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venerdì 30 gennaio 2015

Riforma Popolari: “colpo di stato bancario”

La Riforma delle Popolari, ultima trovata della rottamazione renziana, è un “colpo di stato bancario” che promette di sradicare le banche popolari dal territorio affinché “possano essere più vicine ai mercati internazionali”.
DI BENEDETTA SCOTTI - 27 GENNAIO 2015
L’accetta dell’implacabile rottamazione renziana colpisce ancora, impietosa. Nel mirino stavolta sono finite le banche popolari che in realtà il pericolo lo avevano fiutato da tempo. “Abbiamo troppi banchieri e facciamo poco credito” – ha chiosato il Premier – “Il nostro sistema bancario è solido, sano e serio. Ma ha bisogno di avere elementi di innovazione”. Dunque, secondo le ferree logiche rottamatrici, abolire il voto capitario (“una persona, un voto”), ossia l’identità delle Popolari da centocinquant’anni a questa parte, si chiama innovazione. Bruciare le radici è un modo per rinverdire la pianta. Ragionamento ineccepibile dalla logicità inoppugnabile. Poco importa se la riforma toccherà “solamente” le dieci maggiori banche popolari, quelle con un patrimonio superiore agli otto miliardi di euro, tre delle quali non quotate in borsa (Popolare di Vicenza, Veneto Banca e Popolare di Bari). Poco importa se l’obbligo di abbracciare il modello S.p.A. non tangerà le restanti 60 banche orbitanti nel sistema del credito popolare-cooperativo. Al di là delle parole di circostanza, il messaggio è chiaro: il voto capitario è inefficiente, o almeno lo è secondo i parametri dell’alta finanza e dei mercati.
E se è inefficiente non si vede perché, allora, la riforma non possa essere estesa, in futuro, a tutte le popolari e al credito cooperativo. D’altronde “bisogna fare in modo che le banche sul territorio siano all’altezza delle sfide europee e mondiali”, Renzi dixit. Perché delle banche che operano sul territorio debbano, poi, preoccuparsi delle sfide continentali e globali non è chiaro. È, in ogni caso, l’incontrovertibile logica della rottamazione , come si è già detto.
Non si tratta di santificare le banche locali che di storie torbide o di malagestione ne sanno, comunque, qualcosa (si pensi a Mps o a Carige). Tuttavia, i numeri e i dati, così amati dal managerialismo renziano, non giustificano questo “colpo di stato bancario” da “regime sudamericano”, come lo ha definito l’economista Giulio Sapelli riferendosi al controverso utilizzo del decreto legge. Gli studi di settore parlano chiaro: il credito popolare si è confermato di vitale importanza durante questi anni di credit crunch, aumentando i prestiti mentre tutti gli altri chiudevano i rubinetti della liquidità (la CGIA di Mestre parla di un’aumento dei crediti erogati da parte delle Popolari del 15.4% a fronte di una riduzione del 4.9% da parte delle banche registrate sottoforma di S.p.A.). Il “facciamo poco credito” non sembrerebbe, dunque, applicarsi alle popolari, bensì proprio alle banche “all’altezza delle sfide mondiali”.
Certo, la territorialità porta sempre con sé il rischio di clientelismo e di potentati locali, ma rappresenta un’argine contro l’accentramento di capitali che prelude sempre ad una finanza anonima, impersonale e sganciatà dalla realtà. Se il credito popolare tende alla frammentazione, rifuggendo ogni tentativo di “razionalizzazione” delle risorse, è perché la centralizzazione finanziaria è contraria alla sua natura. Una natura che è fatta di relazioni tra creditori e debitori che si conoscono e si fidano l’uno dell’altro. Una logica completamente diversa rispetto a quella delle banche “troppo grandi per fallire” (e per essere toccate da riforme di simile portata).
La verità è che la proprietà diffusa e il radicamento nel territorio sono un freno alla globalizzazione e, nel contesto europeo, all’accentramento economico pilotato da Bruxelles e Francoforte. La fretta con cui il Governo ha voluto liquidare un secolo e mezzo di storia è un indizio che dietro la manovra si cela la longa manus della Bce. Come affermato da Renzi, infatti, la riforma aprirebbe ad un processo di “consolidamento” in vista del “passaggio al regime regolatorio di supervisione europeo”. Effettivamente ai burocrati europei verrebbe molto più difficile controllare delle banche propriamente territoriali piuttosto che delle banche a vocazione internazionale. Come potrebbe un funzionario dell’Eurotower supervisionare i prestiti erogati al pescatore siciliano, al contadino laziale, all’imprenditore brianzolo? Perché, in barba ai bei discorsi sulla sussidiarietà e sul rispetto dei localismi, questo implica de facto il processo di integrazione bancaria europeo. Non occorre dilungarsi ulteriormente, per quanto rischino di essere cancellati centocinquant’anni di economia concreta. Il colpo di mano renziano si commenta da sé: “Le grandi Popolari sono costrette a diventare delle Spa che possano essere più vicine ai mercati internazionali. È un cambio veramente radicale rispetto al nostro sistema tradizionale”. È l’eutanasia delle Popolari: non più vicine al contadino, al pescatore e all’imprenditore, ma ai mercati internazionali.

Morto un Saud se ne fa un altro

Nella logica di pesi e misure diverse a seconda della convenienza economico-ideologica, nei giorni scorsi si è assistito a patetiche scene di commiato nei confronti di chi regnava sulla monarchia più retrograda e fondamentalista che esista al mondo; messe in atto da chi si professa alfiere del mondo libero. Ma che eredità lascia re Abdullah?
L'Intellettuale Dissidente - FEDERICO CAPNIST
Forse il primo, spontaneo e anche banale ragionamento che si possa fare sulla morte del re saudita Abdullah bin Abdul Aziz al-Saud e sulle reazioni provenute dal libero e democratico Occidente, generalmente caustico nel fustigare le violazioni dei diritti umani, è cosa sarebbe accaduto se lui ed il suo medievale reame fossero stati nemici e non pluridecennali alleati di ferro dell’asse atlantico che unisce Londra a Washington. Tra i più autorevoli pareri espressi in merito in questi giorni, si possono infatti citare: “un uomo di saggezza e visione d’insieme” (John Kerry, segretario di Stato USA); “una grande voce di tolleranza, pace e moderazione” (Chuck Hagel, già segretario alla Difesa USA); “un alleato stabile e forte, attento e abile modernizzatore del suo Paese” (Tony Blair, ex premier britannico); “un uomo che ha rafforzato la comprensione tra fedi diverse” (David Cameron, attuale premier); e, dulcis in fundo, “un forte sostenitore delle donne” (Christine Lagarde, direttore del FMI). Ma è così? E’ solo l’apparenza o tutti questi personaggi sono andati ben oltre l’etichetta che casi analoghi prevedono, applicando come di consueto quando gli interessi lo impongano, pesi e misure diversi? Davvero colui che comandava come una divinità su quello che è forse il regno più retrogrado e crudele al mondo, l’unico Stato che ha come parte integrante del nome quello della famiglia regnante, merita tutti questi encomi?
Il Paese che lascia alla sua morte il così tanto osannato re Abdullah è un Paese senza parlamento, senza partiti, senza elezioni e senza che alcuna forma di dissenso sia tollerata, pena anni di carcere e centinaia di frustate (celebre il caso recente del blogger Raif Badawi); un Paese in cui l’oligarchia composta dai 7000 (ma si mormora arrivino sino a 30000) membri della famiglia Saud comanda sul Paese grazie alla sacralità del titolo, usurpato agli Hashemiti, di “custode dei luoghi sacri dell’Islam”; un Paese in cui le decapitazioni all’anno sfiorano mediamente il centinaio (anche per reati non violenti, come lo spaccio) e le condanne a morte neanche si contano; un Paese in cui le mutilazioni e le frustate sono all’ordine del giorno anche per piccoli furti e l’adulterio; un Paese in cui non esiste alcun codice penale scritto ed in cui la giurisprudenza (frutto della famigerata scuola Hanbali, la medesima da cui trae ispirazione lo stato islamico) s’ispira caso per caso a contorte interpretazioni coraniche e a totale discrezione del giudice, senza alcuna possibilità di appello; un Paese in cui la tortura è ampiamente usata con metodi simili a quelli della peggior inquisizione cattolica, dove cioè un’ammissione di colpevolezza è ben più ricercata della verità; un Paese in cui la donna, oltre al celebre divieto di guidare, è un essere inferiore che dipende da un suo “guardiano” in tutto e per tutto, e la cui parola non vale nulla; un Paese che lotta però incessantemente contro il terrorismo, salvo ammettere che l’unico terrorismo esistente è quello sciita d’ispirazione iraniana.
Non tutti i mali di un Paese come l’Arabia Saudita potranno ricadere sulle spalle di Abdullah, no di certo, ma in dieci di anni di regno si può sostenere come egli abbia fatto gran poco per emanciparsi dalla logica feudale, perversa e tribale che è in fondo tipica della versione dell’Islam che, sotto il regno di Abdul Aziz bin Saud (suo padre), diede vita a questo enorme regno ancora negli anni ’20 del ‘900: il wahabismo. Una setta fondata su di una rigidissima dottrina islamica divenuta nota all’indomani dei fatti di Parigi anche ai profani di storia, religione e geopolitica; ma che al contrario, per chi mastica con passione simili argomenti, costituisce da anni il trait d’union dei movimenti fondamentalisti che impestano il Medio Oriente e non solo: Afghanistan, Bosnia, Kosovo, Cecenia, Libia, ecc. . Creature che hanno precisi obiettivi di politica internazionale e ancor più precisi finanziatori, fra i quali l’Arabia della dinastia dei Saud ne costituisce il capofila. Il “compianto” Abdullah ha fatto timidissime riforme, salvando una manciata di donne dalle frustate e permettendo qualche elezione comunale, nulla più. E allora, se si vuol trovare una spiegazione logica al tanto affetto dimostrato dai leader dei paesi più avanzati e liberi del mondo per questo anacronistico signorotto – ma così fortunato da ritrovarsi a capo della tribù che possiede circa un quinto delle riserve petrolifere mondiali – si dovrà, come spesso accade, sfogliare i libri mastri degli Stati e delle grandi aziende in rapporti affaristici con la monarchia araba.
Scopriremo allora come l’esistenza della feroce tirannia saudita è garantita da un fortunato sodalizio che dura da decenni sia con la Gran Bretagna – sponsor principale della setta wahabita dei Saud sin dai tempi della sua fondazione – che con gli Stati Uniti. Un sodalizio che prevedeva la protezione atlantica dai pericolosi vicini (ad esempio dall’Iran sciita e dal panarabismo di Nasser) e la libertà di non concedere alcuna libertà all’interno dei propri confini nel silenzio mediatico, ottenendo in cambio alcune delle chiavi per il controllo del’economia mondiale: controllo dell’intera regione in collaborazione con Israele, approvvigionamento di petrolio a prezzi di favore e soprattutto l’impegno a scambiare l’oro nero verso il resto del mondo solo e unicamente in dollari, facendone così la principale moneta di riserva globale. Se a questo aggiungiamo come l’Arabia e le altre petromonarchie alleate del Golfo siano i principali acquirenti di armi delle fabbriche americane e britanniche (a chi siano poi destinate l’han capito, ormai, anche i più stolti), potremo allora spiegarci il perché delle bandiere a mezz’asta a Downing Street e a Buckingham Palace, il perché delle immediate visite in Arabia dei leader britannici ed americani, ed il perché tutti quanti (loro) si augurino che Salman bin Abdul Aziz al-Saud, nuovo 79enne re d’Arabia, non porti aria fresca nelle stanze del potere di Ryadh. Che morto un Saud, in sintesi, se ne faccia subito un altro.

Le 80 persone che hanno la stessa ricchezza di 3,6 miliardi di persone che vivono in povertà

La ricchezza di queste 80 persone è raddoppiata mentre quella del 50 % della popolazione mondiale è calata col tempo. Oxfam
La definizione di oligarca non riguarda solo il denaro, spiega Michael Krieger sul suo blog.
"Mentre molti oligarchi sono molto ricchi (o hanno accesso alla ricchezza estrema), non tutte le persone con estrema ricchezza sono oligarchi. Il termine oligarca è riservato per le persone con estrema ricchezza che vogliono anche controllare il processo politico, le leve politiche e molti altri aspetti della vita dei cittadini in modo tirannico e antidemocratico. Loro pensano di sapere di più su praticamente tutto, e credono che tecnocrati non eletti che condividono la loro visione del mondo dovrebbero avere il potere in modo da prendere unilateralmente tutte le decisioni importanti della società. Nelle loro menti, le masse sono inutili distrazioni alle quali deve essere detto cosa fare. Mangiatori inutili che hanno bisogno di un lavaggio del cervello per indurli ad adorare la mentalità oligarca, o per essere trasformati in automi apatici incapaci o non disposti a impegnarsi in pensieri critici. Entrambi i risultati sono ugualmente accettabili e altrettanto incoraggiati".
FiveThirtyEight aggiunge:
"Ottanta persone hanno la stessa quantità di ricchezza di 3,6 miliardi di persone che vivono in uno stato di povertà, secondo un'analisi appena rilasciata da Oxfam. Il rapporto dell' organizzazione rileva che dal 2009, la ricchezza di quelle 80 persone più ricche è raddoppiata in termini nominali - mentre la ricchezza del più poverp 50 per cento della popolazione mondiale è diminuita".
La ragione che ha portato la ricchezza dei più ricchi a raddoppire dal 2009 è che "non abbiamo vissuto una recessione, ma una rapina." Le politiche della banca centrale e del governo hanno fatto questo, non è un caso.
Per ulteriori prove ...
"Quattro anni prima, 388 miliardari detenevano tanta ricchezza quanto il più povero 50 per cento del mondo.
Trentacinque delle 80 persone più ricche del mondo sono cittadini degli Stati Uniti, con una ricchezza combinata di 941.000 milioni dollari nel 2014. Insieme al secondo posto ci sono la Germania e la Russia, con sette mega-ricchi a testa. L'intero elenco è dominato da un genere: 70 delle 80 persone più ricche sono uomini. E 68 delle persone in lista sono hanno 50 anni o più.
Oxfam constata che la disuguaglianza della ricchezza globale è in aumento, mentre i ricchi diventano più ricchi. Se la tendenza continua, l'organizzazione atima che il più ricco 1 per cento delle persone avrà più ricchezza che il restante 99 per cento entro il 2016".
Ecco l'elenco:
1 Bill Gates $76 USA Tech
2 Carlos Slim Helu $72 Mexico Telecom
3 Amancio Ortega $64 Spain Retail
4 Warren Buffett $58 USA Finance
5 Larry Ellison $48 USA Tech
6 Charles Koch $40 USA Diversified
7 David Koch $40 USA Diversified
8 Sheldon Adelson $38 USA Entertainment
9 Christy Walton $37 USA Retail
10 Jim Walton $35 USA Retail
11 Liliane Bettencourt $35 France Product
12 Stefan Persson $34 Sweden Retail
13 Alice Walton $34 USA Retail
14 S. Robson Walton $34 USA Retail
15 Bernard Arnault $34 France Luxury
16 Michael Bloomberg $33 USA Finance
17 Larry Page $32 USA Tech
18 Jeff Bezos $32 USA Retail
19 Sergey Brin $32 USA Tech
20 Li Ka-shing $31 Hong Kong Diversified
21 Mark Zuckerberg $29 USA Tech
22 Michele Ferrero $27 Italy Food
23 Aliko Dangote $25 Nigeria Commodities
24 Karl Albrecht $25 Germany Retail
25 Carl Icahn $25 USA Finance
26 George Soros $23 USA Finance
27 David Thomson $23 Canada Media
28 Lui Che Woo $22 Hong Kong Entertainment
29 Dieter Schwarz $21 Germany Retail
30 Alwaleed Bin Talal Alsaud $20 Saudi Arabia Finance
31 Forrest Mars Jr. $20 USA Food
32 Jacqueline Mars $20 USA Food
33 John Mars $20 USA Food
34 Jorge Paulo Lemann $20 Brazil Drinks
35 Lee Shau Kee $20 Hong Kong Diversified
36 Steve Ballmer $19 USA Tech
37 Theo Albrecht Jr. $19 Germany Retail
38 Leonardo Del Vecchio $19 Italy Luxury
39 Len Blavatnik $19 USA Diversified
40 Alisher Usmanov $19 Russia Extractives
41 Mukesh Ambani $19 India Extractives
42 Masayoshi Son $18 Japan Telecom
43 Michael Otto $18 Germany Retail
44 Phil Knight $18 USA Retail
45 Tadashi Yanai $18 Japan Retail
46 Gina Rinehart $18 Australia Extractives
47 Mikhail Fridman $18 Russia Extractives
48 Michael Dell $18 USA Tech
49 Susanne Klatten $17 Germany Cars
50 Abigail Johnson $17 USA Finance
51 Viktor Vekselberg $17 Russia Metals
52 Lakshmi Mittal $17 India Metals
53 Vladimir Lisin $17 Russia Transport
54 Cheng Yu-tung $16 Hong Kong Diversified
55 Joseph Safra $16 Brazil Finance
56 Paul Allen $16 USA Tech
57 Leonid Mikhelson $16 Russia Extractives
58 Anne Cox Chambers $16 USA Media
59 Francois Pinault $16 France Retail
60 Iris Fontbona $16 Chile Extractives
61 Azim Premji $15 India Tech
62 Mohammed Al Amoudi $15 Saudi Arabia Extractives
63 Gennady Timchenko $15 Russia Extractives
64 Wang Jianlin $15 China Real Estate
65 Charles Ergen $15 USA Telecom
66 Stefan Quandt $15 Germany Cars
67 Germán Larrea Mota Velasco $15 Mexico Extractives
68 Harold Hamm $15 USA Extractives
69 Ray Dalio $14 USA Finance
70 Donald Bren $14 USA Real Estate
71 Georg Schaeffler $14 Germany Product
72 Luis Carlos Sarmiento $14 Colombia Finance
73 Ronald Perelman $14 USA Finance
74 Laurene Powell Jobs $14 USA Entertainment
75 Serge Dassault $14 France Aviation
76 John Fredriksen $14 Cyprus Transport
77 Vagit Alekperov $14 Russia Extractives
78 John Paulson $14 USA Finance
79 Rupert Murdoch $14 USA Media
80 Ma Huateng $13 China Tech

Sergio Mattarella, «Un politico per bene», twitta il presidente del Consiglio, Matteo Renzi.




1. “SPECCHIATO” E “SCHIENA DRITTA”, MA ANCHE IL CARO MATTARELLA TIENE FAMIGLIA. E SOPRATTUTTO UN FRATELLO CHE ERA IN AFFARI CON ENRICO NICOLETTI, BOSS DELLA MAGLIANA - 2. L’AVVOCATO ANTONINO, O EX AVVOCATO, VISTO CHE SECONDO ALCUNI DOCUMENTI SAREBBE STATO CANCELLATO DALL’ORDINE, HA AVUTO PIÙ VOLTE A CHE FARE CON LA GIUSTIZIA - 3. TRA GLI ANNI ’80 E ‘90 SI INDEBITÒ PESANTEMENTE CON NICOLETTI, MA FU ANCHE CURATORE DEL SUO FALLIMENTO. FINO A ESSERE ACCUSATO DI AVER RICICLATO SOLDI SPORCHI INVESTENDOLI IN GROSSI ALBERGHI A CORTINA (FU ARCHIVIATO PER MANCANZA DI PROVE) - 4. IL FRATELLO PIERSANTI, POI VITTIMA DELLA MAFIA, FU COLUI CHE FECE ELEGGERE VITO CIANCIMINO SINDACO DI PALERMO. E IL PADRE, BERNARDO, SEMPRE NOTABILE DC SICILIANO, FU DENUNCIATO COME AMICO DEI MAFIOSI DA DANILO DOLCI E DALLA SINISTRA SICILIANA

1. LE OMBRE DEL PICCOLO SCALFARO - SAN SERGIO FINÌ NEI GUAI PER FINANZIAMENTO ILLECITO. E IL FRATELLO...
Tommaso Montesano per “Libero Quotidiano

sergio mattarellaSERGIO MATTARELLA
«Con la schiena dritta». Eccola la formula più usata, dai sostenitori della sua candidatura al Quirinale, per descrivere Sergio Mattarella. «Un politico per bene», twitta il presidente del Consiglio, Matteo Renzi. Un ex popolare con un rigore morale, a leggere i ritratti comparsi sui giornali, La Repubblica in primis, da fare invidia a Oscar Luigi Scalfaro.

Nelle biografie ufficiali e non, Sergio Mattarella risulta avere un solo fratello: Pier Santi, l’ex presidente della Regione Sicilia assassinato a Palermo da Cosa Nostra il 6 gennaio 1980. In realtà il candidato del centrosinistra al Quirinale di fratello ne ha anche un altro. Si chiama Antonino ed è balzato agli onori delle cronache alla fine degli anni Novanta nell’ambito di un’inchiesta della procura di Venezia per riciclaggio di denaro sporco e associazione mafiosa.

Procedimento poi archiviato nel 1996 per mancanza di prove. Le cronache dell’epoca consentono di ricostruire la vicenda. Secondo l’allora sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia di Roma, Andrea De Gasperis, citato dal Giornale di Sicilia del 18 ottobre 1999, Antonino Mattarella, insieme al commercialista trapanese «Giuseppe Ruggirello, avrebbe convogliato nella perla del Cadore (Cortina d’Ampezzo, ndr) un’ingente massa di soldi sporchi, riconvertendo in multiproprietà alcuni grandi alberghi».
ENRICO NICOLETTI NEL 1996ENRICO NICOLETTI NEL 1996

Tra gli indagati ci furono anche Enrico Nicoletti, il «cassiere» della banda della Magliana, Riccardo Lo Faro, legale rappresentante della «Cortina Sport», proprietaria di una delle strutture acquisite (l’hotel Mirage), e un imprenditore di Frosinone, Mario Chiappisi. Indagine chiusa per mancanza di prove sulla presunta provenienza illecita del denaro. A macchiare l’immagine di Sergio, invece, c’è la confessione di aver accettato, alla vigilia delle Politiche del 1992, un contributo elettorale di tre milioni di lire - sotto forma di buoni benzina - dall’imprenditore agrigentino Filippo Salamone, noto in Sicilia per essere vicino a Cosa Nostra.
ENRICO NICOLETTIENRICO NICOLETTI

Il padre di Pier Santi e Sergio, Bernardo, è stato pure lui in politica. Deputato per cinque legislature, oltre che uno dei leader della Dc siciliana nel Dopoguerra. Un ruolo di primo piano, alla guida della corrente morotea dell’isola, che emerge anche dalla relazione di minoranza che nel 1976 depositò in Parlamento l’allora deputato comunista Pio La Torre, assassinato a Palermo il 30 aprile 1982 per mano di Cosa Nostra. Dal nonno al nipote.

BANDA DELLA MAGLIANA LA REGGIA DEL CASSIERE ENRICO NICOLETTIBANDA DELLA MAGLIANA LA REGGIA DEL CASSIERE ENRICO NICOLETTI
 Il figlio di Sergio, Bernardo Giorgio, docente di Diritto amministrativo (all’università di Siena e alla Luiss di Roma), è capo dell’ufficio legislativo della Funzione pubblica al ministero della Pubblica amministrazione guidato da Marianna Madia. Quella Madia che è stata fidanzata con Giulio Napolitano, il figlio dell’ex presidente Giorgio. Forse è anche in nome di questi legami che ieri Napolitano senior ha fatto per la prima volta il suo ingresso nell’Aula di Montecitorio nella nuova veste di senatore a vita.

ENRICO NICOLETTIENRICO NICOLETTI
L’ex capo dello Stato non ha nascosto di tifare per l’elezione di Mattarella: «È persona di assoluta lealtà, correttezza, coerenza democratica, alta sensibilità costituzionale». Un endorsement in piena regola che testimonia l’attivismo di Napolitano per l’ascesa del giudice costituzionale - nominato alla Consulta dal Parlamento proprio sotto la sua presidenza - al Colle. «Io lo conosco bene, da quando era deputato», ripete il presidente emerito in Transatlantico prima di lasciare il Parlamento.


2. IL FRATELLO ANTONINO E QUEGLI AFFARI COL RAS DELLA MAGLIANA
Marco Lillo per “il Fatto Quotidiano

   Un fratello che chiedeva prestiti a Enrico Nicoletti: non è certo un punto a favore della candidatura di Sergio Mattarella la presenza in famiglia di un tipo come l’avvocato Antonino Mattarella, o forse sarebbe meglio dire ex avvocato perché, stando ad alcune pubblicazioni di una decina di ani fa, sarebbe stato cancellato dall’ordine professionale per i suoi traffici.

   Le colpe dei fratelli non ricadono sui presidenti in pectore però è giusto conoscere a fondo la storia delle famiglie di provenienza quando si parla di capi di Stato. Sia nella luce, come nel caso del fratello Piersanti, nato nel 1935 e ucciso nel 1980 dalla mafia, sia nell’ombra, come nel caso di Antonino, nato nel 1937, terzo dopo Caterina (del 1934) e prima del piccolo Sergio, classe 1941.

ENRICO NICOLETTI A CASA SUAENRICO NICOLETTI A CASA SUA
Antonino Mattarella ha fatto affari con quello che è da molti chiamato “Il cassiere della Banda della Magliana” anche se in realtà quella definizione è imprecisa e sta stretta a don Enrico Nicoletti, una realtà criminale, come dimostra la sua condanna definitiva per associazione a delinquere a 3 anni e quella per usura a sei anni, autonoma e soprattutto di livello più alto.

Enrico Nicoletti era in grado di parlare con Giulio Andreotti, faceva affari enormi come la costruzione dell’università di Tor Vergata, si vantava di conoscere Aldo Moro, ha pagato parte del riscatto del sequestro dell’assessore campano dc Ciro Cirillo. Ora si scopre che ha prestato, 23 anni fa, 750 milioni di vecchie lire al fratello di un possibile presidente della Repubblica.

sergio mattarella e pierferdinando casiniSERGIO MATTARELLA E PIERFERDINANDO CASINI
Il Tribunale di Roma nel provvedimento con il quale applica la misura di prevenzione del sequestro del patrimonio di Nicoletti nel 1995 si occupa dei rapporti tra l’avvocato Antonino Mattarella e Nicoletti. Nell’ordinanza scritta dal giudice estensore Guglielmo Muntoni, presidente Franco Testa, si descrive la storia di un palazzo in zona Prenestina comprato da Nicoletti, tramite una società nella quale non figurava, grazie anche alla transazione firmata con il curatore di un fallimento di un costruttore, Antonio Stirpe.

   L’affare puzza, secondo i giudici, perché il curatore, Antonino Mattarella era indebitato con lo stesso Nicoletti. Il palazzo si trova in via Argentina Altobelli in zona Prenestina e ora è stato confiscato definitivamente dallo Stato. “Davvero allarmanti sono le vicende attraverso le quali il Nicoletti ha acquistato l’immobile in questione – scrivono i giudici – Nicoletti infatti ha rilevato l’immobile dalla società in pre-fallimento (fallimento dichiarato il 20 luglio 1984) dello Stirpe con atto 9 gennaio 1984; è riuscito ad evitare una azione revocatoria versando una cifra modestissima, lire 150 milioni, rispetto al valore del bene, al fallimento.
sergio mattarella e ciriaco de mitaSERGIO MATTARELLA E CIRIACO DE MITA

La transazione risulta essere stata effettuata tramite il curatore del fallimento Mattarella Antonino, legato al Nicoletti per gli enormi debiti contratti col proposto (dalla documentazione rinvenuta dalla Guardia di finanza di Velletri emerge che il Nicoletti disponeva di titoli emessi dal Mattarella, spesso per centinaia di milioni ciascuno)”.

   La legge fallimentare cerca di evitare che i creditori di un imprenditore restino a bocca asciutta. Il curatore dovrebbe evitare che, prima della dichiarazione di fallimento, i beni prendano il volo a prezzo basso. Per questo esistono contro i furbi le cosiddette azioni revocatorie che riportano i beni portati via con questo trucco nel patrimonio del fallimento. Il curatore dovrebbe vigilare e invece, secondo i giudici, l’avvocato Antonino Mattarella aveva fatto un accordo con Nicoletti e il palazzo era finito nella società di don Enrico.

sergio mattarella 6SERGIO MATTARELLA 6
Per questo le carte erano state spedite in Procura ma, prosegue l’ordinanza del sequestro, “una volta che gli atti furono trasmessi dal Tribunale Civile alla Procura della Repubblica per il delitto di bancarotta si rileva che le indagini vennero affidate al Maresciallo P. che risulta tra i soggetti ai quali Nicoletti inviava generosi pacchi natalizi”.

   Non era l’unica operazione realizzata dalla società riferibile a Nicoletti e poi sequestrata, la Cofim, con Antonino Mattarella. “In data 23 aprile 1992 risulta il cambio a pronta cassa dell’assegno bancario di lire 200 milioni non trasferibile, tratto sulla Banca del Fucino all’ordine di Mario Chiappni”, che è l’uomo di fiducia di Nicoletti per l’attività di usura. “In data 28 aprile viene versato sul predetto c/c altro assegno di lire 200 milioni sulla Banca del Fucino, tratto questa volta all’odine della Cofim dallo stesso correntista del primo assegno: questo viene richiamato dalla società, a firma dell’Amministratore sig. Enrico Nico-letti. In data 30 aprile 1992 la Banca del Fucino comunica l’avvio al protesto del secondo assegno).”

   L’assegno citato – concludono i giudici di Roma – risulta essere stato emesso dal Prof. Antonino Mattarella”.

sergio mattarella 3SERGIO MATTARELLA 3
   I giudici riportano le conclusioni del rapporto degli ispettori della Cassa di Risparmio di Rieti, Cariri. “A tal proposito – scrive il Tribunale – viene esemplificativamente indicato il richiamo di un assegno di 550 milioni emesso sempre dal Prof. Mattarella. Si riporta qui di seguito per estratto quanto esposto dall’ispettorato Cariri: ‘In data 15 maggio 1992 (mentre era in corso la presente ispezione), è stato effettuato dalla Succursale il richiamo di un assegno di Lire 550 milioni, tratto sulla Banca del Fucino da Mattarella Antonio, versato in data 4 maggio sul c/c 12554 della Cofim (società riferibile a Nicoletti e poi sequestrata, ndr).

Il richiamo è avvenuto previo versamento sul c/c della Cofim di altro assegno di pari importo tratto dallo stesso Mattarella, essendo il primo insoluto’. La Banca del Fucino ha regolarmente informato la nostra Succursale (il giorno 21 o 22) che anche il secondo assegno, regolato nella stanza di compensazione del 18 maggio, era stato avviato al protesto. (...).
sergio mattarella 2SERGIO MATTARELLA 2

   L’assegno di 550.000.000 lire è tornato protestato il 4 giugno e, al termine dell’ispezione, è ancora sospeso in cassa per mancanza della necessaria disponibilità per il riaddebito sul conto della Cofim”. I rapporti tra Nicoletti e Antonino Mattarella risalivano ad almeno 3 anni prima. I giudici riportano un episodio: il 17 luglio del 1989 Nicoletti telefona al suo uomo di fiducia Mario Chiappini mentre sta nell’ufficio di un tal Di Pietro della Cariri. Chiappini prende il telefono e dice al suo boss “che aveva prelevato e fatto il versamento e che era tutto a posto. Doveva sentire solo Mattarella con il quale aveva un appuntamento”.


3. BORDIN LINE
Massimo Bordin per “Il Foglio

RENZI MATTARELLARENZI MATTARELLA
Nel settembre 1970 Vito Ciancimino divenne sindaco di Palermo. Durò pochissimo. Fu il segretario della Dc di allora, Arnaldo Forlani, a imporre da Roma le sue dimissioni. Del resto la maggioranza che lo aveva eletto fu molto risicata. Nella stessa Dc votarono contro gli andreottiani di Lima, la corrente di Alessi e qualche spirito libero, oltre a socialisti e comunisti. I neofascisti si divisero nel segreto dell’urna, a favore votarono repubblicani e socialdemocratici oltre ai Dc fanfaniani, guidati da Gioia, e morotei, guidati dal giovane Piersanti Mattarella che aveva proposto la candidatura di Ciancimino.

BERNARDO MATTARELLABERNARDO MATTARELLA
E fu proprio Piersanti Mattarella ad essere convocato a Roma da Forlani, segretario nazionale del partito e fanfaniano, eppure convinto che fosse meglio evitare un sindaco del genere. Ciancimino dovette dimettersi e Piersanti Mattarella fu, dieci anni dopo, un coraggioso presidente della regione che pagò con la vita il suo diniego alle pretese di Ciancimino e dei mafiosi.

Il fratello di Piersanti, Sergio, entrò in politica qualche anno dopo l’omicidio di suo fratello, chiamato da De Mita a rappresentare in Sicilia la svolta della Dc e il suo e emendarsi da un passato di contiguità con la mafia, rappresentato anche da Bernardo Mattarella, notabile Dc siciliano, padre di Piersanti, più volte denunciato come amico dei mafiosi da Danilo Dolci, e da tutta la sinistra, negli anni 50 e 60.
sergio mattarellaSERGIO MATTARELLA
http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/specchiato-schiena-dritta-ma-anche-caro-mattarella-tiene-93493.htm

Oggi si vuole al Quirinale suo figlio Sergio, persona irreprensibile. Almeno si sappia che, incolpevolmente, rappresenta questa storia, familiare e politica. Molto più tragica e grave di un carrello dell’Ikea o di un processo per truffa.

'Mattarella è stato scelto da Draghi'


Gioele Magaldi, Gran Maestro dell'Oriente Democratico una delle logge della massoneria italiana, è stato intervistato al telefono da Fanpage. 

Il giornalista ha chiesto una valutazione sulla possibile elezione di Sergio Mattarella a Presidente della Repubblica. "E' una operazione suggerita a Matteo Renzi da Mario Draghi, il venerabilissimo Mario Draghi è uno dei personaggi più influenti d'Europa". 

L'elezione di Mattarella secondo l'esponente della massoneria italiana sarebbe parte di un operazione più grande, "Matteo Renzi in difficoltà sul piano del consenso interno con questa operazione si accredita presso il salotto buono delle massonerie aristocratiche europee ed atlantiche". 

La fine del patto del Nazareno sarebbe - secondo il Gran Maestro - la chiusura del rapporto tra Renzi ed una parte della massoneria italiana di livello medio basso per permettere al presidente del consiglio un salto di qualità verso una prestigiosissima loggia europea. 

I grandi sconfitti sarebbero Berlusconi ed i suoi uomini più vicini come Gianni Letta e Denis Verdini. "Berlusconi ne esce sconfitto in maniera più simbolica che sostanziale Denis Verdini invece era il garante del patto del Nazareno con una parte della massoneria di livello medio basso, ed è uno degli sconfitti di questa virata di Renzi".
http://www.tzetze.it/redazione/2015/02/mattarella_e_stato_scelto_da_draghi_1/

Mattarella e l'uranio impoverito


"Ho avuto occasione di incontrare il candidato di Renzi al Quirinale, Sergio Mattarella, quando questi era ministro della Difesa del governo Amato. Chiedo scusa per la lunghezza del post, ma lo devo a tanti ragazzi che non potranno mai leggerlo. Lavoravo da qualche mese sulla vicenda dell'uranio Impoverito e sull'impressionante numero di leucemie linfoblastiche acute e linfomi tra i nostri militari che erano o erano stati in missione nei Balcani, soprattutto in Bosnia, ma non solo. Sergio Mattarella negò a più riprese il possibile nesso tra l'insorgere delle patologie e il servizio. Negò che la Nato avesse mai utilizzato proiettili all'uranio impoverito (DU, Depleted Uranium), tantomeno che questo fosse contenuto nei Tomahawk (missili) sparati in zona di guerra dalle navi Usa in Adriatico. Insomma, Mattarella, candidato di Renzi al Quirinale, negò su tutta la linea. Negò pure ciò che era possibile reperire nei primi giorni di internet sugli stessi siti della Difesa Usa, che magnificava l'efficacia degli armamenti al DU e dettava, contestualmente, le precauzioni sanitarie da adottare in caso di bonifica: protocolli di sicurezza molto rigidi, che prevedevano l'utilizzo di tute, guanti e maschere protettive, per svolgere il lavoro che invece a mani nude e senza protezioni facevano i nostri soldati. I quali, nel frattempo, continuavano ad ammalarsi e morire..." Lorenzo Sani 

...Ero a Nuxis, in Sardegna, al funerale di caporal maggiore della Brigata Sassari Salvatore Vacca, riconosciuto poi come il primo morto di uranio Impoverito, che aveva prestato servizio alla caserma Tito Barak di Sarajevo. Ero il solo giornalista presente, il 9 settembre 1999. Tutta questa triste storia incominciò da quel funerale. Pensai che l'argomento DU dovesse interessare a un ministro della Difesa, dal momento che quei ragazzi in divisa oltre che "nostri" erano soprattutto suoi, ma evidentemente ero troppo ingenuo. Per i principali quotidiani e le televisioni il problema dell'uranio Impoverito non esisteva e non ne avevano ancora parlato. Alle mie ripetute richieste di intervista Mattarella ha sempre risposto negativamente. Ricevetti anche strane minacce mentre stavo indagando per conto del mio giornale in Sardegna. I militari italiani, nel frattempo, continuavano ad ammalarsi. Ricordo anche che il comando della Brigata Sassari, dopo la morte di Salvatore Vacca, convocò una conferenza stampa per smentire ciò che io non avevo ancora scritto: fu il cappellano della Brigata, al quale mi ero rivolto per sapere, in un incontro riservato, qualcosa di più su Salvatore e sul possibile nesso tra la malattia e la missione in Bosnia, che spiattellò tutto al comandante e cioè che un giornalista stava indagando sulla morte di un loro soldato, dovuta, forse, a quei proiettili. Smentita preventiva. Non mi è mai più capitato. Iniziai così a scrivere. Dapprima da solo o quasi, poi qualcun altro incominciò a farlo, ricordo il Manifesto, Liberazione, la Nuova Sardegna, ma ancora poca roba. Per i big della stampa il problema non esisteva e lo scandalo DU non era ancora diventato un caso planetario.

Il candidato di Renzi al Quirtinale, Sergio Mattarella, nel nome della trasparenza e della libera informazione, continuava a respingere le mie richieste di intervista. Provai anche con uno dei suoi sottosegretari, Gianni Rivera, il popolare ex Golden Boy, non ancora eroe di "Ballando con le stelle", che raggiunsi telefonicamente mentre questi stava dispuntando una partita al circolo del tennis. Non malignate: l'orario di lavoro di un giornalista non sempre coincide con quello di una persona normale. Mettiamola così. Rivera non sapeva neppure cosa fosse l'uranio Impoverito. Si arriva così al 27 gennaio 2001, giorno in cui decido di tendere un'imboscata al ministro Mattarella, che si trova ad Ascoli col presidente della commissione Difesa della Camera Valdo Spini per il giuramento del primo contingente di donne militari di truppa dell'Esercito italiano, lo stesso in cui qualche anno dopo si distinse l'istruttore Salvatore Parolisi (ma questa è un'altra storia). Avvicinai Mattarella nella ressa dei giornalisti e riuscii a porgli un paio di domande, alle quali, assai piccato, si rifiutò ancora una volta di rispondere. O meglio, anche in quell'occasione negò qualsiasi nesso tra DU e i linfomi o le leucemie. Fantasie della stampa. Provai a insistere, ma lui mi respinse con toni e modi definitivi «Questa non è un'intervista» mi disse. «Io le interviste le concordo prima, poi voglio per iscritto le domande e infine leggere il testo del giornalista prima che questi lo dia alle stampe». Tutte le volte che ho letto qualche sua intervista sui maggiori quotidiani, negli anni a venire, è ovvio che poi ho pensato male. Mattarella girò i tacchi se ne andò, così mi beccai anche il rimprovero dei colleghi perché avevo fatto scappare il ministro con domande "fuori tema". Raccontai questa scena nel mio pezzo che conclusi lasciando al lettore ampia facolta di scelta sul caso dell'uranio Impoverito, che non era diventato un "caso" solo perché Striscia la Notizia non se ne era ancora occupata (l'Italia è questa). Insomma, scrissi, come volete la verità: liscia, gassata o Mattarella? E' una domanda che ora pongo anche a chi ha avuto la pazienza di leggere tutto il post, del quale mi scuso ancora una volta per la lunghezza. Come deve essere la verità in questo Paese allo sbando: liscia, gassata o Mattarella?
(secondo l'Osservatorio Militare sono 307 i militari italiani morti e oltre 3.700 i malati: è la macabra contabilità della cosiddetta "Sindrome dei Balcani". Il contingente italiano era di stanza nell'area più inquinata dai colpi sparati in Bosnia e Kossovo: 50 siti, per un totale di 17.237 proiettili, secondo fonti ufficiali Nato/Kfor. Non solo: la missione Nato in cui si parlava di armamenti al DU e dei 13 Tomahawk con testata al DU sparati dall'Adriatico, è stata presentata dall'ammiraglio Leighton Smith alla Base di Ponticelli, Napoli. Solo Mattarella non sapeva o diceva di non sapere)." Lorenzo Sani , giornalista e inviato nazionale del Resto del Carlino-Nazione-Giorno

Mattarella e l'uranio impoverito



(Gianfrasket) - Berlusconi, nel suo delirio senile, non vuole Mattarella perchè, a suo tempo, si dimise da Ministro per protesta contro la legge Mammì che regolamentava le frequenze televisive e favoriva Mediaset. Immaginiamo che Berlusconi non lo sappia, ma Mattarella ha fatto anche altro e di molto peggio.
«In Bosnia non vi è mai stato l’uso di uranio impoverito». Una simile, colossale bugia fu pronunciata infatti proprio da Sergio Mattarella, ministro della Difesa di Amato e D’Alema e che ora rischia di diventare presidente della Repubblica. A vederlo con gli occhi di quell'altro grandissimo bugiardo di Renzi l'uomo sarebbe un padre della Patria perfetto. Una bravissima giornalista lo ricorda invece così: «Me lo ricordo il bugiardo Mattarella che disse alle Camere di non aver avuto mai informazioni dalla Nato su uranio impoverito. Era dicembre 2000. Poi fu smentito dalla Nato. Quindi nominò commissione medica con dati sbagliati. Una commissione di affossamento. Mentre molti soldati e amici morivano. Mattarella non sarà mai il mio presidente». Per la cronaca di proiettili avvelenati ne furono sparati migliaia dagli A10, gli aerei cacciacarri americani. E lo sapevano tutti, meno i nostri soldati sul campo.
Era un question time, il 27 febbraio del 2000. L’Italia di D'Alema era partecipe e molto attiva nella mattanza della popolazione civile serba, e attivissima nelle cosiddette operazioni di polizia internazionale meglio definite col graziosissimo termine di missioni umanitarie. I nostri soldati si ammalavano come le mosche dopo aver prestato servizio in certe simpatiche location bosniache, somale, oppure nei poligoni sardi dove le munizioni all’uranio impoverito (essenzialmente proiettili da 30 mm. controcarro) venivano testate. Lì e qui, senza alcuna misura di protezione.
Quel 27 febbraio, in seguito a interrogazioni parlamentari sulla morte dei militari Vacca e Pintus in Sardegna, Mattarella pronunciò un fatidico, liberatorio, niet: “In Bosnia non vi è mai stato l’uso di uranio impoverito”. Non l'avesse mai detto anche perché venne clamorosamente smentito solo poche settimane dopo. Ma il 23 novembre il centro studi della difesa, il Cisam, spergiurava ancora che non c’era contaminazione in Kosovo. «Nessun pericolo per i cinquemila militari, per i civili e per l’agricoltura». E Mattarella andò pure a Pec e Pristina a ripeterlo ai nostri soldati.
Nel dicembre 2000 - D'Alema si era dimesso e c'era Amato - Mattarella era ancora al suo posto e il Ministero della Difesa, incalzato da una parte dell’opinione pubblica e dalla sinistra radicale (che allora esisteva ancora anche se già si notavano i primi sintomi della schizofrenia che la ucciderà), chiese ufficialmente alla NATO se erano state usate armi all’uranio nei Balcani. E gli risposero all’incirca così: “sì, certo, davvero non ne sapevi nulla?".
La diramazione di un documento della NATO SHAPE, (Supreme Headquarters Allied Power Europe) con la descrizione dei rischi associati all’esposizione all’uranio impoverito e dei protocolli di sicurezza consigliati per il personale militare in presenza di siffatti rischi, risaliva infatti al 1° luglio 1999. Vi sembra verosimile che la Difesa ignorasse la comunicazione di SHAPE? Ma assolutamente no, figurarsi. Dunque sia il Ministro che lo Stato Maggiore erano perfettamente al corrente sia del grave pericolo per le nostre truppe, che delle misure di sicurezza da adottare, ma nonostante ciò, almeno fino al 22 novembre 1999, i nostri reparti hanno operato senza alcuna misura di protezione.
Quelle misure, per altro, sono assai simili a quelle adottate per la Somalia il 14 ottobre 1993 dai comandi militari USA, norme che dovevano quindi essere a conoscenza anche dei nostri comandi che hanno operato in Somalia durante la Restore Hope. Eppure anche lì gli italiani agirono senza protezione, anche se i loro colleghi Usa se ne andavano in giro bardati come astronauti nonostante il caldo equatoriale. E nessuno si chiese perché?
All’epoca di Mattarella, poi, cominciò il balletto macabro della Difesa. Un balletto fatto di bugie, omissioni e trucchi delle statistiche sulla pelle dei soldati e del personale civile che era stato esposto all’uranio impoverito.
Oggi, dopo Napolitano, il primo ex comunista al Viminale, dove provvide a insabbiare quanto stava avvenendo nella Terra dei Fuochi, Renzi punta su questo democristiano basista per la presidenza della repubblica e i giornali descrivono questo individuo come figlio d’arte - il padre Bernardo fondò la DC palermitana e boccaccia mia statte zitta... - e come un politico «dalla schiena dritta» (è il titolo della Repubblica, organo ufficiale del Partito renziano della nazione).
Insomma, è proprio vero che al peggio non c'è fine.
http://informare.over-blog.it/2015/01/mattarella-e-l-uranio-impoverito.html