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giovedì 14 aprile 2016

Terzi: «Sul caso dei due marò basta scheletri nell’armadio»


«Chi pensa di continuare a tenere chiusi e blindati degli armadi con dentro tanti scheletri sulla questione marò deve fare i conti con una verità che sta emergendo da mesi sull’intera vicenda. Per questo diventa sempre più importante l’istituzione di una commissione parlamentare d’inchiesta». Giulio Terzi di Sant’Agata, ambasciatore e già ministro degli Esteri al tempo dell’incidente da cui è scaturita la querelle con l’India per i fucilieri Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, ritiene che le oscurità nella vicenda siano visibili, al di là delle rivelazioni presenti nel dossier anonimo consegnato ai magistrati di Potenza e alla Difesa.
Ambasciatore, a pochi giorni dal pronunciamento della corte arbitrale de l’Aja sulla libertà di Girone, sui media emergono nuove ricostruzioni, da fonte anonima, in merito alle responsabilità militari sulla vicenda. Come le valuta?«Non ho la possibilità di valutare l’attendibilità dell’esposto anonimo, ma rilevo che c’è tanta gente che ha necessità, forse vitale, che non emerga la verità sul caso dei due marò pugliesi. E questa ostilità si misura dall’opposizione che permane alla costituzione di una commissione d’inchiesta parlamentare. Di sicuro ci sono già delle circostanze eclatanti».
A cosa si riferisce?«C’è questa strana coincidenza: tutti quelli che erano nella linea di comando nelle fasi iniziali dell’incidente, poi hanno fatto carriere vertiginose, tra promozioni, incarichi e prebende...».
Una commissione di inchiesta sarebbe risolutiva?«Consentirebbe di presentare all’opinione pubblica documenti essenziali, che non sono coperti da segreto di stato».
Quali sono i punti più oscuri da decrittare?«Fermo restando che i nostri militari sono innocenti perché estranei alla vicenda della morte dei pescatori, come risulta dagli atti del Tribunale di Amburgo, il primo nodo irrisolto riguarda il perché la linea di comando militare ha avuto notizia di un incidente in mare e ha accettato di dirottare la Lexie nel porto indiano, lasciando le acque internazionali. La linea di comando era militare e andava dal capo del nucleo di protezione armata salendo fino al ministero della Difesa e allo stesso ministro, vertice politico. Come si fa a dire che la Lexie ha avuto l’ordine di cambiare rotta ad un livello di sottufficiale»?
Chi ordinò il rientro della Lexie nel porto di Kochi?«In risposta ad una interrogazione parlamentare di Domenico Gramazio, l’allora ministro Giampaolo Di Paola dichiarò che la Difesa, ricevuta la richiesta indiana, non aveva avuto motivi per obiettare e autorizzò il cambio di rotta».
Ci sono altri buchi neri nelle ricostruzioni?«L’incidente è stato portato a conoscenza dell’unità di crisi della Farnesina - cellula operativa del governo a tutela degli italiani all’estero - diverse ore, tre o quattro, dopo l’accaduto. Avrebbe dovuto ricevere informazioni immediate. Perché questo ritardo? Quando venni informato segnalai la mia contrarietà a che la nave lasciasse le acque internazionali, per non pregiudicare la tutela dei nostri uomini. Dalla Difesa risposero: La nave è già a Kochi».
Potrebbe esistere sul caso marò “una versione originale allo Stato Maggiore della Difesa o al Gabinetto del Ministro ben secretata”?«È lecito immaginare che ci siano tanti scheletri o fascicoli interi o mail che andrebbero fatte conoscere agli italiani. Il Tribunale del Mare di Amburgo ha reso pubblici documenti che in Italia vengono negati. Basta con queste incongruenze».
fonte http://corrieredelmezzogiorno.corriere.it/bari/cronaca/16_aprile_14/bari-04-documentoacorrieremezzogiorno-web-mezzogiorno-c9ebdb52-0214-11e6-b078-9feb14f0aefb.shtml

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