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mercoledì 2 marzo 2016

Julius Evola contro l'America.



Prerogativa dei veri intellettuali è quella di essere sempre attuali. Una affermazione di questo tipo può giustamente sembrare banale, ma ciò non ne diminuisce la autenticità. In questa categoria di menti superiori, rientra a pieno titolo Julius Evola. Già in passato, leggendo e studiando i suoi articoli sull’Oriente, ci siamo accorti di quanto a tale filosofo calzi a pennello l’aggettivo “profetico”. Avvicinandoci ai suoi scritti in qualità di orientalisti, siamo rimasti colpiti, non solo per la straordinaria competenza specifica di questoautodidatta, ma specialmente per la sua capacità di andare oltre il limitante confine del campo di studio settoriale, che imbriglia ormai da anni una Accademia insterilita nel pensiero. Ancor più sorprendente si è rivelata la lettura della sua raccolta di riflessioni sulla società statunitense: Civiltà americana. Scritti sugli Stati Uniti 1930-1968, la quale è stata, e non è una esagerazione, una specie di folgorazione, quasi un satori, in virtù della visione premonitrice del filosofo.
Il lettore ci perdonerà ora un breve accenno autobiografico. Abbiamo conosciuto il mondo anglosassone in prima persona, venendo culturalmente da quella estrazione. Sin dalla giovane età, un retaggio latino ci induceva a percepire un malessere nei confronti di un sistema valoriale che tale non era. Passarono gli anni, e mai abbiamo sentito, né letto, da parte di anglisti e americanisti italiani parole che andassero minimamente a stigmatizzare quella civiltà del sedicente progresso che ha plasmato il mondo moderno. Solo in Evola abbiamo ritrovato la sopracitata competenza nella sostanza, puntualmente assente tra gli specialisti. In sintesi, nel suo modo di tracciare la soglia di non ritorno, così da salvare quel valore liminare proprio alle società di stampo Tradizionale, Evola è stato capace di raccontare perfettamente due mondi e i loro mali attuali. Da un lato, quello anglosassone, segnatamente americano, portatore di una palese entropia spirituale che nessuno è più capace di riconoscere. Dall’altro, quello di un asservimento volontario dell’Italia a una mentalità che non le appartiene. “Il re è nudo” si suole dire. Negli scritti che andremo qui brevemente ad approfondire viene per l’appunto denunciato questo.
Alberto Lombardo ha curato il volume dove sono stati raccolti i contributi giornalistici di Evola sulla America, che vennero pubblicati nell’ampio intervallo di tempo 1930 – 1968. Sarebbe troppo lungo citare i titoli dei singoli articoli presenti in questo testo, benché francamente non se ne rinviene uno che non sia degno di profonda attenzione. Due di essi meritano comunque di essere segnalati, non tanto perché più importanti degli altri, ma per il fatto che colgono delle tematiche centrali nella società italiana di oggi. Il primo èServilismi linguistici (Il Secolo d’Italia, 28 luglio 1964). Qui Evola bacchetta l’utilizzo da parte dei media di quelli che in linguistica si chiamano “prestiti di lusso”, ovvero la zelante ripresa di termini stranieri quando in una lingua ce ne sono già di identici, con il risultato di andare a impoverire la comunicazione della propria lingua madre. Molto acuta è inoltre la sua individuazione di alcuni false cognates o più in generale false friends, inconsciamente abusati dalla stampa nostrana. L’aspetto però che maggiormente colpisce in questo articolo è la anticipazione dei pericoli che si celano dietro la cosiddetta “neolingua”, il dogma della società benpensante che governa l’Occidente. Evola irride questo buonismo nella comunicazione, sottolineando che più che di rivendicazioni identitarie, si dovrebbe parlare di abdicazione. Decenni or sono, egli aveva già compreso come il Cavallo di Troia progressista stesse passando proprio attraverso il linguaggio: “Uno dei più tristi spettacoli che, in vasti settori, è presentato dall’Italia attuale è quello di una supina scimmiottatura di tutto ciò che è americano” (p. 72).
Il secondo scritto si intitola La suggestione negra (Il Conciliatore, aprile 1968). In piena Contestazione, con gli studenti di sinistra in America che andavano rivendicando il diritto delle minoranze, senza porsi il problema di trovare una identità comune, il filosofo italiano sostenne senza mezzi termini che la sola forma di fertile convivenza è possibile quando “ogni ceppo viva a sé”, e non certo covando sentimenti astiosi, bensì “con rispetto reciproco” (p. 77). Sarebbe sufficiente questa ultima affermazione per smontare, per la ennesima volta, la faziosa e scorretta interpretazione del pensiero evoliano come razzismotout court, ignorandone in malafede la giusta esegesi. Una “selezione spirituale”, questa era invocata da Evola, il quale mai giudicava l’importanza di una civiltà in base ai danari custoditi nelle sue banche o alla altezza dei suoi palazzi, bensì nella profondità del suo rapporto col mondo e la Natura: “I pellirosse erano razze fiere, per nulla deteriori – e non è un paradosso affermare che se fosse stato il loro spirito ad improntare in misura sensibile quella forza psichica formatrice […] il livello spirituale degli Stati Uniti sarebbe probabilmente assai più alto” (p. 63).
Non vi è dubbio che nel sacrosanto tentativo di far uscire Evola dal ghetto politico nel quale è stato confinato per tanti anni da una sinistra culturalmente egemonizzante, alcuni studiosi non affini al Pensiero Tradizionale abbiano cercato di “leggere” questo filosofo in una prospettiva nuova, ciò non vuole dire automaticamente esatta. In particolar modo, secondo taluni ancora radicati nella idea assolutamente inattuale di proletariato, che si concretizza in uno scoordinato e impulsivo antiamericanismo, l’appoggio dato a suo tempo da parte di Evola all’entrata dell’Italia nella NATO nel 1949 ha rappresentato una palese contraddizione. Nulla di più errato. Contrariamente alla opinione di alcuni giovani marxisti suggestionati – chissà poi se in modo spontaneo o solamente per sembrare originali e contro corrente – dal pensiero di Evola, egli ha ben chiarito i motivi di questa sua presa di posizione: “Così il fatto che materialmente e militarmente non possiamo per ora non appoggiarci allo schieramento ‘atlantico’ non dovrebbe portarci a farci sentire fra noi e l’America una minore distanza interiore di quella che ci separa dalla Russia” (p. 67). Qui sta la differenza tra un antiamericanismo destrutturato e quello evoliano, il quale è attento a ogni sfumatura sociale e consapevole che per liberarsi dalla influenza statunitense non servono le piazze, ma la rivolta di ogni singolo individuo.
In aggiunta, l’Unione Sovietica di un tempo era giudicata dal grande filosofo della Tradizione pericolosa soltanto sul piano materiale, mentre gli USA pure su quello spirituale visto che essi sono stati capaci di imporsi nel “dominio della vita ordinaria”. Trattasi di una differenza di  primaria importanza, che sarebbe stato opportuno tenere a mente in questi ultimi decenni, incoraggiando così una analisi complessa del “male americano”, per dirla con Alain de Benoist, che è un concetto trasversale in chiunque sia consapevole di quella che Evola definì la “demònia della economia”; una tesi intuita a suo modo persino da un marxista antimoderno come fu Pier Paolo Pasolini, e che venne espressa nella sua celebre intervista televisiva a Ezra Pound del 1968. Sempre de Benoist traccia il profilo del “nemico principale”, reso ancor più forte da una notoria visione europeista dell’americanismo, concepita come ideologia acritica filo-statunitense. Lo studioso francese non ha dubbi su chi sia l’avversario da contrastare.
“[…] il nemico principale è semplicemente quello che dispone dei mezzi più          considerevoli per combatterci e riuscirci a piegare alla sua volontà: in altre         parole è quello che è più potente. Da questo punto di vista, le cose sono chiare: il nemico principale, sul piano politico e geopolitico sono gli Stati Uniti     d’America”(Alain de Benoist,L’America che ci piace, in Diorama Letterario,      n. 270, p. 3).
Va comunque chiarito che per de Benoist si tratta di: “un avversario del momento”, e non della incarnazione del male; qui sta la profonda differenza con una interpretazione di stampo evoliano della questione. Ovviamente, si tratta di pensatori appartenenti a epoche diverse: l’italiano viveva in un mondo bipolare, sempre sotto la minaccia di una guerra nucleare; il transalpino, dal canto suo, è conscio che bisogna – seppur a malincuore – rapportarsi con una struttura politica di tipo europeo e con l’Occidente più in generale, specialmente quando, come sta avvenendo, quest’ultimo è messo in pericolo da un possente rigurgito di fanatismo islamico che potrebbe minarne il futuro.Ro 2
Non è un mistero che Evola abbia spesso evidenziato come americanismo e bolscevismo siano facce di quella stessa medaglia che è in netta contrapposizione con una concezione tradizionale della esistenza. In breve, i primi due lavorano sulla massa, mentre la seconda sull’Individuo. Non è perciò un caso che negli articoli qui raccolti egli reiteri la somiglianza tra queste due forme di totalitarismo. Per lui, l’“uomo americano” è un moderno schiavo, un semplice “animale da produzione” (p. 54). Ma questo alla fine non è anche un aspetto che ha connotato il Socialismo Reale? Nelle grandi aziende statunitensi vige quella che Evola ricorda essere una “managerial autocracy” (p. 55): un dispotico governo del guadagno, alimentato dalla amministrazione delle vite dei dipendenti. Pure nei regimi sovietici vennero create grandi industrie, allontanando l’uomo da qualsivoglia forma di autodeterminazione. Tuttavia, il comunismo perseguì questo annientamento dell’Io con sistemi prettamente ideologici; gli americani, invece, camuffando una dittatura economicistica dietro la bandiera della libertà, la quale cessa di esistere non appena si diventa poveri. Questo è il paradosso della democrazia americana esplicitamente messo alla berlina da Evola: una struttura sociale assai più chiusa ed elitaria di quanto si è fatto credere alla opinione mondiale, grazie a dei media compiacenti.
Si è precedentemente accennato alla complessità dell’antiamericanismo di Evola. Infatti, egli non cade nella trappola banalizzante di una virulenta opposizione all’imperialismo statunitense, e non certo perché questo non esista, ma per la semplice ragione che non si tratta del vero problema, del motivo per il quale lo sposare il modello di vita americano si sia rivelato letale per i Paesi europei, e per l’Italia in particolare. Secondo Evola, quello che caratterizza in profondità la società USA è la sua anima primitiva, “negra”. L’immigrazione delle genti dall’Africa ha completamente azzerato l’unico elemento culturale realmente positivo e autenticamente americano: i paladini dei diritti umani lo definiscono col termine dispregiativo di WASP (“White Anglo-Saxon Protestant”), quando chi conosce in modo più accorto questa nazione lo individua come base del movimento filosofico-letterario noto come Trascendentalismo Americano; quello di Ralph Waldo Emerson e Henry David Thoreau, tanto per intenderci. Sarebbe a dire, la sola espressione intellettuale autoctona mai prodotta dagli Stati Uniti, in virtù della sua anima inglese e protestante, che secolo dopo secolo è stata cancellata dall’immigrato di colore. Evola considera persino la musica Jazz – da tempo apprezzata in Occidente come Alta – quale involuzione verso uno stato dell’essere selvaggio e istintivo, dunque primitivo.
In base a quanto detto sinora, non è difficile comprendere come quelli messi assieme in questa raccolta siano da giudicare degli autentici articoli di “difesa” non tanto contro la invasione “fisica” – si pensi alle numerose basi statunitensi dislocate sul nostro Paese – ma specialmente culturale americana; non è appunto un caso che la maggior parte di tali scritti risalgano al Dopoguerra, con l’Italia ridotta a un mero Stato vassallo all’interno dello scacchiere geopolitico della NATO. La società in cui viviamo è stata deformata, così da adattarsi a uno stile di vita palesemente allogeno, con la complicità di governanti che lo hanno imposto come unico modello di riferimento. Di ciò, Evola è assolutamente consapevole; lo stesso non si può sfortunatamente dire del nostro Popolo.
In forza di una lettura approfondita del sistema americano, Evola non manca praticamente mai di palesarne gli “stratagemmi” per imporsi in modo transnazionale, dimostrando attenzione anche verso taluni esponenti in possesso di una visione critica della modernità, benché appartenenti allo stesso mondo anglosassone: è il caso del suo riferimento al politico e studioso britannico James Bryce (1838 – 1922).  Il filosofo italiano ne riporta una frase, “to mistake bigness for greatness”, che sintetizza perfettamente il regno della quantità instaurato in ogni settore della vita dalla cultura americana; persino in uno così particolare quale la museologia, visto che l’arte vive ormai di dimensione e numeri e non più di sostanza! Triste è prendere atto di come nessuno dei cosiddetti specialisti abbia mai colto la essenza della frase di Bryce che è sì breve, ma totalmente esaustiva nell’esprimere quella che è per Evola: “[…] solo grandezza appariscente” (p. 65).
Smascherare la democrazia, questo sarebbe uno dei tanti modi per riassumere il senso ultimo di tali articoli; cercare di andare oltre quello che ci è stato fatto credere, così da scoprire una verità necessaria: “[…] se alla democrazia si togliesse la maschera, se si vedesse chiaro in che misura la democrazia, in America come altrove, è solo lo strumento di un’oligarchia sui generis la quale segue il metodo dell”azione indiretta’ assicurandosi possibilità di abuso e di prevaricazione assai maggiori di quelle che comporterebbe un giusto sistema gerarchico lealmente riconosciuto” (pp. 57-58). Può sembrare assurdo sostenere che la democrazia sia niente altro che una moderna forma di schiavitù. Eppure, se si ha la volontà di aprirsi al dubbio, alienando da sé il dogma del contemporaneo, cercando risposte altre; in questo caso gli scritti evoliani di cui si è parlato possono fornire un prezioso strumento di liberazione individuale.
In conclusione, questa raccolta di testi dedicata alla (non-)cultura americana dovrebbe rappresentare a nostro avviso un livre de chevet per chiunque senta la pulsione di emanciparsi dalla menomazione spirituale imposta dall’odierno sentire comune. Per chi percepisce che l‘homo oeconomicus propugnato dalla politica statunitense – nessun Presidente escluso – sia niente altro che colui che si inginocchia: “[…] quando ammira l’America, quando si fa impressionare dall’America, quando si americanizza stupidamente ed entusiasticamente, credendo che ciò significhi essere liberi, non retrogradi pronti a mettersi al passo con la marcia inarrestabile del progresso” (pp. 65-66), allora non esiste probabilmente libro migliore al quale rivolgersi che questo. Vero, per Evola capitalismo e comunismo sono “lo stesso male”. Vi è una sostanziale differenza che va comunque rimarcata. È evidente a tutti come il secondo sia stato sconfitto dalla Storia, sconfessato in ogni sua forma. Per converso, il capitalismo è oggi più forte che mai e per ostacolarlo in modo strutturato è necessario prima comprendere la perversa sostanza di cui è composto. L’auspicio di Evola era quello di riportare l’America al: “suo rango di provincia” (p. 71). Magari era ed è una semplice illusione. Se però ognuno di noi si impegnasse in una rivolta interiore e non ideologica; in questo caso, oltre alla forza bruta, al modello americano non resterebbe altro (da Studi Evoliani).
Riccardo Rosati
(Julius Evola, Civiltà americana. Scritti sugli Stati Uniti 1930-1968, a cura di Alberto Lombardo, Controcorrente, Napoli 2010. € 10)

Fonte 


http://whitewolfrevolution.blogspot.it/2016/03/julius-evola-contro-lamericanismo.html#more


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