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giovedì 7 gennaio 2016

Chi ha tradito l'economia italiana?










Innanzitutto vorrei cominciare con due considerazioni. Quando ho cominciato ad inserirmi nella pubblica amministrazione c’erano delle differenze  - più 30 – 35 anni fa: la prima è che il management delle grandi imprese si vantava degli investimenti fatti e dell’occupazione creata; la seconda : quando entrai nella pubblica amministrazione, tramite concorso, avevo un superiore molto preparato e poi c’era una dirigente molto preparata  e così nei partiti, ai vertici c’erano persone eccezionali; nel giro di pochi anni è cambiato tutto: i manager si vantavano di aver tagliato teste, di aver licenziato persone e tutt’oggi purtroppo troviamo bravi impiegati e come saliamo nella scala gerarchica nelle amministrazioni, nelle grandi aziende, nei sindacati, nei partiti politici si trova il peggio. Come siamo arrivati ad una situazione del genere? Fino al 79 non era così, fondamentalmente abbiamo goduto dell’abbrivio di 2 decisioni prese a fine guerra a Bretton Woods e cioè la moneta ed i rapporti tra gli stati. Gli stati nazionali avevano una sovranità monetaria cioè lo stato può programmare un pareggio di bilancio, tanto mi entra di tasse tanto spendo per funzionare: dopodiché ci sono due possibilità, fare investimenti in disavanzo per le infrastrutture, per la ricerca e per tutte le attività in cui il privato non si impegna o tenersi nell’ambito del pareggio. Nella prima ipotesi (investimenti in disavanzo) lo stato poteva fino al 1982 o chiedere alla banca d’Italia di stampare moneta (dato che dal 72 non c’era più rapporto con l’oro): lo stato stampa moneta fa opere crea lavoro etc e poi recupera con le tasse; questo discorso funziona e smette di stare in piedi quando le capacità produttive e tecnologiche non sono in grado di corrispondere ai possessori di moneta il corrispettivo in beni e servizi. Ma siccome dopo gli anni 70 l’umanità è stata in grado di approntare tutti i beni e sevizi richiesti il problema inflattivo è stato evitato. Vi faccio un esempio: nel 16° secolo arrivarono ori e argenti dal nuovo mondo, (min. 8.56) la gente pensava che la moneta fosse legata all’oro invece l’oro faceva da freno: tolto il freno, con quella disponibilità corse ad acquistare soprattutto beni alimentari; ma non c’era disponibilità di beni perché le capacità tecnologiche del 16° secolo non lo consentivano (pensate che si bruciavano i noccioli di oliva per produrre energia, per dare un’idea delle capacità tecnologiche del tempo). Quando c’è la moneta ma non ci sono i prodotti (come si verifica dopo le guerre perché s’è distrutto l’apparato produttivo) si crea inflazione. E’ successo con il primo movimento dei forconi in Sicilia perché, dato che erano stati bloccati i rifornimenti ai supermercati, i prezzi erano saliti, la gente andava a fare la spesa ma non trovava nulla e il prezzo dei pochi prodotti era schizzato in su. Questo è uno dei casi in cui un aumento della moneta può determinare un effetto inflattivo, perché non si trovano i prodotti. Ma oggi siamo in abbondanza di prodotti quindi aumentare la moneta non crea inflazione. Con la sovranità monetaria gli stati potevano finanziare gli investimenti produttivi; in caso di pareggio di bilancio abbiamo bisogno lo stesso della sovranità monetaria perché se io stanzio una somma per (11.10) determinate spese deve esserci copertura ma spesso lo stato ha un problema di cassa e non ha i soldi. Se vuole pagare si deve indebitare se non ha sovranità monetaria. Se c’è sovranità lo stato può emettere titoli a basso interesse, come è stato fino al 1982. Se i mercato non assorbe quei titoli, lo stato stampa moneta e compra i titoli. Nel 1982, Andreatta dice a Ciampi (Banca d’Italia) che non è più tenuto a comprare quei titoli. Ciampi dice grazie e cambia la storia: lo stato non ha più sovranità monetaria e dal 1982 deve indebitarsi sul mercato internazionale. Il tesoro deve offrire tassi di interesse più alti per coprire quella parte di debito che la banca d’Italia non acquista più. Una mia simulazione del 1982 dimostrò che a causa di quella decisione (non acquisto delle obbligazioni da parte della banca d’Italia) il debito pubblico sarebbe raddoppiato e avrebbe superato il PIL, i tassi sarebbero cresciuti e l’orizzonte temporale delle imprese si sarebbe accorciato e sarebbe aumentata la disoccupazione giovanile. E il ministro (Andreatta) disse che erano cose sbagliate …. E le piccole imprese avrebbero chiuso. Ed era quello che si voleva fare, considerandole improduttive. Io lasciai il ministero e andai in America. Nel 1988 ad un convegno della sinistra dc di Donat Cattin, dissi che le mie previsioni si erano avverate addirittura con anticipo. Una giornalista del Manifesto mi intervistò parlò dell’oscuro funzionario che aveva previsto e ci fu una campagna in mio favore. Mi chiamò Andreotti (17.10), mi disse vogliamo cambiare l’economia del nostro paese ci vuole dare una mano?” Fui convocato dal suo braccio destro, io dissi “si faccia dare il Ministero del bilancio, poi mi mette a capo della struttura e ci penso io!” … quando si è giovani si dicono queste cose…avevo 30 anni e pensavo che non sarebbe successo niente, invece mi chiamarono e vennero a prendermi con gli elicotteri mentre ero in vacanza con la famiglia, ad agosto.
Mi misero a capo della struttura interna, cioè tutto doveva passare per il mio ufficio, sia di una struttura di 46 professori di università e cominciammo a scrivere la relazione previsionale e programmatica, proprio da dove avevo lasciato l’amministrazione alcuni anni prima (18.24). Cominciai – era il 1989 – a fare un discorso che avrebbe portato l’Italia a sganciarsi da alcuni parametri europei. Lavorai poco più di due mesi poi cominciarono ad arrivare le telefonate: (18.34) dalla Confindustria, dalla Fondazione Agnelli, dalla Banca d’Italia, ha telefonato perfino Helmut Kohl al ministro del Tesoro Guido Carli per dire che lì c’è qualcuno che sta facendo delle cose che fanno saltare tutti gli accordi che abbiamo preso. Me ne andai a fare il direttore generale al Ministero del Lavoro dove Donat Cattin mi offrì una direzione. 
Cosa era successo: Andreotti nel giro di pochi mesi era passato su posizioni euro estremistiche e anti americane. Nelle memorie di Guido Carli che era uno degli economisti più influenti – parte il mio maestro Federico Caffè, su posizioni opposte naturalmente - si ricordano quei mesi con le stesse parole che vi offro io stasera ma dall’altra parte della barricata: “…finalmente sono riuscito a convincere Andreotti che bisogna fare come dicono i tedeschi, peccato che invece ci siano persone di notevole intelligenza che però non capiscono niente..” Era successo che Kohl si era accordato con Mitterand per garantirsi la riunificazione della Germania, il che l’avrebbe indebolita nel breve periodo e per fare ciò era necessario deindustrializzare l’Italia, la quale era arrivata a superare l’Inghilterra come potenza industriale, e dava fastidio alla Germania, e si stava avvicinando alla Francia: bisognava  privarla dei due strumenti, la possibilità di svalutazione della lira - che pur non essendo lo strumento corretto, faceva parte dell’armamentario -  e poi intervenire sulla competitività delle sue imprese, quindi lo Stato non doveva fare investimenti in infrastrutture, si doveva evitare che le banche dessero credito alle imprese, che si potesse ricorrere al disavanzo di bilancio per investimenti cosicché le tasse avrebbero dovuto aumentare: una situazione di questo tipo. Per moralizzare il paese e sottrarre potere alla DC e al PSI corrotti, si decise di togliere la sovranità monetaria al paese con il risultato che la classe politica non poté più disporre dello strumento degli investimenti pubblici, il più importante per la classe politica. Il problema è che la classe politica della prima repubblica era corrotta però rubava sui profitti. Per toglierla di mezzo abbiamo ottenuto si ruba sulle perdite: si è buttato il bambino con l’acqua sporca cioè lo sviluppo economico e la corruzione. Il modello deve essere con sviluppo economico e senza corruzione. La classe politica della seconda repubblica aveva solo il potere di gestire le cariche, non poteva decidere del futuro del paese che era invece deciso dall’euroburocrazia (25.35) dal 1989.
Questo è il problema: il modello economico in cui ci siamo ficcati con quelle scelte è un modello che per accordi con l’Europa, (sui tassi semifissi, tassi fissi, (29.59) poi tassi reversibili), prima dell’euro ma in quella prospettiva, toglie potere all’Italia togliendole la leva del cambio. Quando un paese può decidere il cambio della sua moneta in base alle necessità di esportazione e di importazione, c’è una logica di solidarietà, lo stesso principio che nel 1944 fu deciso tra i paesi alleati: se un paese doveva importare per svilupparsi, per dotarsi di una struttura industriale, il FMI la Banca Mondiale aiutavano. Dal 1979, il G7 del Giappone (27.18), decise invece che ogni paese andasse per conto suo. L’unico modo per riequilibrare la bilancia commerciale era – senza la svalutazione della moneta nazionale -  il pareggio dei pagamenti, aumentando il tasso di interesse per attirare i capitali. Così il paese debole si indebolisce ancora di più. Il paese forte invece non dovendo rivalutare la moneta, poteva diminuire i tassi e poteva investire di più in innovazione tecnologica, infrastrutture. Il modello è insostenibile: il paese debole si indebolisce ed il paese forte diventa più forte (28.57) e nel 1992 il sistema crollò e si aprirono i giochi che portarono all’euro. 
Essendo l’Italia obbligata nel 1992 a non svalutare ulteriormente ed essendo caduti i tassi sulle obbligazioni non rimaneva che la riduzione dei salari e la flessibilizzazione del lavoro per migliorare la bilancia commerciale, quindi iniziarono quelle politiche (29.38). La flessibilità invece di essere una esigenza delle imprese divenne invece che un vincolo un obiettivo e fu massimizzata e ciò comporta precarizzazione, cioè un danno alle imprese le quali - in modo miope - pensano che pagando meno la mano d’opera aumentino i profitti (30.13)cosa che avviene nell’immediato, ma con retribuzioni basse non aumenta la domanda, non aumenta la valorizzazione dell’impresa a lungo termine, non si stabilizza il rapporto di forza tra impresa non finanziaria e banche; inoltre le tecnologie di cui si dispone oggi come possono essere messe in mano a persone che guadagnano poche centinaia di euro? Qui entra la responsabilità dei sindacati che invece di negoziare flessibilità contro aumento del salario, per cui all’impresa sarebbe convenuto stabilizzare i lavoratori con un contratto invece di tenere a costo più alto dei precari; invece decisero per flessibilità contro occupazione è stato un disastro perché quell’occupazione è stata iperflessibile quindi precaria (31.48). A fronte della flessibilità doveva entrare la formazione; ma c’è una grande differenza tra la formazione seria, che serve a mettere in contatto la domanda e l’offerta, che è costosa, e la pseudo formazione in cui centinaia di persone sono chiuse in una stanza a fare corsi di inglese o di informatica; in nome della spartizione della torta della formazione il sindacato ha smesso di lottare per il salario venendo meno alla sua natura. 
Fino agli anni ’70 il modello su cui ci basavamo ( 33.29) si riferiva alla regola aurea di Gambridge:  i guadagni di produttività devono essere ripartiti tra: 1) gli aumenti salariali quindi i lavoratori smettono di essere dei proletari e diventano classe media perché partecipano ai profitti, 2) le tasse, perché le tasse sui profitti finanziano i servizi pubblici e ciò consente alla classe media di avere più risorse per i consumi; con profitti molto bassi e produttività alta succede (34.31) che gli aumenti salariali e indirettamente le tasse favoriscono la classe media, nell’immediato l’imprenditore non è contento perché rimane un basso margine del profitto ma l’impresa  migliora e si espande perché aumenta la domanda e i consumi e in prospettiva anche il profitto ed il valore dell’impresa aumenta quindi i proprietari che non sono contenti del profitto attuale sono contenti del patrimonio che si rivaluta. 
Se si abbandona la regola aurea, (35.27) si punta alla riduzione dei salari, si ottiene la riduzione delle vendite, si hanno profitti altissimi oggi ma le imprese devono licenziare e ridurre l’impegno di fattori produttivi di più di quella che è la riduzione della produzione (35.47)
Nel 1992 quando crollarono i rendimenti sulle obbligazioni e i tassi di profitto, noi economisti keynesiani ci aspettavamo una ripresa dell’occupazione che non venne. Il fatto era che essendo crollato il mercato obbligazionario si poteva e doveva far sviluppare il mercato azionario, cosa che fu fatta: i grandi investitori istituzionale per garantire alti tassi di rendimento ai loro sottoscrittori, dovevano avere lo stesso livello di rendimento dal mercato azionario, circa il 7% reale. Per avere quello stesso rendimento nei settori innovativi è facile ma nei settori tradizionali, cioè 80% dei comparti tradizionali è quasi impossibile avere quel rendimento, a meno che non si licenzi, si disinvesta, si precarizzi il lavoro, si distrugga l’economia: questo è quello che hanno fatto dal 1992 al 2001. 
Nel 2001 inizia la crisi (38.25); all’inizio non ce ne siamo accorti perché sono calati, tra la primavera e l’estate di quell’anno, i rendimenti azionari, è iniziata la speculazione al ribasso, una crisi che dura ancora oggi ma con la stranezza che di anno in anno economisti premi Nobel etc., tutti a libro paga delle banche, annunciavano la ripresa. Allora le banche emettevano derivati, in attesa di rientrare con la ripresa (39.39).
Ma la ripresa non c’è stata erano previsioni basate sul nulla, nessuno degli economisti dei centri studi ha mai spiegato perché avrebbe dovuto esserci una ripresa. Siamo andati avanti 13 anni in cui sono stati emessi 800 mila miliardi di dollari di derivati, 3 milioni di miliardi di ulteriori titoli tossici; il totale è 50 volte il PIL mondiale, cioè abbiamo debiti (soprattutto delle banche) per 50 volte il PIL mondiale! 
Allora (41.01): la sottrazione di sovranità nazionale agli stati, la universalità delle banche sono fenomeni che hanno portato alla concentrazione finanziaria e alla sottrazione di liquidità dall’economia reale agli investimenti finanziari. Nel 2008 si scopre che la massa di liquidità che famiglie imprese e imprese criminali che fanno parte del gioco, immettono nelle banche di meno di quello che le banche perdono nelle loro attività finanziarie e speculative (42.42). Quindi salta il sistema interbancario. Ma le banche centrali del Giappone, la FED, la BCE cominciano ad autorizzare emissioni monetarie illimitate a favore delle banche in questo modo si autorizzano 30 mila miliardi quando con un decimo di quel valore in disavanzo si poteva rilanciare la ripresa facendo spese di pari valore: la spesa in disavanzo non si può fare invece autorizzazioni monetarie illimitate a favore delle banche senza chiedere loro di smettere, si può fare. Ne ricaviamo che le banche stanno controllando gli stati, stanno controllando le banche centrali, sono padrone del mondo. Nel 2013 scopriamo che non è così: scopriamo che il FMI, la BCE dicono alle banche che la metà dei loro crediti non è esigibile, i bilanci vanno per aria non vi finanziamo più e vi facciamo fallire. Quelle banche centrali che in teoria erano partecipate dalle banche ordinarie, creando una commistione inaccettabile tra controllati e controllori, si scopre che sono controllate dalla grande finanza per la quale non è interessante il profitto dalle operazioni secondo una logica economica: no, l’economia mondiale non funziona più così, si basa su algoritmi matematici e il guadagno non è nel rendimento delle singole operazioni ma nel numero delle operazioni. Ma cosa ci guadagnano? Ci guadagnano il valore che incassano per ogni operazione, che si intascano e si portano nei paradisi fiscali, lasciando nel disastro i risparmiatori e le stesse banche. (44.8) O spezziamo questa catena per cui non c’è liquidità, o non se ne esce. Le due politiche: 1 ripristinare separazione tra i soggetti che devono fare credito e quelli che fanno attività finanziaria sul mercato. 
2.ripristinare la sovranità monetaria o a livello europeo (meccanismi di compensazione che Maasticht non aveva considerato) o ritornando alle monete nazionali
Abbiamo 4.5 milioni di imprese di cui 500 mila sono ottime imprese con buoni profitti, e 4 milioni che riescono a stare sul mercato perché rinunciano a massimizzare il profitto, è un modello alternativo, questi 4 milioni sono eroi che mostrano come si controllano le risorse reali, come dare un ruolo a ciascuno, è un modello di economia reale.
Questi eroi potrebbero farci vincere la guerra se supportati da politiche adeguate, perché il loro modello è completamente diverso da quello finanziario, è un modello di economia reale.
Nino Galloni


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