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lunedì 23 novembre 2015

LA VERA STORIA DELL'ISIS


Un comandante Isis racconta come lo Stato Islamico sia nato
in una prigione irachena proprio sotto il naso dei secondini americani
La vera storia dell'Isis
Nell’estate del 2004 un giovane jihadista, incatenato e ammanettato, veniva lentamente scortato dai suoi carcerieri nella prigione statunitense di Camp Bucca, nell’Iraq meridionale. Il suo nervosismo era evidente mentre due soldati americani lo conducevano, attraverso tre edifici ben illuminati e un labirinto di corridoi di filo spinato, in un cortile esterno, dal quale uomini vestiti con tute carcerarie dai colori accesi lo fissavano, mantenendosi a debita distanza.
“Ne ho riconosciuti subito alcuni", mi ha detto il mese scorso. "Per tutta la durata del volo ho avuto paura di Bucca. Ma quando sono arrivato, era molto meglio di quanto pensassi, sotto tutti i punti di vista.”
(Qui sotto: detenuti all'interno della prigione militare statunitense di Camp Cropper in Iraq, il 2 luglio 2008. Damir Sagolj).
Il jihadista, il cui nome di battaglia è Abu Ahmed, è giunto a Camp Bucca una decina di anni fa, quando era solo un ragazzo, ed è adesso un ufficiale di grado superiore dello Stato Islamico, essendosi distinto tra i ranghi dell'organizzazione come tanti altri suoi compagni di prigionia. Come lui, gli altri detenuti erano stati catturati da soldati statunitensi in villaggi e città irachene, e trasferiti in un luogo tristemente famoso: una minacciosa fortezza nel deserto, che avrebbe plasmato le sorti della presenza statunitense in Iraq.
Abu Ahmed racconta come, in poco tempo, gli altri prigionieri abbiano iniziato a mostrarsi amichevoli nei suoi confronti. Anche loro avevano avuto paura di Bucca, ma ben presto si erano resi conto del fatto che, lungi dall’essere il loro incubo peggiore, la prigione statunitense rappresentava invece un’opportunità straordinaria. “A Baghdad o altrove non ci saremmo mai potuti ritrovare tutti insieme in quel modo”, mi dice Abu Ahmed. “Sarebbe stato troppo pericoloso. Lì non soltanto ci sentivamo al sicuro, ma eravamo anche a poche centinaia di metri dal comando di Al Qaeda.”
Fu proprio a Camp Bucca che Abu Ahmed incontrò per la prima volta Abu Bakr al-Baghdadi, l’emiro dell’Isis oggi spesso descritto come il leader terrorista più pericoloso al mondo. Abu Ahmed ricorda che fin dall’inizio gli altri detenuti del campo mostravano ad al-Baghdadi particolare riverenza. “Già all’epoca, egli era Abu Bakr. Eppure, nessuno di noi avrebbe mai immaginato che sarebbe diventato leader.”
Abu Ahmed ha svolto un ruolo decisivo nei primi anni di formazione del gruppo terroristico.L’occupazione americana in Iraq, che secondo lui e molti altri mirava a cedere il potere del governo sunnita alla maggioranza sciita, lo aveva spronato alla militanza già in giovane età. Il ruolo allora ricoperto in quello che sarebbe poi diventato l’Isis lo ha portato a occupare oggi una posizione di grande importanza nella rinnovata insurrezione che, oltrepassando i confini iracheni, ha travolto anche la Siria. La maggior parte dei suoi compagni vede nello sgretolarsi dell’ordine preesistente nella regione la realizzazione delle proprie ambizioni in Iraq, questione rimasta irrisolta finché la guerra in Siria non gli ha offerto un nuovo campo di battaglia.
Abu Ahmed ha accettato di parlare pubblicamente dopo più di due anni di discussioni, durante i quali ha rivelato di essere stato uno dei militanti iracheni più rispettati e ben introdotti all'interno dell'organizzazione. Ha inoltre condiviso le sue crescenti preoccupazioni riguardo l’Isis e i suoi piani per la regione. Davanti a un Iraq e a una Siria in fiamme Abu Ahmed sta avendo dei ripensamenti. La brutalità dell’Isis stride sempre di più con i suoi ideali, che si sono mitigati con il passare degli anni fino a portarlo a credereche gli insegnamenti del Corano debbano essere interpretati, piuttosto che applicati alla lettera.
(Qui sotto: un membro delle forze di sicurezza statunitensi parla con i detenuti all'interno della prigione militare di Camp Cropper in iraq, il 2 luglio 2008. Damir Sagolj).
Le sue perplessità sull’evoluzione dello Stato Islamico lo hanno spinto a concedere un’ampia serie di interviste al Guardian, le quali forniscono un quadro senza eguali dell’enigmatico leader dell’Isis e dei primi passi del gruppo terroristico, dal 2004, quando Abu Ahmed incontrò Abu Bakr al-Baghdadi a Camp Bucca, fino al 2011, anno in cui l’insurrezione irachena si spinse oltre i confini siriani.
Tornando alla detenzione a Bucca, fin dall’inizio il prigioniero che sarebbe diventato l’uomo più ricercato del mondo si era già allontanato dagli altri detenuti, che lo reputavano distaccato e poco trasparente. I secondini americani, invece, ricorda Abu Ahmed, avevano un’idea molto diversa di Baghdadi: lo vedevano come una personalità conciliante e calma in un ambiente in cui le certezze erano ben poche, e si rivolgevano a lui per aiutarli a risolvere gli attriti tra idetenuti. “Faceva parte della sua messinscena”, mi dice Abu Ahmed. “Ho sempre avuto l’impressione che nascondesse qualcosa, un lato oscuro che non voleva mostrare a nessuno. Era l’opposto di altri principi con cui era molto più facile avere a che fare. Era distante, lontano da tutti noi.”
Baghdadi, il cui vero nome è Ibrahim ibn Awwad al-Badri al-Samarrai, è nato nella città irachena di Samarra nel 1971. Fu fatto prigioniero dalle forze statunitensi a Falluja, a ovest di Baghdad, nel febbraio del 2004, alcuni mesi dopo aver contribuito alla fondazione del gruppo militante Jeish Ahl al-Sunnah al-Jamaah, che si era affermato nelle irrequiete comunità sunnite vicine alla sua città d’origine.
(Qui sotto: detenuti iracheni all'interno della prigione militare statunitense di Camp Cropper in Iraq, il 2 luglio 2008. Damir Sagolj).
“Baghdadi fu catturato a casa dell'amico Nasif Jasim Nasif”, racconta il dottor Hishamal-Hashimi, un analista che ha lavorato per il governo iracheno come consulente sull'Isis. “Fu poi trasferito a Bucca. Gli americani non si resero mai conto di chi avessero tra le mani.” Così come non fu in grado di capirlo la maggior parte dei suoi compagni di carcere, circa 24mila uomini suddivisi in 24 campi. La prigione veniva gestita secondo linee gerarchiche assai rigorose, che prevedevano anche uno schema basato sul colore delle tute carcerarie, il quale permetteva sia alle guardie che ai detenuti di collocare ogni prigioniero all’interno della scala gerarchica. “Il colore delle tute indicava il nostro status”, dice Abu Ahmed. “Se ricordo bene, il rosso era il colore di chi aveva commesso qualche errore in prigione, il bianco era destinato ai capi, il verde a chi doveva scontare una lunga pena detentiva e il giallo e l’arancione ai detenuti normali.”
Quando Baghdadi, all’età di 33 anni, giunse a Bucca, la rivolta guidata dai sunniti contro gli Stati Uniti si stava diffondendo velocemente attraverso l’Iraq centrale e occidentale. L’invasione, che era stata venduta come una guerra di liberazione, si era rapidamente trasformata in un’occupazione vessatoria. I sunniti iracheni, privati dei loro diritti a causa del rovesciamento del loro protettore Saddam Hussein, stavano iniziando a combattere le forze statunitensi e a volgere le proprie armi contro la maggioranza sciita del Paese, che aveva tratto beneficio dalla deposizione di Hussein.
Dalla vasta insurrezione sunnita proliferarono decine di nuovi gruppi di militanti, tra cui il piccolo movimento guidato da Baghdadi. Molte di queste formazioni sarebbero poi confluite sotto la bandiera di Al Qaeda in Iraq, e poi nello Stato Islamico dell’Iraq. Questi erano i precursori della furia devastante oggi nota semplicemente come Stato Islamico, il quale, sotto il comando di Baghdadi, si è impadronito di vaste aree dell’ovest e del centro del Paese e della Siria orientale, attirando nuovamente i militari statunitensi in una regione profondamente destabilizzata, a meno di tre anni da quando l’avevano lasciata con la promessa di non tornarvi mai più.
(Qui sotto: un detenuto iracheno all'interno della prigione militare statunitense di Camp Cropper in Iraq, il 2 luglio 2008. Damir Sagolj).
Tuttavia, all’epoca del suo soggiorno a Bucca, il gruppo di Baghdadi era ancora poco conosciuto, e lui era una figura molto meno importante rispetto all'ideologo dell’insurrezione, lo spietato Abu Musab al-Zarqawi, che incarnava i timori di molti in Iraq, in Europa e negli Stati Uniti. Baghdadi, però, aveva un modo unico per distinguersi dagli altri aspiranti leader, dentro Bucca e fuori, per le violente strade irachene: un pedigree che gli permetteva di rivendicare una discendenza diretta dal profeta Maometto. Aveva inoltre conseguito un dottorato in Studi Islamici presso l’Università Islamica di Baghdad. Si sarebbe avvalso di questi due elementi per dare legittimità alla sua pretesa senza precedenti di autoproclamarsi califfo del mondo islamico nel luglio del 2014, impresa cui sembrava essere destinato già dieci anni prima, nel cortile del carcere di Bucca.
“Baghdadi era una persona pacata”, ricorda Abu Ahmed. “Aveva carisma. Si percepiva che fosse qualcuno di importante. Tuttavia, c’erano altri uomini più importanti di lui. A dire il vero non credevo che sarebbe arrivato così lontano.”
Sembrava anche che Baghdadi riuscisse a intendersi bene con i suoi carcerieri. Secondo Abu Ahmed e altri due uomini che furono incarcerati a Bucca nel 2004, gli americani lo vedevano come un mediatore capace di risolvere aspre liti tra fazioni rivali e di mantenere l’ordine nel campo.
“Con il passare del tempo, però, ogni volta che si presentava un problema nel campo, lui risultava coinvolto", aggiunge Abu Ahmed. “Voleva essere il capo della prigione, e ripensandoci ora, mi rendo conto che stava adottando una politicadel divide et impera per ottenere ciò che voleva: il comando. E ha funzionato.” Nel dicembre del 2004 i secondini reputarono che Baghdadi non rappresentava più alcun pericolo, autorizzandone la scarcerazione.
“Era molto rispettato dall’esercito statunitense", prosegue Abu Ahmed. "Se voleva visitare i detenuti in un altro campo gli veniva concesso, mentre a noi questo non era permesso. E nel frattempo, sotto gli occhi delle guardie, una nuova strategia, da lui guidata, stava prendendo forma: la costituzione dello Stato Islamico. Se in Iraq non ci fossero state prigioni americane, oggi l’Isis non esisterebbe. Bucca è stata una fabbrica. Ci ha formati. Ha costruito la nostra ideologia.”
Mentre infuriava in tutta la regione, l’Isis era guidato da uomini che erano stati prigionieri nei centri di detenzione statunitensi durante l’occupazione americana dell’Iraq. Oltre a Bucca, le forze armate americane gestivano anche le prigioni di Camp Cropper, vicino all’aeroporto di Baghdad e, per i primi rovinosi 18 mesi del conflitto, di Abu Ghraib, nella periferia occidentale della capitale. Molti degli uomini rilasciati da queste prigioni - e in realtà anche parecchi alti ufficiali americani che avevano guidato le operazioni di detenzione - hanno ammesso che queste carceri hanno avuto un effetto incendiario sull’insurrezione.
(Qui sotto: una mappa di The Economist mostra le aree geografiche sotto il controllo dell'Isis in Siria e Iraq)
“Ho assistito a molti incontri in cui degli uomini si facevano avanti, dicendoci quanto le cose andassero bene”, ricorda Ali Khedery, assistente speciale degli ambasciatori statunitensi che hanno prestato servizio in Iraq dal 2003 al 2011, e di tre comandanti militari americani. Alla fine persino gli alti ufficiali americani capirono che le carceri “erano diventate in realtà elementi di radicalizzazione. Per molti versi erano controproducenti. Erano state usate per pianificare e organizzare, nominare leader e lanciare operazioni.”
Abu Ahmed conferma.“In prigione, tutti gli emiri si incontravano regolarmente. Legammo molto con gli altri detenuti. Conoscevamo le loro capacità. Sapevamo ciò che avrebbero potuto e ciò che non avrebbero potuto fare, e come ce ne saremmo potuti servire per qualsiasi scopo. Le persone più importanti a Bucca erano quelle che erano state vicine a Zarqawi. Nel 2004, Zarqawi fu riconosciuto come leader della jihad. Avevamo tantissimo tempo per sederci e pianificare. Era l’ambiente ideale. Concordammo che, una volta usciti, ci saremmo ritrovati. Il modo per riprendere i contatti fu facile. Scrivemmo gli estremi di ognuno sull’elastico dei nostri boxer. Usciti di prigione ci chiamammo. I contatti delle persone per me più importanti erano annotati sull’elastico bianco. Avevo i loro numeri di telefono, conoscevo i villaggi in cui vivevano. Nel 2009, molti di noi erano tornati a fare ciò che facevano prima di essere catturati. Stavolta, però, lo stavamo facendo meglio.”
Secondo quanto riporta Hisham al-Hashimi, l’analista di base a Baghdad, il governo iracheno ha stimato che ben 17 dei 25 leader più influenti dello Stato Islamico a capo della guerra in Iraq e Siria sono stati detenuti nelle prigioni statunitensi tra il 2004 e il 2011. Alcuni uomini sono stati trasferiti dai centri americani alle carceri irachene, dove una serie di evasioni negli ultimi anni ha permesso a molti leader di fuggire per riunirsi alle file degli insorti.
Il carcere di Abu Ghraib è stato il teatro della più grande e rovinosa evasione, avvenuta nel 2013: almeno 500 detenuti, tra cui molti superiori jihadisti precedentemente consegnati dalle forze militari Usa in ritirata, fuggirono nel luglio di quell’anno, quando la prigione venne presa d’assalto dalle forze dello Stato Islamico che, simultaneamente e con eguale successo, attaccarono anche il vicino carcere di Taji.
Il governo iracheno ha chiuso Abu Ghraib nell’aprile del 2014. Il carcere, adesso vuoto, si trova a circa 20 chilometri dalla periferia occidentale di Baghdad, vicino alla prima linea tra l’Isis e le forze di sicurezza irachene, che sembrano perennemente impreparate mentre fissano la calda caligine tremolante sopra l’autostrada che conduce ai calanchi di Falluja e Ramadi.
Varie aree di queste due città sono diventate una terra di nessuno per le assediate truppe irachene, che sono state martoriate e umiliate dall’Isis, un gruppo di predoni senza eguali in Mesopotamia dai tempi dei Mongoli. Quando ho visitato la prigione abbandonata sul finire di quest’estate, un gruppo di soldati iracheni sedeva indifferente presso un posto di blocco sulla strada principale per Baghdad. Mangiavano angurie mentre i boati dei bombardamenti riecheggiavano in lontananza. Le mura imponenti di Abu Ghraib, con all’interno i loro nemici jihadisti, si ergevano dietro di loro, un po’ più lontano lungo la strada.
La rivelazione degli abusi commessi ad Abu Ghraib ebbe un effetto radicalizzante su molti iracheni, che avevano visto la presunta civiltà dell’occupazione americana come un piccolo miglioramento rispetto alla tirannia di Saddam. Nonostante a Bucca vennero registrati pochi casi di abusi prima della sua chiusura nel 2009, il campo venne comunque visto dagli iracheni come il simbolo potente di una politica ingiusta che, per mezzo di frequenti incursioni in varie zone, rastrellava mariti, padrie figli (alcuni dei quali non combattenti), per poi imprigionarli per mesi o anni.
(Qui sotto: detenuti iracheni all'interno della prigione militare statunitense di Camp Cropper in Iraq, il 2 luglio 2008. Damir Sagolj).
l’epoca, l’esercito statunitense sosteneva la validità delle proprie operazioni di detenzione, e ricordava che pratiche simili erano state utilizzate in passato da altri per combattere i ribelli, per esempio dai britannici in Irlanda del Nord, dagli israeliani a Gaza e in Cisgiordania, e dai regimi siriani ed egiziani.
Persino oggi, a cinque anni dalla chiusura di Bucca da parte degli Stati Uniti, il Pentagono difende il campo di detenzione come un esempio di legalità in tempi burrascosi. “Durante le operazioni in Iraq dal 2003 al 2011 le forze statunitensi hanno trattenuto migliaia di prigionieri di guerra”, ha affermato il tenente colonnello Myles B. Caggins III, un portavoce del Ministero statunitense della Difesa in materia di politica detentiva. “Questi tipi di detenzione sono pratica comune durante i conflitti armati. Detenere persone potenzialmente pericolose è un metodo legale e umano per garantire la sicurezza e la stabilità delle popolazioni civili.”
Dopo il rilascio di Baghdadi da Bucca, Abu Ahmed fu liberato. Ad attenderlo all’aeroporto di Baghdad c’erano alcuni degli uomini che aveva incontrato in prigione. Essi lo condussero in una casa situata nella parte occidentale della capitale, in cui Abu Ahmed si riunì subito alla jihad, che da lotta contro l’esercito invasore si era nel frattempo trasformata in una guerra feroce e sfrenata contro gli sciiti iracheni.
A quei tempi, squadroni della morte si aggiravano per Baghdad e per buona parte dell’Iraq centrale, uccidendo secondo una crudele routine i membri delle sette rivali, e cacciando gli abitanti dei quartieri posti sotto il loro controllo. Nel giro di poco tempo, la capitale era radicalmente cambiata rispetto a quando Abu Ahmed l’aveva lasciata un anno prima. Tuttavia, grazie alle informazioni ottenute dai nuovi arrivati in carcere, i detenuti potevano essere aggiornati e monitorare gli sviluppi della guerra settaria in corso fuori dalle mura del carcere. Abu Ahmed conosceva l'ambiente che lo aspettava fuori da Camp Bucca, e le sue aspettative trovarono riscontro nel fatto che i comandanti islamisti del campo avessero grandi progetti per lui.
Una volta al sicuro nella parte occidentale di Baghdad, Abu Ahmed per prima cosa si spogliò, avvicinando poi con cautela un paio di forbici ai propri boxer: “Tagliai il tessuto dell’elastico. C’erano tutti i numeri. Abbiamo ripreso i contatti e ci siamo messi al lavoro.” Ovunque nel resto dell'Iraq, gli altri ex detenuti stavano facendo lo stesso. “Fu davvero un gioco da ragazzi", dice Abu Ahmed, sorridendo per la prima volta dall’inizio della nostra conversazione al pensiero di come le guardie carceriere si fossero fatte raggirare. “I boxer ci hanno aiutato a vincere la guerra.”
Come ricorda Abu Ahmed, Zarqawi voleva un nuovo “11 settembre” in modo che il conflitto degenerasse, un evento che avrebbe portato la guerra nel cuore del nemico. In Iraq, questo poteva prendere forma o colpendo una sede del potere sciita o, ancor di più, un simbolo religioso importante. Con due attacchi messi a segno nel febbraio del 2006 e nel giugno del 2007, gli attentatori di Zarqawi distrussero il santuario dell’imam al-Askari a Samarra, a nord di Baghdad. La guerra settaria si poteva considerare ormai esplosa e le ambizioni di Zarqawi realizzate.
Chiedo ad Abu Ahmed se crede che questa violenta provocazione sia stata dettata da valide ragioni. È esitante, per la prima volta nel corso delle nostre numerose conversazioni. Poi mi spiega: “C’era un motivo alla base dello scoppio di questa guerra, ma non risiedeva nel fatto che loro fossero sciiti. Il motivo era che gli sciiti stessi hanno voluto, e cercato, l’attacco. L’esercito americano stava facilitando il passaggio del potere in Iraq e stava affidando il Paese alle loro mani, e alle loro azioni. Stavano collaborando.”
Abu Ahmed compie poi una riflessione sull’uomo che all'epoca dette gli ordini. “Zarqawi era molto intelligente. È stato il migliore stratega dello Stato Islamico. Abu Omar [al-Baghdadi] era spietato”, afferma Abu Ahmed riferendosi al successore di Zarqawi, ucciso nell’aprile del 2010 in un raid guidato dagli USA. “E Abu Bakr è il più sanguinario.”
“Dopo la morte di Zarqawi, coloro che provavano perfino più gusto di lui a uccidere diventarono molto importanti all’interno dell’organizzazione. L’interpretazione della sharia e dell’umanità di questi uomini era molto superficiale. Essi infatti non interpretano il Tawḥīd, ovvero l’idea coranica dell’unicità di Dio, come dovrebbe essere intesa. Il Tawḥīd non sarebbe dovuto essere imposto con la guerra.”
Nonostante già si stessero sollevando delle critiche, nel 2006 Abu Ahmed è diventato parte di una macchina distruttrice che avrebbe operato a pieno regime per i due anni successivi. Milioni di cittadini furono cacciati dalle loro abitazioni, nei quartieri fu operata una vera e propria pulizia su base settaria e un’intera popolazione fu resa vittima di una sfrenata brutalità.
Quell’estate, con l’aiuto dei servizi segreti giordani, gli Stati Uniti catturarono finalmente Zarqawi, uccidendolo in un’incursione area a nord di Baghdad. Dalla fine del 2006 l’organizzazione si pose sulla difensiva, poiché danneggiata da una rivolta tribale che aveva sradicato la sua leadership da Anbar, e che ne aveva ridotto la presenza e la consistenza nel resto del paese. Tuttavia, secondo Abu Ahmed, il gruppo terroristico colse quest’occasione per evolversi ulteriormente, mostrando di essere dotato di pragmatismo, oltre all'essere imperniato su un’ideologia chiaramente fondamentalista. Per l’Isis, gli anni relativamente calmi tra il 2008 e il 2011 non rappresentarono dunque una sconfitta, bensì una pausa.
Ormai Abu Bakr al-Baghdadi era salito di rango nel gruppo, fino a diventare un fidato collaboratore del leader Abu Omar al-Baghdadi e del suo vice, il jihadista egiziano Abu Ayub al-Masri. Abu Ahmed spiega che fu a quel punto che l’Isis si avvicinò a ciò che restava dei baathisti del vecchio regime, suoi antagonisti sul piano ideologico, ma con un nemico comune da combattere: gli Stati Uniti e il governo a guida sciita sostenuto dall’Occidente.
Già agli esordi, in virtù del fatto che “il nemico del mio nemico è mio amico”, l’Isis aveva mostrato il proprio sostegno ai baathisti, i quali avevano perso tutto quando Saddam era stato destituito. Abu Ahmed e altre fonti riferiscono che all’inizio del 2008 i loro incontri, la maggior parte dei quali avvenuti in Siria, si erano intensificati notevolmente.
(Qui sotto: un detenuto iracheno abbraccia suo figlio, in visita alla prigione militare statunitense di Camp Cropper in Iraq, il 3 luglio 2008. Damir Sagolj).
Il ruolo della Siria nell’insurrezione sunnita in Iraq è stato spesso evidenziato sia dalle autorità statunitensi a Baghdad che dal governo iracheno. Entrambi erano convinti che il presidente siriano Bashar al-Assad permettesse ai jihadisti di atterrare all’aeroporto di Damasco, da dove i militari li avrebbero scortati fino al confine con l’Iraq. Come riporta Abu Ahmed: “Tutti gli stranieri che ho conosciuto sono giunti in Iraq così. Non era certo un segreto.”
Dal 2008, anno in cui gli Usa iniziarono a negoziare la transizione del loro potere verso le deboli istituzioni di sicurezza irachene - preparandosi così a uscire gradualmente dalla scena medio orientale - gli americani cominciarono a rivolgersi sempre più spesso a una ristretta cerchia di personaggi influenti del governo iracheno. Uno di loro era il maggiore Hussein Ali Kamal, direttore dei servizi segreti nel ministero dell’Interno nazionale. Kamal, curdo laico che godeva della fiducia dell’establishment sciita, aveva tra i tanti incarichi quello di proteggere Baghdad dagli attentati terroristici.
Il generale Kamal condivideva la convinzione degli americani che gli avvenimenti in Siria stessero destabilizzando l’Iraq. Era giunto a questa conclusione basandosi sugli interrogatori fatti ai jihadisti che erano stati catturati dalle sue truppe. In una serie di interviste nel corso del 2009, Kamal fornì le prove della tesi che sosteneva. Aveva infatti individuato le rotte usate dai jihadisti per attraversare il confine con l’Iraq occidentale e, grazie ad alcune confessioni, era riuscito a risalire e a identificare vari ufficiali di medio rango dell’intelligence militare siriana coinvolti nei trasferimenti dei jihadisti.
Nel momento in cui le attività dell’Isis in Iraq rallentarono, le attenzioni di Kamal si spostarono su due incontri che si erano svolti in Siria all’inizio del 2009, a cui avevano preso parte jihadisti iracheni, ufficiali siriani e baathisti provenienti da entrambi i Paesi. Kamal, a cui fu diagnosticata una rara forma di tumore nel 2012, è scomparso all’inizio del 2014, e mi ha autorizzato a pubblicare i dettagli delle nostre conversazioni. Nel corso della nostra ultima intervista, risalente al giugno del 2014, si raccomandò: “Dì semplicemente la verità.”
Quando lo incontrai per la prima volta nel lontano 2009, Kamal era immerso a leggere le sbobinature delle registrazioni realizzate in occasione di due incontri segreti svoltisi a Zabadani, vicino Damasco, nella primavera di quello stesso anno. Tra i partecipanti figuravano molti leader baathisti iracheni che si erano rifugiati a Damasco quando il loro protettore Saddam era stato deposto, ufficiali dell’intelligence militare siriana, e figure di rilievo del gruppo iracheno noto all’epoca come al-Qaeda. Fin dai primi giorni della sommossa contro gli Stati Uniti, i siriani avevano avviato rapporti con i jihadisti, utilizzandoli per destabilizzare gli americani e i loro piani per il controllo della situazione in Iraq.
Come riporta Ali Khedery, ex consigliere degli ambasciatori americani e degli alti comandanti a Baghdad: “Nel corso del 2004 e del 2005, elementi islamici, jihadisti e baathisti esautorati iniziarono a unire le proprie forze. Si trattava di persone disciplinate e ben organizzate per natura, che disponevano di una profonda conoscenza della situazione sul campo. Con il tempo inoltre, alcuni baathisti divennero sempre più radicati nell’islamismo e l’insurrezione infuriò. Nel 2007, il Generale David Petraeus sosteneva che i servizi segreti militari siriani stessero collaborando con i jihadisti in maniera palese, anche se le motivazioni addotte allora non combaciavano al cento per cento con la realtà dei fatti.”
Durante le nostre conversazioni, Abu Ahmed ha sottolineato più volte gli stretti collegamenti che esistevano tra i siriani e la rivolta in Iraq. “Tutti i mujahidin che sono venuti qui sono passati per la Siria. Ho lavorato con molti di loro. Quelli di Bucca si sono imbarcati su un aereo per Damasco. Pochissimi di quelli provenienti dalla Turchia o dall’Iran ce l’hanno fatta. La maggior parte ha messo piede in Iraq grazie all’aiuto dei siriani."
Questa “catena di approvvigionamento” veniva percepita dalle autorità irachene come una minaccia per la sopravvivenza del governo e costituiva il motivo principale per cui i rapporti tra il primo ministro iracheno Nouri al-Maliki e Bashar al-Assad erano tesi. Fin dall’inizio della guerra civile, Maliki era convinto che Assad stesse cercando di indebolire il suo regime per mettere in difficoltà gli americani. Le prove che ottenne nel 2009, nel corso dell’incontro svoltosi a Damasco, non fecero altro che esacerbare il suo astio nei confronti del leader siriano.
All’epoca, il Generale Kamal mi disse, riferendosi al colloquio svoltosi a Zabadani: “Una delle nostre fonti era nella stanza e aveva una cimice. È la fonte più attendibile che abbiamo mai avuto. Da quanto ne sappiamo, si tratta del primo incontro sul piano strategico tra tutti questi gruppi. Segna una svolta epocale.”
I baathisti presenti condussero la riunione. Secondo la fonte del generale Kamal, il loro obiettivo era lanciare una serie di attentati spettacolari su Baghdad, con lo scopo di destabilizzare il governo di Maliki, a maggioranza sciita, che per la prima volta dalla fine della guerra civile aveva iniziato a ripristinare l’ordine nel Paese. Fino ad allora, il gruppo di al-Qaeda in Iraq e la setta baathista erano stati acerrimi nemici sul piano ideologico. Tuttavia, il potere crescente degli sciiti - e i loro sostenitori in Iran - li fece avvicinare per pianificare una grande incursione nella capitale.
A partire dal luglio del 2009 il ministero dell’Interno ha intensificato i controlli in tutti i posti di blocco della città di Baghdad, lungo il fiume Tigri, fino a rendere ogni spostamento in qualsiasi momento della giornata perfino più difficoltoso del solito. Il generale Kamal ricevette poi un messaggio dalla sua fonte in Siria. I macchinatori dell’attentato avevano scoperto che la sicurezza lungo i ponti era stata rafforzata e avevano quindi spostato la mira verso nuovi bersagli.
La fonte però non sapeva né quali fossero gli obiettivi né quando sarebbero stati colpiti. Nelle due settimane successive, Kamal lavorò fino a notte inoltrata nel suo ufficio blindato nella periferia meridionale di Arasat, prima di essere scortato a tutta velocità fino alla sua abitazione nella Zona Verde, su un convoglio anch’esso blindato. Nel tragitto, l’auto attraversava il ponte 14 luglio, che era stato nel mirino degli attentatori fino a pochi giorni prima.
Per il resto del mese, il generale ha passato diverse ore a sudare su un tapis roulant, ogni torrida notte, nella speranza che l’esercizio fisico gli schiarisse le idee, permettendogli di battere sul tempo gli attentatori. "Starò pure perdendo peso, ma non sto trovando i terroristi," mi disse nel corso della nostra ultima conversazione prima dell’attentato. "So che stanno progettando qualcosa di grosso."
(Qui sotto: un bambino abbraccia il padre, detenuto iracheno nella prigione militare statunitense di Camp Cropper in Iraq, il 3 luglio 2008. Damir Sagolj).
La mattina del 19 agosto, il primo di tre camion trasportanti tre larghe cisterne riempite di esplosivo, dalla capacità di mille litri ciascuna, saltò in aria su un cavalcavia accanto al ministero delle Finanze, nella parte sudorientale di Baghdad. L’esplosione echeggiò nella Città di Smeraldo, sollevando la sabbia del deserto che tinteggiò di marrone le case, e popolando il cielo di migliaia di piccioni.
Tre minuti dopo fu la volta di una seconda bomba, esplosa davanti al ministero degli Affari Esteri, lungo il perimetro settentrionale della Zona Verde. Poco dopo, una terza esplosione colpì un convoglio della polizia che stazionava vicino al ministero delle Finanze. Più di 100 persone persero la vita e quasi 600 rimasero ferite. Fu uno dei più gravi attentati nei sei anni di insurrezione irachena.
“Ho fallito", mi ha detto Kamal quel giorno. "Abbiamo fallito tutti.” Dopo poche ore fu convocato per incontrare Maliki e i vertici della sicurezza. Il primo ministro era livido in volto. “Mi disse di far vedere ai siriani ciò che avevo. Ci accordammo con la Turchia affinché facesse da mediatore e poi presi un volo per Ankara per incontrarli. Presi questo dossier”, aggiunse, picchiettando su un fascicolo bianco e spesso appoggiato sulla scrivania, “e non poterono discutere su ciò che gli mostrammo. La nostra tesi era inattaccabile e i siriani lo sapevano. Era presente anche Ali Mamlouk, capo della direzione generale di sicurezza siriana. Si limitò a guardarmi sorridendo e disse: 'Non riconoscerò nessun ufficiale proveniente da un Paese che è sotto l’occupazione statunitense'. Si rivelò una perdita di tempo.”
L’Iraq ritirò il suo ambasciatore da Damasco e la Siria, in segno di rappresaglia, intimò al proprio delegato a Baghdad di tornare a casa. Per il resto dell’anno, e fino agli inizi del 2010, i rapporti tra Maliki e Assad rimasero tesi.
Nel marzo del 2010 le forze irachene arrestarono, grazie a una soffiata statunitense, un leader dello Stato Islamico, Munaf Abdul Rahim al-Rawi, che fu identificato come uno dei principali comandanti del gruppo a Baghdad, oltre a essere una delle pochissime persone ad aver mantenuto i contatti con l’allora leader, Abu Omar al-Baghdadi.
Al-Rawi parlò. E, sfruttando uno dei rari momenti di collaborazione, i tre organi principali di intelligence irachena, inclusa la divisione intelligence del generale Kamal, decisero di introdurre una cimice e un localizzatore GPS in una fioriera, che fu consegnata al nascondiglio di Abu Omar.
Quando fu confermato che Abu Omar e il suo vice, Abu Ayub al-Masri, si trovavano all’interno di un’abitazione a circa dieci chilometri a sudovest di Tikrit, si decise di attaccare con un’incursione aerea guidata dagli Stati Uniti. I due leader fecero esplodere giubbotti suicidi per evitare la cattura.
Messaggi indirizzati a Osama Bin Laden e Ayman al-Zawahiri furono ritrovati in un computer dentro il rifugio. Il covo di Abu Omar non aveva né connessione internet né linea telefonica, come quello di Bin Laden in Pakistan in cui quest’ultimo sarebbe stato ucciso poco più di un anno dopo. Tutti i messaggi importanti venivano trasferiti esclusivamente per mano di tre uomini, tra cui Abu Bakr al-Baghdadi.
Come ha affermato Abu Ahmed: “Abu Bakr era uno dei messaggeri di Abu Omar. Divenne il suo più stretto collaboratore. A volte redigeva egli stesso i messaggi indirizzati a Osama Bin Laden, e comunque era sempre lui a trattarli per primo. Quando Abu Omar fu ucciso, Abu Bakr venne fatto leader. Il tempo che tutti noi avevamo trascorso tra le mura di Bucca assunse di nuovo grande importanza.”
La morte di Abu Omar al-Baghdadi e quella di Abu Ayub al-Masri misero a dura prova la solidità dell’Isis. Tuttavia, le posizioni che erano rimaste vacanti in seguito alla loro scomparsa furono prontamente occupate dai discepoli di Camp Bucca, i cui superiori avevano iniziato a prepararsi per questo momento sin dai tempi della detenzione nell’Iraq meridionale.
“Per noi era un’accademia”, dice Abu Ahmed riferendosi a Camp Bucca, “ma per loro” - gli alti comandanti - “era una scuola di management. Non c’era nessun vuoto, perché tantissime persone erano state istruite in prigione. Quando la [guerra civile in] Siria si aggravò, non fu difficile convertire tutta quell’esperienza in un diverso campo di battaglia. Gli iracheni sono il popolo più importante nell’apparato militare e nella direzione della Shura dell’Isis oggi, e questo grazie a tutti gli anni passati a prepararsi per un simile evento. Ho sottovalutato Baghdadi. E l’America ha sottovalutato il ruolo che essa stessa ha svolto nel far di lui ciò che è oggi.”
Abu Ahmed è ancora un membro dell’Isis ed è attivo nelle operazioni del gruppo sia in Iraq che in Siria. Nel corso delle nostre conversazioni è emersa l'immagine di un uomo riluttante a rimanere nel gruppo, ma non disposto a rischiare la propria vita per uscirne.
La vita all’interno dell’Isis si traduce in potere, soldi, donne e status - tutti argomenti appetibili per giovani teste calde con una causa. L’appartenenza al gruppo significa però anche uccidere e sottomettere in nome di una visione del mondo in cui Abu Ahmed non crede più così ciecamente.
Ci rivela che centinaia di giovani come lui, che sono stati trascinati nel vortice della jihad sunnita dopo l’invasione statunitense, non credono che l’ultima manifestazione di questa guerra decennale rimanga fedele alle sue origini.
“L’errore più grande che ho commesso è stato quello di unirmi a loro”, dice Abu Ahmed, aggiungendo poi però che abbandonare il gruppo vorrebbe dire firmare una condanna a morte certa per sé e la sua famiglia. Al contrario, rimanere e rafforzare la brutale visione del gruppo, pur rinnegandola in parte, non sembra essere un gran problema per Abu Ahmed, che ritiene di avere poche altre opzioni.
“Non è che io non creda nella jihad. Ci credo”, mi ha detto con voce affievolita. “Ma che alternativa ho? Se me ne vado, sono un uomo morto”.
L’evolversi dell’impegno di Abu Ahmed all’interno di quello che è oggi il più pericoloso gruppo terroristico al mondo rispecchia quello di molti altri che ricoprono adesso posizioni di grande prestigio nell’organizzazione: prima una battaglia contro un esercito invasore, poi una rivincita contro un’antica setta rivale, e adesso una guerra che potrebbe simboleggiare lo scontro decisivo tra il bene e il male.
Nel mondo dei discepoli di Bucca non c’è molto spazio per il revisionismo o per la riflessione. Abu Ahmed sembra sentirsi travolto da eventi che sono ora ben più grandi di lui, o di chiunque altro.
“Ce ne sono altri che non sono mossi dall’ideologia”, ribadisce, riferendosi a membri influenti dell’Isis vicini a Baghdadi. “Sono persone che hanno iniziato a Bucca, proprio come me. E poi tutto è diventato più grande di noi. Qualcosa che ora non può essere fermato. Che è fuori dal controllo di chiunque: sia di Baghdadi che degli altri all’interno della sua cerchia.”

* Traduzione a cura di Lorenza Geronimo. L'articolo in lingua originale di Martin Chulov è stato pubblicato quiEditing a cura di Alice Politano e Orsola Randi  
http://www.tpi.it/mondo/iraq/isis-iraq-vera-storia

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