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domenica 27 dicembre 2015

2016: Se non ci sarà più gente come me / voglio morire in Piazza Grande / coi gatti che non han padrone come me / attorno a me




 La prigione è uno degli ultimi luoghi in cui avrei scelto di finire. Ma ci sono cose nella vita per cui vale la pena andare in prigione” (Ana Montes, cubana, prigioniera di coscienza ignota ad Amnesty International)

Non ci sono limiti alla lotta alla morte. Non possiamo rimanere indifferenti a qualsiasi cosa che accada ovunque nel mondo, poiché una vittoria di ogni paese sull’imperialismo è la nostra vittoria”. (Ernesto Che Guevara)

Nessuno può darti la libertà. Nessuno può darti uguaglianza e giustizia, o qualunque cosa. Se sei un uomo, te le prendi” (Malcolm X)

Se non fai rumore, l’uomo nero non ti troverà. Ma è un’illusione, perché muoiono anche quelle persone che, per starsene sane e salve, rinchiudono il loro spirito in piccole sfere private. Sane e salve? Da cosa? La vita corre sempre sul ciglio della morte. Piccoli sentieri conducono alla stessa destinazione che grandi viali. E una piccola candela si brucia quanto una fiammeggiante torcia. Sono io a scegliere il mio modo di bruciare”: (Sophie Scholl, “Rosa Bianca”, movimento tedesco antinazista, giustiziata)

Assieme agli auguri del qui presente Ernesto, protagonista della battaglia bassotti contro altotti, miei cari corrispondenti (nel senso affettivo e politico del termine), vi lascio per fine anno e inizio anno, possibilmente di sopravvivenza quanto meno, due appunti su avvenimenti che concludono questo 2014 nella maniera più consona al terrorismo multinazionale capital-sion-imperialista.


LIBIA
In Marocco i pupari del terrorismo jihadista, nella specie l’Isis, hanno messo in campo il pupo “Governo di unità nazionale libico”, poi consacrato dal solito Consiglio di Insicurezza dell’ONU. Composto da personaggetti usciti dalla catena di montaggio Cia-Mossad, come il “premier” Faiez Al Serraj, serve a legittimare i golpisti islamisti cripto-Isis di Tripoli, sconfitti nelle ultime elezioni nazionali, e a mettere all’angolo il legittimo governo nazionale di Tobruk, laico e che include molti esponenti della Jamahiryia di Gheddafi, capeggiato da Abdallah El Thani e dal generale Khalifa Haftar. In questo modo si è finto di avere in Libia un interlocutore affidabile che, lungi dal combattere l’Isis, col pretesto dell’Isis si affretterà a chiedere l’intervento salvifico delle potenze Nato che, piano piano, sostituiscano al fornitore Isis del petrolio libico (come già di quello siro-iracheno), o gli affianchino in armoniosa collaborazione, la più rispettabile famiglia delle sette sorelle, da Exxon a Total, da Chevron a Shell, con qualche barile anche all’Eni, caporale di giornata. Allo scopo sono sul piede di partenza le armate britanniche, francesi, con vivandiere e mignotte italiane in coda. E finchè ai tagliagole di Tripoli anche l’Europa non concederà un posto nel palco reale, continuerà il loro ricatto, esattamente come quello della Turchia a forza di bimbetti annegati, del rovesciamento sulle componenti deboli del continente di caterve di rifugiati (peraltro da far passare convenientemente come orde di terroristi che necessitano Stati di polizia).  


A Turchia, Qatar e Arabia saudita spetta di mantenere in piedi, a fini di caos creativo, qualche presidio terrorista che, insieme, giustifichi la permanente presenza dei corpi di spedizione occidentali e assicuri una partecipazione al bottino ai soci dell’impresa di riorganizzazione di Medioriente e Africa del Nord..Presidio che in questi mesi, a dispetto dei ripetuti bombardamenti dell’aviazione di Haftar su navi turche sotto falsa bandiera, che trasportavano combattenti Isis dai territori iracheni e siriani resi incandescenti dai bombardamenti russi e dalla controffensiva dei lealisti nazionalisti. Caos creativo già diffuso, a partire dalle roccaforti di Sirte e Derna, in cui si è fatto insediare il mercenariato Isis, in paesi vicini, petroliferi e uraniferi, come Mali, Niger, Ciad, RCA. Ma con la prospettiva strategica di andare a sovvertire i due grandi paesi dell’area non allineati a destra, Algeria ed Egitto, entrambi produttori ed esportati,di energia, inaccettabilmente in proprio e fuori dal controllo Usa. In Algeria si sta riattivando il carcinoma islamista, felicemente sconfitto da Algeri anni fa. In Egitto, sciaguratamente titolare in proprio degli immensi giacimenti di gas ora scoperti davanti alle sue coste e a cui i russi stanno fornendo assistenza tecnologica, sia per l’estrazione del gas, sia per la sua prima centrale nucleare, è già stato innescato il coas creativo tramite gli innesti Isis nel Sinai e gli attentati terroristici degli accoliti dell’ex-presidente islamista Morsi, al Cairo e su e giù per il paese.

Quanto si stava prospettando, cioè un’alleanza Egitto-Tobruk, benvista da Mosca e vista come una catastrofe da turchi, petrotiranni e Nato, che risolvesse il problema Libia in chiave araba, interrompendo il flusso di jihadisti dalla Turchia (sono per forza arrivati in Libia su navi del sultanato di Erdogan, quelle a volte bombardate da Haftar, dato che una via terrestre è impraticabile) e spazzasse via la peste terrorista, viene sabotato dall’embargo di armi a Tobruk. Mentre si tace e si protegge il poderoso aiuto in armi, finanze e logistica all’Isis, si conferma tale embargo e si inonda l’opinione pubblica di diffamazioni e demonizzazioni di Haftar e del presidente egiziano Al Sisi. Parallelamente alla già menzionata legittimizzazione dei padrini Isis insediati a Tripoli e Misurata. Tra le ricadute più scadenti dell’operazione leggetevi qualche commento dell’addetto alla bisogna sul “manifesto”, Giusppe Acconcia.

Da quanto sopra risulterebbe che, per contrastare la somalizzazione della Libia, dell’Egitto, del Maghreb e di tutto il Nordafrica (non completamente riuscita in Somalia, dove, dopo l’eliminazione del leader del riscatto nazionale, generale Farah Aidid, con l’intervento colonialista occidentale di “Restore Hope”, si è sviluppato un movimento di resistenza, fatto passare per simil-Isis e terrorista, ma che è effettivamente di liberazione nazionale, gli Al Shabaab) non rimane che la coalizione anti-islamista e anti-occidentale di  Egitto eTobruk. Resta da vedere se la Russia, impegnata pesantemente in Siria e Iraq, possa e voglia sostenere anche questa risorsa della resistenza laica, araba, antimperialista. Alla Libia, già una delle nazioni più felici, prospere e meglio governate del mondo, torturata oltre ogni possibile limite dagli antropofagi dell’oscurantismo e del dispotismo, auguriamo che così possa essere, nel segno di uno dei più grandi liberatori della storia contemporanea, Muammar Gheddafi.

http://fulviogrimaldi.blogspot.it/

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