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venerdì 20 febbraio 2015

Wall Street Journal: le armi della Cia ai tagliagole dell’Isis

Già nel 2012 osservatori indipendenti come Thierry Meyssan l’avevano annunciato: centinaia di jihadisti provenienti dalla Libia erano stati segretamente trasferiti in Siria, attraverso la Turchia, per dare il via all’operazione degli Usa contro il governo Assad, travestita da “rivoluzione democratica”. Ora la partita è persa, ammesso che la Russia – assediata al confine con l’Ucraina – riesca a mantenere la sua assistenza alla Siria. Punto di svolta, la strage di civili del 2013 sterminati dai “ribelli” col gas nervino per tentare di incolpare il governo di Damasco. Il casus belli perfetto per inennescare i bombardamenti della Nato, fermati in extremis nel settembre del 2013 da un’inedita alleanza: i milziani libanesi di Hezbollah e le truppe speciali inviate dall’Iran in Siria, il “no” di Papa Francesco e quello del Parlamento britannico, le navi da guerra dislocate dalla Cina nel Mediterraneo in appoggio alla flotta del Mar Nero schierata da Putin a protezione dei siriani. Adesso che l’operazione è fallita, lo ammette anche il “Wall Street Journal”: sono stati gli Usa ad armare i “ribelli” che, vista la mala parata in Siria, ora combattono in Iraq sotto il nome di Isis.
Il “Wall Street Journal”, scrive il newsmagazine “Controinformazione”, ha svelato i dettagli sul programma della Cia  per armare i gruppi dei “ribelli” in Siria, documentando anche il fallimento del piano eversivo. Il giornale ammette che i miliziani Usa, denominati “ribelli moderati”, hanno abbandonato il campo per unirsi all’Isis, come peraltro già intuibile dalle foto fatte circolare nei mesi scorsi, che mostrano il senatore John McCain in Siria, in un covo dei “ribelli”, a colloquio con il futuro Un ostaggio dell'Isis poco prima della feroce esecuzione“califfo” dell’Isis, Abu Bakr al-Baghdadi. Secondo il “Wall Street Journal”, a metà del 2013 la Cia aveva monitorato alcuni capi dei “ribelli”, controllando anche le loro e-mail e le comunicazioni telefoniche per assicurarsi che si trovassero realmente al comando degli uomini che affermavano di comandare. Il giornale sostiene che i “ribelli” furono sostenuti solo a partire dal 2013, ma aggiunge che molti di essi rimasero delusi dal trattamento economico della Cia, uno “stipendio” mensile di appena 200-400 dollari. In ogni caso, continua “Controinformazione” citando sempre il “Wall Street Journal”, gli Usa e i loro alleati crearono nel nord della Siria «una centrale unitaria di comando delle operazioni».
Lo stato maggiore del golpe contro Assad «includeva sia elementi della Cia sia di altri servizi segreti, come quelli dell’Arabia Saudita, del Qatar e della Turchia». Inoltre, i capi dei “ribelli” «ebbero colloqui anche con ufficiali dell’agenzia statunitense negli hotel del sud della Turchia». Tutte le fonti del giornale riferiscono adesso che l’aiuto della Cia ai “terroristi moderati” della Siria finì in un fallimento totale, e gli ultimi nuclei sarebbero tuttora asserragliati nel sud del paese e nei dintorni di Aleppo. «Il resto del territorio occupato dai gruppi jihadisti si trova sotto il controllo dei gruppi estremisti come l’Isis ed il “Fronte al Nusra”». Altro problema, quello delle centinaia di mercenari reclutati dalla Cia ma «passati armi e bagagli all’Isis ed  “al Nusra”». Di recente, vista la resistenza dell’esercito nazionale siriano, composto da oltre 300.000 soldati di leva, la Cia ha smesso di offrire aiuto ai miliziani, «ad eccezione di un gruppo di comandanti di sua fiducia». Secondo la visione ottimistica Jihadistidel “Wall Street Journal”, «la Cia non aveva previsto la crescita del gruppo dello “Stato islamico in Siria ed in Iraq”». Affermazione azzardata: fu proprio la Cia a reclutare in Afghanistan l’allora sconosciuto Osama Bin Laden.
Sempre secondo il giornale statunitense, ora Washington avrebbe «paura» che le armi inviate ai “ribelli” possano «cadere nelle mani dell’Isis», cioè la struttura fondamentalista arabo-sunnita che in realtà sarebbe stata direttamente progettata dalla Cia per dividere il mondo islamico e colpire gli sciiti, a cominciare dall’Iran: è a tutti noto che Obama abbia lasciato crescere l’Isis per mesi, consentendo che seminasse il terrore in Iraq, senza muovere un dito. Nel suo libro “Massoni”, lo storico italiano Gioele Magaldi rivela inoltre – sulla base di documentazione riservata di origine massonica – che il futuro “califfo” al-Baghdadi fu misteriosamente scarcerato nel 2009 dal campo di detenzione Usa di Camp Bucca, in Iraq, su ordine di personalità dell’intelligence riconducibili alla superloggia segreta “Harthor Pentalpha”, creata da George Bush padre. Il piano: trasformare il “califfo” nel nuovo Bin Laden, il nemico pubblico dell’America, giusto in tempo per la candidatura di Jeb Bush alle presidenziali 2016. Della “Ur-Lodge” complottista farebbero parte George W. Bush e Dick Cheney, ma anche Tony Blair e Nicolas Sarkozy. “Hathor” è anche il secondo nome di “Isis”, la dea egizia Iside vedova di Osiride, venerata da alcuni circoli massonici che si definiscono “figli della vedova”. Culture maniacalmente attente ai simboli: per questo, dice Magaldi, l’adozione del nome Isis non è casuale, ma rivela l’identità delle “menti” che hanno organizzato l’esercito jihadista dell’orrore. Sia pure nella sua analisi limitata a un ristretto orizzonte temporale, anche il “Wall Street Journal” conferma la clamorosa manipolazione svolta dalla Cia in Siria, nel tentativo di utilizzare per i propri scopi i peggiori terroristi del Medio Oriente.
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