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martedì 30 giugno 2015

Xylella, la ricetta 'tradizionale' per debellare il batterio

Arare il campo. Pulire il tronco. Potare l’arbusto. E disinfettare due volte all’anno. Così l'agricoltore Giuseppe ha salvato 100 ulivi. E la Puglia torna a sperare.

Lì dove era tutto secco, ora c’è un ramoscello di ulivo verde.
La Xylella è stata riconosciuta come calamità naturale attraverso la modifica del decreto legislativo 102 da parte del ministero delle Politiche agricole.
FONDO DA 21 MILIONI. E gli olivicoltori potranno chiedere e ottenere il risarcimento dei danni causati dal batterio grazie alla disponibilità di 21 milioni previsti dal fondo di solidarietà.
Intanto in Puglia si continua a combattere sul campo, con il fai da te e i metodi tramandati di generazione in generazione, su cui gli scienziati nutrono non pochi dubbi.
PRIMA DELIBERA DI VENDOLA. Sul piano istituzionale, il primo passo l’ha fatto il ministero, modificando il decreto che includeva tra le calamità naturali grandine, trombe d’aria, mareggiate, alluvioni, ma non le fitopatie come la Xylella fastidiosa. Ora inserita. E quindi risarcibile.
La giunta Vendola ha approvato la delibera con cui si chiede al ministero la dichiarazione dello stato calamitoso proprio per consentire di accedere alle disponibilità previste dal Fondo di solidarietà.
UNA MAPPA DEI COMUNI. Secondo quanto stabilito nel documento, i benefici saranno attribuiti «con priorità ai soggetti che hanno osservato le disposizioni contenute nei decreti ministeriali di lotta obbligatoria e negli atti amministrativi emanati dall’Osservatorio regionale per il contrasto alla Xylella (tra cui anche il taglio della pianta infetta, ndr)».
La Regione Puglia ha elaborato una mappa dei Comuni che possono chiedere il risarcimento.
PERSI CENTINAIA DI MILIONI. Quei 21 milioni di euro, però, permetteranno di ripagare solo in parte le aziende colpite. Le perdite finora calcolate, infatti, ammontano a diverse centinaia di milioni di euro, ma si tratta di cifre soggette ad aggiornamenti, giacché anche i danni causati dal batterio sono in continua evoluzione.
In provincia di Lecce, su una superficie coltivabile di 161.130 ettari, il terreno destinato all’olivicoltura interessato dall’emergenza Xylella è pari a 61.440 ettari.
+50% DI PRODOTTI DA BUTTARE. Nella delibera della giunta, inoltre, si fa riferimento all’annata agraria 2013/14, nel corso della quale è stata riscontrata una perdita di prodotto superiore al 50% rispetto ai valori medi dell’ultimo triennio.
Anche per la provincia di Brindisi è stata creata una mappa dei Comuni più colpiti: due i focolai, a Oria e Francavilla.
Nel primo caso gli oliveti danneggiati coprono un’estensione di 60 ettari, mentre a Francavilla di 20.
La delibera approvata deve passare dal ministero per l’ok definitivo, cosicché le aziende possano presentare le domande di risarcimento.

La lotta sul campo: Giuseppe ha salvato 100 ulivi su 120

In questo clima di attesa, speranze e paura, sono molte le storie di contadini che in questi mesi non si sono lasciati abbattere.
Nel 2013 Giuseppe Potenza (foto), agricoltore da tre generazioni, è entrato in possesso di un terreno di 5 ettari, nelle campagne fasanesi di Savelletri, la località turistica nota per i suoi resort a 5 stelle, che ospitano matrimoni di vip e figlie di sceicchi e magnati.
LE BUONE PRATICHE. A due passi dalle masserie di lusso ci sono Giuseppe e la moglie Anna Gioioso che dichiarano di essere riusciti a salvare 100 ulivi su 120 destinati forse all’abbattimento.
La coppia di contadini li ha curati seguendo passo dopo passo quel che faceva il padre di Giuseppe, ossia le buone pratiche agricole.
ABUSO CHIMICO. «Per me è una soddisfazione grande essere riuscito a salvare 100 alberi solo con i metodi tradizionali. E non sono l’unico a farlo», racconta a Lettera43.it Giuseppe Potenza.
«Conosco un anziano agricoltore di Ostuni che fa lo stesso e qui vicino, in una masseria, i nuovi proprietari stanno adoperando le stesse tecniche di una volta. Credo che l’abuso che si è fatto negli ultimi 40 anni dei prodotti chimici abbia danneggiato i terreni».
TERRENI NON CURATI. Qual è la soluzione allora? «Credo che la strada giusta non sia quella delle colture biologiche, che “bocciano” i pesticidi a prescindere, quando in alcuni casi il loro utilizzo potrebbe evitare mali più grandi».
Anche perché «sono molti i proprietari di terreni, oggi, che sfruttano i campi senza curarli, magari perché ci si può guadagnare qualcosa dallo Stato. Già, perché dietro le integrazioni previste dalle Pac degli ultimi anni c’è stato di tutto. Lecito e non».
AGONIA E RINASCITA. Giuseppe e la moglie utilizzano un “protocollo” ormai collaudato: arare tutto il campo, pulire il tronco, potare l’arbusto e disinfettare un paio di volte all’anno.
Sul suo terreno ci sono ulivi praticamente sventrati, di un colore bianco innaturale, ulivi secolari, mastodontici. Che stavano morendo.
Se ne vedono i segni, la sofferenza, l’agonia interrotta con la fatica quotidiana. E ora la rinascita.

Curare l'albero con la tradizione: ma la scienza è scettica

Da queste parti gli ulivi sono tutto, la storia, il presente, il patrimonio, l’eredità.
Sono ciò che ricordano i padri e quello che si lascia ai figli. Ecco perché da Oria, provincia di Brindisi, a Veglie, provincia di Lecce, gli agricoltori protestano contro le misure drastiche imposte dalle istituzioni.
Non tutti gli ulivi secchi sono stati infettati dal batterio della Xylella, ma una diagnosi precisa a oggi non c’è e tra i contadini si fa sempre più largo una convinzione, basata su dati empirici: la ricetta è quella di curare l’albero, in modo da rendere la vita difficile ai batteri.
E che poi si tratti di Xylella o di fungo o di altro, a loro importa il risultato.
RAME, ZOLFO E CALCE. D’altro canto la diagnosi sulla Xylella è ancora nelle mani degli scienziati.
Nel Leccese Ivano Gioffreda, presidente di Spazi Popolari, è riuscito a salvare 500 ulivi contro ogni pronostico con rame, zolfo e calce.
Eppure ufficialmente la comunità scientifica esclude che il batterio possa essere sconfitto “solo” con la cura degli ulivi.
NESSUNA CURA RICONOSCIUTA. Delle esperienze dei contadini gli studiosi sono a conoscenza, ma ufficialmente non c’è una cura.
«Nella mappa elaborata dall’ufficio Agricoltura della Regione Puglia», spiega aLettera43.it Giannicola D’Amico, presidente della Cia di Brindisi, «la zona del contagio si allarga anche alle province di Taranto e Brindisi, arrivando a includere Ostuni come “zona di sorveglianza”. La “zona infetta” resta quella in provincia di Lecce a cui si aggiunge un focolaio a Oria, che nel Brindisino è l’area più a rischio e che insieme a Francavilla Fontana rientrano nella “zona cuscinetto».
Questi i dati ufficiali, ma «siamo a conoscenza di ciò che stanno facendo alcuni agricoltori, anche nella zona di Fasano».
PRATICHE DI PREVENZIONE. D’Amico spiega che «secondo gli scienziati al momento non c’è una cura per la Xylella, quindi sarebbe stato impossibile salvare degli ulivi. Di certo le buone pratiche agricole aiutano a prevenire la diffusione di questo come di altri batteri, anche se dovranno passare almeno un paio di anni prima di poter avere una diagnosi esatta su quello che è avvenuto e sta accadendo ancora nella nostra regione».
Gli agricoltori non la pensano così e sono pronti a offrire le loro esperienze: «Se c’è qualcuno che ha bisogno», è l’appello di Giuseppe Potenza, «siamo pronti a dare una mano e a mettere a disposizione ciò che ci hanno insegnato i nostri padri. Gratis, per il bene della Puglia».
fonte http://www.lettera43.it/ambiente/xylella-la-ricetta--tradizionale--per-debellare-il-batterio_43675176616.htm

Grecia, Kapò Schulz: “L’uscita dall’euro non è prevista dai trattati”

Le istituzioni europee hanno il diritto di influenzare il voto in Grecia. Martin Schulz


“Non sappiamo cosa succederà se vince il No perché l’uscita dall’euro non è prevista dai trattati, questo referendum vorrà dire stare o restare nell’euro“. Così il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz sul referendum greco di domenica prossima sul pacchetto di misure chieste ad Atene dai creditori internazionali. “Sono pronto ad andare nel paese ellenico e discutere direttamente con il popolo greco“, ha detto poi il tedesco, che ha poi precisato come “il risultato del referendum colpirà non solo i greci ma tutti gli europei“. “Chiediamo di votare Sì, perché questo costituisce una buona base per continuare i negoziati“, ha poi concluso il presidente dell’Europarlamento di Alessio Pisanò
http://www.imolaoggi.it/2015/06/30/grecia-schulz-luscita-dalleuro-non-e-prevista-dai-trattati/

Questo schifo è l'olio di oliva che arriva nelle nostre tavole e fra poco toccherà al formaggio senza latte.Grazie Europa viva la biodiversità...

zzz
Questa crema gialla è olio tunisino congelato, arrivato nel porto di Livorno dalla Spagna dopo essere stato miscelato in Portogallo, e destinato a un noto oleificio toscano.
Nell’inchiesta di Danilo Lupo su La7 ha seguito da Livorno a Roma fino a Lecce il filo di una frode milionaria che specula sul crollo della produzione di extravergine made in italy, un crollo dovuto alla xylella, alla mosca, alla pioggia. I produttori onesti sono in rivolta, ma il problema sta nelle frontiere colabrodo: “colpa del parlamento, che ci ha disarmato” dicono i controllori.
http://zapping2015.altervista.org/ecco-merda-gialla-che-ci-spacciano-per-olio-di-oliva-e-che-tutti-i-giorni-ci-ritroviamo-a-tavola/

LA RIVINCITA DEGLI ULIVI – Salento: gli ulivi risorgono, smascherando la bufala del “batterio killer” !!

 zzz
Chi si è recato nei giorni scorsi nelle aree “rosse”, quelle maggiormente colpite dal fenomeno dell’essiccazione degli ulivi, vi ha trovato alberi in pieno vigore rigenerativo. Tutto questo in uliveti abbandonati, che non hanno subito nessun intervento “curativo”, ed è tutto un tripudio di germogli e di nuova vegetazione!
L’area interessata comprende dagli 8.000 ai 10.000 ettari, e sarebbero fino a 600.000 gli alberi d’olivo che rischiano l’eradicazione. Numeri biblici, per uno scenario di devastazione da film di fantascienza! Pesticidi e diserbanti chimici da usare con la scusa di eliminare tutti i “serbatoi di inoculazione”, (si parlava, persino, di irrorazione dall’alto con l’uso degli aerei), e squadre, financo, di militari, lanciafiamme contro erbe e muschio, ed eradicazioni!
Si è parlato, non a caso, con preoccupazione e rabbia da parte dei cittadini, di “shoah degli ulivi”, e di “olocausto chimico del Salento”, e in tanti hanno perso il sonno per via degli incubi di tutto questo assurdo scenario da guerra contro tutto ciò che vuol dire Salento!
Il brutto gioco messo in piedi ad arte, e che oggi crolla rovinosamente, è ormai fin troppo palese. Dopo esser stati chiamati ad intervenire per studiare la particolare sintomatologia del disseccamento di alcuni rami degli ulivi, (chiamati anche da alcuni nostri attivisti, cittadini sensibili all’ambiente), dei tecnici preposti giunti sui luoghi vi trovano sugli alberi diversi patogeni, insetti e muffe, ma anche poi un batterio, di questo i primi studi ben dimostrano essere non patogeno per alcuna coltura e, addirittura, un batterio che esperimenti pubblicati, inoculato nell’ulivo, non ha dato mai sintomatologie patogene. “Si dà il caso che le indicazioni molecolari acquisite a Bari forniscano buoni motivi per ritenere che il ceppo salentino di Xylella fastidiosa appartenga ad una sottospecie (o genotipo) che non infetta né la vite né gli agrumi, e che esperienze statunitensi (California) indicano come dotato di scarsa patogenicità per l’olivo” (articolo pubblicato il 30 ottobre 2013 sul sito della Accademia dei Georgofili, per l’approfondimento sul caso degli olivi salentini).
Per cui, dai tecnici locali, si è presentato tale batterio, qui nel Salento, come concausa della sintomatologia degli ulivi; sintomatologia bollata subito come “terribile contaminante epidemia senza alcuna speranza”; finché, poi, nelle uscite sui media più nazionali, dai medesimi tecnici, il batterio trovato è stato presentato come il principale imputato responsabile, il “batterio killer”! E così, è stato anche presentato da tutti gli enti sciacallo, e politicanti, accorsi sulla scena come avvoltoi per banchettare del Salento e sui possibili lauti fondi europei, nazionali e regionali così ottenibili.
Per di più l’innocuo batterio potrebbe essere persino endemico ed endofito, come anche ipotizzato da alcuni stimati docenti universitari locali, ovvero presente ovunque e da sempre nel Salento in maniera del tutto asintomatica. Eppure, senza una diagnosi alcuna, o con una traballante diagnosi, vacillante e scarna, contestata anche pubblicamente da locali ricercatori universitari, si voleva procedere, o meglio, imporre con sanzioni e coercizioni, una TERAPIA FINALE sugli ulivi salentini.
Li abbiamo chiamati per osservare, analizzare e curare una sintomatologia particolare e poco nota degli ulivi, al fine di un’estate siccitosa, e di una prolungata estate dal punto di vista termico, fenomeno naturale possibile, che ha portato anche quest’anno, eccezionalmente, ad anticipate fioriture autunnali di tantissimi alberi nel Salento, e questi non solo non studiavano e curavano un bel nulla, ma si dedicavano a promuovere l’eradicazione del presunto paziente e di ogni possibilità di sua rigenerazione, avvelenando e cancellando tutto il vivente!
Da troppo tempo, ormai, stiamo assistendo a vergognose e continue campagne di terrorismo speculativo sui naturalissimi parassiti delle piante, non ultima quella sui nostri lecci, in cui strani tecnici e politicanti, gridano al disastro, e mica per curare, ma solo per avere fondi pubblici per estirpare le piante, o potarle a morte, e per spandere tonnellate di prodotti chimici nocivi di ogni genere!
Le parassitosi sono fenomeni naturalissimi e transitori, e al più effetti di squilibri in cui intervenire ricostruendo gli ecosistemi, ripiantando di più, anche proprio le piante colpite, e favorendo così anche il ritorno dei predatori naturali, quanto più autoctoni possibile, dei parassiti, per ripristinare equilibri alterati a volte dallo stesso uomo; ricreando gli habitat degli insetti insettivori, le macchie ripariali e dei “sipali”, le stesse che oggi si vorrebbero cancellare nel Salento, in preda alla follia più cupa; non, dunque, cancellando parassiti, piante parassitate o semi-parassitati, e gli eventuali insetti vettori, cancellando ogni insetto ed il loro ecosistema, come nel parossismo intollerabile raggiuntosi con il “mal affaire Xylella” ora in Puglia!
Dobbiamo, invece, aumentare non diminuire la biodiversità!
In Puglia ora, sul “mal affaire Xylella” pendono pesanti gli spettri della speculazione del mercato della biomasse, delle multinazionali della agro-chimica industriale, persino, degli OGM per produzione di biocarburanti, come quelli di mille speculazioni consuma suolo.
Tutto quanto scoperto e diffuso in rete dai cittadini in pochi giorni, è impressionate. I legami di accordi e convegni di diversi enti ed associazioni di categorie, scese in scena in questi giorni, con le ditte delle industrie che speculano sulle biomasse; il finanziamento delle ricerche di università d’oltre oceano, oggi coinvolte nella questione Xylella in Puglia, da parte di multinazionali della agrochimica e degli OGM, il progetto Alellyx (che è impressionantemente l’anagramma del nome Xylella, con cui in Paesi poveri i colossi mondiali delle multinazionali degli OGM e dei brevetti sulle sementi, son entrare ad egemonizzare le economie dei paesi del sud America, utilizzando la Xylella, come cavallo di Troia, per imporre varietà brevettate, presentate come ad essa resistenti, al posto della tradizione agricola delle locali genti per la produzione in prevalenza di bioetanolo); ecc.
Ora, di fronte agli olivi che risorgono più onorevole sarebbe un “scusate ci siamo sbagliati!”, invece crediamo sia anche possibile assistere ancora a disonorevoli arrampicate falso-scientifiche ed illogiche sugli specchi! Questa segnalazione poi degli olivi che risorgono doveva venire data con giubilo da quegli stessi tecnici, ma invece … nulla, e come sempre devono essere giornalisti attenti e cittadini a colmare queste preoccupantissime mancanze!
Sia questa l’occasione per fare rinascere nel segno della salubrità il paesaggio pugliese, all’insegna delle pratiche virtuose e dei principi che abbiamo raccolto nel “Manifesto per l’urgente riconoscimento del vasto ecosistema dell’uliveto quale Agro-Foresta degli ulivi di Puglia!”
La Regione Puglia deve d’urgenza fermare i 2 milioni di euro stanziati ai consorzi di bonifica, nel quadro della quarantena, per il biocidio della flora dei canali, che son i rivi, i fiumi di Puglia, dove vi è il rischio non solo del taglio meccanico dei canneti, che rinascono, ma anche dell’uso della chimica ad avvelenamento immorale di suoli, aria, ed acqua, intollerabile, e il serio rischio di taglio eradicativo degli alberi ripariali, protetti, che con le loro radici trattengono gli argini terrosi degli stessi rivi.
Quei soldi siano ridestinati ad opere di rimboschimenti con piante autoctone naturali NO OGM , magari da fare eseguire ad enti pubblici (eventualmente anche gli stessi) e privati! Come agli orti botanici universitari, e alla Forestale! Più alberi sui canali, non l’eradicazione degli esistenti che finirebbero come biomassa chissà dove, spacciati anche come lucroso rifiuto che non sono!
Il vero problema principale e precedente da risolvere è l’uso della chimica nell’olivicoltura che va risolto imponendo la conduzione dell’oliveto all’insegna delle filosofie del biologico e delle buone pratiche agricole. Ed oggi, invece, si voleva persino aggiungere chimica a chimica (quando una delle potenziali cause che può rendere un agente da endofito e innocuo a patogeno è proprio lo stress chimico!).
Il danno di immagine all’economia salentina creato da questi irresponsabili nel “mal affaire Xylella” è immenso ed inquantificabile, ma è l’ultimo dei problemi oggi, e siamo certi sarà risolto in breve tempo, ora che la stessa Natura, come sempre, dopo le copiose piogge autunnali, ha smascherato il piano di ecatombe biocida che, taluni, stavano portando avanti, progettando di fare di 10.000 ettari di Salento, e forse oltre, letteralmente “tabula rasa”!
http://zapping2015.altervista.org/la-rivincita-degli-ulivi-salento-gli-ulivi-risorgono-smascherando-la-bufala-del-batterio-killer/

L’ITALIA IN GUERRA PER L’AMERICA

L’ITALIA IN GUERRA PER L’AMERICA
di Riccardo Percivaldi
1
Con un debito alle stelle e una bolla azionaria in imminente fase di deflagrazione, gli Stati Uniti cercano di arrestare il declino del loro impero alimentando una guerra globale permanente. L’aggravarsi dell’eurocrisi compromette inoltre la stabilità del loro sistema di dominio in Europa, infatti senza la moneta unica gli Stati Uniti perderebbero lo strumento principale, dopo la NATO, per tenere al guinzaglio le nazioni europee e piegarle ai ricatti di Washington. Per riportare sotto la protezione euratlantica gli stati servi, gli Usa rispolverano quindi il fantasma di una nuova guerra fredda e seminano il caos in Ucraina, in Africa e in Medio Oriente. In questo contesto si inseriscono anche la minaccia del terrorismo islamico (ISIS) e la recente emergenza sbarchi dal Nord Africa, che mirano a tenere in vita la moribonda Unione Europea, obbligando i governi a cooperare in vista di un possibile intervento militare in Libia. Gli Stati Uniti sperano così di rinserrare i ranghi dell’alleanza atlantica, presupposto indispensabile per uno scontro decisivo contro la Russia.

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Nonostante i recenti accordi tra il governo ellenico e la Troika, tutti sanno che la Grecia è già fuori dall’euro. Da almeno un anno i grandi istituti bancari preparano piani di fuga dall’eurozona da utilizzare nei casi di emergenza, con analisi ben dettagliate che valutano tutti gli scenari possibili. Il referendum indetto dal governo di Atene per chiedere ai greci di decidere sul futuro della moneta unica, assume così il sapore di una beffa, utile soltanto a far ricadere sul popolo la responsabilità di una decisione scontata e inevitabile. Di una cosa possiamo esser certi: indipendentemente dalla dipartita greca, l’usurocrazia euratlantica di Bruxelles non si farà cogliere impreparata.
Gli americani, che grazie alla trappola dell’euro sono riusciti a imbrigliare a livello politico ed economico le nazioni del vecchio continente, sottraendo sovranità agli stati e rendendo de facto l’Europa una semplice zona di libero scambio funzionante grazie a meccanismi decisionali tecnocratici e intergovernativi, non permetteranno mai che l’implosione dell’Eurozona faccia crollare di colpo il castello di carta su cui si basa il loro sistema coloniale di sfruttamento e di dominio.
Uno dei pilastri dell’impero americano è infatti la sudditanza economica dei paesi dominati, ottenuta mandandoli sull’orlo della bancarotta per mezzo dell’eccessivo indebitamento. È la politica della Shock economy, applicata per trent’anni ai paesi di mezzo mondo, ed introdotta anche in Europa sull’ondata neoliberista che ha portato, grazie alla complicità delle élites integrate nella finanza transnazionale e nei gangli del sistema imperialistico pilotato dagli Stati Uniti, all’adozione prima dello SME e poi dell’euro, che nei fatti traducono a livello intra-europeo lo stesso squilibrio sistemico tra centro e periferia sussistente tra le economie avanzate imperialiste e quelle dei paesi in via di sviluppo.
Con questa trappola gli americani hanno potuto distruggere anche le economie produttive dei paesi avanzati, sfruttando gli squilibri all’interno dell’Eurozona per spaccare l’Europa in paesi in surplus e paesi in deficit, cosicché gli uni s’indebitassero e gli altri si accollassero i debiti dei paesi in difficoltà, rendendo entrambi vittime dei ricatti delle oligarchie capitalistiche di Londra e Wall Street.
Qualora l’euro fosse soppiantato, non potendo più contare sulla schiavitù del debito e sulla dipendenza monetaria, agli Stati Uniti non rimarrebbe che un’unica soluzione per continuare ad esercitare il ruolo egemonico con cui si sono finora assicurati il predominio sul continente, ed impedire che un’Europa di nazioni di nuovo libere e sovrane si saldi alla Russia e passi ad una politica di cooperazione eurasiatica, vale a dire provocare una guerra in grande stile per costringere i governi a sottomettersi alla protezione della Nato e per tenere in vita l’Unione Europea che altrimenti senza l’euro perderebbe ogni ragion d’essere.
Di conseguenza gli americani sguinzagliano i mercenari dell’ISIS e scaricano migliaia di clandestini sulle nostre coste: è la nuova strategia della tensione per portarci all’esasperazione e obbligarci ad agire secondo i loro desiderata, in coerenza con la linea politica usata a partire dal conflitto in Ucraina, le sanzioni anti-russe e gli sforzi per far approvare il TTIP, che mirano tutti a creare una linea di demarcazione tra est e ovest e tenere l’Europa in orbita angloamericana.
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Come abbiamo dimostrato in precedenza i sedicenti “profughi” non partono di loro spontanea volontà, ma vengono catturati e costretti con la forza ad imbarcarsi. Si dicono vittime di sistematiche retate da parte di presunti poliziotti libici in combutta con i trafficanti per essere mandati in Italia. A due inviati di Le Monde hanno confessato:
«Le autorità ci accusano di voler partire per l’acqua, ma è falso. C’è chi viene preso in casa, negli appartamenti, altri sono presi per strada; come me, io sono stato preso per strada». «I veri traghettatori sono loro», spiega un compagno. «Dicono agli europei che ci hanno catturato in mare ma è falso! Ci stanno vendendo. Sono loro che gestiscono la prigione e organizzano le partenze per andare in Italia … Quando arrivate voi giornalisti, fanno finta, è organizzato». [1]
La rivista Les Observateurs ha poi pubblicato un servizio in cui accusa “L’organisation internationale pour les migrations”, un ente intergovernativo legato alle Nazioni Unite, con a capo l’ambasciatore americano Willliam Lacy Swing, di essere la centrale operativa che intercetta gli africani sub-sahariani per spedirceli. [2]
Da notare anche che gli sbarchi partono dalla Tripolitania, dove si è insediata la banda islamista di Alba Libica sostenuta dai Fratelli Musulmani e legata a Stati Uniti, Regno Unito, Qatar e Turchia da cui riceve i finanziamenti, che combatte sia il legittimo governo di al-Thani, che l’esercito di Haftar. [3]
Il trucco però sembra funzionare e grazie al pretesto di combattere la pirateria scafista l’intervento militare forse si farà. In effetti è già tutto pronto e il 18 maggio scorso il piano è stato formalmente approvato dai rappresentanti di tutti i 28 paesi aderenti all’Unione Europea.
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«WikiLeaks rende pubblico il Documento nr. 1 dal titolo “Consigli del Comitato Militare sul Progetto CMC ossia Concetto di Gestione della Crisi per una possibile operazione PSDC per smantellare le reti di traffico di esseri umani nel sud del Mediterraneo centrale».
«Il Piano classificato dell’UE, è stato approvato dai capi di difesa stati membri dell’Unione Europea, per un anno (almeno) prevede un’operazione militare contro le reti e le infrastrutture di trasporto dei rifugiati del Mediterraneo, tra cui la distruzione di barche ormeggiate e le operazioni all’interno dei confini territoriali della Libia. Il documento è significativo. Stabilisce l’obiettivo dei Capi della Difesa dell’UE: schierare la forza militare contro le infrastrutture civili in Libia per fermare i flussi di rifugiati. Dati i precedenti attacchi sulla Libia da parte di diversi membri europei della NATO e le riserve accertate di petrolio della Libia, il piano può portare ad ulteriore coinvolgimento militare in Libia. Formalmente, il documento è stato approvato dal Consiglio militare del Comitato Militare dell’Unione Europea (EUMC), dal Comitato Politico e di Sicurezza (CPS)». [4]
Inoltre:
«Secondo indiscrezioni rilevate dai principali organi di stampa, sembra che all’ONU si riuscirà presto a trovare un accordo per consentire all‘Italia e all’Unione Europea un intervento militare in Libia con lo specifico e limitato scopo di fermare la pirateria scafista e quindi l’enorme flusso di immigrati clandestini che partono proprio dalla Libia ma che arrivano da diversi paesi africani»
«Probabilmente qualcuno di importante (vedi USA), sta di fatto obbligando l’Italia ad intervenire militarmente. Questo conferma la strategia USA di non intervenire più direttamente ma di far combattere gli alleati, come in Ucraina, dove si mandano avanti inglesi, polacchi e baltici e come in Yemen dove si mandano avanti Sauditi e company. In Libia è il turno dell’Italia». [5]
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Ma a questo punto è lecito chiedersi cosa andremo a fare esattamente in Libia, visto che uno dei documenti del Piano segreto classificato dall’UE afferma che «l’obiettivo politico dell’intervento militare non è chiaramente definito» e raccomanda che la Commissione Europea realizzi ulteriori indicazioni.
La risposta è: per portare avanti la strategia di contenimento della Russia colpendo i suoi alleati in Africa e Medio Oriente. In particolare: rovesciare il governo di al-Sisi in Egitto, per reinsediarvi i Fratelli Musulmani.
Infatti da un po’ di tempo qualcosa dev’essere sfuggito di mano agli ascari di Obama perché in Libia il generale Haftar, che precedentemente aveva contribuito ad abbattere il regime di Gheddafi, ha cominciato a combattere sul serio il terrorismo e ora, grazie anche al supporto del governo egiziano, che è entrato in ottimi rapporti con la Russia, minaccia di stabilizzare il paese, riportandolo ad un regime laico e filo-russo com’era stato quello di Gheddafi. Per comprendere le implicazioni di ciò facciamo una rapida ricognizione sulla situazione mediorientale a partire dalla Primavera araba.
I piani per ridisegnare il Medio Oriente rispondono a una convergenza d’interessi tra Stati Uniti, Qatar, Turchia, Arabia Saudita e Israele. All’inizio il loro scopo era far cadere gli stati laici e frammentarli in piccole entità regionali su base etnico-religiosa. In particolare gli Stati Uniti hanno fatto affidamento sui Fratelli Musulmani per instaurare dei regimi fantoccio dopo la Primavera araba. Invece, contro gli stati più solidi che non potevano essere destabilizzati con una rivoluzione colorata, venivano lanciati i tagliagole dell’ISIS. A far fallire i loro piani per la prima volta sono stati Assad in Siria e il presidente al-Sisi in Egitto.
Quando gli americani si rendono conto che il governo siriano non può essere rovesciato neppure con la forza cambiano strategia e inventano la minaccia dell’ISIS per avere il pretesto per bombardare direttamente le infrastrutture siriane. Quelli che erano i combattenti per la democrazia di colpo diventano i nemici della libertà. Successivamente li mandano a riconquistare Mosul in Iraq, che sotto il governo Maliqi stava ritornando un paese normale, e lo fanno precipitare nuovamente nel caos. La colpe di Maliqui erano: aver stretto legami con l’Iran, essersi posto in prima linea nella lotta contro il terrorismo e aver chiuso la base di Camp Ashraf dove gli americani addestravano i tagliagole del Mek.
Nel caso dell’Egitto, l’islam politico sostenuto dagli USA subisce una cocente sconfitta e dopo una controrivoluzione guidata dal al-Sisi, viene deposto l’ex presidente Mursi, legato ai Fratelli Musulmani. Un’umiliazione intollerabile per Washington. Al-Sisi, il nuovo presidente, disse in un’occasione: «Il popolo dell’Egitto è consapevole del fatto che gli Stati Uniti hanno pugnalato alla schiena l’Egitto con i fratelli musulmani e Mursi. È qualcosa che l’Egitto non dimenticherà o perdonerà facilmente». [6]
L’ex ambasciatrice americana Anne Patterson nell’estate del 2013 fu pesantemente contestata dal popolo egiziano, sceso nelle piazze contro il regime islamista e fu costretta a lasciare in gran fretta il Cairo, per aver appoggiato fino all’ultimo i Fratelli Musulmani.
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Questi, per vendicarsi, hanno ordito la strage di cristiani copti che ha fatto inorridire il mondo intero. Nonostante quest’atto di inaudita barbarie, o forse proprio per questo, una delegazione della Fratellanza è stata ricevuta con tutti gli onori al Dipartimento di Stato dall’amministrazione Obama. Il Center for the Study of Islam and Democracy (CISD) ha riferito che l’incontro al Dipartimento di Stato è stato “fruttuoso”.
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L’amministrazione Obama si conferma così come la tesa d’urto della sharia islamica e dell’islamizzazione della società a tutti i livelli. Questo almeno è quello che emerge dai rapporti dell’Investigative Project on Terrorism che nel 2013 rilevava che la Casa Bianca è divenuta «da ostile a gruppi e organizzazioni islamiche nel mondo al più grande e importante sostenitore della Fratellanza Musulmana». Ed è sempre l’Investigative Project che nel 2015 ci illumina sui risultati del misterioso incontro: «La delegazione ha cercato aiuto per reinsediare al potere l’ex-presidente Muhamad Mursi e i Fratelli Musulmani in Egitto». [7]
Prima però di aiutare i Fratelli Musulmani ad attuare il loro criminoso disegno, gli americani hanno bisogno di far deflagrare il caos in Libia e per questa ragione hanno attivato le cellule dell’ISIS presenti sul posto, anche nell’ipotesi di fare della Libia la base per una destabilizzazione su vasta scala di tutta l’Africa. L’Egitto lo sa e infatti il 16 febbraio in risposta all’assassinio dei 21 egiziani ha effettuato un bombardamento aereo delle basi dello Stato islamico in Libia. Il Consiglio Nazionale di Difesa ha ribadito «il diritto dell’Egitto di difendere sicurezza e stabilità del proprio popolo». [8]
In una manifestazione a Tobruk i sostenitori del generale Khalifa Haftar hanno chiesto la cacciata dell’ambasciatore statunitense ed un rapporto più diretto con la Russia, visto che gli americani sono troppo impegnati a foraggiare gli islamisti e a supportare il Califfato. Haftar è oggi l’unico in Libia a tenere testa all’ISIS e per questo vorrebbe rifornirsi di armi russe grazie alla mediazione di al-Sisi. Dietro di lui si sta aggregando un fronte trasversale interessato alla stabilizzazione del Paese e all’instaurazione di un regime laico e filo-russo come quello di Gheddafi, cosa ritenuta intollerabile dall’amministrazione Obama, che persegue invece la somalizzazione della Libia. [9]
C’è poi un’altra ragione per cui gli Stati Uniti mirano a rovesciare il governo egiziano. Recentemente, infatti, dopo la visita di Putin, il presidente al-Sisi ha siglato importanti accordi commerciali, industriali e militari con la Russia tra cui l’invio di MiG-29M/M2, sistemi di difesa aerea di diversi tipi, Mi-35, sistemi antinave, munizioni varie e armi leggere. È stata anche discussa la possibilità di creare una zona di libero scambio tra l’Egitto e i paesi dell’Unione doganale eurasiatica, di abbandonare il dollaro e di dar vita ad una zona industriale russa, che farà parte di un nuovo progetto per il Canale di Suez. Per gli Stati Uniti, dunque, non c’è tempo da perdere. [10]
Se per colpire la Russia occorre colpire l’Egitto, e per colpire l’Egitto occorre colpire la Libia, per colpire la Libia occorre rendere l’Italia, il più importante avamposto occidentale sul Mediterraneo, l’epicentro di una ondata destabilizzatoria finalizzata all’accettazione da parte dell’opinione pubblica di una nuova “guerra preventiva”. È per questo che gli americani fomentano la strategia della tensione a base di sbarchi e attentati, che minaccia di precipitare il nostro paese nel caos e di renderlo facile preda delle turbe islamiche.
***
Stiamo pur certi che il governo fantoccio di Renzi, con il suo seguito di lustrascarpe, nani, scafisti, pagliacci e ballerine, non esiterà a mettere a repentaglio la nostra sicurezza nazionale accodandoci agli americani nella stupida guerra contro il Califfato, che invece di ridurre aumenterà a dismisura il numero degli attentati e degli sbarchi, come già accaduto dopo la precedente disastrosa campagna libica.
L’immigrazione va combattuta con altri mezzi. Basterebbe, tanto per cominciare, smettere di aiutare gli americani a fare le loro guerre, organizzare un autentico blocco navale, con dei veri militari pronti a sparare sugli scafisti, chiudere le frontiere, reintrodurre il reato di immigrazione clandestina, rimpatriare tutti gli immigrati presenti sul territorio nazionale, avere la certezza che non possono più tornare, processare e condannare per alto tradimento tutti coloro che favoriscono l’immigrazione e speculano sul business dei centri d’accoglienza. Invece si propongono soluzioni assurde, come l’intervento militare in Libia, perché evidentemente i veri scopi sono diversi da quelli dichiarati e nessuno in realtà vuole fermare l’immigrazione e il terrorismo, ma solo favorirli dietro il pretesto di combatterli.
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Come possiamo fidarci infatti di Renzi che in realtà è solo una docile marionetta nelle mani del neocon Michael Ledeen, l’uomo-ombra che ne condizione la politica estera? «Ledeen è stato la mente della strategia aggressiva nella Guerra Fredda di Ronald Reagan, è stato la mente degli squadroni della morte in Nicaragua, è stato consulente del Sismi negli anni della Strategia della tensione, è stato una delle menti della guerra “preventiva”  al terrore promossa dall’Amministrazione Bush (Shock and Awe), oltre che teorico della guerra all’Iraq e della potenziale guerra all’Iran, è stato uno dei consulenti del ministero degli Esteri israeliano». [11]
Con un simile personaggio che condiziona l’operato del governo possiamo aspettarci di tutto. Intanto l’Alleanza atlantica userà a settembre l’Italia per una maxi esercitazione in vista di una possibile guerra contro la Russia.
«Dopo una prima fase definita “magnifico balzo” (Noble Jump) tenutosi in aprile in Polonia con la partecipazione di forze tedesche e italiane, si è avuta la seconda recentemente a largo della Scozia, definita Joint warrior, e per ammissione della stessa Nato è stata la maggiore esercitazione navale: vi partecipano dall’11 al 24 aprile 50 navi da guerra (tra cui un gruppo italiano) e 70 cacciabombardiere (che, bisogna sempre ricordarla, hanno duplice capacità anche nucleare). Il tutto serve a preparare la madre di tutte le esercitazioni per la cosiddetta “Trident Juncture 2015” (TRJE15) – la maggiore esercitazione dalla caduta del Muro di Berlino ad oggi che si tierrà in Italia dal 28 settembre al 9 novembre ed in cui parteciperanno tutte le forze della Nato.“Verranno ad esercitarci alla guerra qui in Italia». [12]
***
Scriveva giustamente Giovanni Preziosi: «In guerra, è facile far uno sproposito grosso e pericoloso: svalutar il nemico. Ma non è difficile farne uno anche più massiccio e compromettente; non saperne nulla del nemico. Ed è possibile quello peggio di tutti: non contar fra i nemici il nemico numero uno».
Dopo essere stato il nostro mortale nemico nella Seconda guerra mondiale, dopo aver distrutto i valori della nostra civiltà con il veleno dell’americanismo, dopo aver organizzato stragi e attentati e aver riempito il nostro paese di immigrati per disgregarne il tessuto etnico e sociale, gli Stati Uniti vogliono ora usarci come carne da macello per fare il lavoro sporco al posto loro. Un nemico ci ha dichiarato guerra ma non è l’Islam, sono gli Stati Uniti. Come affermava Clausewitz: «La guerra è un atto di violenza il cui scopo è costringere l’avversario a fare la nostra volontà». Perciò possiamo tranquillamente dire che gli Stati Uniti sono il nostro nemico numero uno.
L’unica speranza di rinascita dell’Italia e dell’Europa sta nella definitiva scomparsa di questo impero retto dai Signori del Caos, l’unico e vero impero del Male.
Forse non dovremo aspettare troppo.



NOTE
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[1]Maurizio Blondet, Libia: la lucrosa caccia al negro per mandarcelo
[2]Maurizio Blondet, Migrazioni di massa e l’ente che le “promuove”
[3]Gian Micalessin, Così Tripoli si finanzia con gli sbarchi
Federico Dezzani, Sbarchi di massa
[4]Federico Rucco, I documenti segreti della nuova guerra dell’Unione Europea contro la Libia
[5]G. Cirillo, L’Italia presto in guerra
[6]Christof Lehman, Gli Stati Uniti hanno tradito l’Egitto
[7]Boutros Hussein, Noriko Watanabe e Lee Jay Walker, I piani dei Fratelli musulmani di USA, Qatar e Turchia in Egitto e Siria
Giovanni Giacalone, Gli strani legami tra l’amministrazione Obama e i Fratelli Musulmani
I Fratelli Musulmani uccidono cristiani nel silenzio dei media. La denuncia di Wael Farouq
[8]Alessandro Lattanzio, Libia, NATO, Qatar e intervento nell’Egitto
[9]Comidad, Renzi e Pinotti presto in Libia ma per combattere la Russia
[10]Massimiliano Greco, Egitto e Russia: è guerra contro il dollaro
Andrej Akulov, L’accordo sulle armi Russia-Egitto: importante passo avanti
Viktor Titov, Sfide e prospettive della cooperazione tra Egitto e Russia
Philippe Grasset, L’Egitto volta le spalle a dollaro e F-16
Suleiman Kahani, Al Sisi e Putin si accordano per costruire una centrale nucleare in Egitto
[11]Tutti gli uomini del Presidente fantoccio
[12]Manlio Dinucci: A settembre la Nato userà l’Italia per esercitarsi alla guerra con la Russia ma nessuno lo saL’ITALIA IN GUERRA PER L’AMERICA
di Riccardo Percivaldi
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Con un debito alle stelle e una bolla azionaria in imminente fase di deflagrazione, gli Stati Uniti cercano di arrestare il declino del loro impero alimentando una guerra globale permanente. L’aggravarsi dell’eurocrisi compromette inoltre la stabilità del loro sistema di dominio in Europa, infatti senza la moneta unica gli Stati Uniti perderebbero lo strumento principale, dopo la NATO, per tenere al guinzaglio le nazioni europee e piegarle ai ricatti di Washington. Per riportare sotto la protezione euratlantica gli stati servi, gli Usa rispolverano quindi il fantasma di una nuova guerra fredda e seminano il caos in Ucraina, in Africa e in Medio Oriente. In questo contesto si inseriscono anche la minaccia del terrorismo islamico (ISIS) e la recente emergenza sbarchi dal Nord Africa, che mirano a tenere in vita la moribonda Unione Europea, obbligando i governi a cooperare in vista di un possibile intervento militare in Libia. Gli Stati Uniti sperano così di rinserrare i ranghi dell’alleanza atlantica, presupposto indispensabile per uno scontro decisivo contro la Russia.

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Nonostante i recenti accordi tra il governo ellenico e la Troika, tutti sanno che la Grecia è già fuori dall’euro. Da almeno un anno i grandi istituti bancari preparano piani di fuga dall’eurozona da utilizzare nei casi di emergenza, con analisi ben dettagliate che valutano tutti gli scenari possibili. Il referendum indetto dal governo di Atene per chiedere ai greci di decidere sul futuro della moneta unica, assume così il sapore di una beffa, utile soltanto a far ricadere sul popolo la responsabilità di una decisione scontata e inevitabile. Di una cosa possiamo esser certi: indipendentemente dalla dipartita greca, l’usurocrazia euratlantica di Bruxelles non si farà cogliere impreparata.
Gli americani, che grazie alla trappola dell’euro sono riusciti a imbrigliare a livello politico ed economico le nazioni del vecchio continente, sottraendo sovranità agli stati e rendendo de facto l’Europa una semplice zona di libero scambio funzionante grazie a meccanismi decisionali tecnocratici e intergovernativi, non permetteranno mai che l’implosione dell’Eurozona faccia crollare di colpo il castello di carta su cui si basa il loro sistema coloniale di sfruttamento e di dominio.
Uno dei pilastri dell’impero americano è infatti la sudditanza economica dei paesi dominati, ottenuta mandandoli sull’orlo della bancarotta per mezzo dell’eccessivo indebitamento. È la politica della Shock economy, applicata per trent’anni ai paesi di mezzo mondo, ed introdotta anche in Europa sull’ondata neoliberista che ha portato, grazie alla complicità delle élites integrate nella finanza transnazionale e nei gangli del sistema imperialistico pilotato dagli Stati Uniti, all’adozione prima dello SME e poi dell’euro, che nei fatti traducono a livello intra-europeo lo stesso squilibrio sistemico tra centro e periferia sussistente tra le economie avanzate imperialiste e quelle dei paesi in via di sviluppo.
Con questa trappola gli americani hanno potuto distruggere anche le economie produttive dei paesi avanzati, sfruttando gli squilibri all’interno dell’Eurozona per spaccare l’Europa in paesi in surplus e paesi in deficit, cosicché gli uni s’indebitassero e gli altri si accollassero i debiti dei paesi in difficoltà, rendendo entrambi vittime dei ricatti delle oligarchie capitalistiche di Londra e Wall Street.
Qualora l’euro fosse soppiantato, non potendo più contare sulla schiavitù del debito e sulla dipendenza monetaria, agli Stati Uniti non rimarrebbe che un’unica soluzione per continuare ad esercitare il ruolo egemonico con cui si sono finora assicurati il predominio sul continente, ed impedire che un’Europa di nazioni di nuovo libere e sovrane si saldi alla Russia e passi ad una politica di cooperazione eurasiatica, vale a dire provocare una guerra in grande stile per costringere i governi a sottomettersi alla protezione della Nato e per tenere in vita l’Unione Europea che altrimenti senza l’euro perderebbe ogni ragion d’essere.
Di conseguenza gli americani sguinzagliano i mercenari dell’ISIS e scaricano migliaia di clandestini sulle nostre coste: è la nuova strategia della tensione per portarci all’esasperazione e obbligarci ad agire secondo i loro desiderata, in coerenza con la linea politica usata a partire dal conflitto in Ucraina, le sanzioni anti-russe e gli sforzi per far approvare il TTIP, che mirano tutti a creare una linea di demarcazione tra est e ovest e tenere l’Europa in orbita angloamericana.
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Come abbiamo dimostrato in precedenza i sedicenti “profughi” non partono di loro spontanea volontà, ma vengono catturati e costretti con la forza ad imbarcarsi. Si dicono vittime di sistematiche retate da parte di presunti poliziotti libici in combutta con i trafficanti per essere mandati in Italia. A due inviati di Le Monde hanno confessato:
«Le autorità ci accusano di voler partire per l’acqua, ma è falso. C’è chi viene preso in casa, negli appartamenti, altri sono presi per strada; come me, io sono stato preso per strada». «I veri traghettatori sono loro», spiega un compagno. «Dicono agli europei che ci hanno catturato in mare ma è falso! Ci stanno vendendo. Sono loro che gestiscono la prigione e organizzano le partenze per andare in Italia … Quando arrivate voi giornalisti, fanno finta, è organizzato». [1]
La rivista Les Observateurs ha poi pubblicato un servizio in cui accusa “L’organisation internationale pour les migrations”, un ente intergovernativo legato alle Nazioni Unite, con a capo l’ambasciatore americano Willliam Lacy Swing, di essere la centrale operativa che intercetta gli africani sub-sahariani per spedirceli. [2]
Da notare anche che gli sbarchi partono dalla Tripolitania, dove si è insediata la banda islamista di Alba Libica sostenuta dai Fratelli Musulmani e legata a Stati Uniti, Regno Unito, Qatar e Turchia da cui riceve i finanziamenti, che combatte sia il legittimo governo di al-Thani, che l’esercito di Haftar. [3]
Il trucco però sembra funzionare e grazie al pretesto di combattere la pirateria scafista l’intervento militare forse si farà. In effetti è già tutto pronto e il 18 maggio scorso il piano è stato formalmente approvato dai rappresentanti di tutti i 28 paesi aderenti all’Unione Europea.
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«WikiLeaks rende pubblico il Documento nr. 1 dal titolo “Consigli del Comitato Militare sul Progetto CMC ossia Concetto di Gestione della Crisi per una possibile operazione PSDC per smantellare le reti di traffico di esseri umani nel sud del Mediterraneo centrale».
«Il Piano classificato dell’UE, è stato approvato dai capi di difesa stati membri dell’Unione Europea, per un anno (almeno) prevede un’operazione militare contro le reti e le infrastrutture di trasporto dei rifugiati del Mediterraneo, tra cui la distruzione di barche ormeggiate e le operazioni all’interno dei confini territoriali della Libia. Il documento è significativo. Stabilisce l’obiettivo dei Capi della Difesa dell’UE: schierare la forza militare contro le infrastrutture civili in Libia per fermare i flussi di rifugiati. Dati i precedenti attacchi sulla Libia da parte di diversi membri europei della NATO e le riserve accertate di petrolio della Libia, il piano può portare ad ulteriore coinvolgimento militare in Libia. Formalmente, il documento è stato approvato dal Consiglio militare del Comitato Militare dell’Unione Europea (EUMC), dal Comitato Politico e di Sicurezza (CPS)». [4]
Inoltre:
«Secondo indiscrezioni rilevate dai principali organi di stampa, sembra che all’ONU si riuscirà presto a trovare un accordo per consentire all‘Italia e all’Unione Europea un intervento militare in Libia con lo specifico e limitato scopo di fermare la pirateria scafista e quindi l’enorme flusso di immigrati clandestini che partono proprio dalla Libia ma che arrivano da diversi paesi africani»
«Probabilmente qualcuno di importante (vedi USA), sta di fatto obbligando l’Italia ad intervenire militarmente. Questo conferma la strategia USA di non intervenire più direttamente ma di far combattere gli alleati, come in Ucraina, dove si mandano avanti inglesi, polacchi e baltici e come in Yemen dove si mandano avanti Sauditi e company. In Libia è il turno dell’Italia». [5]
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Ma a questo punto è lecito chiedersi cosa andremo a fare esattamente in Libia, visto che uno dei documenti del Piano segreto classificato dall’UE afferma che «l’obiettivo politico dell’intervento militare non è chiaramente definito» e raccomanda che la Commissione Europea realizzi ulteriori indicazioni.
La risposta è: per portare avanti la strategia di contenimento della Russia colpendo i suoi alleati in Africa e Medio Oriente. In particolare: rovesciare il governo di al-Sisi in Egitto, per reinsediarvi i Fratelli Musulmani.
Infatti da un po’ di tempo qualcosa dev’essere sfuggito di mano agli ascari di Obama perché in Libia il generale Haftar, che precedentemente aveva contribuito ad abbattere il regime di Gheddafi, ha cominciato a combattere sul serio il terrorismo e ora, grazie anche al supporto del governo egiziano, che è entrato in ottimi rapporti con la Russia, minaccia di stabilizzare il paese, riportandolo ad un regime laico e filo-russo com’era stato quello di Gheddafi. Per comprendere le implicazioni di ciò facciamo una rapida ricognizione sulla situazione mediorientale a partire dalla Primavera araba.
I piani per ridisegnare il Medio Oriente rispondono a una convergenza d’interessi tra Stati Uniti, Qatar, Turchia, Arabia Saudita e Israele. All’inizio il loro scopo era far cadere gli stati laici e frammentarli in piccole entità regionali su base etnico-religiosa. In particolare gli Stati Uniti hanno fatto affidamento sui Fratelli Musulmani per instaurare dei regimi fantoccio dopo la Primavera araba. Invece, contro gli stati più solidi che non potevano essere destabilizzati con una rivoluzione colorata, venivano lanciati i tagliagole dell’ISIS. A far fallire i loro piani per la prima volta sono stati Assad in Siria e il presidente al-Sisi in Egitto.
Quando gli americani si rendono conto che il governo siriano non può essere rovesciato neppure con la forza cambiano strategia e inventano la minaccia dell’ISIS per avere il pretesto per bombardare direttamente le infrastrutture siriane. Quelli che erano i combattenti per la democrazia di colpo diventano i nemici della libertà. Successivamente li mandano a riconquistare Mosul in Iraq, che sotto il governo Maliqi stava ritornando un paese normale, e lo fanno precipitare nuovamente nel caos. La colpe di Maliqui erano: aver stretto legami con l’Iran, essersi posto in prima linea nella lotta contro il terrorismo e aver chiuso la base di Camp Ashraf dove gli americani addestravano i tagliagole del Mek.
Nel caso dell’Egitto, l’islam politico sostenuto dagli USA subisce una cocente sconfitta e dopo una controrivoluzione guidata dal al-Sisi, viene deposto l’ex presidente Mursi, legato ai Fratelli Musulmani. Un’umiliazione intollerabile per Washington. Al-Sisi, il nuovo presidente, disse in un’occasione: «Il popolo dell’Egitto è consapevole del fatto che gli Stati Uniti hanno pugnalato alla schiena l’Egitto con i fratelli musulmani e Mursi. È qualcosa che l’Egitto non dimenticherà o perdonerà facilmente». [6]
L’ex ambasciatrice americana Anne Patterson nell’estate del 2013 fu pesantemente contestata dal popolo egiziano, sceso nelle piazze contro il regime islamista e fu costretta a lasciare in gran fretta il Cairo, per aver appoggiato fino all’ultimo i Fratelli Musulmani.
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Questi, per vendicarsi, hanno ordito la strage di cristiani copti che ha fatto inorridire il mondo intero. Nonostante quest’atto di inaudita barbarie, o forse proprio per questo, una delegazione della Fratellanza è stata ricevuta con tutti gli onori al Dipartimento di Stato dall’amministrazione Obama. Il Center for the Study of Islam and Democracy (CISD) ha riferito che l’incontro al Dipartimento di Stato è stato “fruttuoso”.
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L’amministrazione Obama si conferma così come la tesa d’urto della sharia islamica e dell’islamizzazione della società a tutti i livelli. Questo almeno è quello che emerge dai rapporti dell’Investigative Project on Terrorism che nel 2013 rilevava che la Casa Bianca è divenuta «da ostile a gruppi e organizzazioni islamiche nel mondo al più grande e importante sostenitore della Fratellanza Musulmana». Ed è sempre l’Investigative Project che nel 2015 ci illumina sui risultati del misterioso incontro: «La delegazione ha cercato aiuto per reinsediare al potere l’ex-presidente Muhamad Mursi e i Fratelli Musulmani in Egitto». [7]
Prima però di aiutare i Fratelli Musulmani ad attuare il loro criminoso disegno, gli americani hanno bisogno di far deflagrare il caos in Libia e per questa ragione hanno attivato le cellule dell’ISIS presenti sul posto, anche nell’ipotesi di fare della Libia la base per una destabilizzazione su vasta scala di tutta l’Africa. L’Egitto lo sa e infatti il 16 febbraio in risposta all’assassinio dei 21 egiziani ha effettuato un bombardamento aereo delle basi dello Stato islamico in Libia. Il Consiglio Nazionale di Difesa ha ribadito «il diritto dell’Egitto di difendere sicurezza e stabilità del proprio popolo». [8]
In una manifestazione a Tobruk i sostenitori del generale Khalifa Haftar hanno chiesto la cacciata dell’ambasciatore statunitense ed un rapporto più diretto con la Russia, visto che gli americani sono troppo impegnati a foraggiare gli islamisti e a supportare il Califfato. Haftar è oggi l’unico in Libia a tenere testa all’ISIS e per questo vorrebbe rifornirsi di armi russe grazie alla mediazione di al-Sisi. Dietro di lui si sta aggregando un fronte trasversale interessato alla stabilizzazione del Paese e all’instaurazione di un regime laico e filo-russo come quello di Gheddafi, cosa ritenuta intollerabile dall’amministrazione Obama, che persegue invece la somalizzazione della Libia. [9]
C’è poi un’altra ragione per cui gli Stati Uniti mirano a rovesciare il governo egiziano. Recentemente, infatti, dopo la visita di Putin, il presidente al-Sisi ha siglato importanti accordi commerciali, industriali e militari con la Russia tra cui l’invio di MiG-29M/M2, sistemi di difesa aerea di diversi tipi, Mi-35, sistemi antinave, munizioni varie e armi leggere. È stata anche discussa la possibilità di creare una zona di libero scambio tra l’Egitto e i paesi dell’Unione doganale eurasiatica, di abbandonare il dollaro e di dar vita ad una zona industriale russa, che farà parte di un nuovo progetto per il Canale di Suez. Per gli Stati Uniti, dunque, non c’è tempo da perdere. [10]
Se per colpire la Russia occorre colpire l’Egitto, e per colpire l’Egitto occorre colpire la Libia, per colpire la Libia occorre rendere l’Italia, il più importante avamposto occidentale sul Mediterraneo, l’epicentro di una ondata destabilizzatoria finalizzata all’accettazione da parte dell’opinione pubblica di una nuova “guerra preventiva”. È per questo che gli americani fomentano la strategia della tensione a base di sbarchi e attentati, che minaccia di precipitare il nostro paese nel caos e di renderlo facile preda delle turbe islamiche.
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Stiamo pur certi che il governo fantoccio di Renzi, con il suo seguito di lustrascarpe, nani, scafisti, pagliacci e ballerine, non esiterà a mettere a repentaglio la nostra sicurezza nazionale accodandoci agli americani nella stupida guerra contro il Califfato, che invece di ridurre aumenterà a dismisura il numero degli attentati e degli sbarchi, come già accaduto dopo la precedente disastrosa campagna libica.
L’immigrazione va combattuta con altri mezzi. Basterebbe, tanto per cominciare, smettere di aiutare gli americani a fare le loro guerre, organizzare un autentico blocco navale, con dei veri militari pronti a sparare sugli scafisti, chiudere le frontiere, reintrodurre il reato di immigrazione clandestina, rimpatriare tutti gli immigrati presenti sul territorio nazionale, avere la certezza che non possono più tornare, processare e condannare per alto tradimento tutti coloro che favoriscono l’immigrazione e speculano sul business dei centri d’accoglienza. Invece si propongono soluzioni assurde, come l’intervento militare in Libia, perché evidentemente i veri scopi sono diversi da quelli dichiarati e nessuno in realtà vuole fermare l’immigrazione e il terrorismo, ma solo favorirli dietro il pretesto di combatterli.
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Come possiamo fidarci infatti di Renzi che in realtà è solo una docile marionetta nelle mani del neocon Michael Ledeen, l’uomo-ombra che ne condizione la politica estera? «Ledeen è stato la mente della strategia aggressiva nella Guerra Fredda di Ronald Reagan, è stato la mente degli squadroni della morte in Nicaragua, è stato consulente del Sismi negli anni della Strategia della tensione, è stato una delle menti della guerra “preventiva”  al terrore promossa dall’Amministrazione Bush (Shock and Awe), oltre che teorico della guerra all’Iraq e della potenziale guerra all’Iran, è stato uno dei consulenti del ministero degli Esteri israeliano». [11]
Con un simile personaggio che condiziona l’operato del governo possiamo aspettarci di tutto. Intanto l’Alleanza atlantica userà a settembre l’Italia per una maxi esercitazione in vista di una possibile guerra contro la Russia.
«Dopo una prima fase definita “magnifico balzo” (Noble Jump) tenutosi in aprile in Polonia con la partecipazione di forze tedesche e italiane, si è avuta la seconda recentemente a largo della Scozia, definita Joint warrior, e per ammissione della stessa Nato è stata la maggiore esercitazione navale: vi partecipano dall’11 al 24 aprile 50 navi da guerra (tra cui un gruppo italiano) e 70 cacciabombardiere (che, bisogna sempre ricordarla, hanno duplice capacità anche nucleare). Il tutto serve a preparare la madre di tutte le esercitazioni per la cosiddetta “Trident Juncture 2015” (TRJE15) – la maggiore esercitazione dalla caduta del Muro di Berlino ad oggi che si tierrà in Italia dal 28 settembre al 9 novembre ed in cui parteciperanno tutte le forze della Nato.“Verranno ad esercitarci alla guerra qui in Italia». [12]
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Scriveva giustamente Giovanni Preziosi: «In guerra, è facile far uno sproposito grosso e pericoloso: svalutar il nemico. Ma non è difficile farne uno anche più massiccio e compromettente; non saperne nulla del nemico. Ed è possibile quello peggio di tutti: non contar fra i nemici il nemico numero uno».
Dopo essere stato il nostro mortale nemico nella Seconda guerra mondiale, dopo aver distrutto i valori della nostra civiltà con il veleno dell’americanismo, dopo aver organizzato stragi e attentati e aver riempito il nostro paese di immigrati per disgregarne il tessuto etnico e sociale, gli Stati Uniti vogliono ora usarci come carne da macello per fare il lavoro sporco al posto loro. Un nemico ci ha dichiarato guerra ma non è l’Islam, sono gli Stati Uniti. Come affermava Clausewitz: «La guerra è un atto di violenza il cui scopo è costringere l’avversario a fare la nostra volontà». Perciò possiamo tranquillamente dire che gli Stati Uniti sono il nostro nemico numero uno.
L’unica speranza di rinascita dell’Italia e dell’Europa sta nella definitiva scomparsa di questo impero retto dai Signori del Caos, l’unico e vero impero del Male.
Forse non dovremo aspettare troppo.



NOTE
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[1]Maurizio Blondet, Libia: la lucrosa caccia al negro per mandarcelo
[2]Maurizio Blondet, Migrazioni di massa e l’ente che le “promuove”
[3]Gian Micalessin, Così Tripoli si finanzia con gli sbarchi
Federico Dezzani, Sbarchi di massa
[4]Federico Rucco, I documenti segreti della nuova guerra dell’Unione Europea contro la Libia
[5]G. Cirillo, L’Italia presto in guerra
[6]Christof Lehman, Gli Stati Uniti hanno tradito l’Egitto
[7]Boutros Hussein, Noriko Watanabe e Lee Jay Walker, I piani dei Fratelli musulmani di USA, Qatar e Turchia in Egitto e Siria
Giovanni Giacalone, Gli strani legami tra l’amministrazione Obama e i Fratelli Musulmani
I Fratelli Musulmani uccidono cristiani nel silenzio dei media. La denuncia di Wael Farouq
[8]Alessandro Lattanzio, Libia, NATO, Qatar e intervento nell’Egitto
[9]Comidad, Renzi e Pinotti presto in Libia ma per combattere la Russia
[10]Massimiliano Greco, Egitto e Russia: è guerra contro il dollaro
Andrej Akulov, L’accordo sulle armi Russia-Egitto: importante passo avanti
Viktor Titov, Sfide e prospettive della cooperazione tra Egitto e Russia
Philippe Grasset, L’Egitto volta le spalle a dollaro e F-16
Suleiman Kahani, Al Sisi e Putin si accordano per costruire una centrale nucleare in Egitto
[11]Tutti gli uomini del Presidente fantoccio
[12]Manlio Dinucci: A settembre la Nato userà l’Italia per esercitarsi alla guerra con la Russia ma nessuno lo sa

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