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martedì 31 marzo 2015

Berrino: “sulle tavole degli italiani cibo industriale” (spazzatura!)

ciboFranco Berrino, oncologo di fama internazionale, cita il giornalista e saggista Michael Pollan e spiega: «Ciò che la bisnonna non riconosce sull’etichetta non è cibo, fa parte della trasformazione alimentare ed è assolutamente da evitare».

Di Giorgio Montolli –  verona-in.it
INTERVISTA – Franco Berrino, oncologo di fama internazionale, cita il giornalista e saggista Michael Pollan e spiega: «Ciò che la bisnonna non riconosce sull’etichetta non è cibo, fa parte della trasformazione alimentare ed è assolutamente da evitare». Un parere sul vino dopo Toscani e Vinitaly. Expo 2015? «una grande vetrina dell’industria alimentare». La polemica con il MIUR per l’educazione nelle scuole insieme a Federalimentare.
– Prof. Berrino, dove sbagliano gli italiani quando mangiano?
«Quello che si trova sulle tavole degli italiani non è un cibo genuino, ma la sua trasformazione industriale, e c’è una bella differenza. Il pane, ad esempio, oggi è fatto con farine raffinate, da cui sono state tolte gran parte delle sostanze nutritive e protettive tipiche del grano, come minerali, vitamine, polifenoli… Un pane raffinato è anche privo di fibre e questo può avere come conseguenza un malfunzionamento dell’intestino, con la possibilità che venga compromesso il sistema immunitario e che si manifestino patologie anche gravi».
– Ci troviamo di fronte a delle proposte commerciali che ci attraggono sul piano dei sapori ma discutibili sul piano salutistico?
«Non è questo il problema. La pubblicità certo esalta il gusto di questo o quel prodotto, ma le ragioni per cui sugli scaffali dei supermercati troviamo soprattutto cibi raffinati sono essenzialmente commerciali, legate al problema della conservazione. Una farina 00 può resistere anni senza deteriorarsi, mentre lo stesso prodotto integrale dopo qualche mese non è più utilizzabile, tanto che nessuna farfallina sarebbe così folle da andare a deporre le uova in una farina 00, dove non c’è vita. Disporre di un prodotto a lunga conservazione è un grandissimo vantaggio per l’industria e la grande distribuzione».
– Come regolarsi allora durante la spesa?
«Se nelle etichette vediamo troppi ingredienti c’è qualcosa che non va. Si tratta quasi sempre di sostanze chimiche che non hanno solo lo scopo di conservare il cibo, ma anche quello di stabilizzarne il gusto nel tempo per ragioni commerciali. Michael Pollan, nel suo libro In difesa del cibo raccomanda di andare sempre a fare la spesa con la nostra bisnonna, nel senso che quello che la bisnonna non riconosce come cibo non deve finire nel carrello della spesa».
– La dieta mediterranea è da riscrivere o rimane una formula valida?
«E’ sempre più una formula valida. Gli studi epidemiogici negli ultimi anni hanno dimostrato che più ci avviciniamo allo stile dell’alimentazione mediterranea tradizionale, dove troviamo cereali integrali, legumi, verdura, frutta, noci, nocciole, mandorle, olio d’oliva, un po’ di vino, e meno ci ammaliamo di infarto, ictus, cancro, Alzheimer, malattie infiammatorie. Gli studi sono molto chiari a riguardo: lo stile mediterraneo è protettivo nei confronti delle malattie croniche del nostro tempo».
– L’unico padiglione di Expo extra Milano è quello di Acquae Venezia 2015. Perché secondo lei c’è così tanta attenzione sul tema dell’acqua e come questo tema incrocia quello della salute?
«Abbiamo sporcato l’acqua, inquinato terribilmente le falde. E’ difficile capire in che misura questo stia influendo sulla nostra salute, per cui dobbiamo basarci sul principio di precauzione, nel senso che certo non va bene che nell’acqua cosiddetta potabile si trovino sostanze tossiche e cancerogene. Ma c’è un altro grande problema dell’acqua legato al suo spreco. Basti pensare che per produrre 1 grammo di proteine animali servono 10 grammi di proteine vegetali, che potrebbero invece servire a nutrire le popolazioni delle aree povere del pianeta».
– Dall’acqua al vino. A Verona si è appena concluso Vinitaly, il Veneto è stato anche al centro di polemiche dopo le dichiarazioni di Oliviero Toscani sui veneti ubriaconi. Il vino in modica quantità si può bere?
«L’alcol si lega al cancro delle prime vie aerodigestive, ma questo legame è enormemente potenziato dal tabacco. Chi beve alcuni bicchieri di vino al giorno ha tre volte la probabilità di ammalarsi di tumore della lingua, della gola e dell’esofago; chi fuma ha un rischio dieci volte superiore ma chi beve e fuma ha un rischio 30 volte superiore rispetto a chi non beve e non fuma. Meglio non asssumere bevande alcoliche, anche se una modica quantità di vino rientra nella dieta mediterranea e può essere tollerata in un contesto di questo tipo».
– Il Rapporto Bio cifre 2014 elaborato da Sinab (Sistema di informazione nazionale sull’agricoltura biologica) e Ismea (Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare) certifica un aumento del consumo dei cibi biologici pari al 17,3% nei primi 5 mesi del 2014. Uno entra in un negozio bio e si sente al sicuro. Invece magari non è proprio così…
«Anche nel negozio bio si possono trovare delle autentiche porcherie, come lo zucchero biologico, la farina 00 biologica, entrambi privi di senso. Però i prodotti integrali, legumi e verdura certificati bio sono assolutamente da consumare. Prodotti, tra l’altro, sempre più a disposizione anche nei normali supermercati».
– Il leit motiv di Expo 2015 è Nutrire il pianeta, una grande occasione per tornare a parlare di cibo, per non sprecarlo, per distribuirlo più equamente, per migliorarne la qualità?
«E’ una grande manifestazione fondamentalmente dell’industria alimentare, che ha investito ingenti somme nell’evento e che metterà in vetrina i suoi prodotti. Mi auguro che ci sia anche una discussione in grado di tradursi in una presa di coscienza collettiva sulla necessità di un’inversione di rotta riguardo il modo di nutrirsi. Non ho nulla contro l’industria alimentare, ma occorre che essa inizi un percorso finalizzato alla produzione di cibi sani».
– Vede progressi in questo senso?
«Direi di no e vedo anche delle cose molto preoccupanti».
– Del tipo?
«Vedo il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (MIUR)accordarsi con Federalimentare per fare educazione alimentare nelle scuole. Importante l’educazione alimentare, ma delegare per questo delicatissimo compito l’industria, il cui interesse primario è la vendita di ciò che produce, non va bene».
– Oggi sono gli chef le vere star della TV con game show, reality, tutorial. Come giudica questo tipo di trasmissioni e come andrebbe fatta una corretta informazione alimentare?
«Bisognerebbe dare effettivamente l’informazione sulla qualità dei cibi. La gente si lamenta che manca sempre il tempo e sugli scaffali del supermercato cerca cibi lavati, precotti, pronti all’uso. Poi però si perde a guardare quel genere di spettacoli, con un cuoco che cucina davanti alla telecamera. Ma non sarebbe più utile impiegare lo stesso tempo nella propria cucina per farsi da mangiare in modo sano?
– Quali sono i suoi peccati di gola, prof. Berrino?
«A me piacciono i dolci. Mangio un dolcetto o due quasi tutti i giorni. Ma li faccio come intendo io, senza zucchero e sono una cosa meravigliosa».
Giorgio Montolli
Fonte: verona-in.it

Le grandi aziende della moda sfruttano manodopera da 50 cent l’ora. Anche bambini!

Le grandi aziende della moda sfruttano manodopera da 50 cent l’ora.
Anche bambini!

MODA SCHIAVISTA – “GAP”, “H&M”, “ADIDAS”: TUTTI MARCHI CHE SI FANNO CUCIRE I VESTITI IN CAMBOGIA PER 50 CENTESIMI L’ORA, DA OPERAI CHE SVENGONO IN MASSA E BAMBINI DI 12 ANNI TRATTATI AL PARI DEGLI ADULTI
Usare la toilette una o due volte nelle dieci ore di lavoro, fa molto arrabbiare i capi. Le donne incinte vengono licenziate. Dal 2011, ogni anno, sono svenuti dai 1.500 ai 2.000 operai, spesso a gruppi di 100, per mancanza di aria, cibo e riposo…
Patrick Winn per “Global Post”
Nessuno si aspetta un paradiso dentro una fabbrica cambogiana che sfrutta i lavoratori ma il nuovo rapporto del “Human Rights Watch” rivela che le condizioni non sono solo pessime, ma violente in modo criminale. Gli Stati Uniti sono la destinazione top dei vestiti “Made in Cambodia”, cuciti per marchi come “Gap”, “Marks & Spencer” e “Adidas”. Catene come “H&M” possono vendere le felpe a 25 dollari perché le donne cambogiane cuciono per 50 centesimi all’ora.
Le fabbriche cambogiane sono notoriamente sgradevoli, calde e rumorose. Dal 2011, ogni anno, sono svenuti dai 1.500 ai 2.000 operai, spesso a gruppi di 100. Le cause sono la mancanza di aria e di ventilazione, i fumi tossici, la poca alimentazione e l’assenza di riposo. E quando hanno fatto sciopero per chiedere un aumento, la polizia ha sparato (12 morti solo l’anno scorso).
Mezzo milione di cambogiani lavora in questo settore, perché è un’alternativa migliore alla sfiancante raccolta di riso. Gli abusi sono rampanti e non rari, come dicono le aziende. I bambini che non hanno compiuto i 15 anni non dovrebbero lavorare, secondo la legge cambogiana, invece cuciono dall’età di 12 anni per i marchi internazionali. Secondo il rapporto, in una fabbrica che rifornisce “H&M”, 20 dei 60 operai sono bambini. Lavorano anche di notte e tanto quanto gli adulti. Le sarte sono quasi tutte donne (al 90%) e, se incinte, vengono immediatamente licenziate. La donna incinta è più lenta, meno produttiva e si prende troppe pause per andare in bagno. Molte di loro indossano gonne lunghe e maglie larghe per nascondere la gravidanza il più possibile. Una delle fabbriche accusate di discriminazione femminile fornisce i vestiti a “Gap”.
Usare la toilette una o due volte nelle dieci ore di lavoro, fa molto arrabbiare i capi. Dalle casse esce una voce che urla: «Non andate in bagno, dovete essere più veloci a cucire». Alcune fabbriche promettono soldi extra a chi produce un numero eccezionale di magliette.
Gli operai si ammazzano per guadagnare quei 50 o 75 centesimi in più, e alla fine, spesso, non vengono nemmeno retribuiti.
L’obiettivo per farsi pagare lo straordinario è di 2000 magliette in una giornata di dieci ore lavorative. Se non producono abbastanza velocemente, gli operai vengono mandati a casa e sostituiti.

“ Anche sogliono essere odiatissimi i buoni e i generosi perchè ordinariamente sono sinceri, e chiamano le cose coi loro nomi.



“ Anche sogliono essere odiatissimi i buoni e i generosi perchè ordinariamente sono sinceri, e chiamano le cose coi loro nomi. Colpa non perdonata dal genere umano, il quale non odia mai tanto chi fa male, né il male stesso, quanto chi lo nomina. In modo che più volte, mentre chi fa male ottiene ricchezze, onori e potenza, chi lo nomina è strascinato in sui patiboli, essendo gli uomini prontissimi a sofferire o dagli altri o dal cielo qualunque cosa, purché in parole ne sieno salvi”
Giacomo Leopardi

La seconda cosa che i «destinati a morire» ti insegnano è una certa obbligatoria tendenza all’infelicità.

La seconda cosa che i «destinati a morire» ti insegnano è una certa obbligatoria tendenza all’infelicità. Tutti i giovani di oggi - tuoi coetanei - hanno l’imperdonabile colpa di essere infelici. A quanto pare, non ci sono più cojoni: se non a Napoli o a Chia. Tutti sono bravi: e dunque tutti hanno la loro brava faccia infelice. Essere bravi è il primo comandamento del potere dei consumi (nel cui universo mentale e di comportamento tu, povero Gennariello, sei nato): bravi cioè per essere felici (edonismo del consumatore). Il risultato è che la felicità è tutta completamente falsa; mentre si diffonde sempre di più una immediata infelicità. Sappi, invece, Gennariello, che, contrariamente al proverbio sublime di Chia, c’è anche una felicità dei bravi. Il proverbio di Chia dice infatti che «il mondo è dei bravi», alludendo decisamente al possesso, al potere. Ma allora va aggiunto che oltre al possesso del mondo da parte dei padroni, c’è anche un possesso del mondo da parte degli intellettuali, e questo è un possesso reale: com’è del resto quello dei cojoni. Si tratta soltanto di un diverso piano culturale. È il possesso culturale del mondo che dà felicità. Non lasciarti tentare dai campioni dell’infelicità, della mutria cretina, della serietà ignorante. Sii allegro."
Ti insegneranno a non splendere. E tu, invece, splendi.
Pier Paolo Pasolini

Sono così. Esisto in questo oscillare.


Sono così. Esisto in questo oscillare. Mai ferma, mai solo una cosa o l’altra, mi muovo costantemente da un lato al limite più estremo dell’altro.
Sarah Kane

Mi hanno sempre giudicata come “strana”, o “diversa”

Mi hanno sempre giudicata come “strana”, o “diversa”, ma la sai una cosa? Mi è sempre piaciuto da morire; non sopporterei essere vista come il resto del mondo, perché io, il resto del mondo, lo odio.
Alda Merini

Far morire la NATO: l’Esercito Europeo è lo strumento per ridurre l’influenza USA in Europa?

Mahdi Darius Nazemroaya per rt.com - Una forza militare europea viene giustificata come protezione dalla Russia, ma potrebbe anche essere una maniera per ridurre l’influenza statunitense nel momento in cui l’Unione Europea e la Germania arrivano ai ferri corti con gli Stati Uniti e la NATO sulla questione ucraina.
Parlando con il giornale Tedesco Welt am Sonntag, il Presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker ha annunciato che è giunto il momento per la creazione di una forza militare europea unificata. Juncker ha usato la retorica del “difendere i valori dell’Unione Europea” e ha cavalcato le polemiche antirusse per promuovere la creazione di un esercito europeo, che dovrebbe portare un messaggio a Mosca.
Le polemiche e le discussioni in merito a un Esercito Europeo possono essere intorno alla Russia, ma in realtà l’idea è diretta agli Stati Uniti. La storia che c’è sotto riguarda le tensioni che si stanno sviluppando tra gli Stati Uniti da una parte e la Germania e l’UE dall’altra. Questo è il motivo per cui la Germania ha reagito in maniera entusiasta alla proposta, fornendo il suo sostegno a una forza armata europea condivisa.
Precedentemente, l’idea di un Esercito Europeo era stata presa seriamente in considerazione durante la preparazione all’illegale invasione anglo-americana dell’Irak del 2003, quando Germania, Francia, Belgio e Lussemburgo si incontrarono per discuterne come scelta alternativa alla NATO a guida statunitense. L’idea è stata poi tirata fuori in altre circostanze simili. Nel 2003, il motivo di frizione era l’invasione dell’Irak. Nel 2015, è per la crescente tensione fra Germania e Stati Uniti in merito alla crisi in Ucraina.
Ripensamenti a Berlino e Parigi?
Per comprendere gli eventi dietro alla richiesta di un Esercito europeo comune, dobbiamo guardare a quanto accaduto dal novembre 2014 fino a marzo 2015. Tutto comincia nel momento in cui Germania e Francia iniziano a dimostrare di pensarla diversamente in merito al piano di guerra che gli Stati uniti e la NATO stavano intraprendendo in Ucraina e in Europa orientale.
Le differenti posizioni franco-tedesche sono cominciate ad emergere dopo che Tony Blinken, già vice Consigliere per la Sicurezza Nazionale del Presidente Barack Obama e attualmente vice Segretario di Stato e numero due al Dipartimento di Stato, annunciò che gli Stati Uniti avrebbero cominciato a mandare armi all’Ucraina, durante un’audizione del Congresso circa la sua ultima nomina, il 19 novembre 2014. Come l’ha descritta il Fiscal Times: “Washington ha colpito la Russia e gli Europei con un uno-due annunciando di voler armare l’Ucraina”.
Il Ministro degli Esteri russo rispose a Blinken annunciando che se il Pentagono avesse distribuito armi in Ucraina, Washington non solo avrebbe portato il conflitto su un altro livello, ma avrebbe dato anche un chiaro segnale di voler cambiare le dinamiche del conflitto interno all’Ucraina.
Avendo realizzato che le cose sarebbero potute andare fuori dal controllo, Francia e Germania hanno quindi dato vita ad una nuova iniziativa di pace, attraverso dialoghi diplomatici finalizzati a giungere ad un nuovo accordo per il cessate-il-fuoco a Minsk, in Bielorussia, attraverso il “Formato Normandia” composto dai rappresentanti di Francia, Germania, Russia ed Ucraina.
I pessimisti potrebbero sostenere che Francia e Germania hanno scelto la via della diplomazia nel febbraio del 2015 perché i ribelli in Ucraina Orientale o Novorussia, come questi la chiamano, stavano battendo le forze di Kiev. In altre parole, la prima motivazione sarebbe stata quella di riuscire a salvare il governo di Kiev dal collasso senza un valido accordo per l’Est del Paese. Questo potrebbe essere in parte vero, ma la coppia franco-tedesca non vuole vedere l’Europa ridotta ad un inferno che riduce chiunque in cenere.
Le differenze transatlantiche sono state ben visibili alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, a febbraio. In quella occasione il senatore statunitense Robert Corker, capo della Commissione Affari Esteri del Senato, durante una sessione con la Cancelliera tedesca Angela Merkel, ha sostenuto che il Congresso statunitense credesse che Berlino stesse cercando di impedire a Washington di aumentare pubblicamente gli aiuti militari a Kiev.
La Cancelliera Merkel è stata esplicita nella sua risposta quando ha detto al senatore Corker che la crisi in Ucraina non può essere risolta con mezzi militari e che l’approccio statunitense non porta a nulla e che rende la situazione in Ucraina ancora peggiore. Quando alla Merkel è stato richiesto di esprimersi in merito alla militarizzazione del conflitto in Ucraina da parte del parlamentare britannico Malcolm Rifkind, capo della Commissione sulla Sicurezza e l’Intelligence del Parlamento inglese, la Cancelliera ha risposto che inviare più armi a Kiev è inutile e irrealistico. La Merkel ha detto al parlamentare inglese di “guardare la realtà negli occhi”. La Cancelliera tedesca ha anche sottolineato come in Europa non ci possa essere sicurezza senza la Russia.
La presa di posizione tedesca alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco ha colpito in piena faccia gli Stati Uniti e la loro richiesta agli alleati europei di militarizzare il conflitto in Ucraina. Mentre il Segretario di Stato John Kerry usciva dal consesso per rassicurare i media e il pubblico che non ci fosse una differenza tra Washington e i franco-tedeschi, è stato ampiamente riportato che il senatore guerrafondaio John McCain ha perso la calma mentre era in Baviera. Stando a quanto riportato, McCain avrebbe chiamato l’iniziativa franco-tedesca di pace “la stronzata di Mosca”. Egli avrebbe inoltre criticato Angela Merkel in un’intervista con il canale televisivo tedesco Zweites Deutsches Fernsehen (ZDF), che sarebbe poi stato prontamente chiamato dal Segretario Generale dell’Unione Cristiano Democratica (CDU) con la richiesta di scuse da parte del senatore McCain.
Il risentimento tedesco per il controllo statunitense della NATO
A febbraio, Bloomberg scrisse: “Nonostante tutta la retorica allarmista verso i barbari russi ai confine, i Paesi NATO sono riluttanti nel mettere i propri soldi laddove mettono la bocca. Solo quelli più vicini ai confini russi stanno aumentando la loro spesa militare quest’anno, mentre gli altri, i Paesi più grandi, stanno effettuando dei tagli. A prescindere da quanto dicono i loro leader di Vladimir Putin, non sembrano credere che questi sia una reale minaccia per l’Occidente”.
Comunque, Washington non si è arresa. Quando l’offensiva di pace franco-tedesca ebbe inizio a febbraio, il generale Philip Breedlove – che è il Comandante supremo delle forze militari della NATO – ha detto: “Non penso che dovremmo precluderci l’opzione militare in Ucraina”.
Il generale Breedlove è un generale dell’US Air Force, che prende ordini direttamente dal governo statunitense e che quindi subordina la struttura militare NATO al comando statunitense. Mentre Berlino e Parigi stavano provando a far diminuire il conflitto, Washington stava alzando la posta attraverso Breedlove e attraverso il Segretario Generale della NATO Jens Stoltenberg.
Dopo aver parlato con il Comitato per i Servizi Armati della Camera dei Rappresentanti statunitense, il generale Breedlove ha protestato perché l’aggressione russa stava aumentando in Ucraina. La Germania, ad ogni modo, ha rispedito al mittente le affermazioni di Breedlove, definendole “pericolosa propaganda”
“I leader tedeschi a Berlino erano stupefatti. Non capivano di cosa Breedlove stesse parlando. E non era la prima volta. Una volta ancora il governo tedesco, sostenuto dalle informazioni raccolte dalla Bundesnachrichtendienst (BND), l’agenzia tedesca per l’intelligence estera, non condivideva il punto di vista del Comandante supremo militare della NATO” scriveva Der Spiegel il 6 marzo.
Mentre Berlino ha cercato di smentire le voci circa un forte disaccordo con la NATO in merito ai fuorvianti commenti del generale Breedlove, il Ministro degli Esteri tedesco, in Lettonia il 7 marzo, ha candidamente ammesso che era vero che i Tedeschi non concordavano con gli Stati Uniti e la NATO. Quanto ha fatto Steinmeier è stato rigettare e confutare diplomaticamente ciò che Stati Uniti e NATO avevano dichiarato circa una presunta “aggressione russa” in Ucraina.
In Lettonia, l’Alto Rappresentante per la politica estera della UE, Federica Mogherini, ha poi aggiunto la sua voce a quella di Steinmeier. La Mogherini ha detto ai giornalisti a Riga che la UE perseguirà un approccio realista verso Mosca e non sarà spinta o guidata da nessuno verso un confronto frontale. Questo è stato un tacito messaggio agli Stati Uniti: la UE ha realizzato che non ci può essere pace in Europa senza la Russia e non vuole essere utilizzata come una pedina degli Stati Uniti contro Mosca.
Destabilizzare l’Eurasia
La Germania stessa è l’ultima leva per gli Stati Uniti nel conflitto in Ucraina, perché Berlino ha una grande influenza nella direzione che la UE prende. Gli Stati Uniti continueranno ad attizzare il fuoco in Ucraina per destabilizzare l’Europa e l’Eurasia. Faranno ciò che potranno per evitare che l’Unione Europea e la Russia arrivino insieme a formare uno “spazio economico comune” da Lisbona a Vladivostok, che è spregiato come una sorta di universo alternativo dalla Cricca di Washington.
Il Fiscal Times ha raccontato meglio i diversi annunci dei vari funzionari statunitensi in merito all’invio di armi in Ucraina. “Dato il lancio coreografico, gli analisti di Washington dicono che in tutti i modi si tratta di null’altro che di un esercizio di pubblica opinione inteso ad assicurare sostegno per un programma di fornitura di armi che è già al livello pianificato” ha scritto il giornale il 9 febbraio.
Dopo la Conferenza di Sicurezza di Monaco è stato rivelato come in realtà forniture clandestine di armi a Kiev fossero già arrivate. Il Presidente russo Vladimir Putin ha reso la cosa pubblica in una conferenza congiunta assieme al Primo Ministro ungherese Viktor Orban a Budapest, quando ha sostenuto che delle armi erano già state inviate segretamente alle autorità di Kiev.
Nello stesso mese un rapporto, denominato Salvare l’indipendenza ucraina resistendo all’aggressione russa: ciò che gli Stati Uniti e la NATO devono fare, sosteneva la necessità di inviare armi all’Ucraina – considerando sia singole armi e missili che personale militare – come strumento per combattere contro la Russia. Questo documento è stato scritto da un triumvirato di important think-thank statunitensi, quali Brookings Institute, Atlantic Council e Chicago Council on Global Affairs – con i primi due che appartengono alla distaccata torre d’avorio di quel “think-tankistan” che è la Cricca di Washington. Questa è lo stessa combriccola che ha deciso le invasioni dell’Irak, della Libia e della Siria.
Attenta NATO! Un Esercito Europeo condiviso all’orizzonte?
E’ all’interno del contesto di divisione tra l’UE e Washington che le richieste di un Esercito Europeo vengono avanzate sia dalla Commissione Europea che dalla Germania.
L’UE e la Germania hanno realizzato che non c’è molto da fare per fermare Washington almeno fino a quando questa ha voce in capitolo sull’UE e sulla sua politica di sicurezza. Sia Berlino che diversi Stati della UE sono risentiti per come Washington sta usando la NATO per perseguire i suoi interessi e per influenzare gli eventi interni dell’Europa. Se non rappresentano una forma di pressione per negoziazioni dietro le quinte con Washington, le richieste di un Esercito Europeo sono pensate per ridurre l’influenza statunitense in Europa e possibilmente per far morire la NATO.
Un Esercito Europeo che cancellasse la NATO avrebbe un altissimo costo strategico per gli Stati Uniti. In un contesto del genere, Washington perderebbe la sua colonna occidentale in Eurasia. Ciò “segnerebbe automaticamente la fine della partecipazione americana al gioco sulla scacchiera eurasiatica”, con le parole del già Consigliere per la Sicurezza Nazionale statunitense Zbigniew Brzezinski.
Le varie intellighenzie negli Stati Uniti sono già coscienti e allarmate per i rischi che un Esercito Europeo rappresenterebbe per l’influenza americana. L’influente rivista Commentary Magazine dell’American Jewish Committee, che è affiliate ai neocons nella Cricca di Washington, attraverso un articolo di Seth Mandel ha chiesto “Perchè la Germania sta indebolendo la NATO?” Mentre il Washington Examiner, come recita il titolo di un articolo di Hoskingson, domanda: “Cosa sta succedendo all’influenza americana?”
Questo è il motivo per cui gli Stati vassalli degli Stati Uniti in Europa -precisamente Regno Unito, Polonia e i tre Paesi baltici – hanno alzato molto forte la loro voce di opposizione a una forza militare comune europea. Mentre Parigi è stata riluttante nell’unirsi alla richiesta di un Esercito Wuropeo, l’esponente politica di opposizione Marine Le Pen ha annunciato che è giunta l’ora per la Francia di uscire dall’ombra degli Stati Uniti.
Il governo del Primo Ministro britannico David Cameron ha risposto a Jean-Claude Juncker chiudendo la porta alla sua idea, considerata una fantasia oltraggiosa e dichiarando che l’esercito è una responsabilità nazionale e non una responsabilità dell’UE. Anche la Polonia e la Lettonia hanno reagito in maniera scettica alla proposta. Tutte queste dichiarazioni sono utili agli interessi statunitensi per preservare la NATO come strumento di influenza in Europa e in Eurasia.
Al 10 di Downing Street si sono contraddetti da soli, affermando che l’esercito sia una questione nazionale e non una collettiva. Solo pochi anni fa, nel 2010, Londra ha firmato dei trattati con la Francia per creare delle unità navali congiunte e per condividere delle portaerei in quella che è una vera e propria amalgama militare. Inoltre, l’esercito britannico e l’industria bellica britannica sono legate a vario livello con gli Stati Uniti.
Ci sono diverse questioni importanti. Le proposte per un Esercito Europeo sono solamente intese a portare pressione agli Stati Uniti o rappresentano un vero tentativo di fermare l’influenza di Washington all’interno dell’Europa? E Berlino e i suoi partner stanno realmente compiendo delle mosse per estromettere Washington dall’Europa con la disattivazione della NATO attraverso un Esercito Europeo comune?
Traduzione di M. Janigro

Vi sono due razze di stupidi: quelli che credono a tutto e quelli che non credono a niente. Gesualdo Bufalino

Vi sono due razze di stupidi: quelli che credono a tutto e quelli che non credono a niente.
Gesualdo Bufalino

Non sono capace di dimenticare presto.

Non sono capace di dimenticare presto, come dovrei, le follie ed i vizi degli altri, e nemmeno le offese fatte a me stesso. I miei sentimenti non ubbidiscono ad ogni tentativo di suscitarli. Ho un carattere che si potrebbe definire risentito. E la mia stima, una volta persa, è persa per sempre,
Jane Austen

La finanziarizzazione dell’ ordine globale da parte degli USA: Wall Street spiazza l’ONU

 Lalastair Crooke, nel corso del suo recente intervento nel Forum di Istambul, ha concesso una impattante intervista, di enorme valore geostrategico, alla giornalista Yonca Poyraz Dogan, a carico della influente editoriale Monday Talk del rotativo turco Today’s Zaman, nella sua edizione in inglese.
Crooke è stato funzionario di alto rango dello spionaggio britannico M16, in precedenza consigliere di politica estera dell’Unione Europea e del senatore statunitense George Mitchell, ed oggi si fa carico dell’influente think tank “Conflits Forum”, con sede a Beirut.
Il britannico Crooke, autore del libro “Resistance: The Essence of the Islamist Revolution”, approfondisce quanto è risaputo e che hanno esposto tempo addietro tanto Juan C. Zarate, in passato vice assistente di Baby Bush- nel suo libro seminale “La guerra del tesoro lo scatenamento di una nuova era di guerre finanziarie”, di sei anni fa-, così come lo stratega finanziario James Rickards- nella sua relazione di circa tre anni fa, presso l'”International Institute for Strategic Studies”, di Londra, sulla quale mi sono basato per sostenere una conferenza magistrale nell’Istituto di Ricerca Economica della UNAM due anni fa.
Alastair Crooke espone come si sia instaurata di fatto la nuova egemonia degli Stati Uniti attraverso la finanziarizzazione dell’ordine globale, nel momento in cui l’ordine internazionale dipende più dal controllo della Federal Reserve e dal Tesoro degli USA che non dall’ONU.
Crooke apporta la sua inestimabile lettura geofinanziaria che dimostra la supremazia del sistema finanziario “dollaro centrico” di Wall Street al di sopra dell’effimero ordine legale delle Nazioni Unite. Il sistema dell’egemonia del dollaro non richiede la dipendenza degli Stati Uniti nell’ONU e concede il controllo della Segreteria del Tesoro, vigilata da (David) Steve Cohen, cosa che riflette il fatto che gli strumenti militari sono meno accessibili dall’Amministrazione degli USA, dovuto questo a ragioni politiche domestiche. Chi vigila il vigilante D.S. Cohen?
Crooke giudica che gli Stati Uniti e Wall Street hanno potuto aggirare l’ONU per imporre il loro ordine globale “basato in un sistema finanziario “dollarocentrico” mediante la “strumentalizzazione della posizione degli USA come controllore di tutte le transazioni in dollari con cui si trascendono i vecchi strumenti della diplomazia e dell’ONU”, quando gli USA reclamano la giurisdizione su qualsiasi transazione denominata in dollari che si realizza in qualsiasi parte del mondo..
Con quale disprezzo i monetaristi delle banche centrali della Federal Reserve e del Tesoro USA devono considerare la cadaverica ONU?
Oggi gli Stati Uniti già non tengono conto dell’ordine internazionale strutturato attorno all’ONU e il suo corpo di leggi internazionali e tendono ad imporre le proprie “sanzioni economiche per fare pressioni su alcuni paesi”. Le sanzioni economiche degli USA hanno sostituito di fatto le leggi internazionali, mentre la pleiade dei finanzieri monetaristi israel-anglosassoni si sbarazzano della vecchia guardia dei giuristi delle Nazioni Unite.
Lo scorso anno si è calcolato che le transazioni globali in dollari statunitensi corrispondevano ad un minimo del 65 per cento dell’intercambio di beni e servizi, questa percentuale si deve essere accentuata con il crollo dell’euro e nel mezzo di una guerra valutaria che ha provocato svalutazioni improvvise di tutte le monete, dallo yen fino al real.
Desta attenzione la coincidenza inedita del fatto che le massime autorità del colossale controllo finanziario degli USA corrispondano a tre israeliani- statunitensi: il vigilatore David Steve Cohen, Jack Lew –segretario del Tesoro– e Janet Yellen, governatore della Federal Reserve. Vai con il super potere finanziario! (………………….)
Quale potrebbe essere la prospettiva del successo del nuovo ordine finanziario globale imposto dagli USA e da Wall Street.
La visione cosmologica e strategica di Crooke è geofinaziaria: lui applica la geopolitica delle finanze alle grandi potenze, in particolare, la Cina e la Russia, che hanno formato una alleanza per contrastare la guerra geofinanziaria tra gli USA e la Russia- un genuino conflitto geostrategico che si svolge in Ucraina, da dove emergerà il nuovo ordine mondiale. La tesi della rubrica “Sotto la Lupa”.
Dopo il severo colpo che la banca israeliana-anglosassone ha inferto all’Iran – come avverte il libro di Juan Zarate – adesso la guerra geofinanziaria contro la Russia – nella sua quadruple modalità: sanzioni, doppio crollo del rublo e del petrolio e la massiccia fuga di capitali – il sistema dei petroldollari, che quotizza in dollari l’oro nero, si trova ferito a morte, secondo l’analista Crooke. Lo stesso Crooke considera che la Cina oggi ha compreso che la Russia costituisce il primo elemento del domino; se la Russia cade, la Cina sarà il successivo. Per questo adesso si muovono in forma congiunta “per creare un sistema finanziario parallelo e scollegato dal sistema finanziario occidentale”, che include la replica dello Swift ed entità come la Banca di Sviluppo Asiatico di fronte al FMI.
Gli è mancato di aggiungere, forse per la fretta, la creazione della nuova Banca di sviluppo dei BRICS e del suo mini FMI nell’importante vertice tenutosi a Fortaleza, in Brasile e che, a mio giudizio, ha scatenato la furia statunitense contro la Russia e l’Ucraina giorni dopo (vedere anche l’abbattimento dell’aereo della Malaysia Airlines dagli oligarchi ucraini collegati con la NATO).
Alastair Crooke ci segnala che è stata la Cina, e non l’FMI, quella che ha riscattato il Venezuela, l’Argentina e la Russia nel mezzo del crollo del rublo avvenuto a metà dicembre, motivo per cui è intervenuta per fermarne il collasso.
Le tendenze finanziarie vanno a favore della Cina che sta spiazzando il FMI e la Banca Mondiale ed opera come una ” barriera ad un sistema finanziario che si trova in un processo di cambiamento drammaticamente lontano dal controllo occidentale”, cosa che pregiudica il Medio Oriente ed i suoi flussi finanziari che provengono dal petrolio.
Crooke prevede “la fine del sistema del petroldollaro per rimettere in circolo le entrate del petrolio di Wall Street” quando la caduta del prezzo del petrolio ha creato di colpo immense turbolenze finanziarie che hanno messo a rischio il sistema finanziario globale.
La estesa intervista di Crooke è semplicemente affascinante quando rivela chi sono quelli che sostengono, da dietro le quinte, i salafiti del grupo ISIS/Stato Islamico ed il modo in cui il crollo artificiale del prezzo del petrolio ha come vero obiettivo quello di danneggiare l’Iran e mettere sotto pressione la Russia per cambiare il suo atteggiamento e l’appoggio al presidente Bashar al-Assad della Siria, e dove si svela come i derivati finanziari di Wall Street hanno svolto un ruolo decisivo, come lo svolgono adesso con i metalli preziosi, in particolare l’oro e l’argento.
Fonte: Alfredo Jalife
Traduzione: Luciano Lago

Abolire l’Ue, fabbrica di odio, prima che distrugga l’Europa

 A chi cedono sovranità gli Stati nazionali? E poi: sono davvero gli Stati nazionali a cedere sovranità? «Come ha detto recentemente Prodi in un articolo pubblicato da “Il Messaggero”, l’Ue è una commissione intergovernativa la cui unica funzione è l’imposizione di un modello ordo-liberista in cui la potenza politica dello Stato viene messa al servizio di una (meticolosissima) regolazione, finalizzata alla riduzione delle risorse destinate alla società, e all’asservimento e precarizzazione integrale del lavoro», sostiene Franco “Bifo” Berardi. «Il ricatto ha costretto il governo greco a recedere parzialmente, ma il pericolo è che il nazionalismo diventi la sola via di uscita per sfuggire a una Unione che appare sempre più una prigione per il semplice fatto che essa è davvero una prigione». L’espressione “dall’euro non si esce”, che un tempo sembrava una rassicurazione nei confronti di chi aveva un debito consistente, oggi suona al contrario: «Potete anche morire di infarto, non smetteremo di affondarvi le unghie nella carne». Sicché, «parlare di cessione di sovranità a questo punto diviene una truffa».
Non sono gli Stati nazionali che cedono sovranità all’Unione, scrive Berardi su “Sinistra in Rete”. «Il fatto che la gestione della guerra Euro-Russa venga assunta direttamente dal presidente francese e dalla cancelliera tedesca significa che di cessione di Prodisovranità non se ne parla neppure». Certo, di tanto in tanto «qualche baggiano racconta che l’Europa deve parlare con una sola voce». Ma lo sappiamo, sono solo «sciocchezze», perché «gli Stati nazionali mantengono intera la loro funzione di governo della popolazione e di decisione sulla guerra». L’Unione Europea, continua Berardi, «stabilisce una cosa soltanto: in che misura gli Stati nazionali rispettano la sola regola che conta: riduzione delle risorse e asservimento del lavoro». Di conseguenza, «non ha più alcun senso attendersi una riforma o una democratizzazione dell’Ue, o anche solo un’attenuazione del rigore finanziario». Non restaurare la sovranità nazionale ma “correggere” l’Unione? Impossibile: «Dato che l’Ue altro non è che una macchina di asservimento ordo-liberista, dietro ogni cessione di sovranità vi è solo cessione di risorse sociali».
Berardi teme che un ritorno alla sovranità nazionale monetaria comporti il rischio di «un’involuzione autoritaria», fino alla «guerra civile in molte zone d’Europa». Eppure, ammette, «è quello che succederà, perché è la conseguenza dello strangolamento finanziario progressivo, e ancor di più dell’odio e della sfiducia crescente che i popoli d’Europa provano l’uno per l’altro», dato «il vincolo che li strangola». A questo punto, ragiona Berardi, «o si lascia l’iniziativa di avviare la chiusura dell’esperienza europea alle destre nazionaliste, e il collasso porterà alla guerra civile europea, o un movimento europeo prende l’iniziativa di dichiarare conclusa l’esperienza dell’Unione e inizia il reset dell’unità europea partendo da alcune grandi questioni». Ovvero: una conferenza internazionale sul debito e un’altra sulla migrazione e sull’allargamento dei confini. «Per Berardiquesto occorrerebbe un’intelligenza e un coraggio politico che non si trova da nessuna parte, a quanto pare. Perciò rassegnamoci alla prima alternativa: la miseria, la violenza, la guerra, il nazismo. Oppure no?».
Recentemente, Tsipras ha detto: «Siamo stati lasciati soli». E’ vero, conferma Berardi: «La società europea non ha espresso alcuna solidarietà, se si eccettua l’enorme manifestazione di Madrid». Quanto all’Italia, «la società e la cultura italiana semplicemente non esistono più». La società e la cultura francese? «Sono entrate in un tunnel identitario, da cui il Fronte Nazionale può emergere come forza di governo». In Germania, poi, «nessuno pare rendersi conto dell’odio anti-tedesco che sta montando in ogni città d’Europa: nonostante alcuni flebili distinguo, la società e la cultura tedesca appaiono compatte come accadde nei momenti più tragici». Attenzione: «Il consenso dei tedeschi fa paura, e non si tratta di esprimere “internationale solidaritat”. Si tratta di attaccare l’ordine dello sfruttamento cui i lavoratori tedeschi sono sottoposti». Che fare? Se ci arrenderemo di fronte all’encefalogramma piatto della società europea, dice “Bifo”, sarebbe il collasso sistemico inevitabile a costringerci al brusco risveglio. «Come ha detto Tsipras da qualche parte, non possiamo certo pretendere che i greci, dopo aver fatto da cavia per il “risanamento finanziario”, facciano da cavia per il ritorno alla moneta nazionale. Ma il collasso sistemico arriverà. Più tardi arriva peggio è, per due ragioni facili da capire: più a lungo dura l’Unione Europea, più povera diviene la società. Più a lungo dura l’Unione Europea, più forte e rabbiosa diventa la destra sovranista e nazionalista».

LAOGAI: L'ORRORE MADE IN CINA.


Spesso quando cerchiamo di spiegare e di spiegarci il basso costo di tutta la merce proveniente dalla Cina, come scarpe, occhiali, vestiti, giocattoli, ci accontentiamo delle semplici risposte date dai media: ore di lavoro raddoppiate rispetto agli operai Italiani, sfruttamento del lavoro minorile, salari minimi; purtroppo però, non è tutto qui, dietro i costi abbattuti del “Made in China” ci sono storie di torture, omicidi, espianti e traffici d’organi illegali ed abusi contro la dignità umana che riguardano milioni di persone, dietro tutto questo c’è la storia dei Laogai.

La parola Laogai in cinese vuol dire “riforma, rieducazione attraverso il lavoro”.
I Laogai sono dei veri e propri campi di concentramento sui cui si basa il sistema carcerario cinese, il campo al suo interno racchiude diverse sezioni, ma non è solo una semplice galera.
In Cina infatti per reati “minori” si può essere rinchiusi per 3 anni senza nessun tipo di processo, infatti è la polizia a decidere la gravità di questo tipo di reati: violazioni come parlare a favore della democrazia, mostrare idee politiche in conflitto con il regime o semplicemente appartenere ad una minoranza etnica o religiosa (come Mongoli e Tibetani), vengono severamente punite.
Una volta rinchiusi i dissidenti devono confessare le proprie colpe e giurare fedeltà al governo; le confessioni vengono quasi sempre estorte con metodi disumani come l’uso del bastone a scossa elettrica, frusta o manganello, una volta “confessato” il proprio crimine, comincia la vera e propria riabilitazione attraverso il lavoro, o perlomeno così viene chiamata dai rappresentati del regime comunista cinese.

Ai detenuti vengono assegnate delle “quote” cioè una quantità di oggetti da produrre o lavori da svolgere in un giorno (si lavora dalle 16 alle 18 ore al giorno); lavori come assemblare giocattoli, cucire vestiti o peggio lavorare in miniere dove si esalano gas tossici senza nemmeno la minima protezione. Se il detenuto non riesce a svolgere per tempo la sua “quota” la razione di cibo diminuisce senza possibilità di appello.

In che modo il mercato occidentale è collegato con i Laogai? E’ tanto semplice quanto allarmante, un esempio pratico può essere un’azienda o un’industria occidentale (es.moda, oggettistica, tessile) che commissiona ad una società di import-export cinese una quantità di materiale da lavorare, assemblare o finire, soltanto che tutto questo lavoro viene svolto servendosi degli operai rinchiusi nei campi, a nessun costo, se non quello delle eventuali materie prime.
In Cina per legge, non si può rimanere rinchiusi per più di 3 anni senza un processo; ma molto spesso, per non diminuire la forza lavoro, alcuni detenuti che hanno già scontato la pena vengono considerati “non completamente riabilitati e non idonei alla società” quindi la detenzione nei campi viene prorogata.

Ma tutto questo non basta, le atrocità più cruente vengono commesse contro i condannati a morte, in Cina ci sono 60 reati per cui si può essere giustiziati ( le esecuzioni capitali avvengono con una frequenza impressionante), una volta giustiziati si procede all’espianto degli organi: reni, cornee, cuore, tutto destinato alla vendita negli ospedali militari, per legge in Cina chi riceve un organo non può chiederne la provenienza, né tanto meno i parenti del condannato possono vedere il cadavere, perché sempre per legge i corpi vengono cremati, cancellando così ogni traccia di misfatto. La copertura usata fino ad ora dal governo è che: “ogni espianto è autorizzato dai condannati a morte”, cosa difficile da credere visto che in Cina il corpo è considerato sacro, quindi intoccabile anche dopo la morte.
Per ogni giustiziato a cui vengono “presi” gli organi un soldato riceve 40 dollari di premio.

Wang Guoqi, un medico militare cinese dei Laogai, fuggito negli Stati Uniti ha confessato al noto quotidiano Guardian che illegalmente ai giustiziati veniva prelevata subito dopo l’esecuzione anche la pelle, destinata poi alle industrie cosmetiche europee e che un rene valeva fino a 30 mila dollari, lo stesso Wang Guoqi ha ammesso di aver preso parte ad un centinaio di espianti non autorizzati.
Le storie che trapelano dai dissidenti fuggiti dai campi sono tantissime, come le violenze da parte dei soldati verso i rinchiusi: molte donne vengono stuprate, e per quelle che dovessero avere una gravidanza concepita dallo stupro, l’aborto forzato con metodi rudimentali, anche all’ottavo mese.

Oggi, il nemico giurato dei Laogai si chiama Harry Wu: detenuto per 19 anni nei campi di concentramento solo per aver manifestato le sue simpatie per la democrazia. Harry Wu, ora è cittadino americano ed ha fondato la Laogai Research Foundation, un’organizzazione no-profit che divulga e fa conoscere al mondo questa orribile realtà. Per anni Harry Wu ha viaggiato tra Cina e Stati Uniti con la copertura di diplomatico o imprenditore per indagare e provare quale fosse l’effettiva provenienza delle merci cinesi.

Tra le varie campagne in atto dalla Laogai Research Foundation c’è quella di boicottare prodotti che riportano l’etichetta “Made in China”, anche se come dice lo stesso Wu: “il problema è che molti di questi articoli lavorati nei campi riportano marchi europei o statunitensi”. Sempre Harry Wu propone di ostacolare questo tipo di commercio, non acquistando merci facili da identificare e da isolare ,come i giocattoli, e facendo conoscere questa situazione anche ai propri governi attraverso lettere e petizioni.

Sapere con precisione il numero dei Laogai è impossibile, perché il governo li nasconde o li chiude per poi aprirne di nuovi in luoghi e province diverse, depistando così organizzazioni per la difesa dei diritti umani come Amnesty International o Human Rights Watch, si stima che attualmente ci siano più di 1000 campi e circa 6 milioni di detenuti.
In Italia siamo bombardati di notizie che parlano delle nuove economie, di come, a lungo andare le nuove industrie tessili orientali distruggeranno le nostre piccole imprese, della concorrenza spietata e delle proposte del governo di mettere dazi alla nuova imprenditoria cinese; quello che noi
conosciamo però, è soltanto una facciata dell’economia di una nazione che sta basando tutto il suo potere sulla privazione di un diritto che a nessun essere umano dovrebbe essere mai negato, la dignità.

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