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sabato 28 novembre 2015

TTIP (Transatlantic Trade and Investiment Partnership) rischia di sconvolgere le nostre vite. Non è apocalittico e nemmeno fantasioso.

Non è apocalittico affermare che la possibile sottoscrizione del TTIP (Transatlantic Trade and Investiment Partnership) rischia di sconvolgere le nostre vite. Non è apocalittico e nemmeno fantasioso.
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Esso è un attacco viscerale, profondo e ferale che le multinazionali intendono perpetrare ai diritti dei cittadini, dei lavoratori, dei consumatori delle due sponde dell’atlantico: in europa e in america. Ed è proprio per questo che se ne discute così poco (pubblicamente), è per questo che l’opinione pubblica, che i cittadini ricevono informazioni frammentarie e spesso distorte, mentre gruppi ristretti di plenipotenziari proseguono, ormai da due anni, trattative che sono tenute in maniera, luoghi e termini assai riservati.
Al contrario, i contenuti di questo Trattato riguardano tutti noi, cittadini europei e americani, che rischiamo di essere travolti dalle conseguenze di un trattato che punta formalmente, ad eliminare tutti i lacci e laccioli derivanti dalle barriere esistenti alla “libera circolazione delle merci”; in realtà avrà come conseguenza, quella di essere inondati di prodotti e servizi a basso costo, ma senza alcuna garanzia e tutela di qualità, di provenienza o di precauzione.
Il Trattato in discussione, infatti, punta non solo a superare tutte le barriere doganali e tariffarie esistenti tra europa e america, ma, soprattutto ad eliminare tutte le barriere non tariffarie esistenti o che potrebbero essere adottate da ciascun paese, nazione o comunità.
Il pensiero corre immediatamente ad alcune pratiche che, come ben sappiamo, vengono adottate dalle multinazionali senza alcun rispetto per gli uomini, il territorio, l’ambiente in cui viviamo: gli Ogm in agricoltura, la pratica del fracking nelle estrazioni petrolifere, ma anche i brevetti e le opere di ingegno, come pure la sanità e il campo dei servizi pubblici.
L’obbiettivo è. infatti, quello di rimuovere, senza alcuna condizione, tutti gli impedimenti che possono rendere meno concorrenziale una azienda rispetto ad un’altra; una impresa rispetto ad un’altra; con il fine dichiarato di riaffermare la grande parola d’ordine della supremazia del mercato!
In cosa si trasforma la supremazia del mercato, è cosa purtroppo nota: ricercare il massimo profitto con il minor investimento possibile, ovvero con le pratiche meno costose (che guarda caso, sono anche le più pericolose per l’uomo e le più inquinanti per l’ambiente).
Il pericolo che le frontiere si aprano a prodotti lavorati attraverso pratiche oggi vietate perché pericolose e dannose per l’uomo e l’ambiente, non è una lontana ipotesi, ma una possibilità concreta e drammatica. Gli esempi sono molteplici: dal pollo al cloro, alle carni prodotte con il ricorso agli estrogeni. Tutte pratiche poco costose per i produttori, ma assai pericolose per i consumatori.
Ma il rischio è ancora più grande se pensiamo che le normative che sarebbero abolite, in un solo colpo, sono quelle che oggi determinano una seppur parziale garanzia per il consumatore. Solo per fare un esempio, in europa lo standard per definire il pollame allevato a terra, è di nove galline per metro quadro, negli Usa è di ventitré. Le conseguenze di una abolizione di questo standard, è evidente, nuocerebbe pesantemente sulle capacità dei produttori europei di misurarsi sul “libero mercato”.
La definizione di libero mercato, è quindi, ancora una volta, la foglia di fico dietro cui si nasconde la volontà pervicace della grande industria monopolistica, a danno dei produttori agricoli, della piccola e media impresa che già tante difficoltà vive ed incontra sul mercato.
E’ infatti del tutto evidente, rispetto agli interessi colossali, di natura economica e finanziaria, che ad essere colpiti sarebbero proprio quelle produzioni di qualità, quella viva attenzione alle produzioni locali, quel valore che la biodiversità garantisce.Su questi temi, che impattano fortemente le nostre vite, come consumatori, ma anche come abitanti del pianeta, i nostri governi continuano ad affermare la loro attenzione, ma operano in maniera assolutamente contraria, accettando e subendo le richieste delle multinazionali che sostengono proprio obbiettivi ed interessi del tutto contrari.
Ma i problemi non si fermano all’agricoltura e alla produzione di derrate agro-alimentari; coinvolgono anche la produzione energetica che una pratica sciagurata ed insensibile ai problemi dell’ambiente, vuole ancora legata fortemente alla estrazione di combustibili fossili (carbone, petrolio, ecc.).
Così, mentre i governi indicono una solenne iniziativa contro il riscaldamento climatico (tra poco si terrà a Parigi la Conferenza mondiale su questo tema), e le gravi conseguenze che esso sta già producendo e ancora di più produrrà nei prossimi anni, con la desertificazione di grandi territori, i cambiamenti climatici, la scarsità di acqua, l’impoverimento dei suoli, le grandi compagnie petrolifere vengono autorizzate a fare nuove perforazioni, a realizzare nuovi scavi per estrarre petrolio e gas dal sottosuolo, spesso in mare.
La scelta di garantire una economia ed una autonomia energetica capace di preservare l’ambiente cozza profondamente con le scelte dello SbloccaItalia e con quelle previste dal TTIP, che prevede altresì la possibilità di usare la pratica del fracking, una pericolosa metodologia estrattiva che ha prodotto danni ingenti ed irreversibili al territorio e agli uomini che ci vivono e lavorano.
Esempi drammaticamente simili si potrebbero fare per altri settori come la sanità, i servizi sociali, le opere di ingegno, tutti settori nei quali la pratica della precauzione nel mettere in vendita un qualsiasi prodotto verrebbe automaticamente superata ed annullata dalle norme previste nel Trattato, ovvero dove nessuna amministrazione locale potrebbe stabilire un criterio di garanzia per una ditta o un fornitore di qualità.
Con assoluta malafede vengono sbandierate previsioni relative all’aumento di occupati e al miglioramento dell’economia. Dati ipotetici e falsi, forniti, guarda caso, proprio dalle stesse multinazionali interessate alla stipula del Trattato. La realtà, laddove simili accordi sono stati sottoscritti, evidenzia, con la drammaticità e la gravità dei numeri, conseguenze disastrose per l’economia, il lavoro, l’occupazione, la salute dei popoli interessati.
Infine questo tipo di trattati introduce uno strumento per risolvere le controversie che, saltando le normative giuridiche esistenti nei singoli paesi, esautora Tribunali e Corti di Giustizia dei singoli stati. Introduce uno strumento che “compone le controversie”, i cui componenti (sempre gli stessi) rappresentano e giudicano le diverse parti in conflitto per iniziative prese o anche solo che potrebbero essere assunte.
Laddove questo strumento è stato adottato, si contano a centinaia le cause intraprese da grandi multinazionali (del tabacco, dell’energia, dell’acqua), contro le decisioni democraticamente assunte da stati, comunità e gruppi di cittadini. Ci sono multinazionali che hanno chiesto rimborsi miliardari ad amministrazioni comunali che avevano deciso di stabilire limiti precisi agli scarichi inquinanti di alcune fabbriche; multinazionali che operano nel settore della distribuzione dell’acqua che hanno preteso ingenti rimborsi da comuni che avevano chiesto la pubblicizzazione delle risorse idriche. Una prospettiva davvero sconcertante.
Contro queste ipotesi è necessario lottare con un grande movimento di massa che faccia intendere ai governi e al parlamento europeo, che questa strada trova l’opposizione forte e consapevole dei cittadini, delle amministrazioni locali, degli uomini e delle donne che hanno a cuore il futuro di questo pianeta. Per loro, ma soprattutto per le generazioni future che rischiano di vivere in una condizione di continuo peggioramento dal punto di vista occupazionale, lavorativo, economico, sanitario, ambientale.
E’ indispensabile sviluppare una forte iniziativa che si saldi con i movimenti già in atto in tutti gli altri paesi d’Europa, al fine di garantire un ampio e compatto fronte che eviti la firma del TTIP.
Michele Casalucci
https://michelecasa.wordpress.com/2015/11/14/ttip/

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