre 2013 è classificato tra le “organizzazioni terroristiche” dal Dipartimento di Stato.

“L’approccio spregiudicato del Qatar e la sua quantità di relazioni (spesse volte, tra di esse, apparentemente inconciliabili) sono frutto di una politica nella quale è del tutto assente qualunque limitazione ideologica”, aggiunge lo studioso del CeSi, Gianmarco Volpe. “La politica estera qatariota non si fa portatrice di alcuna particolare idea, né di alcun particolare disegno strategico. A essere veicolato è un indefinito messaggio di cambiamento, funzionale alle ambizioni di crescita internazionale dell’Emirato”.

Il diabolico comportamento del Qatar sta avendo effetti indesiderati nel conflitto iracheno e siriano. Missili antiaerei di fabbricazione cinese, fornite dal Qatar ai ribelli siriani, vengono utilizzati dai miliziani del Califfato islamico contro gli elicotteri e gli aerei dell’esercito nazionale dell’Iraq. “Si tratta in particolare dei missili portatili cinesi FN-6, che il Qatar aveva consegnato alle milizie legate ai Fratelli musulmani”, denuncia Analisi difesa. “Queste brigate sono confluite in gran parte nello Stato Islamico o nei qaedisti del Fronte al-Nusra, come hanno fatto la gran parte delle unità combattenti dell’Esercito Siriano Libero”. La rivista specializzata Jane’s Defense Weekly ha documentato come gli FN-6 siano stati utilizzati lo scorso anno per colpire in Siria elicotteri MI-8, aerei da trasporto e almeno un Mig-21, mentre negli ultimi mesi hanno abbattuto in Iraq elicotteri multiruolo MI-17, MI-35 da attacco e Bell 407 “Scout”.

Altrettanto gravi le responsabilità qatarine nei sempre più drammatici scenari di guerra in Libia. A metà settembre, il primo ministro libico Abdullah al-Thinni ha affermato che tre aerei militari del Qatar, pieni di armi pesanti, erano atterrati nell’aeroporto di Tripoli, al momento sotto il controllo di una fazione armata “ribelle”. Nel 2011, prima che la coalizione multinazionale a guida Nato avviasse la campagna di bombardamento in Libia, l’emirato aveva fornito armi e munizioni alle milizie anti-Gheddafi. L’Aeronautica militare del Qatar ha successivamente partecipato ai bombardamenti grazie a 6 cacciabombardieri Mirage 2000 rischierati nella base greca di Souda Bay.

Da http://antoniomazzeoblog.blogspot.it/

Contropiano.org

http://contropiano.org/politica/item/27811-l-italia-alla-corte-del-diabolico-qatar

Foto: L’Italia alla corte del diabolico Qatar

 Antonio Mazzeo - Per il ministro allo Sviluppo tedesco, Gerd Mueller, il Qatar è il “bancomat dell’Isil”, lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante che ha lanciato la guerra santa all’Occidente. Ancora più duro l’ambasciatore israeliano all’Onu, Ron Prosor, che sul New York Times ha definito l’emirato il “Club Med dei terroristi” internazionali. Ciononostante, ministri, militari, industriali e faccendieri italiani fanno a gara per ingraziarsi i favori del piccolo ma potente stato mediorientale. Il 26 novembre, ad esempio, la ministra della Difesa Roberta Pinotti si è recata in visita ufficiale a Doha per incontrare i ministri qatarini generale Hamad Bin Ali Al Attiyah (difesa) e Khalid Bin Mohammed Al Attiyah (esteri). “Al centro dei colloqui, improntati alla massima cordialità, gli scenari di crisi regionali, con particolare riguardo a Iraq, Siria e Libia, e la cooperazione bilaterale in ambito Difesa”, riporta il sito del Ministero. “Italia e Qatar hanno avviato da tempo un dialogo e la visita del Ministro Pinotti ha contribuito a rafforzare e consolidare i rapporti di cooperazione esistenti anche nel settore della formazione e dell'addestramento del personale militare”. Temi centrali degli incontri, la controffensiva internazionale anti-Isis e gli “sviluppi della situazione nei Paesi della sponda sud del Mediterraneo e nel Medio Oriente”. Undici giorni prima, la ministra Pinotti aveva ricevuto a Roma il generale Ghanim Bin Shaheen Al-Ghanim, Capo di Stato Maggiore delle forze armate del Qatar. Durante il breve tour in  Italia, il Capo delle forze armate qatarine è stato pure ospite dell’ammiraglio Luigi Binelli Mantelli (Capo di Stato maggiore della Difesa) e del Centro Sperimentale di Volo dell’Aeronautica militare di Pratica di Mare, l’unico ente di consulenza della Difesa per le prove in volo dei velivoli e dei sistemi d’arma, l’addestramento e la sperimentazione nel settore della medicina aeronautica e spaziale, ecc.

Il 3 novembre era stato il viceministro Lapo Pistelli a raggiungere Doha per incontrare con il ministro degli Esteri Khalid Bin Mohammed Al Attiyah e alcuni imprenditori italiani che operano nella penisola arabica. “Il Qatar non è soltanto un attore fondamentale e imprescindibile per le prospettive di stabilizzazione della regione, ma anche un Paese molto ricco dove è più che opportuno esplorare ogni possibilità di collaborazione nel reciproco interesse”, dichiarava Pistelli. “Sul piano prettamente politico, questa prima sessione delle consultazioni politiche bilaterali è servita anche a comprendere meglio, nell’ottica del Qatar, le ragioni degli attuali conflitti nella regione, dalla Libia alla Siria all’Iraq, premessa necessaria all’individuazione dei meccanismi più appropriati per stemperarli”.

Italia e Qatar sono legate da un accordo di cooperazione militare, ratificato dal Parlamento con voto bipartisan il 29 settembre 2011, che prevede l’organizzazione di attività d’addestramento ed esercitazioni congiunte, la partecipazione ad operazioni di peacekeeping e lo “scambio” di una lunga lista di armi e munizioni, sistemi di telecomunicazione e satellitari, ecc.  L’ultima grande esercitazione bilaterale risale alla primavera 2014: gli uomini del Gruppo Operativo Incursori (il reparto d’eccellenza della Marina militare di stanza a La Spezia) hanno realizzato un’intensa campagna addestrativa a favore del team di pronto intervento della guardia dell’Emiro, conducendo “operazioni speciali di assalto ad unità navali e liberazione di ostaggi”. L’attività, pianificata e coordinata dal Comando Interforze per le Operazioni delle Forze Speciali, è stata svolta in alcuni poligoni terrestri e marittimi del Qatar e nelle aree addestrative liguri del Raggruppamento Subacquei ed Incursori “Teseo Tesei”. “A sottolineare l’importanza degli accordi bilaterali italo-qatarini, alle esercitazioni hanno assistito il Capo ufficio generale del Capo di Stato Maggiore della Difesa, ammiraglio Donato Marzano, il Comandante del COFS, generale Maurizio Fioravanti, il Comandante di Comsubin, contrammiraglio Francesco Chionna e una delegazione di autorità militari qatarine”, riporta una nota del Comando della Marina militare italiana.

È soprattutto il complesso militare-industriale-finanziario nazionale a essere interessato al rafforzamento della partnership con il Qatar, uno dei maggiori acquirenti di sistemi di guerra a livello mondiale. Alla mostra internazionale riservata alle aziende del settore bellico “DIMDEX 2014”, svoltasi a marzo a Doha, le forze armate dell’emirato hanno firmato contratti per un valore complessivo di 23 miliardi di dollari, facendo razzia di carri armati “Leopard”, blindati obici semoventi, sistemi antimissile “Patriot”, elicotteri d’attacco “Apache”, cacciabombardieri di ultima generazione, velivoli “Boeing 737” per la sorveglianza aerea, navi veloci per il controllo costiero, missili “Hellfire”. Una delle commesse più rilevanti (2 miliardi di euro) ha riguardato l’acquisto di 22 elicotteri da combattimento NH90 prodotti dal consorzio NHIndustries costituito da Airbus’Eurocopter (62,5%), dall’olandese Stork Fokker (5,5%) e dall’italo-britannica AgustaWestland (32%), gruppo Finmeccanica. Al salone “DIMDEX”, presente il vicesegretario della Direzione nazionale degli armamenti, ammiraglio Valter Girardelli, un’altra azienda partecipata di Finmeccanica, MBDA Missile Systems, ha presentato il nuovo sistema di difesa costiera MCDS (Marte Coastal Defence System) basato sui missili antinave “Marte MK2/N” e “Marte ER”, anch’essi di produzione MBDA,  ricevendo favorevole accoglienza da parte dei militari del Qatar e di altri Paesi del Golfo Persico. Il “lancio” del sistema missilistico a Doha era stato preceduto dalla visita in Italia di una delegazione della Marina qatarina, interessata ad acquisire i missili “Marte” per armare gli elicotteri NH-90. Relativamente al business delle armi made in Italy, va pure segnalato che tra il 2012 e il 2013 AgustaWestland aveva consegnato alle forze armate del Qatar 21 elicotteri AW139, assicurando contestualmente l’addestramento degli equipaggi e la fornitura di parti di ricambio (valore complessivo della commessa 260 milioni di euro).

Nulla sembra imbarazzare il governo, le forze armate e gli industriali italiani. Neanche il fatto che il Qatar sia considerato da alcuni nostri alleati Nato ed extra-Nato come il paese che più di tutti ha fornito sostegno finanziario, armi, protezione e copertura internazionale a numerosi gruppi dell’estremismo islamico attivi in Africa e Medio oriente. Diplomatici e studiosi indipendenti hanno rilevato come l’emirato sia un sostenitore della discussa organizzazione della Fratellanza musulmana, particolarmente attiva in Egitto e Gaza. “Pur continuando a presentarsi come un prezioso interlocutore e partner economico per gli Stati Uniti e i Paesi europei, il Qatar ha coltivato rapporti con leader e realtà salafite attive nella regione”, afferma Gianmarco Volpe, autore di uno studio sulle politiche dell’emirato, pubblicato a marzo dal CeSI - Centro Studi Internazionali. “Va sottolineato, inoltre, il forte legame stretto dalla leadership qatariota con i vertici della Fratellanza musulmana. Fondata su solidi rapporti interpersonali (in particolare quelli che legano l’ex Emiro Hamad bin Jassim bin Jaber al‐Thani allo sceicco Yusuf al‐Qaradawi, esponente di spicco della Fratellanza in Qatar, l’alleanza tra Doha ed i Fratelli musulmani si è concretizzata dopo la rottura del movimento con l’Arabia saudita, avvenuta dopo la Prima Guerra del Golfo”. Il Qatar ha utilizzato i Fratelli musulmani per rafforzare il proprio ruolo politico-economico nel mondo arabo; contestualmente i Fratelli musulmani hanno trovato un rifugio sicuro a Doha e nella rete radiotelevisiva al‐Jazeera una voce autorevole per amplificare la propria visione politico-religiosa.

Da più parti il Qatar viene accusato di tenere relazioni sin troppo ambigue con gruppi e fazioni pro-Isis, organizzazione che ha proclamato la rinascita del Califfato nei territori controllati. L’emirato è stato uno dei primi paesi ad invocare l’invio di una forza multinazionale in Siria a sostegno dei “ribelli” in lotta contro il regime di Bashar al-Assad. Attualmente, il Qatar sostiene apertamente il Free Syrian Army, espressione militare dei gruppi vicini alla Fratellanza musulmana, mentre ha messo a disposizione di alcuni diversi gruppi di ribelli una vasta area d’addestramento nel deserto, al confine con l’Arabia saudita. Il “campo”, dove operano formatori e “consiglieri” qatarini e statunitensi, sorge nei pressi della grande base di Al Adeid, utilizzata insieme a quelle di Assaliyah e Doha dalle forze aeree Usa per sferrare gli attacchi contro le postazioni dell’Isis in Iraq e Siria. Contemporaneamente, però, le autorità governative e le forze armate lasciano libertà di movimento in Qatar ai finanziatori di gruppi jihadisti alcuni dei quali apertamente schierati con l’Isis o come il Fronte al-Nusra che dal dicembre 2013 è classificato tra le “organizzazioni terroristiche” dal Dipartimento di Stato.

“L’approccio spregiudicato del Qatar e la sua quantità di relazioni (spesse volte, tra di esse, apparentemente inconciliabili) sono frutto di una politica nella quale è del tutto assente qualunque limitazione ideologica”, aggiunge lo studioso del CeSi, Gianmarco Volpe. “La politica estera qatariota non si fa portatrice di alcuna particolare idea, né di alcun particolare disegno strategico. A essere veicolato è un indefinito messaggio di cambiamento, funzionale alle ambizioni di crescita internazionale dell’Emirato”.

Il diabolico comportamento del Qatar sta avendo effetti indesiderati nel conflitto iracheno e siriano. Missili antiaerei di fabbricazione cinese, fornite dal Qatar ai ribelli siriani, vengono utilizzati dai miliziani del Califfato islamico contro gli elicotteri e gli aerei dell’esercito nazionale dell’Iraq. “Si tratta in particolare dei missili portatili cinesi FN-6, che il Qatar aveva consegnato alle milizie legate ai Fratelli musulmani”, denuncia Analisi difesa. “Queste brigate sono confluite in gran parte nello Stato Islamico o nei qaedisti del Fronte al-Nusra, come hanno fatto la gran parte delle unità combattenti dell’Esercito Siriano Libero”. La rivista specializzata Jane’s Defense Weekly ha documentato come gli FN-6 siano stati utilizzati lo scorso anno per colpire in Siria elicotteri MI-8, aerei da trasporto e almeno un Mig-21, mentre negli ultimi mesi hanno abbattuto in Iraq elicotteri multiruolo MI-17, MI-35 da attacco e Bell 407 “Scout”.

Altrettanto gravi le responsabilità qatarine nei sempre più drammatici scenari di guerra in Libia. A metà settembre, il primo ministro libico Abdullah al-Thinni ha affermato che tre aerei militari del Qatar, pieni di armi pesanti, erano atterrati nell’aeroporto di Tripoli, al momento sotto il controllo di una fazione armata “ribelle”. Nel 2011, prima che la coalizione multinazionale a guida Nato avviasse la campagna di bombardamento in Libia, l’emirato aveva fornito armi e munizioni alle milizie anti-Gheddafi. L’Aeronautica militare del Qatar ha successivamente partecipato ai bombardamenti grazie a 6 cacciabombardieri Mirage 2000 rischierati nella base greca di Souda Bay.

Da http://antoniomazzeoblog.blogspot.it

Contropiano.org

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