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lunedì 7 dicembre 2015

MÜNCHAU SUL FT: PRIMA DI IMPARARE A STARE IN PIEDI, L’EUROPA CADRÀ


euro ft

La previsione di Münchau, editorialista del Financial Times e direttore di Eurointelligence, è quella di uno smantellamento “informale” della Ue, che davanti alla grave e continua disfunzionalità della sua organizzazione e delle politiche che produce, non potrà che ritornare a piccoli passi indietro sul suo cammino per essere semplicemente un’area di libero scambio. Si dice anche, chiaramente, che l’Italia si tiene aggrappata all’euro contro ogni suo razionale interesse economico.  
di Wolfgang Münchau, 6 Dicembre 2015
Prevedo una progressiva erosione della UE, che rimarrà una semplice area di libero scambio.
La caratteristica principale della UE oggi è un susseguirsi di crisi. E non è un caso. Succede perché le politiche non funzionano. Leader politici come David Cameron e Viktor Orban, i primi ministri di Regno Unito e Ungheria, stanno addirittura mettendo in discussione alcuni dei valori fondamentali su cui l’Unione europea è costruita – come la libertà di movimento delle persone.
L’UE poggia su un equilibrio instabile: piccole perturbazioni possono produrre grandi cambiamenti. Siamo arrivati a questo punto perché i vari progetti dell’unione oramai hanno un effetto economico negativo su gran parte della popolazione europea.
Non esiterei a dire, per esempio, che l’italiano medio sta peggio a causa dell’euro. Da quando ha aderito all’euro, il paese non ha avuto nessuna crescita reale, mentre prima la sua crescita era discretamente nella media – e non ho sentito nessuna spiegazione razionale che non attribuisca questo problema ai difetti del sistema monetario europeo.
Il problema non è solo per la zona euro. Come ha sostenuto Simon Tilford del Centre for European Reform, anche i Britannici con le retribuzioni più basse stanno peggio. I loro redditi reali sono diminuiti, e un’offerta di abitazioni inadeguata ha spinto verso l’alto i costi degli alloggi.
Entrambe le tendenze sono state aggravate da un afflusso netto di lavoratori stranieri, anche se l’immigrazione netta nel Regno Unito non è stata estrema se paragonata agli standard europei.
Nessuno è in grado di effettuare una valutazione oggettiva degli effetti dell’immigrazione sul proprio reddito e sulla propria ricchezza, ma non è irrazionale sospettare che l’afflusso netto di immigrazione e la caduta dei salari reali siano in qualche modo collegati.
Anche i danesi, che la scorsa settimana ha votato per il mantenimento della clausola dell’opt-out sulle normative europee su giustizia e affari interni, hanno agito razionalmente. Perché optare per un sistema giudiziario comune che ancora non riesce a produrre adeguati livelli di coordinamento tra le forze di polizia nella lotta contro il terrorismo?
Giustizia e affari interni sono servizi pubblici. Perché un elettore razionale dovrebbe preferire un fornitore di servizi pubblici disfunzionale?
Lo stesso vale per la Finlandia. Il paese è rimasto bloccato in una recessione lunga quattro anni. E’ ora in discussione una mozione parlamentare che potrebbe dar luogo a un referendum sull’opportunità di lasciare la zona euro.
Non credo che la Finlandia farà questo passo, per ragioni politiche. Ma, allo stesso tempo, non ho il minimo dubbio che, se lo facesse, la crescita e l’occupazione finlandese conoscerebbero una ripresa. Una svalutazione della moneta sarebbe uno strumento molto più potente rispetto alla politica che il governo finlandese sta cercando di attuare in questo momento: il miglioramento della competitività attraverso tagli salariali.
Sia la Finlandia che l’Italia rimangono aggrappate alla loro adesione alla zona euro contro ogni razionale interesse economico. Si tratta di una situazione che non sarebbe mai dovuta accadere. L’unione monetaria, il mercato unico e tutto il resto dovevano essere per lo meno economicamente neutri.
Se l’Unione europea fosse uno stato federale democratico, non ci troveremmo in una discussione del genere. Non ci sarebbe crisi dell’euro, e nemmeno crisi dei rifugiati. Uno stato di questo tipo, però, al momento non è attuabile. Per questo motivo l’equilibrio instabile ora ci spinge nella direzione opposta, verso la disintegrazione.
Non sto parlando di una disintegrazione formale della UE, ma di una disintegrazione di tipo informale: cioè, una graduale erosione del significato politico che lascerà l’Unione europea formalmente intatta – ma semplicemente come una zona di libero scambio, con soltanto le minime infrastrutture tecniche necessarie a quello scopo. In breve, diventerà qualcosa di estremamente banale.
La consolazione è che non esiste un destino di disgregazione, così come non c’è mai stata alcuna certezza di un'”unione sempre più stretta”, come si dice così pomposamente nel preambolo dei trattati UE.
Diversi esiti restano possibili. Quello di cui sono sempre più convinto, tuttavia, è che se ci deve essere un’altra fase di integrazione, prima ci dovrà essere una fase di disgregazione.
http://vocidallestero.it/2015/12/06/munchau-sul-ft-prima-di-imparare-a-stare-in-piedi-leuropa-cadra/

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