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mercoledì 9 dicembre 2015

Springsteen, l’American dream è la fuga dall’American dream

Perché non si può non amare il Boss. Ecco “Badlands-Springsteen e l’America: il lavoro e i sogni” di  Sandro Portelli 

di Luca Ridolfi
Difficilmente lasceremmo che qualcuno ci spieghi i motivi per cui amiamo qualcuno o qualcosa – una persona, un film, un libro o un musicista – essendo l’amore, in genere, una questione che non ha bisogno di motivazioni.
Eppure, leggendo l’ultimo libro di Alessandro Portelli, Badlands – Springsteen e l’America: il lavoro e i sogni (Donzelli Editore, 214 pagg., 25 €) lasciamo entrare l’autore nel mondo della nostra devozione al Boss e, coinvolti dalla sua passione, ci facciamo guidare nell’immenso corpus della produzione springsteeniana (oltre quarant’anni di canzoni) per individuare il fondamento del nostro amore per Bruce.
Portelli, infatti, va ad estrapolare con precisione chirurgica – supportata dlla sua vastissima conoscenza della letteratura angloamericana – le parole delle canzoni di Springsteen e individua gli aspetti fondamentali dei temi trattati nei suoi dischi.
Su tutti, il tema dominante è quello del tradimento dell’american dream (il libro avrebbe dovuto intitolarsi “il sogno differito”, racconta l’autore – titolo fortunatamente rifiutato dall’editore). Portelli evidenzia, infatti, come nei testi di Springsteen emerga in modo chiaro la delusione: non solo per la mancata mobilità sociale (“ti fanno crescere per fare lo stesso lavoro che ha fatto tuo padre”, The River), che è il fondameto del sogno americano, ma anche come siano atroci le sue conseguenze: lavori alienanti, sottopagati, usuranti e senza alcuna prospettiva.copertina libro portelli
Il tema del lavoro ricorre spesso nelle canzoni di Springsteen, anche quando non è l’oggetto principale del testo (“The Factory”, ad esempio); la sua mancanza o la sua precarietà fanno parte integrante della disperazione dei personaggi: “avevo un lavoro, avevo una ragazza”, lamenta il protagonista di Downbound Train, e ora “lavoro all’autolavaggio, dove tutto quello che fa è piovere”. Disperazione cui gli stessi protagonisti non sono in grado di dare una spiegazione: se “times got hard” è; genericamente, “per colpa dell’economia”.
Ed allora, se la mobilità verso l’alto è impossibile, non resta che quella “orizzontale”: significativamente, Portelli ci ricorda come il tema della fuga, verso orizzonti mai definiti, sia una delle costanti nei testi di Springsteen. Con le automobili (a volte delle “used cars”) o con gli autobus (“she bought a ticket on the central line”), mezzi comunque sempre presenti nell’immaginario statunitense, i protagonisti delle canzoni percorreranno lehighways per andare “dove la sabbia diventa d’oro”, per dirigersi verso un altrove mai compiutamente individuato.
Significativo, al fine di comprendere quale sia l’intento strettamente politico delle canzoni di Springsteen, il legame tra Bruce e la musica folk. La riscoperta del grande classico di Woody Guthrie, “This Land Is Your Land” – che, come segnala Portelli, “è probabilmente la canzone più malintesa di tutti i tempi prima di Born in the USA” – segna un punto fermo per chiunque voglia comprendere di cosa ci parla Bruce.
E c’è anche, probabilmente, un momento cardine utile a fugare ogni dubbio, non solo sulla canzone in sé, ma anche sulla vera natura del “patriottismo” di Springsteen: ed è quando, in occasione dell’insediamento di Obama, il 20 gennaio del 2008, Bruce e Pete Seeger ripropongono in pubblico, davanti a milioni di americani, le strofe dimenticate per decenni, e senza le quali This Land Is Your Land poteva sembrare una filastrocca per bambini: “c’era un gran muro che cercava di fermarmi e da una parte c’era scritto ‘proprietà privata’. Ma dall’altra parte non diceva niente, questa terra è fatta per me e per te”.
E quindi, per tornare all’affermazione iniziale, ecco i motivi per cui i fan di Springsteen amano Springsteen: non solo per il ritmo delle canzoni, non solo per l’energia profusa durante gli show (molto divertenti, al riguardo, i racconti che vedono Portelli spettatore dei concerti; e si ha la certezza che chiunque abbia mai assistito a uno show di Bruce ci andrebbe anche il giorno seguente, “pronto a rifare tutto da capo”, come l’autore in occasione del live di Roma del luglio 2013), energia tanto profusa da chi è sul palco quanto assorbita dal pubblico; ma anche perché i fan sanno che – qualunque sia il loro tenore di vita, qualunque sia il paese in cui hanno l’occasione di vivere – Bruce parla, con parole forti, chiare e determinate, delle loro vite.
E con parole altrettanto incisive Portelli ce lo fa capire, ed è per questo che consigliamo la lettura del libro non solo agli appassionati, ma soprattutto a chi Springsteen non lo conosce e vuole avvicinarsi alla sua musica.
fonte http://popoffquotidiano.it/2015/12/09/springsteen-lamerican-dream-e-la-fuga-dallamerican-dream/
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