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giovedì 30 aprile 2015

Porta l’universo intero in se stesso... di Marcia Theophilo

Porta l’universo intero in se stesso..
Non sente rumori, pulsazioni dell’aria
Si rinnovano generose, le foglie
Marcia Theophilo

10 FATTI SCIOCCANTI SU BALTIMORA

Suspe
DI BILL QUIGLEY
counterpunch.org
Sei scioccato dai disordini di Baltimora? Quello invece che è più scioccante è la vita quotidiana in questa città, che conta 622.000 abitanti, di cui il 63 per cento è afro-americano. Ecco alcuni fatti che raccontano un pò di storia.

1: Se sei un nero Baltimora hai  5/6 volte più probabilità di essere arrestato per possesso di marijuana rispetto a un bianco, anche se il consumo di marijuana tra le razze è simile. Infatti, la contea di Baltimora ha il quinto tasso di arresto più alto per possesso di marijuana in tutti gli Stati Uniti.


2: Oltre 5,7 milioni dollari sono stati spesi a Baltimora a partire dal 2011 in oltre 100 azioni legali per brutalità da parte della polizia. Le vittime di queste gravi brutalità da parte della polizia erano per lo più persone di colore e comprendono una donna incinta, una di 65 anni, bambini, e una vecchia nonna di 87 anni.

3: I bambini bianchi nati a Baltimora hanno sei anni in più di aspettativa di vita rispetto ai bambini afro-americani di questa città.

4:  Gli afro-americani a Baltimora hanno otto volte più probabilità di morire per le complicazioni di HIV/AIDS rispetto ai bianchi e due probabilità in più sempre rispetto ai bianchi di morire di diabete .

5: In città la disoccupazione è all’8,4 per cento. La maggior parte delle stime collocano il tasso di disoccupazione nella comunità afro-americana come doppia rispetto alla comunità bianca. Il tasso nazionale di disoccupazione, per i bianchi è del 4,7 per cento, per i neri è 10.1.

6: I bambini afro-americani a Baltimora hanno nove volte più probabilità di morire prima di aver raggiunto l'anno di età rispetto ai loro coetanei  bianchi.

7: C'è una differenza di 20 anni nell'aspettativa di vita tra coloro che vivono nel quartiere più benestante di Baltimora rispetto a coloro che vivono a solo sei miglia di distanza ma nella zona più povera.

8: 148.000 persone, ovvero il 23,8 per cento delle persone a Baltimora, vive al di sotto del livello ufficiale di povertà.

9: IL 56,4 per cento degli studenti di Baltimora possiede il diploma di scuola superiore. Il tasso nazionale è di circa l'80 per cento.

10: IL 92 per cento degli arresti per possesso di marijuana a Baltimora sono afro-americani, una delle più alte disparità razziali in tutti gli Stati Uniti.

Bill Quigley
Fonte: www.counterpunch.org
29.04.2015

Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura della redazione

BOT A ZERO, IN ATTESA DEL GRANDE BOTTO

BoT a zero, in attesa del grande botto
DI CLAUDIO CONTI
Contropiano.org
La notizia è da prima pagina. Ma siccome nessuno sa bene come trattarla quasi tutti spingono il tasto “ottimismo” e fanno finta di non vedere l'altra faccia della medaglia.
Partiamo dunque dalla notizia semplice semplice: ieri il ministero del Tesoro (ora accorpato a quello dell'Economia) ha collocato BoT a scadenza di sei mesi a un tasso di interesse pari a zero. In pratica, il Tesoro chiede un prestito sui mercati e tra sei mesi non pagherà nulla come “retribuzione del capitale”, limitandosi a restituire la cifra ricevuta.


L'Italia non è l'unico paese europeo a godere di questa eccezionale situazione finanziaria. Tutti i paesi del Nord Europa (Germania, Olanda, Finlandia, ecc), più paesi fuori dell'euro come Svizzera, Svezia e Danimarca, sono da qualche mese in una situazione ancora migliore perché possono addirittra restituire meno di quel che hanno ricevuto in prestito, visto che pagano interessi sia pur infinitesimamente negativi: -0,2%.
Se si spinge il tasto “evviva” il quadro è splendido: un paese in queste condizioni può rifinanziare il proprio debito gratis, o addirittura guadagnandoci, togliendo così un peso enorme dai conti pubblici (chiamato “servizio del debito”, ossia interessi).
Anche la spiegazione tecnica resta semplice: tutto merito della Bce, che da due mesi ha messo in moto il quantitative easing, cominciando ad acquistare sui mercati titoli di stato dei paesi europei (ma non della Grecia, che invece non può rifinanziarsi perché altrimenti dovrebbe pagare interessi al di sopra del 20%).
La domanda che apre la porta sul “lato oscuro” è altrettanto semplice: perché un investitore (una banca, un fondo di investimento, o persino un normale cittadino con qualche risparmio da parte) accetta di prestare i propri soldi sapendo in anticipo che non ci guadagnerà nulla o addirittura ci rimetterà qualcosina?
Qui il lettore ci deve perdonare, ma siamo obbligati – come tutti quelli che cercano la risposta a questa domanda – ad addentrarci nei “massimi sistemi”. Non lo facciamo per motivi ideologici o passione teorica, ma per le identiche ragioni addotte da uno degli editorialisti di punta de Ilsole24Ore, Alessadro Plateroti:
 Per gli economisti della scuola classica, il fenomeno è scioccante: non solo è definitivamente tramontato il cosiddetto «LZB», o Level zero boundary, il livello di supporto dei tassi che si pensava non sarebbe mai stato raggiunto e infranto, ma si è entrati in un territorio finanziario inesplorato, pieno di bolle finanziarie, insidie sistemiche e incognite macroeconomiche. «Nella storia d’Europa - ha commentato Ambrose Evans Pritchard, noto commentatore economico inglese - dobbiamo tornare al Quattordicesimo secolo, quando il depauperamento delle miniere d’argento provocò una lenta contrazione monetaria, seguita dal default di Edoardo III sul debito contratto con le banche italiane e dall’epidemia della Morte Nera, innescando un devastante processo deflazionistico». Frasi da apocalisse, certamente esagerate nei toni e negli obiettivi, ma anche suggestive e soprattutto indicative della confusione che regna sui mercati, dei timori sui rischi generati dalle «bolle» (ecco l’analogia con la peste in Europa...) e soprattutto della difficoltà di prevedere gli effetti collaterali della manovra della Bce.
Il “livello zero” di rendimento del denaro, in regime capitalistico, è un limite concettuale, una sorta di assioma che non necessita di dimostrazione, anzi serve ad argomentare le dimostrazioni. E le esibizioni di “competenza professionale” di pupazzi come il capo dell'Eurogruppo, Dijsselbloem. Chiunque presti soldi si attende un guadagno da questo impiego, no? Siamo nel capitalismo e dunque può funzionare solo così... O no?
Cosa significa? Che nessuno ha studiato cosa possa avvenire quando questo evento impossibile si verifica. Non è avvenuto sul piano teorico (perché era impossibile), tantomeno su quello empirico (non era mai avvenuto, se non nel Trecento, ma era il Medioevo, mica la modernità capitalistica...).
Lo stesso sconcerto provato da Plateroti è stato descritto dal più autorevole Martin Wolf, nientepopodimeno che sulla bibbia del liberismo anglosassone, il Financial Times, con un titolo che molti avrebbero definito catastrofista se scelto da un marxista: “Ecco perché l’economia globale non brillerà più”. Senza se e senza ma.
Renzi e Padoan non lo hanno letto, altrimenti non ciancerebbero di “ripresa in atto” (“ma solo dello zero virgola”).
Wolf, in particolare, indica come “stranezza incomprensibile” - oltre ai tassi di interesse sottozero – anche il fatto che la produzione reale sia mantenuta al suo livello potenziale solo al prezzo di un indebitamento finanziario crescente. Più precisamente:
La produzione è finanziariamente sostenibile quando i modelli di spesa e la distribuzione del reddito sono tali che il frutto dell'attività economica può essere assorbito senza creare pericolosi squilibri nel sistema finanziario. È insostenibile quando per generare abbastanza domanda da assorbire la produzione dell'economia si deve ricorrere una dose eccessiva di indebitamento, o quando i tassi di interesse reali sono molto al di sotto dello zero, oppure entrambe le cose.
Possiamo anche dire che il mercato non riesce più ad allocare in modo ottimale risorse. Ovvero un altro assioma del liberismo teorico (ideologico?) che salta come un birillo davanti a una realtà impossibile. La finanza lavora per conto proprio, indipendentemente dall'andamento dell'economia reale, da molti decenni. Certamente dalla fine degli anni '90, quando Bill Clinton abolì il Glass-Streagall Act, ossia il divieto di cumulare nella stessa banca le normali attività di raccolta dei risparmi/prestiti a famiglie e imprese con quelle tipicamente speculative della “”banca d'affari”. Era una legge degli anni '30, immaginata per limitare ed evitare il ripetersi del grande crack del 1929.
Ma ora la realtà della produzione - ferma, non a caso - riprende il volatile per le zampe e lo tira giù.
Il capitalismo non funziona più. I fenomeni considerati impossibii avvengono sotto i nostri occhi. I “professionisti” dell'accumulazione sono costretti ad accontentarsi di non guadagnare nulla o di rimetterci solo poco. Per quanto può durare? Non lo sa nessuno, perché si è entrati in un territorio finanziario inesplorato, pieno di bolle finanziarie, insidie sistemiche e incognite macroeconomiche.
Allacciate le cinture...
Claudio Conti
Fonte: http://contropiano.org
Link: http://contropiano.org/economia/item/30487-bot-a-zero-in-attesa-del-grande-botto
29.04.2015
***** I tassi a zero aiutano ma l’euro paga il contoAlessandro Plateroti
Il Tesoro ha venduto il BoT semestrale ottobre 2015 ad un rendimento pari a zero, collocando tutti i 6,5 miliardi di euro offerti a fronte di una domanda quasi doppia. E oggi, sfruttando l’onda lunga della liquidità fornita in abbondanza ai mercati dalla Banca centrale europea, il Tesoro collocherà i BTp a 5 e 10 anni con la ragionevole speranza di fissarne ulteriormente al ribasso i rendimenti, scesi negli ultimi mesi a livelli di minimo pluriennale.
Per il Governo italiano, cronicamente alle prese con un debito tra i più alti d’Europa e con un servizio sul debito tra i più onerosi, cavalcare l’onda della Bce è dunque un piacere quanto una necessità: con la ripresa economica in ritardo su quella degli altri, un rating sovrano da Paese arretrato (a quota BBB- è lo stesso dell’Azerbaijan, del Marocco, del Sud Africa, della Romania, del Brasile e della Federazione Russa ) e con un’agenda di riforme strutturali troppo spesso vittima di imboscate in Parlamento, già far parte dei 19 Paesi europei aderenti al «club dei tassi sottozero» è un privilegio su cui nessuno avrebbe scommesso all’inizio dell’anno.
Miracoli del Qe, l’Allentamento Quantitativo con cui la Bce sta combattendo inflazione e crisi: in meno di due mesi, Draghi è riuscito non solo a isolare i Paesi dell’Europa periferica dai rischi di un contagio immediato con la Grecia, ma anche a portare sotto zero i tassi di interesse sul debito sovrano con scadenze fino a 7 anni praticamente in tutta Europa, compresi i Paesi che non fanno parte dell’euro. Svezia, Danimarca e Svizzera hanno infatti oggi un tasso di sconto sotto zero: se si tiene conto che sono ben 19 i Paesi-euro che hanno tassi negativi di cui ben 5 hanno rendimenti a due e tre anni al di sotto del -0,2%, che rappresenta non solo il tasso sui depositi della Bce ma anche la soglia di esclusione dagli acquisti di debito del quantitative easing, si capisce bene come sia maturato non solo l’ingresso spagnolo ma anche quello italiano nel «club dei tassi negativi».
Per gli economisti della scuola classica, il fenomeno è scioccante: non solo è definitivamente tramontato il cosiddetto «LZB», o Level zero boundary, il livello di supporto dei tassi che si pensava non sarebbe mai stato raggiunto e infranto, ma si è entrati in un territorio finanziario inesplorato, pieno di bolle finanziarie, insidie sistemiche e incognite macroeconomiche. «Nella storia d’Europa - ha commentato Ambrose Evans Pritchard, noto commentatore economico inglese - dobbiamo tornare al Quattordicesimo secolo, quando il depauperamento delle miniere d’argento provocò una lenta contrazione monetaria, seguita dal default di Edoardo III sul debito contratto con le banche italiane e dall’epidemia della Morte Nera, innescando un devastante processo deflazionistico». Frasi da apocalisse, certamente esagerate nei toni e negli obiettivi, ma anche suggestive e soprattutto indicative della confusione che regna sui mercati, dei timori sui rischi generati dalle «bolle» (ecco l’analogia con la peste in Europa...) e soprattutto della difficoltà di prevedere gli effetti collaterali della manovra della Bce.
Anche se tutti gli occhi e l’attenzione sono concentrati sulla caduta dei tassi di interesse e sull’esuberanza delle Borse che continuano a salire malgrado le incertezze sui profitti aziendali e sul passo della ripresa economica globale, sarà bene di qui in avanti aver ben presenti anche gli effetti collaterali della manovra Bce sulla liquidità. Il denaro della Bce sembra avere infatti un effetto moltiplicatore della liquidità che va oltre ogni aspettative. Due mesi di Qe e acquisti di bond sovrani per poco più di 130 miliardi di euro hanno fatto non solo esplodere la propensione al rischio degli investitori, ma soprattutto una frenetica corsa agli acquisti di attività denominate in euro che se da un lato spinge gli asset finanziari come le azioni e i bond, dall’altro rischia di bloccare quella benefica e auspicata caduta dell’euro sul dollaro che aveva fatto ben sperare gli imprenditori italiani che esportano fuori dall’Europa e soprattutto alzato le chance di una ripresa più rapida della nostra economia.
Le cifre disponibili sui flussi di capitale spiegano bene quanto sta accadendo: il torrente di denaro che esce dalla Bce finisce in parte sui titoli di Stato spingendo i tassi sotto zero, poi in cerca di maggiore guadagno si sposta verso le azioni delle Borse europee, che per essere acquistate hanno però bisogno di euro, che a sua volta deve essere acquistato dagli investitori. I fondi di investimento globali e gli Etf specializzati sull’azionario europeo rappresentano la prima conferma: dall’inizio dell’anno a oggi, i due veicoli hanno portato in Europa 63,6 miliardi di dollari (poi convertiti in euro), il 70% in più dello stesso periodo del 2014 (fonte Epfr Global). Se poi si aggiungono gli acquisti fuori fondi - da cui è arrivata una spinta importante al rialzo del 20% registrato a ieri dall’indice delle azioni europee - effettuati comprando euro e vendendo dollari, è ancora più chiaro l’effetto devastante provocato sull’andamento ribassista dell’euro: dopo aver raggiunto il picco di 1,40 dollari nel maggio del 2014, la valuta europea ha sfiorato la parità il mese scorso per poi ricominciare a salire. Dal momento che anche ieri ha chiuso in rialzo a 1,1 dollari, si può ora affermare che in aprile, per la prima volta in 10 mesi, l’euro segnerà un rialzo sul mese precedente.
Insomma, i tassi a zero aiutano certamente i governi delle economie deboli d’Europa a gestire meglio il proprio debito, ma da soli non bastano a far ripartire il credito, l’industria e l’economia in generale. Senza contare che gran parte di questi investimenti sugli asset finanziari europei sono privi di «coperture assicurative»: a tale scopo, per investitori e speculatori, basta la polizza del Qe della Bce. Il contagio che vediamo ora è quello esercitato dai tassi tedeschi su quelli degli altri. Già, ma se poi qualcosa va storto? Come reagirà in concreto il mercato se la Grecia crolla senza aiuti, se in Spagna vince Podemos o se qualche altra crisi fuori programma dovesse esplodere tra il Medio Oriente e la Russia? Una cosa sola è certa: sui mercati come nella vita, il pasto gratis diventa sempre più difficile.

È l’era della grande stagnazione? Ecco perché l’economia globale non brillerà piùdi Martin Wolf
A un primo sguardo è uno scenario che lascia perplessi, e viene da chiedersi se sia possibile: una produzione al suo potenziale, eppure ancora insostenibile. Ma un capitolo dell'ultimo World Economic Outlook del Fondo monetario internazionale getta luce proprio su questo scenario: anzi, forse ci siamo dentro.
La produzione è al suo potenziale quando non genera pressioni inflattive o deflattive. La sostenibilità (e qui parlo di sostenibilità finanziaria, non di sostenibilità ambientale) è un concetto completamente diverso.
La produzione è finanziariamente sostenibile quando i modelli di spesa e la distribuzione del reddito sono tali che il frutto dell'attività economica può essere assorbito senza creare pericolosi squilibri nel sistema finanziario. È insostenibile quando per generare abbastanza domanda da assorbire la produzione dell'economia si deve ricorrere una dose eccessiva di indebitamento, o quando i tassi di interesse reali sono molto al di sotto dello zero, oppure entrambe le cose.
Per capire come possa venirsi a creare una situazione del genere, cominciamo con l'immaginare un'economia in equilibrio, nel senso che la quantità di denaro che famiglie e imprese vogliono risparmiare coincide esattamente con la quantità di denaro che vogliono spendere per investimenti in capitale fisico. Fin qui tutto bene.
Ma supponiamo che successivamente la crescita della produzione potenziale cali bruscamente. In questo caso scenderebbe anche il livello di investimenti auspicati, poiché lo stock di capitale necessario sarebbe inferiore. Ma non è detto che la quantità di denaro che le persone desiderano risparmiare si riduca, quantomeno non nella stessa misura: anzi, se le persone prevedono che saranno più povere in futuro, potrebbero addirittura desiderare di risparmiare ancora di più. In questo caso potrebbe rendersi necessario un drastico calo dei tassi di interesse reali per ripristinare l'equilibrio tra investimenti e risparmi.
Questo calo dei tassi di interesse reali potrebbe innescare anche un aumento dei prezzi delle attività a lungo termine, con relativa impennata del credito. Questi effetti offrirebbero un rimedio temporaneo alla stentatezza della domanda. Ma se poi il boom del credito dovesse sgretolarsi, i prestatari si troverebbero in difficoltà a rifinanziare il loro debito e la domanda si troverebbe quindi gravata di un duplice fardello. Le conseguenze nel medio termine dell'eccesso di debito e di un settore finanziario avverso al rischio aggraverebbero le conseguenze a lungo termine della crescita potenziale più debole.
Il World Economic Outlook fa luce su un aspetto importante di questa faccenda. La produzione potenziale, sostengono gli economisti del Fondo, in effetti cresce più lentamente di prima. Nei Paesi avanzati, il calo è cominciato all'inizio degli anni 2000; nelle economie emergenti, dopo il 2009.
Prima della crisi, la causa principale del rallentamento nelle economie avanzate era un calo della crescita della «produttività totale dei fattori», una misura della produzione generata da una data quantità di capitale e lavoro. Una spiegazione stava nell'attenuarsi del benefico impatto economico della Rete. Un’altra spiegazione era il calo del tasso di miglioramento delle competenze umane. Dopo la crisi, la crescita potenziale è scesa ulteriormente, in parte a causa del tracollo degli investimenti; anche l'invecchiamento della popolazione ha giocato un ruolo importante.
Pure nelle economie emergenti i fattori demografici si fanno sentire: il declino della crescita della popolazione in età lavorativa è particolarmente accentuato in Cina. Inoltre, sta diminuendo la crescita del capitale dopo il colossale boom degli investimenti negli anni 2000, e anche in questo caso soprattutto in Cina.
La crescita della produttività totale dei fattori potrebbe frenare anch'essa nel lungo periodo, man mano che rallenterà la rincorsa di Pechino alle economie avanzate.
Questo declino della crescita potenziale ci conduce direttamente al dibattito su eccesso di risparmi e stagnazione secolare. Emergono due importanti distinzioni, fra locale e globale e fra temporaneo e permanente. Il rallentamento mondiale della crescita potenziale permette di far luce su entrambe.
Locale e globale 
Ben Bernanke, ex presidente della Federal Reserve, sostiene giustamente che non possono essere soltanto condizioni locali a determinare i livelli estremamente bassi dei tassi di interesse reali. In un'economia dove il desiderio di risparmio è superiore al desiderio di investimento, dovrebbe essere possibile esportare i risparmi in accesso attraverso un surplus nel saldo con l'estero: è quello che ha fatto finora la Germania.
Ma insorgono difficoltà. Innanzitutto, come osserva il premio Nobel Paul Krugman, il tasso di cambio reale potrebbe non calare a sufficienza: in questo caso, l'economia potrebbe trovarsi a soffrire di una stagnazione permanente. Secondo, il resto del mondo potrebbe non riuscire a sostenere disavanzi speculari nella bilancia delle partite correnti. È quello che è successo nella fase che ha preceduto il 2007: i deficit degli Stati Uniti, della Spagna e di una serie di altri Paesi, come contrappeso ai surplus della Cina, dei Paesi esportatori di petrolio, della Germania e di altre economie ad alto reddito, si sono rivelati spaventosamente insostenibili.
Temporaneo e permanente 
Ora concentriamoci sulla distinzione, non meno fondamentale, tra eccedenze temporanee ed eccedenze permanenti del desiderio di risparmio rispetto al desiderio di investimento. La principale divergenza tra Bernanke e Lawrence Summers, l'ex segretario al Tesoro statunitense, sta proprio qui.
Bernanke ipotizza che le condizioni che generano tassi di interesse reali ultrabassi siano temporanee. Esempi ovvi in questo senso sono i surplus, ormai svaniti, dei Paesi esportatori di petrolio. Anche l'attivo che aveva la Cina nel saldo con l'estero prima della crisi in gran parte è evaporato. Perciò, anche la recessione indotta dalla crisi dovrebbe essere temporanea.
Summers sostiene invece che almeno alcune delle condizioni di cui sopra preesistevano la crisi, e probabilmente dureranno più a lungo: tra queste, la debolezza degli investimenti del settore privato nelle economie ad alto reddito.
La tesi del Fmi sul rallentamento della crescita potenziale supporta la posizione di Summers. Una crescita potenziale più bassa potrebbe essere quindi anche una crescita meno sostenibile. Se così fosse, potremmo trovarci a scoprire che l'economia mondiale è caratterizzata da investimenti fiacchi, tassi di interesse reali e nominali bassi, bolle creditizie e un debito ingestibile nel lungo periodo.
Questo scenario futuro tanto deprimente non è inevitabile, ma non possiamo dare per scontato che sarà più roseo di così. Servono riforme nazionali, regionali e globali per imprimere spinta alla crescita potenziale e ridurre l'instabilità. Quale forma potrebbero assumere queste riforme, è un argomento che rimando a un'altra occasione.
Copyright The Financial Times Limited 2015
(Traduzione di Fabio Galimberti)

IL DISORDINE DEL NUOVO MONDO (SAPEVANO ESATTAMENTE QUELLO CHE STAVANO FACENDO)

Saddam
DI TARIQ ALI
counterpunch.org
Tre decadi fa, con la fine della guerra fredda e lo smantellamento delle dittature dell'America Latina, molti speravano che i famosi “dividendi della pace” promessi da Bush senior e dalla Thatcher si sarebbero realmente materializzati. Non abbiamo avuto tale fortuna. Invece abbiamo fatto esperienza di continue guerre, sconvolgimenti, intolleranza e fondamentalismi di ogni sorta – religiosi, etnici, imperiali. L'esposizione delle reti di sorveglianza del mondo occidentale ha accresciuto il sentimento che le istituzioni democratiche non funzionino come dovrebbero, e che, piaccia o no, stiamo vivendo il crepuscolo della democrazia stessa.


Il crepuscolo è cominciato nei primi anni '90 con l'implosione dell'ex Unione Sovietica e la presa del potere in Russia, Asia Centrale, e in larga parte dell'Est europeo da parte di burocrati senza immaginazione dell'ex partito comunista, molti dei quali sono diventati rapidamente milionari. Gli oligarchi che hanno acquistato alcune delle più costose proprietà al mondo, inclusa Londra, una volta sarebbero stati membri del partito comunista, ma sono stati anche degli opportunisti senza altro impegno che il potere e il pienarsi le tasche. Il vuoto creato dal collasso del sistema partitico è stato riempito da cose differenti in differenti parti del mondo, tra cui la religione - e non solo l'Islam. Le statistiche sulla crescita della religione in occidente sono drammatiche – basta guardare la Francia. E abbiamo anche visto l'emergere di un impero globale con un potere senza precedenti. Gli Stati Uniti adesso sono militarmente inattaccabili e dominano la politica globale, anche la politica di quei paesi che trattano come propri nemici.
Se si confronta la recente demonizzazione di Putin per il modo in cui è stato trattato Eltsin in un momento in cui stava compiendo atrocità molto più scioccanti – distruggendo l'intera città di Grozny, per esempio – si vede che quello che è in gioco non è il principio ma l'interesse di predominare il mondo. Non c'è stato un tale impero prima, ed è improbabile che ce ne sarà un altro ancora. Gli Stati Uniti sono la sede del più notevole sviluppo economico degli ultimi tempi, con l'emergere della rivoluzione dell'Information Techonology nella West Coast. Tuttavia, nonostante questi progressi nella tecnologia capitalista, in centocinquanta anni la struttura politica dell'America è cambiata a malapena. Sarebbe potuta essere al comando anche militarmente, economicamente e culturalmente – il suo soft power domina il mondo - ma non vi è ancora alcun segno di cambiamento politico al suo interno.
Può durare questa contraddizione ?
C'è un dibattito in corso in tutto il mondo sulla questione se l'impero americano sia in declino. E c'è una vasta letteratura sul declinismo, dove si argomenta che questo declino è cominciato ed è irreversibile. Lo vedo come un auspicio. L'impero americano ha avuto battute d'arresto - quale impero non ne ha? Ha avuto battute d'arresto negli anni '60, '70 e '80: molti pensarono che la sconfitta sofferta in Vietnam nel 1975 fosse quella definitiva. Così non è stato, e da allora l'America non ha subito un'altra battuta d'arresto di quella portata. Ma a meno che si sappia e si capisca come funzioni questo impero globalmente, è molto difficile proporre un insieme di strategie per combatterlo o contenerlo – o come i teorici realisti come il compianto Chalmers Johnson e John Mearsheimer domandano, far smantellare agli U.S.A. le sue basi, farli uscire dal resto del mondo e farli operare ad un livello globale solo se realmente minacciati come paese. Molti realisti negli Stati Uniti dibattono sulla necessità di questo ritiro, ma lo fanno da una posizione di debolezza nel senso che le battute d'arresto che considerano irreversibili non lo sono. Ci sono pochi capovolgimenti dai quali un impero non possa riprendersi. Alcuni degli argomenti dei declinisti sono semplicistici – che, per esempio, tutti gli imperi alla fine sono collassati. Questo è certamente vero, ma ci sono ragioni contingenti per quei collassi, e al momento l'America rimane inattaccabile: esercita il proprio soft power in tutto il mondo, incluso nelle roccaforti dei suoi rivali economici; il suohardpower è ancora dominante, consentendogli di occupare paesi che vede come suoi nemici; il suo potere ideologico è vincente in Europa e fuori.
Gli U.S.A. hanno, comunque, subito delle battute d'arresto di portata semi continentale in Sud America. E queste battute d'arresto sono state politiche e ideologiche piuttosto che economiche. La catena di vittorie per i partiti politici di sinistra in Venezuela, Ecuador e Bolivia hanno mostrato che c'era un'alternativa possibile all'interno del capitalismo. Nessuno di questi governi, però, sta sfidando il sistema capitalista e questo vale anche per i partiti radicali che sono recentemente emersi in Europa. Nemmeno Syriza in Grecia né Podemos in Spagna stanno lanciando una sfida sistemica; le riforme che stanno proponendo sono migliori al confronto delle politiche portate avanti da Attlee in Gran Bretagna dopo il 1945. Come i partiti di sinistra in Sud America, loro hanno essenzialmente programmi socialdemocratici uniti alla mobilitazione di massa.
Ma le riforme socialdemocratiche sono diventate intollerabili per il sistema economico neoliberale imposto dal capitale globale. Se si sostiene, come fa chi è al potere (se non esplicitamente, implicitamente), che è necessario disporre di una struttura politica in cui non è consentita alcuna sfida al sistema, allora stiamo vivendo in tempi pericolosi. Elevare il terrorismo a minaccia ritenuta equivalente alla vecchia minaccia comunista è bizzarro. L'uso della parola stessa “terrorismo”, gli atti approvati rapidamente dal Parlamento e dal Congresso per impedire alle persone di dire la propria, i controlli sulle persone invitate a parlare nelle università, l'idea che ai relatori esterni debba essere chiesto cosa hanno intenzione di dire prima di essere ammessi all'interno del paese; sembrano tutte cose minori, ma sono emblematiche dell'età nella quale viviamo. E la facilità con la quale tutto viene accettato è spaventosa. Se quello che ci viene detto è che il cambiamento non è possibile, che l'unico sistema concepibile è quello attuale, abbiamo dei problemi. Alla fine, non sarà accettato. Se si impedisce alle persone di parlare o di pensare o di sviluppare alternative politiche, non sarà solo l'opera di Marx ad essere relegata al cimitero. Karl Polanyi, il più dotato dei teorici socialdemocratici, ha subito la stessa sorte.
Abbiamo visto lo sviluppo di una forma di governo che chiamo il centro estremo, che attualmente governa ampie regioni dell'Europa e include sinistra, centro-sinistra, centro-destra e partiti centristi. Un'intera fascia di elettorato, in particolare giovani, sente che votare non fa nessuna differenza, dati i partiti politici che abbiamo. Il centro estremo dichiara guerra. sia per proprio conto o per conto degli Stati Uniti; ritorna a misure austere; difende la sorveglianza come assolutamente necessaria per sconfiggere il terrorismo, senza mai chiedere perché questo terrorismo sta accadendo – metterlo in discussione è quasi essere un terrorista. Perché i terroristi lo fanno? Sono matti? E' qualcosa che emerge dal profondo della loro religione? Queste domande sono controproducenti e inutili. Se si chiede se la politica imperiale americana o la politica estera britannica o francese è in alcun modo responsabile, sei attaccato. Ma, naturalmente, le agenzie di intelligence e i servizi di sicurezza sanno perfettamente che la ragione per cui la gente impazzisce - ed è una forma di follia - è che essi sono guidati non dalla religione, ma da ciò che vedono. Hussain Osman, uno degli uomini che ha fallito l'attacco nella metropolitana di Londra il 21 luglio 2005, è stato arrestato a Roma una settimana dopo. “Più che pregare si discuteva di lavoro, politica, della guerra in Iraq,” ha detto agli inquirenti italiani. “Abbiamo sempre nuovi film sulla guerra in Iraq... quelli in cui puoi vedere donne e bambini iracheni uccisi dai soldati americani e britannici”. Eliza Manningham - Buller, che si è dimessa da capo del MI5, nel 2007, ha detto: “il nostro coinvolgimento in Iraq ha radicalizzato, per mancanza di una parola migliore, un'intera generazione di giovani”.
Prima della guerra del 2003 l'Iraq, sotto l'autoritaria dittatura di Saddam e del suo predecessore, aveva i più alti livelli di educazione del Medio Oriente. Quando lo si fa notare si viene accusati di essere un apologeta di Saddam, ma l'Università di Baghdad nel 1981 aveva più professori di sesso femminile che Princeton nel 2009; c'erano asili per rendere più semplice per le donne l'insegnamento nelle scuole e nelle università. A Baghdad e a Mosul – al momento occupate dallo Stato Islamico – c'erano biblioteche risalenti a centinaia di anni fa. La Biblioteca di Mosul era funzionante nell'ottavo secolo e aveva manoscritti dell'antica Grecia nella sua raccolta. La biblioteca di Baghdad, come si sa, fu saccheggiata dopo l'occupazione, e quello che sta accadendo adesso nelle biblioteche di Mosul non è una sorpresa, con migliaia di libri e manoscritti distrutti.
Tutto quello che è accaduto in Iraq è la conseguenza di quella disastrosa guerra, la quale ha assunto le proporzioni di un genocidio. Il numero dei morti è controverso, perché la Coalizione dei volenterosi non conta le vittime civili del paese che sta occupando. Perché dovrebbe disturbarsi a farlo? Ma altri hanno stimato che sono stati uccisi fino ad un milione di iracheni, in prevalenza civili. Il governo fantoccio installato dall'occupazione ha confermato indirettamente queste cifre nel 2006 ammettendo ufficialmente che ci sono stati cinque milioni di orfani in Iraq. L'occupazione dell'Iraq è uno degli atti più distruttivi della storia moderna. Anche se Hiroshima e Nagasaki furono distrutte con la bomba atomica, la struttura sociale e politica dello stato giapponese fu mantenuta; sebbene tedeschi e italiani furono sconfitti nella Seconda guerra mondiale, la maggior parte delle loro strutture militari, delle strutture di intelligence, di quelle di polizia e di quelle giudiziarie furono tenute in piedi, perché c'era già un altro nemico in vista – il comunismo. Ma l'Iraq è stato trattato come nessun altro stato prima. La ragione per cui la gente non lo capisce abbastanza è che una volta iniziata l'occupazione tutti i corrispondenti sono tornati a casa. Le eccezioni si possono contare sulle dita di una mano: Patrick Cockburn, Robert Fisk, e pochi altri. Le infrastrutture sociali irachene non stanno ancora funzionando, anni dopo il termine dell'occupazione; è disastroso. Il paese è stato demodernato. L'occidente ha distrutto i servizi educativi e sanitari dell'Iraq; ha consegnato il potere ad un gruppo di partiti clericali sciiti i quali immediatamente hanno consumato bagni di sangue per vendetta. Diverse centinaia di professori sono stati uccisi. Se questo non è disordine, che cos'è?
Nel caso dell'Afghanistan, tutti sanno cosa c'era realmente dietro a questo grande tentativo, per come l'avevano messa gli Stati e Uniti e la Gran Bretagna, di “modernizzare” il paese. Cherie Blair e Laura Bush dicevano che era una guerra per la liberazione delle donne. Se così fosse stato, sarebbe stata la prima nella storia. Adesso sappiamo cos'è stato veramente: una guerra di vendetta per il greggio che è fallita perché l'occupazione ha rafforzato quello che ha cercato di distruggere. La guerra non ha solo devastato l'Afghanistan e le infrastrutture che aveva, ma ha anche destabilizzato il Pakistan, che possiede armi nucleari, e che adesso è in una condizione molto pericolosa.
Queste due guerre non hanno fatto bene a nessuno, ma sono riuscite a dividere il mondo musulmano e arabo, previsto o meno che fosse. La decisione degli Stati Uniti di mettere il potere nelle mani dei partiti clericali sciiti ha reso più profondo il divario con i sunniti: c'è stata una pulizia etnica a Baghdad, che era una città mista in un paese dove i matrimoni tra sciiti e sunniti erano comuni. Gli americani si sono comportati come se tutti i sunniti fossero sostenitori di Saddam, eppure molti sunniti hanno sofferto pene detentive arbitrarie sotto di lui. Ma la creazione di questo divario ha messo fine al nazionalismo arabo per molto tempo a venire. Le battaglie ora hanno a che fare con quale parte gli Stati Uniti sostengono in quale conflitto. In Iraq appoggiano gli sciiti.
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La demonizzazione dell'Iran è profondamente ingiusta, perché senza il tacito appoggio degli iraniani gli americani non avrebbero potuto prendere l'Iraq. E la resistenza irachena contro l'occupazione stava avanzando solo fino al momento in cui gli iraniani dissero al leader sciita Muqtada al-Sadr, che aveva collaborato con gli oppositori sunniti del regime, di revocarla. Fu portato a Teheran e gli fu data una “vacanza” lì per un anno. Senza l'appoggio iraniano sia in Iraq che in Afghanistan sarebbe stato molto difficile per gli Stati Uniti sostenere queste occupazioni. L'Iran è stata ringraziata con sanzioni, ulteriori demonizzazioni, doppi standard – Israele può avere le armi nucleari, voi no. Il Medio Oriente adesso è un casino totale: il più importante potere centrale è rappresentato da Israele, in espansione; i palestinesi sono stati sconfitti e lo rimarranno per molto tempo ancora; tutti i principali paesi arabi sono distrutti, prima l'Iraq, adesso la Siria; l'Egitto, con una brutale dittatura militare al potere, sta torturando e uccidendo come se la Primavera araba non fosse mai accaduta – e per i leader militari non lo è.
Come per Israele, il cieco appoggio ottenuto dagli Stati Uniti è storia vecchia. E discuterne, oggi, vuol dire essere etichettato come antisemita. Il pericolo con questa strategia è che se dici a una generazione che non ha fatto esperienza dell'olocausto al di fuori dei film che attaccare Israele è antisemita, la risposta sarà: e allora? “Chiamateci antisemiti se volete”diranno i giovani. “Se questo significa opporsi a voi, lo siamo”. Così non è stato di aiuto a nessuno. E' inconcepibile che nessun governo israeliano abbia intenzione di concedere uno stato ai palestinesi. Come il compianto Edward Said ci ha avvertito, gli accordi di Oslo sono il trattato di Versailles palestinese. In realtà, sono peggiori.
Così la disintegrazione del Medio Oriente cominciata dopo la prima guerra mondiale continua. Se l'Iraq sarà diviso in tre paesi, se la Siria sarà divisa in due o tre paesi, non lo sappiamo. Ma non sarebbe molto sorprendente se tutti gli Stati della regione, salvo l'Egitto, che è troppo grande per essere smantellato, finissero come bantustans, o principati, sul modello del Qatar e gli altri Stati del Golfo, finanziati e mantenuti dai sauditi da una parte, e gli iraniani dall'altra.
Tutte le speranze suscitate dalla primavera araba sono fallite, ed è importante capire perché. Troppi di quelli che hanno partecipato non avevano capito -in larga parte per motivazioni generazionali – che per andare dritti al punto bisogna avere qualche forma di movimento politico. Non è stata una sorpresa che la Fratellanza Musulmana, che aveva preso parte alle proteste in Egitto ad uno stadio avanzato, abbia preso il potere: era l'unico vero partito politico in Egitto. Ma poi la Fratellanza ha fatto un grande regalo ai militari comportandosi come Mubarak – offrendo affari ai servizi di sicurezza e agli israeliani – così la gente ha cominciato a domandarsi a cosa serva averli al potere. I militari erano quindi in grado di mobilitare il supporto e sbarazzarsi della Fratellanza. Tutto questo ha demoralizzato un'intera generazione in Medio Oriente.
***
Qual è la situazione in Europa? Il primo aspetto da considerare è che non c'è un singolo paese nell'Unione Europea che goda della propria sovranità. Dopo la fine della Guerra fredda e la riunificazione, la Germania è diventata il più forte, e dal punto di vista strategico il più importante, paese in Europa, ma non ha piena sovranità: gli Stati Uniti sono ancora dominanti su vari livelli, in particolare per quanto riguarda la forza militare. La Gran Bretagna è diventato un stato semi-vassalo dopo la Seconda guerra mondiale. Gli ultimi primi ministri britannici che hanno agito come se la Gran Bretagna fosse uno stato sovrano furono Harold Wilson, che ha rifiutato di inviare truppe britanniche in Vietnam, e Edward Heath, che non ha autorizzato l'uso delle basi britanniche per bombardare il Medio Oriente. Da allora la Gran Bretagna ha sempre fatto gli interessi degli americani anche se gran parte delle istituzioni britanniche erano contro. C'era una grande rabbia al Foreign Office durante la guerra in Iraq, perché si sentiva che non c'era nessun bisogno per la Gran Bretagna di essere coinvolta. Nel 2003, quando la guerra era in corso, fui invitato a dare una lezione a Damasco; ricevetti una telefonata dall'ambasciata inglese di lì che mi mi chiedeva di andare a pranzo. Pensai fosse strano. Quando arrivai fui salutato dall'ambasciatore, che mi disse: “Solo per rassicurarti, non mangeremo e basta, parleremo di politica”. Durante il pranzo disse: “Adesso è il momento delle domande – comincio io. Tariq Ali, ho letto il pezzo che hai scritto sul Guardian dove argomentavi che Tony Blair dovrebbe essere processato per crimini di guerra alla Corte internazionale criminale. Le dispiace spiegare perché?” Ho impiegato dieci minuti a dare spiegazioni di fronte alla perplessità degli ospiti siriani. Alla fine l'ambasciatore disse: “Bene, sono d'accordo totalmente – di lei non conosco il resto”. Dopo che gli ospiti se ne furono andati, dissi: “E' stato molto coraggioso da parte vostra”. E l'uomo del MI6 che era al pranzo ha detto: “Sì, può farlo, perché andrà in pensione nel mese di dicembre”. Ma una cosa simile è accaduta all'ambasciata a Vienna, dove ho dato una conferenza stampa attaccando la guerra in Iraq nel soggiorno dell'ambasciatore britannico. Queste persone non sono sciocche - sapevano esattamente cosa stavano facendo. E hanno agito come hanno fatto come risultato dell'umiliazione che sentivano ad avere un governo che, anche se gli americani avevano detto che ce l'avrebbero fatta anche senza la Gran Bretagna, ha insistito per unirsi ad ogni costo.
I tedeschi sanno di non avere sovranità, ma quando tocchi questo punto con loro scuotono le spalle. Molti di loro non lo vogliono, perché sono troppo preoccupati del loro passato, con l'idea che i tedeschi sono quasi geneticamente predisposti a combattere guerre - una visione ridicola, che alcune persone che dovrebbero saperne di più hanno espresso nuovamente per i festeggiamenti degli anniversari della Prima guerra mondiale. Il fatto è che - politicamente e ideologicamente e militarmente, e anche economicamente - l'Unione europea è sotto il pollice del potere imperiale globale. Quando l'élite dell'Euro aveva offerto una pietosa somma di denaro ai greci, Timothy Geithner, l'allora segretario del tesoro U.S.A., dovette intervenire, e dire all'Unione Europea di aumentare il suo fondo di salvataggio a 500 miliardi di euro. Temporeggiarono un bel po', ma alla fine fecero quello che volevano gli americani. Tutte le speranze che erano emerse, dal momento in cui l'idea di Europa era stata avanzata per la prima volta, di un continente indipendente dalle altre grandi potenze che traccia la sua strada nel mondo, si sono dissolte una volta conclusa la Guerra fredda. Proprio quando si sentiva che sarebbe stata in grado di raggiungere questo obiettivo, l'Europa invece è diventato un continente dedicato agli interessi dei banchieri - un'Europa di denaro, un luogo senza una visione sociale, lasciando l'ordine neoliberista incontrastato.
I greci sono stati puniti non tanto per il debito ma per aver fallito nel fare le riforme domandate dall'UE. L'ala di destra del governo di Syriza ha avuto la meglio solo nel riuscire a fare approvare 3 delle 14 riforme su cui aveva insistito l'UE. Non hanno potuto fare di più perché quello che hanno fatto approvare ha aiutato a creare in Grecia una situazione che ha qualche somiglianza con l'Iraq: demodernamento; privatizzazioni totalmente inutili legate alla corruzione politica; l'impoverimento della gente comune. Così i greci hanno eletto un governo che ha proposto di cambiare le cose, e poi hanno detto che non avrebbero potuto farlo. L'Europa teme un effetto domino: se i greci fossero ricompensati per l'elezione di Syriza altri paesi potrebbero eleggere governi simili, quindi la Grecia deve essere schiacciata. La Grecia non può essere cacciata fuori dall'Unione Europea – che non è consentito dalla Costituzione – o dalla zona Euro, ma gli può essere resa così difficile la vita da dover lasciare l'euro e istituire un euro greco, o un euro-dracma, in modo che il paese continui ad andare avanti. Se queste condizioni dovessero verificarsi, almeno in modo temporaneo, potrebbe andare anche peggio - che è il motivo per cui i Greci non hanno altra scelta che resistere. Il pericolo ora è che, in questa atmosfera instabile, la gente passi molto rapidamente verso la destra, la Golden Dawn, un partito esplicitamente fascista. Questa è la portata del problema, e per l'élite dell'Euro comportarsi come sta facendo – in altre parole il centro estremo – è miope e sciocco.
E poi c'è l'ascesa della Cina. Non c'è dubbio che il capitalismo ha fatto grandi guadagni in Cina; le economie cinesi e americani sono fortemente interdipendenti. Quando di recente un veterano del movimento dei lavoratori negli Stati Uniti mi ha chiesto cosa fosse successo alla classe operaia americana la risposta è stata semplice: oggi la classe operaia americana è in Cina. Ma il caso è che la Cina non è neanche lontanamente vicina a sostituire gli Stati Uniti. Tutti i dati prodotti dagli economisti adesso mostrano che, dove conta, i cinesi sono ancora molto indietro. Se si guardano le quote nazionali delle famiglie milionarie del mondo nel 2012: gli Stati Uniti, il 42.5 per cento; Giappone, 10.6 per cento; Cina, 9.4 per cento; Gran Bretagna, 3.7 per cento; Svizzera, 2.9 per cento; Germania, del 2.7 per cento; Taiwan, 2.3 per cento; Italia, 2 per cento; Francia, 1.9 per cento. Quindi in termini di forza economica gli Stati Uniti stanno facendo bene. In molti mercati cruciali - farmaceutico, aerospaziale, software per computer, apparecchiature mediche - gli Stati Uniti sono dominanti; i cinesi sono in nessun posto. I dati del 2010 mostrano che tre quarti delle prime duecento società esportatrici cinesi - e queste sono le statistiche cinesi - sono di proprietà straniera. C'è una grande quantità di investimenti stranieri in Cina, spesso provenienti da paesi vicini come Taiwan. Foxconn, che produce computer per Apple in Cina, è una società di Taiwan.
E' una fandonia che i cinesi stiano improvvisamente scalando il potere e rimpiazzando gli Stati Uniti. E' inverosimile militarmente; è inverosimile economicamente; e politicamente, ideologicamente, è ovvio che non è il caso. Quando l'impero inglese cominciò il suo declino, decadi prima era collassato, la gente sapeva cosa stava succedendo. Sia Lenin che Trotsky si resero conto che gli inglesi stavano colando a picco. C'è un bellissimo discorso di Trotsky, consegnato nel 1924 all'Internazionale comunista, dove, in uno stile inimitabile, fa una dichiarazione in merito alla borghesia inglese:
Il suo carattere si è formato nel corso di parecchi secoli. Il suo sentimento di classe si è radicato fino al midollo. E sarà più difficile farle perdere la sua mentalità di padrona dell’universo. Ma gli americani ci riusciranno quando lo vorranno, e lo vorranno presto. Inutilmente il borghese inglese si consola pensando di guidare l’americano inesperto. Certo, ci sarà un periodo di transizione. Ma l’importante non è l’esperienza diplomatica, è la forza reale, è il capitale, è l’industria. Ora, gli Stati Uniti occupano economicamente il primo posto nel mondo. La loro produzione di oggetti di prima necessità varia da un terzo ai due terzi della produzione mondiale.
Se cambiassimo il testo, e invece di “il carattere della borghesia inglese” dicessimo “l carattere della borghesia americana si è formato nel corso di parecchi secoli... ma i cinesi ci riusciranno quando lo vorranno”, non avrebbe senso.
***
Dove andremo a finire al termine di questo secolo? Dove andrà la Cina? La democrazia occidentale prospererà? Una cosa che è divenuta chiara nel corso delle ultime decadi è che niente accade a meno che la gente non voglia che accada; e se la gente vuole che accada, comincia a muoversi. Si sarebbe potuto pensare che gli europei avessero imparato la lezione dal crollo che creato da questa recente recessione, e che avrebbero agito, ma non l'hanno fatto: hanno messo solo un cerotto sulle ferite nella speranza che il sangue si sarebbe tamponato. Quindi dove dovremmo cercare una soluzione? Uno dei pensatori più creativi di oggi è il sociologo tedesco Wolfgang Streeck, che mette in evidenza quanto l'Unione Europea abbia disperatamente bisogno di una struttura alternativa e che c'è bisogno di più democrazia ad ogni livello – a livello delle provincie e delle città così come a livello nazionale ed europeo. C'è bisogno di concentrare gli sforzi per trovare un'alternativa al sistema neoliberista. Abbiamo visto l'inizio di un tentativo del genere in Grecia e in Spagna, e potrebbe diffondersi.
Molta gente nell'est dell'Europa sente nostalgia per le società che esistevano prima della caduta dell'Unione Sovietica. I regimi comunisti che governarono il blocco sovietico dopo l'arrivo di Krusciov potrebbero essere descritti come dittature sociali: regimi essenzialmente deboli con una struttura politica autoritaria, ma con una struttura economica che ha offerto alle persone più o meno la stessa democrazia sociale svedese o inglese. In un sondaggio condotto nel mese di gennaio, l'82 per cento degli intervistati nella vecchia Germania Est ha detto che la vita era meglio prima dell'unificazione. Quando è stato chiesto loro il motivo, hanno detto che c'era più il senso di comunità, più servizi, il denaro non era la cosa dominante, la vita culturale era migliore e non erano trattati, come sono ora, come cittadini di seconda classe. L'atteggiamento dei tedeschi occidentali verso quelli dell'Est è diventato rapidamente un problema serio - così grave che, nel secondo anno dopo la riunificazione, Helmut Schmidt, ex cancelliere tedesco e non un gran radicale, disse alla conferenza del partito socialdemocratico che il modo in cui venivano trattati i tedeschi dell'est era completamente sbagliato. Disse che la cultura della Germania Est non doveva più essere ignorata; se avesse dovuto scegliere i più grandi tre scrittori tedeschi, avrebbe preso Goethe, Heine e Brecht. Il pubblico rimase a bocca aperta quando disse Brecht. Il pregiudizio contro l'Est è profondamente radicato. La ragione per cui i tedeschi erano così scioccati dalle rivelazioni di Snowden è che era improvvisamente chiaro che vivevano sotto una sorveglianza permanente, quando una delle grandi campagne ideologiche nella Germania Ovest aveva a che fare con i mali della Stasi, che, si diceva, spiava tutti per tutto il tempo. Beh, la Stasi non ha avuto la capacità tecnica per uno spionaggio onnipresente - sulla scala della sorveglianza, gli Stati Uniti sono molto più avanti del vecchio nemico della Germania Ovest.
Non solo gli abitanti dell'ex Germania Est preferiscono il vecchio sistema politico, ma sono i primi nelle classifiche sull'ateismo: il 52.1 per cento di loro non crede in Dio; la Repubblica Ceca è seconda con il 39.9 per cento; la laica Francia è giù al 23.3 per cento (in realtà laicità in Francia significa tutto ciò che non è islamico). Se si guarda dall'altra parte, il paese con la più alta percentuale di credenti è le Filippine al 83.6 per cento; seguite da Cile, 79.4 per cento; Israele, il 65.5 per cento; al Polonia, il 62 per cento; gli Stati Uniti, 60.6 per cento; rispetto ai quali l'Irlanda è un bastione di moderazione a soli 43.2 per cento. Se i sondaggisti avessero visitato il mondo islamico e avessero fatto queste domande sarebbero rimasti sorpresi dalle risposte date in Turchia, per esempio, o anche in Indonesia. La fede religiosa non è limitata ad ogni singola parte del globo.
E' un mondo vario e confuso. Ma i suoi problemi non cambiano – prendono solo altre forme. A Sparta nel III secolo a.C., si sviluppò una rottura tra la classe dirigente e la gente comune a seguito delle guerre del Peloponneso, e quelli che erano al governo chiesero un cambiamento perché il gap tra ricchi e poveri era diventato così grande da non poter essere tollerato. Una successione di monarchi radicali, Agis IV, Cleomene III e Nabis, creò una struttura per contribuire a rilanciare lo Stato. I nobili furono inviati in esilio; la dittatura dei magistrati fu abolita; agli schiavi fu ridata la loro libertà; tutti i cittadini furono ammessi al voto; e le terre confiscate ai ricchi furono distribuite ai poveri (una cosa che la BCE, oggi, non avrebbe tollerato). La prima Repubblica romana, minacciata da questo esempio, inviò le sue legioni sotto Tito Quinzio Flaminino per schiacciare Sparta. Secondo Livio, questa è stata la risposta da parte di Nabis, re di Sparta, e nel leggere queste parole si sente il fervore della sua rabbia e la dignità:
Non pretendete che Sparta si conformi alle vostre leggi e alle vostre istituzioni...voi selezionate la vostra cavalleria e fanteria in base ai requisisti patrimoniali e desiderate che pochi eccellano in ricchezza e che la gente comune si sottometta a loro. Ma il nostro legislatore non vuole che lo stato sia nelle mani di pochi, che voi chiamate il Senato, né che una qualsiasi classe abbia la supremazia dello stato. Crede che per l'uguaglianza delle opportunità e della dignità sarebbero in molti ad armarsi per il loro paese.
Tariq Ali
17/19.04.2015
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di RONZINA

DAL GOVERNO RENZI AL GOVERNO TROIKA?



Ciò che è accaduto nel mondo virtuale di Floris – parte integrante dello spettacolo sistemico – mi ha fatto riflettere, portandomi a trarre conclusioni piuttosto inquietanti. Voglio condividere, di seguito, le mie riflessioni con i lettori di Pauperclass, che so essere pochi ma buoni.
Mi sono visto il confronto fra Salvini, in collegamento esterno da Strasburgo, e una giornalista radical chic di repubblica (principale rotolo di carta igienica della sinistra euroserva, buonista e pro-troika), tale insignificante Annalisa Cuzzocrea, presente in studio. La querelle era sugli immigrati clandestini che stanno arrivando a frotte nel nostro paese. L’attacco a Matteo Salvini da parte di Cuzzocrea, per la verità scontato e piuttosto prevedibile, verteva proprio su questo tema. Il segretario leghista ha distinto, come fa ultimamente con un po’ di retorica, fra gli immigrati regolari, che lavorano, pagano le tasse, mandano i figli a scuola, eccetera, e quelli clandestini che rappresentano un problema, per i populisti ma soprattutto per il popolo. Cuzzocrea, non trovando di meglio, ha obbiettato che anche i regolari possono essere entrati come clandestini, prima di regolarizzarsi con difficoltà. Matteo Salvini si è smarcato abilmente, in perfetta linea con quello che è il “sentiment” popolare di questi tempi, vincendo il confronto (almeno a mio dire) davanti agli occhi della cosiddetta opinione pubblica. Forse un po’ banale, vagamente propagandistico, ma sicuramente efficace:
Possiamo ospitare qualche altro milione di clandestini, in attesa che si regolarizzino e trovino un lavoro che non hanno neanche gli italiani? Vada a spiegarlo … Vada a spiegarlo, signora, agli immigrati che sono qua regolarmente con i documenti a posto che stanno perdendo il lavoro, che non sanno come tirare a fine mese … Vada a spiegare a loro che l’Italia può ospitare altre migliaia … non so quante, decine, centinaia di migliaia – non so quante, mi dica lei un numero – di immigrati senza nessun tipo di titolo.
E’ intervenuto Floris, a quel punto, forse in soccorso alla debole Cuzzocrea dagli argomenti scontati, cianciando qualcosa a riguardo di quelli che fanno lavorare in nero i clandestini, subito rintuzzato da un Salvini in forma, che non si è lasciato confondere o attirare in tranelli. Del resto, un altro giornalista che ha fatto domande al segretario leghista era Sergio Rizzo del corsera, che però non sembrava intenzionato a mettere troppo in difficoltà Matteo Salvini, il quale ha fatto nel complesso una buona figura.
All’inizio dell’intervista, Giovanni Floris dialogando con Salvini non ha “calcato troppo la mano”, lasciando il Matteo anti-Matteo piuttosto libero di dire la sua e anzi concludendo che Salvini “ha fatto una sorta di indice dei temi che tratteremo” (nel lungo talk-show).
Bene Salvini, dunque, ma poi? Per farla breve, perché non voglio commentare tutto il lungo talk-show, le veline piddiote di Renzi, Alessandra Moretti, candidata alle regionali in Veneto, e Alessia Rotta della segreteria piddì (mi scappa una battuta, dato il cognome, ma mi trattengo per ragioni di stile), sono state letteralmente contraddette, sbugiardate e persino massacrate dai giornalisti presenti, come Mario Giordano direttore del TG4 che ha “curato” particolarmente la Moretti, e da altri ospiti, come ad esempio l’ agguerrito sindaco forzaitaliota di Ascoli Piceno, Guido Castelli, che stigmatizzava i drammatici tagli (renziano-piddini) alla spesa degli enti locali, o Massimiliano Fedriga capogruppo leghista alla camera, che non mancava di assestare i suoi colpetti. In particolare Alessia Rotta è stata ben maciullata da uno scatenato Andrea Scanzi, del fatto quotidiano, che l’ha persino definita una dei “droidi televisivi” di Renzi, senza che il furbo e controllato Floris s’inquietasse più di tanto. Tutti, o quasi, contro la Moretti e la Rotta, questa ultima anello più che debole della catena renziana, soprattutto davanti a un “professionista della polemica” come Andrea Scanzi. Tanto più che Scanzi, di certo non favorevole alla lega, ha detto che quelli di sinistra potrebbero riconoscersi nelle parole di Salvini, che ha accennato a problemi reali come quello degli esodati e della “legge Fornero”, della pressione fiscale insostenibile, degli studi di settore, eccetera. Massimiliano Fedriga, leghista, dichiarava di apprezzare le uscite di Scanzi, e Mario Giordano, in collegamento esterno, si inseriva per tirare qualche mazzata anche lui.
Ebbene, mi sono chiesto perché mai uno come Floris, apparatchik massmediatico al servizio del potere, ha graziato il “cattivo” Salvini, che nel complesso ne è uscito bene, e ha permesso che dei professionisti del talk-show, molto agguerriti come Scanzi e Giordano, assieme ad altri soggetti più o meno ostili alle veline renziane, facessero a fettine i “droidi televisivi” di Renzi (secondo l’indovinata espressione del giornalista del fatto quotidiano). Intuendo che uno come Floris difficilmente rischierebbe la sua brillante e remunerativa carriera se non avesse ricevuto qualche input dall’alto, posso concludere che l’aria, forse, sta cambiando e il futuro ci riserverà qualche sorpresa.
Anzitutto, ci sono sondaggi segreti – non diffusi mediaticamente, ma a uso e consumo delle sub-élite italiane – che avvertono di un vero e proprio collasso nei consensi per Renzi e per il piddì? E’ possibile che sia così e ciò non potrebbe essere ignorato dai manovratori sopranazionali e dai loro collaborazionisti locali, che dovrebbero correre ai ripari.
Non è che in questi sondaggi segreti, molto più aderenti alla realtà di quelli a uso e consumo della neoplebe, Salvini stia crescendo più di quello che mediaticamente i sondaggisti ammettono? Anche questo è possibile, nonostante oggi si sbandieri – sempre a ”beneficio” del popolo bue – una certa ripresa di consensi per l’esausto Grillo.
Cosa ancor più importante, c’è un’incertezza che riguarda la sorte della martoriata Grecia. Nonostante Tsipras abbia abbassato la testa davanti alla troika (come avevo previsto), da bravo mentitore sinistroide addirittura sostituendo il fido Varoufakis, la Grecia potrebbe riservare nuove sorprese e innescare una violenta crisi in Europa. La crisi colpirebbe inevitabilmente con brutali impennate dello spread e degli interessi sul debito, anche la sottomessa Italia e le menzogne renziano-piddine non avrebbero più l’effetto imbonitore, sul volgo, che oggi osserviamo. Si diffonderebbe la paura, mista a un senso di totale impotenza politica che caratterizza i nostri anni, e il famigerato governo-troika commissariale, con la presenza di “tecnici”, stranieri e commissari europei potrebbe diventare, in poche settimane, una realtà. Con o senza il passaggio delle elezioni politiche.
Si sta avvicinando per Renzi – parliamo più ragionevolmente di mesi che di settimane – il momento di lasciare il governo, anticipatamente rispetto al 2018? Forse. Potrebbe essere “in cantiere”, per decisione degli occupatori dell’Italia, il passaggio dai governi-Quisling (gli ultimi tre) al governo-troika terminale. I segnali più potenti saranno quasi sicuramente, da un punto di vista economico-finanziario, l’innalzamento repentino dello spread con il bund (non necessariamente e non soltanto “per colpa” della Grecia), che potrà arrivare a quattro volte il livello attuale, e pesanti attacchi speculativi internazionali, accompagnati da una campagna terroristica dei media per impaurire la popolazione e farle accettare, senza reagire, il governo-troika deciso nelle capitali che contano.
Un mio interlocutore, tale Maurizio, ha ipotizzato che i signori della finanza che manovrano Renzi e il piddì potrebbero seguire una strada ancor più tortuosa e subdola, per chiudere definitivamente nella morsa l’Italia. L’Italicum dovrebbe essere approvato in breve, a colpi di fiducia, senza nuovi passaggi al senato per modifiche indesiderate nel testo, ma anche questo non è certo, nonostante la viltà e la malafede delle “opposizioni” interne al piddì e visto il voto segreto. Comunque sia, niente è irreversibile e l’Italicum emana un forte tanfo d’incostituzionalità, cosa che potrebbe fargli fare la fine del Porcellum (ma più rapidamente), nonostante lo straordinario “allineamento astrale” di tutte le istituzioni sotto l’egida della troika. Il “percorso” potrebbe essere quello di permettere una vittoria elettorale – più che di Grillo, il quale ha già vinto senza ottenere risultati – dell’”astro nascente” dell’opposizione parlamentare a Renzi, cioè Matteo Salvini. Si tratterebbe, poi, di affondare il suo governo “populista” e “euroscettico” (e ovviamente il suo consenso) a colpi di spread e di speculazione finanziaria, imponendo a stretto giro di posta un governo-troika, con il paese scivolato nel panico e attraversato dalla paura, da commissariare definitivamente.
Le ipotesi che ho presentato fin qui sembrano inverosimili? Non credo, perché le élite finanziarie che tirano i fili del piddì si sono mostrate prive di scrupoli in molte occasioni, e lo saranno anche nei confronti dell’Italia. Se Renzi dovrà lasciare la presidenza del consiglio (e probabilmente la segreteria piddina) lo farà obbedendo agli ordini. Se Salvini dovrà essere utilizzato come “vittima sacrificale” per arrivare al governo-troika commissariale, non avrà modo di evitarlo, e così Grillo con il cinque stelle, nel caso in cui i maggiori consensi dovessero riversarsi su di lui e non sul segretario leghista. Oppure, in modo meno indiretto, se ci dovesse essere un brutto Grexit, Renzi potrebbe essere costretto a mollare la poltrona a causa dello spread alle stelle (ironia della sorte, lo stesso pretesto usato contro Berlusconi) e l’occasione sarebbe ghiotta per imporre all’Italia un governo di commissari della troika.
Eugenio Orso
Fonte: http://pauperclass.myblog.it
Link: http://pauperclass.myblog.it/2015/04/30/dal-governo-renzi-al-governo-troika-eugenio-orso/

“RENZI, UN MALEDUCATO DI TALENTO”: DURO ADDIO DI DE BORTOLI AL “CORRIERE DELLA SERA”

ATTACCHI AL PREMIER CAUDILLO: “SPERO CHE MATTARELLA NON FIRMI”
È con un lungo editoriale nelle pagine interne del “suo” giornale che il direttore del Corriere della Sera Ferruccio De Bortoli saluta i lettori.
Dodici anni alla guida del Corriere, in cui entrò, giovanissimo praticante, nell’ottobre del ’73. Oggi se ne va, in forte polemica con “gli editori pro tempore”.
“Il Corriere – scrive De Bortoli – non è stato il portavoce di nessuno, tanto meno dei suoi troppi e litigiosi azionisti. Non ha fatto sconti al potere nelle sue varie forme, nemmeno a quello giudiziario. Ha giudicato i governi sui fatti, senza amicizie, pregiudizi o secondi fini. E proprio per questo è stato incisivo e criticato. Chi scrive ha avuto lunghe vicende giudiziarie con gli avvocati di Berlusconi, con D’Alema e tanti altri. Al nostro storico collaboratore Mario Monti – che ebbe, per fortuna dell’Italia, l’incarico dal presidente Napolitano di guidare il governo – non piacquero, per usare un eufemismo, alcuni nostri editoriali. Come a Prodi, del resto, a suo tempo. Pazienza”.
“Del giovane caudillo Renzi, che dire? Un maleducato di talento”, prosegue De Bortoli nel suo editoriale di addio al quotidiano di via Solferino.
“Il Corriere ha appoggiato le sue riforme economiche, utili al Paese, ma ha diffidato fortemente del suo modo di interpretare il potere. Disprezza le istituzioni e mal sopporta le critiche. Personalmente mi auguro che Mattarella non firmi l’Italicum. Una legge sbagliata”.
“Ad alcuni miei, ormai ex, azionisti - scrive ancora De Boroli - sono risultate indigeste talune cronache finanziarie e giudiziarie. A Torino come a Milano. Se ne sono fatti una ragione. Alla Procura di Milano si sono irritati, e non poco, per come abbiamo trattato il caso Bruti-Robledo? Ancora pazienza. L’elenco potrebbe continuare”.
“In questo Paese, di modesta cultura delle regole, l’informazione è considerata da gran parte della classe dirigente un male necessario. Uno dei tanti segni di arretratezza”, scrive ancora De Bortoli, che conclude dicendosi “certo che con la nuova direzione il Corriere sarà ancora più autorevole, forte e innovativo. A tutti i colleghi, al direttore generale Alessandro Bompieri e al suo staff, va la mia gratitudine. Ai lettori, molti dei quali in questi giorni non mi hanno fatto mancare i segni della loro vicinanza, un grande e ideale abbraccio”.
fonte “Huffingtonpost”

Il nostro vero nemico è il grande alleato. La prova definitiva – di Maurizio Blondet


«Per gli Stati Uniti la paura primordiale è il capitale tedesco, la tecnologia tedesca, unita con le risorse naturali russe e la manodopera russa: è la sola combinazione che ha fatto paura agli USA per secoli»: così George Friedman, il fondatore del centro di analisi strategiche Stratfor, nel discorso che ha tenuto presso il Council on Foreign Relations il 4 febbraio, e di cui pubblichiamo qui il video con la nostra traduzione integrale (dal parlato inglese). Vale la pena di mostrarlo con la dovuta attenzione, perché merita la più ampia diffusione. Friedman, che è un ebreo nato a Budapest nel 1946, è un uomo dello ‘Stato profondo’ americano-militarista: docente all’US Army War College, studioso alla National Defense University e alla RAND (il megafono del sistema militare-industriale), esprime qui con inaudita franchezza la strategia che seguirà Washington per mantenere il predominio mondiale.
In questa strategia, l’Europa è una pedina, e uno strumento, di cui Friedman parla con infinito disprezzo. L’arma usata, sarà la destabilizzazione: in Ucraina è ciò che abbiamo già fatto in Afghanistan. Abbandoniamo ogni velleità di instaurare la democrazia; una volta destabilizzato il Paese, noi abbiamo compiuto il nostro lavoro… vale la pena di ascoltarlo. E di osservare il suo freddo sorriso, o rictus, mentre espone il programma.
George Friedman
Ecco quel che Friedman dice per sommi capi:
– L’Europa non esiste.
– Soltanto l’integrazione Germania-Russia può minacciarci, non lo permetteremo (1).
– Per questo sosteniamo Kiev.
– L’esercito di Kiev è il nostro esercito, tant’è vero che diamo medaglie ai loro soldati.
– Noi stiamo posizionando armi in tutti i paesi dell’Est europeo, approfittando della loro russofobia.
– Ovviamente agiamo al difuori del quadro della NATO.
– Il nostro scopo: stabilire un cordone sanitario attorno alla Russia.
– Noi possiamo invadere ogni paese del mondo, mentre nessun paese può invaderci.
– Tuttavia, non possiamo occupare l’Eurasia; la tattica è fare in modo che i paesi si dilanino tra loro.
– Per la Russia, lo status dell’Ucraina è una minaccia esistenziale.
– «È cinico, è amorale, ma funziona».
– L’obiettivo non è vincere il nemico, ma destabilizzarlo.
– La destabilizzazione è il solo scopo delle nostre azioni estere. Non instaurare la democrazia; quando abbiamo destabilizzato un Paese, dobbiamo dirci: «Missione compiuta», e tornare a casa.
– La nostra incognita è la Germania. Che cosa farà? Non lo sa nemmeno lei. Gigante economico e nano politico, come sempre nella storia.
– «L’Europa subirà la stessa sorte di tutti gli altri Paesi: avranno le loro guerre. Non ci saranno centinaia di milioni di morti, ma l’idea di una esclusività europea, a mio avviso, la porterà a delle guerre. Ci saranno dei conflitti in Europa. Ce ne sono già stati, in Iugoslavia ed ora in Ucraina.
Il sito Saker mette a confronto questo programma con ciò che ha detto Vladimir Putin nella lunghissima diretta tv del 6 aprile, a cui ha risposto alle domande del pubblico russo:
– La Russia non aggredisce nessuno, difende solo i suoi interessi.
– Noi abbiamo due basi militari fuori della Russia, essi hanno più di mille basi nel mondo: e saremmo noi gli aggressori? Dov’è il buon senso?
– Il bilancio militare del Pentagono è 10 volte maggiore del nostro, e siamo noi che conduciamo una politica aggressiva… Per caso siamo noi ad avere delle basi ai confini degli USA?
– Chi installa dei missili alla frontiera dell’altro?
– Noi vogliamo relazioni di uguaglianza con l’Occidente, in accordo coi nostri interessi nazionali.
– Le sanzioni economiche non sono il prezzo che paghiamo per aver ripreso la Crimea, ma per la nostra volontà di esistere come nazione e civiltà libera.
– Abbiamo atteso vent’anni prima che essere accettati dal WTO (Organizzazione Mondiale del Commercio), facendo molte concessioni; adesso [imponendo le sanzioni alla Russia, ndr] le norme del WTO sono violate, quelle dell’ONU, quelle del diritto internazionale.
– Noi vogliamo collaborare ai problemi dell’umanità, sicurezza, disarmo, terrorismo, droga, crimine organizzato.
– Dopo la caduta del Muro di Berlino ci avevano promesso il congelamento della NATO. Oggi la NATO è dappertutto alle nostre frontiere. Gli occidentali hanno deciso che erano i vincitori.
– Qualunque cosa facciamo per la distensione, abbiamo sempre incontrato rifiuti e resistenze dell’Occidente. Gli ultimi giochi olimpici invernali di Soci sono stati calunniati e screditati prima, durante e dopo; perché?
Una nota: la Russia s’è appellata al WTO, di cui è membro, perché le sanzioni imposte dagli USA e dalla UE ne violano le regole; il WTO è il sorvegliante, il poliziotto è il giudice del libero commercio globale, che – secondo il dogma – deve essere senza dazi né altri ostacoli di nessun genere. Per cui, nessuna sanzione commerciale deve essere imposta, a meno che non sia votata dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU — ciò che ovviamente non è avvenuto. Non credo che il WTO darà ragione a Mosca.
Ma con ciò, Putin avrà ottenuto due risultati. Uno, dimostrare USA ed UE violano le regole stesse che si sono date ed hanno imposto al mondo; che la globalizzazione non è altro che un sistema di dominio americano; e che il WTO non è affatto l’arbitro oggettivo del libero commercio, ma un’altra arma politica in mano al sistema occidentale anglo.
Il secondo risultato è che la Russia, visto che è vittima di ingiuste ritorsioni economiche in violazione delle norme del WTO, può esentarsi dalle regole del commercio internazionale dettate dallo stesso WTO. Il primo e più gravoso di questi condizionamenti è che il WTO vieta di favorire le industrie nazionali contro la concorrenza delle merci estere. L’embargo in corso obbliga la Russia ad accrescere la parte di produzione nazionale nelle proprie industrie e altre attività economiche; se ben usata, può essere l’occasione insperata per rinforzare il proprio sistema industriale al parziale riparo dalla competizione estera, con misure di protezione che non sarebbero state accettate dalla «comunità internazionale» né dalla propria popolazione. Le sanzioni stanno provocando difficoltà; ritardano i rammodernamenti che erano già in corso (grazie alle industrie tedesche), per cui in pochi anni Mosca avrebbe potuto cominciare a produrre per il mercato merci «di qualità tedesca» nei settori dove ha prodotti di punta (nati per motivi militari) che è incapace di imporre globalmente: chimica, farmaceutica, turbine, chips, opto-elettronica e micro-elettronica, software indipendente (dalla porte posteriori NSA) eccetera (per un’esposizione dei progetti e delle possibilità di eccellenza della Russia si veda qui).
Insomma ha l’occasione di attivare quelle politiche industriali di cui noi europei – vassalli vili e stupidi – ci siamo lasciati spogliare totalmente: dalla svalutazione resa impossibile dall’euro, fino al controllo dei cambi e di opporsi alla fuga dei capitali, misure tradizionali per secoli di qualunque Governo sovrano, ed oggi proibite dal Trattato di Lisbona, come il WTO ci proibisce di difendere le nostre industrie invase e devastate da merci sottocosto. Mentre noi ci lasciamo annodare al collo l’ultimo nodo scorsoio: il TAFTA, il trattato transatlantico, con cui ci assoggetteremo alle normative statunitensi persino per quel che mangiamo.
L’Europa dunque affonda nella crisi (provocata dalla finanza USA e dal suo capitalismo terminale) affondando nel vassallaggio a Washington; complice servile delle sanzioni, perde la grande occasione di sviluppo dell’economia russa – che è un compito immenso, che avrà bisogno di enormi finanziamenti e dunque di investimenti esteri colossali, a cui ahimè provvederà la Cina. E in compenso, da Washington cosa ottiene? Progetti di destabilizzazione e di guerre al suo interno, come promette Friedman.
Vale per noi il detto di Plotino: «Che i vili sian governati dai malvagi – è giusto».
Quanto all’America, e al suo destino storico e metastorico, dovrebbe paventare un altro detto: se sono detti «Beati i costruttori di pace», quale maledizione incombe su tali anticristici seminatori di discordie e suscitatori geopolitici di odi e violenze?
1) Nel 1939 il Council on Foreign Relations di Rockefeller, diretto allora da Isaiah Bowman, raggiunse la stessa conclusione: dopo un accurato studio dei rapporti commerciali dell’intero pianeta, stabilì che l’Europa continentale (con la Russia integrata alla Germania) avrebbe costituito un «blocco autosufficiente», ciò che era contrario all’interesse nazionale, in quanto mega-corporations americane avevano bisogno di «libero accesso ai mercati e alle materie prime» di quella parte del mondo. Fu costituito un War and Peace Studies Project (con un centinaio di avvocati, industriali, politici, diplomatici, banchieri) che con forti finanziamenti (la sola Rockefeller Foundation diede 300 mila dollari di allora), delineò un intero progetto per far entrare in guerra gli USA, e costituire nel dopoguerra un nuovo ordine mondiale: il FMI, la Banca Mondiale furono già concepiti allora. Presentati a Roosevelt, i risultati dello studio lo convinsero ad entrare nel conflitto contro la Germania e il Giappone.
Fonte:http://www.ariannaeditrice.it/articolo.php?id_articolo=50897