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lunedì 15 febbraio 2016

Capire il dominio USA capendo cos’è il FMI


E’ necessario capire cos’è il Fondo Monetario Internazionale per capire come si è arrivati al ruolo egemonico degli Stati Uniti. Conoscere questa posizione di dominio degli USA ci fa anche capire cosa avviene a livello geopolitico, e personale, se qualcuno prova a togliergli questo potere. Come lo scandalo Strauss Khan, l’eliminazione di Saddam Hussein, quella di Gheddafi, gli embarghi alla Russia, e tutte le guerre economiche ( e fisiche ) contro i paesi “amici” di Russia e Cina perchè queste ultime due potenze hanno deciso di abbandonare il dollaro negli scambi internazionali o avere riconosciuta la loro moneta nel paniere FMI.
Il ruolo egemonico degli Stati Uniti fu favorito dagli accordi di Bretton Woods. Infatti, nella conferenza di Bretton Woods, che si tenne dal 1 al 22 luglio del 1944, si accordò il dollaro come unica moneta convertibile in oro. Con questa mossa, fortemente voluta dal delegato statunitense Harry Dexter White, il dollaro esendo l’unica moneta convertibile in oro, divenne automaticamente la moneta utilizzata negli scambi internazionali.
Gli USA, oltre ad imporre il dollaro come moneta di riferimento mondiale imposero la creazione di due organismi: il Banco Mondiale ed il Fondo Monetario Internazionale (FMI). Soffermiamoci ad analizzare il FMI, il cui segretario generale, Dominique Strauss-Khan finì nell’occhio del ciclone.
Il FMI ha il compito di promuovere la cooperazione monetaria internazionale e facilitare l’espansione del commercio. A tale organismo venne affidato anche un altro importante compito: aiutare gli stati membri in difficoltà economiche, attraverso il prestito di risorse; ossia, se uno stato membro ha un deficit di bilancio, il FMI interviene prestandogli soldi e quindi lo aiuta a superare la momentanea crisi.
Il sistema uscito da Bretton Woods era stato disegnato per favorire gli Stati Uniti ed infatti dopo la seconda guerra mondiale gli USA ascesero al ruolo di superpotenza, assieme alla ex Unione Sovietica; praticamente tutti gli altri stati del mondo si ritrovarono sottomessi.
Aver imposto la propia moneta, il dollaro, come unica moneta di riferimento per gli scambi internazionali ha determinato che tutti i paesi del mondo per poter operare a livello internazionale debbono rifornirsi di dollari.
In secondo luogo, il FMI lungi dall’essere l’organismo destinato ad aiutare i paesi in difficoltà, è sempre stato lo strumento attraverso il quale gli USA ed i suoi principali alleati (Regno Unito, Francia, Germania e Giappone) hanno potuto controllare tutti gli altri paesi del mondo.
Praticamente, un paese che ricorre al prestito del FMI, nel momento di difficoltà,si trasforma in un paese totalmente dipendente dagli USA. In cambio del prestito, lo stato richiedente è obbligato ad applicare determinate politiche economiche imposte dal Fondo a garanzia dei soldi prestati. Ossia, il FMI presta soldi in cambio dell’applicazione di una rigida ricetta economica che prevede sempre le stesse misure: riduzione delle spese sociali, aumento dell’età pensionistica, congelamento o riduzione degli stipendi, aumento delle tariffe pubbliche; aumento delle imposte e soprattutto privatizzazione di tutto quanto sia possibile privatizzare.
Lo stato che si ritrova a dover ricorrere al prestito del FMI, difficilmente si riprende, come ha dimostrato la storia e soprattutto rimane definitivamente assoggetato. Il tutto è stato disegnato per asservire gli stati ed i popoli al dominio statunitense e del suo sistema economico.
La ricetta imposta di fatto impedisce allo stato ricorrente al prestito di uscire dalla crisi. Con i provvedimenti imposti è impossibile la ripresa: lo stato è costretto a privatizzare le più importanti imprese pubbliche che davano introiti e quindi una volta privatizzate, spesso svendute e “regalate” ai privati, cessano di apportare introiti allo stato; la riduzione delle spese sociali, il congelamento o la riduzione degli stipendi e l’aumento delle tariffe pubbliche finiscono per minare il potere d’acquisto della maggioranza della popolazione, in particolare dei salariati e conseguentemente ciò si riflette sulla domanda; la caduta della domanda ovviamente si riflette sulla produzione, che reagisce con l’espulsione di ulteriore forza lavoro o la chiusura delle stesse imprese. Tutto il sistema peggiora ed in particolare diminuiscono le entrate fiscali dello stato, che lungi dal migliorare il suo deficit si ritrova con sempre minori ingressi ed ulteriori ricorsi al FMI.
Abbiamo visto tutti cosa è successo in Grecia, che dopo il primo prestito e l’adozione di tutte le misure imposte dal Fondo, si trova in una situazione peggiore di prima ed è stata costretta a privatizzare. Non è difficile ipotizzare prossime destabilizzazioni in Portogallo. Spagna e Italia stanno tranquillamente ubbidendo per fare le riforme strutturali richieste. In passato tanti popoli sono stati affamati, gettati sul lastrico da questo mostro che è il FMI.
Il 27 febbraio del 1989 la miseria estrema in cui il FMI aveva costretto il popolo del Venezuela fece da detonatore per la prima rivolta contro questo organismo al servizio del capitale USA. Ad oggi, quella fu in assoluto la prima ribellione contro i disumani provvedimenti del FMI ed anche l’unica rivolta riuscita vittoriosa. L’esperienza venezuelana dimostra che è possibile ribellarsi e liberarsi del FMI.
In conclusione il FMI agisce come uno strozzino: presta soldi a stati retti da politici corrotti, delinquenti e spendaccioni, che ritrovandosi in un mare di debiti per non affogare è costretto a chiedere prestiti al FMI. Il FMI presta ben volentieri ma a cambio di garanzie, ossia a cambio dell’adozione delle politiche di cui sopra, che finiscono per distruggere totalmente lo stato che cade nelle sue grinfie.
Chi controlla il FMI?
Lo statuto del FMI prevede che le decisioni, soprattutto quelle più importanti, siano prese con una altissima maggioranza qualificata. Il sistema di voto è direttamente proporzionato alla quota detenuta da ogni paese. Inizialmente, gli USA detenevano un terzo del capitale; oggi, quantunque la sua quota sia scesa al di sotto del 20%, continuano ad essere il principale paese detentore; in sostanza, per le decisioni più importanti, occorrendo una altisisma maggioranza qualificata (i 2/3 o 3/4), i paesi che volessero prendere soluzioni contrarie agli interessi USA non hanno alcuna possibilità di farlo.
Di seguito riportiamo l’elenco (aggiornato al 18/05/2011) dei primi 20 paesi membri del FMI, con le rispettive quote di possesso ed i loro attuali rappresentati, avvertendono che nel sito è possibile consultare l’elenco completo dei 187 paesi membri.
N
Paese
Milioni SDR
%
Milioni US$ (**)
Rappresentante del paese
1
United States (*)
42.122,40
17,75%
  67.030,55
Timothy F. Geithner
2
Japan (*)
15.628,50
6,58%
  24.870,07
Yoshihiko Noda
3
Germany (*)
14.565,50
6,14%
  23.178,49
Axel A. Weber
4
France (*)
10.738,50
4,52%
  17.088,47
Christine Lagarde
5
United Kingdom (*)
10.738,50
4,52%
  17.088,47
George Osborne
6
China (*)
9.525,90
4,01%
  15.158,83
ZHOU Xiaochuan
7
Italy (*)
7.882,30
3,32%
  12.543,32
Giulio Tremonti
8
Saudi Arabia (*)
6.985,50
2,94%
  11.116,22
Ibrahim A. Al-Assaf
9
Canada (*)
6.369,20
2,68%
  10.135,49
James Michael Flaherty
10
Russian Federation (*)
5.945,40
2,50%
     9.461,08
Aleksei Kudrin
11
India (*)
5.821,50
2,45%
     9.263,92
Pranab Mukherjee
12
Netherlands (*)
5.162,40
2,17%
     8.215,07
Nout Wellink
13
Belgium (*)
4.605,20
1,94%
     7.328,38
Luc Coene
14
Brazil (*)
4.250,50
1,79%
     6.763,94
Guido Mantega
15
Spain (*)
4.023,40
1,70%
     6.402,55
Elena Salgado
16
Mexico (*)
3.625,70
1,53%
     5.769,68
Ernesto Cordero Arroyo
17
Switzerland (*)
3.458,50
1,46%
     5.503,61
Philipp Michael Hildebrand
18
Korea (*)
3.366,40
1,42%
     5.357,05
Jeung-Hyun Yoon
19
Australia (*)
3.236,40
1,36%
     5.150,17
Wayne Swan
20
Venezuela (*)
2.659,10
1,12%
     4.231,50
Jorge Giordani
Totale 20 paesi
170.710,80
71,92%
271.656,86
Restanti 167 paesi
66.644,90
28,08%
106.053,89
Totale FMI
237.355,70
100,00%
377.710,75
Primi 5 paesi
93.793,40
39,52%
149.256,05
Elaborazione Attilio Folliero, su dati FMI 18/05/11, Url: http://www.imf.org/external/np/sec/memdir/members.aspx
(*) Il paese accetta gli obblighi ex articolo VIII e statuto, Url: http://www.imf.org/external/pubs/ft/aa/aa08.htm
(**) 1$ = 0,628406 SDR
La moneta di riferimento è il cosidetto DSP, ossia Diritti Speciali di Prelievo; si tratta di uno strumento creato dal FMI nel 1969 e basato su un paniere di quattro monete: il dollaro USA, lo yen giapponese, la sterlina inglese e l’euro.
In sostanza, il Fondo è controllato dagli USA, attraverso il Minsitro delle Finanze. Nessuna decisione può essere presa se USA ed i suoi più stretti alleati non sono d’accordo. Infatti, gli USA col 17,75% detengono la quota più alta ed i primi cinque paesi assieme controllano il 40%.
In conclusione, il sistema incentrato sull’egemonia statunitense si regge su questi due principi: il dollaro come moneta di riferimento mondiale ed il FMI come organismo che controlla gli stati ed i popoli, impedendo a questi di indipendizzarsi dal sistema.
Il superamento di uno o di entrambi questi strumenti pone in pericolo la sopravvivenza stessa degli Stati Uniti. Analizziamo i motivi.
Cosa significa essere moneta di riferimento mondiale?

Significa che tutti gli scambi commerciali o la maggior parte di essi si effettuano in dollari e quindi tutti i paesi per le loro esigenze commerciali hanno dovuto riempire le proprie riserve internazionali coi dollari. Se il dollaro cessasse di essere la moneta di riferimento, tutti gli Stati sarebbero costretti a vendere i loro dollari e comprare la nuova o le nuove monete necessarie ad effettuare le transazioni commerciali. Ciò determinerebbe una immediata svalutazione del dollaro ed il tracollo degli USA. Da un lato gli USA si ritroverebbero con un dollaro fortemente svalutato e quindi dovrebbero sostenere costi altissimi soprattutto per comprare petrolio; dall’altro, l’economia USA andrebbe incontro ad una iperinflazione; con tutta la quantità di dollari in circolazione, un’ondata inflazionaria sarebbe inevitabile.
Conclusione: gli USA non possono permettersi che il dollaro cessi di essere la moneta di riferimento e pertanto debbono stroncare qualsiasi tentativo che miri a tale misura.
Anche il venir meno degli scopi reali del FMI mina l’esistenza stessa degli USA. Se il FMI smettesse di controllare i popoli e gli stati, questi potrebbero allontanarsi dal sistema dollaro e di conseguenza siamo alla stessa situazione che condurrebbe ad una crisi profonda negli USA.
Gli USA che praticamente non aderiscono o non pagano le quote di molti organismi internazionali (Trattato di Kioto, ONU, Corte penale Internazionale, Unicef), invece tengono strettamente nelle loro mani il FMI e continuano a detenere e pagare la quota di maggioranza.
(Attilio Folliero)
Chi tocca le riserve degli USA muore
Chi tocca le riserve “muore”
. E’ indubbio. Tutti ricorderanno il caso di Dominique Strauss Kahn quando era presidente del FMI. Prosciolto da accuse infondate e montate ad arte. Ma perchè ? Perchè aveva rimesso in discussione le quote di partecipazione ai Diritti Speciali di Prelievo del FMI che vengono riviste ogni 5 anni. Infatti nel 2010 c’era la scadenza quinquennale e Strauss Kahn aprì le porte alla Cina che sarebbe divenuta la terza potenza di voto nel board del FMI ,finora esclusa con i paesi del BRICS. Sarebbe, d’obbligo il condizionale perchè nei fatti la proposta di Strauss Kahn fu respinta ed è fallita anche la proposta al G20 presieduto dalla Turchia. Il cambio di presidenza del G20 ci sarà a Novembre 2015 e sarà proprio la Cina a presiederlo. In sostanza la Cina chiede che le riserve dei DSP vengano considerati come moneta per gli scambi mondiali ridimensionando le quote degli Stati Uniti nel FMI perchè essendosi ridotta la riserva in dollari del 60-70% nelle banche internazionali, non ha alcun senso che gli USA mantengano la quota di portafoglio nel FMI al 42%. Che Pechino stia ormai elaborando da tempo una strategia di uscita dalla dipendenza dal dollaro è noto (dal 2005 lo yuan renmimbi è ancorato ad un paniere di monete e non più alla sola divisa Usa), ma è una novità che la Cina abbia indicato con estrema chiarezza le linee di riforma dell’ordine monetario internazionale che proporrà in sede internazionale, dichiarando di puntare alla costituzione di una moneta mondiale svincolata dalla sovranità statale e affidata interamente al controllo del Fondo Monetario Internazionale (IMF), opportunamente rinnovato e potenziato. La Cina è stanca della carta straccia americana .Nel 2009, Zhou Xiaochuan, governatore della Banca di Cina, faceva appello a cambiare il sistema di riserva globale; le fluttuazioni violente del dollaro richiedevano garanzie di maggiore stabilità e fiducia nell’economia mondiale. In breve, la Cina contestava la sopportazione dei costi della crisi avviata dal mercato azionario di New York. Nella stessa prospettiva, l’agenzia Xinhua lanciava una pubblicazione controversa, nell’ottobre 2013 sulla de-americanizzazione del mondo: l’indebitamento irresponsabile da parte del governo di Barack Obama aumentava gli “squilibri strutturali” quindi rivelando l’urgente necessità di diminuire potere e influenza degli USA .Nel marzo 2015, Li Keqiang, Premier della Cina, ha chiesto al Fondo monetario internazionale (FMI) di discutere l’adesione dello yuan ai diritti speciali di prelievo (DSP). I DSP sono attività di riserva internazionali create negli anni ’60 dal FMI per integrare le riserve delle banche centrali e sostenere il sistema dei cambi fissi stabilito nel 1944. Inizialmente, i DSP furono definiti in relazione a un valore equivalente a 0,888 grammi di oro. Tuttavia, una volta che il presidente statunitense Richard Nixon pose fine a Bretton Woods nei primi anni ’70, i DSP sono definiti sulla base di un paniere di valute. In pratica, i membri del FMI comprano DSP per far fronte ai propri obblighi. In altri casi, sono venduti per regolare la composizione delle riserve internazionali. In questo contesto, il FMI agisce da intermediario tra membri e titolari di DSP per assicurare “l’uso libero” delle valute negli scambi. Ogni cinque anni la revisione dei DSP da parte del FMI, in teoria, valuta l’importanza delle valute nei sistemi finanziari e commerciali globali. Tuttavia e nonostante la crescente importanza dei Paesi emergenti nell’economia mondiale, la composizione dei DSP è rimasta immutata: il dollaro detiene il 42% del portafoglio, seguito dall’euro con il 37,4%, la sterlina con l’11,3% e infine lo yen giapponese con il 9,4 per cento. Com’è possibile che, nonostante il calo del dollaro del 70-60% nella composizione delle riserve delle banche centrali negli ultimi 15 anni, non siano cambiate minimamente le quote di potere degli Stati Uniti nel FMI? Chiaramente tale sproporzione scontenta i leader cinesi che sostengono che la leadership della Cina nell’economia globale meriti maggior peso nel processo decisionale del FMI, e l’integrazione dello yuan ai DSP.
Qui si evince tutto il PARADOSSO DI TRIFFIN che indica che se una moneta è utilizzata internazionalmente come valuta di riserva, questa può causare dei conflitti di interesse tra gli obiettivi interni a breve termine e gli obiettivi internazionali a lungo termine (come sarebbe avvenuto nel caso del cosiddetto Petrodollaro).
La teoria venne elaborata dall’economista belga-statunitense Robert Triffin nel 1960, ed evidenzia che se una nazione desidera mantenere la propria moneta come valuta di riserva mondiale, questa dovrà essere disposta a fornire alle altre nazioni un apporto supplementare di moneta per soddisfare la loro domanda di valuta di riserva, causando quindi un deficit della bilancia dei pagamenti, in particolare in conto corrente (che registra le transazioni internazionali in merci e servizi, redditi e trasferimenti, che non rappresentino un’attività finanziaria, come ad esempio per le materie prime).
Per esempio nel caso del Dollaro si verifica una situazione in cui alcuni obiettivi richiedono un flusso globale di dollari fuori dagli Stati Uniti, mentre altri richiedono un flusso globale di dollari negli Stati Uniti.
Il paese che emette moneta internazionale deve quindi accettare crescenti disavanzi delle partite correnti al fine di soddisfare la domanda mondiale di valuta di riserva, ma nello stesso tempo i crescenti deficit indeboliscono la fiducia nella solidità della moneta nazionale usata come riserva standard internazionale.
I paesi che debbono usarla, come ad esempio quelli con scarse risorse naturali, eserciteranno una forte domanda di valuta di riserva per poter pagare le transazioni con i paesi venditori di risorse. Questi ultimi investiranno in azioni e titoli di stato del paese emettitore, quindi i dollari emessi non si presentano al cambio condizionando il valore del dollaro sulle altre monete. Il dilemma di Triffin è usato per articolare i problemi con il ruolo del dollaro come valuta di riserva sotto il sistema di Bretton Woods, e più in generale vale con qualsiasi moneta nazionale utilizzata come valuta di riserva internazionale, fenomeno definito dollarizzazione.
Attualmente il dollaro resta la principale valuta di riserva. Secondo l’economista Paul Samuelson, la richiesta di dollari all’estero permette agli Stati Uniti di mantenere un deficit commerciale persistente senza avere un deprezzamento della valuta o un riaggiustamento dei flussi commerciali, infatti il dollaro non si è svalutato nella misura prevista. Il tasso di cambio con le altre monete è poco sensibile a questo deficit della bilancia commerciale se commisurato a quanto ammonta il saldo esportazioni-importazioni. I CINESI SONO STANCHI DELLA CARTA STRACCIA AMERICANA e con essi tutti i paesi dei BRICS che stanno tentando di de-dollarizzarsi. Sta per finire la cuccagna americana ? Vedremo cosa succederà nei prossimi mesi perchè ” chi tocca le riserve , muore ” .

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