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mercoledì 27 luglio 2016

Inferno nero nei ghetti pugliesi

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Da San Severo – Foggia Le ruote sollevano nuvole di polvere quando l’auto si ferma in mezzo alla campagna, in cerca di qualcuno cui chiedere informazioni.  “Per il gran ghetto girate a destra all’altezza del filare di cipressi. Seguite lo sterrato, poi di nuovo a destra al mucchio di spazzatura. Non potete sbagliare.”
Persino le indicazioni puzzano di spazzatura e di morte, quando si tratta di arrivare al gran ghetto di Rignano Garganico, la maggiore delle decine di bidonville che da qualche anno punteggiano la campagna pugliese, ridisegnandone la geografia fisica ed antropica.
Sono i ghetti: agglomerati di baracche dimenticati in mezzo ai campi, abitati da braccianti-schiavi immigrati. Secondo i dati 2015 della Flai Cgil, nel pieno della stagione estiva i ghetti arrivano ad ospitare oltre settemila anime, solo contando i braccianti regolari. Quelli clandestini sarebbero almeno il doppio.
Si tratta di anime dannate, giunte in Italia inseguendo il sogno di una vita migliore e ritrovatesi per dodici ore al giorno con una zappa in mano, chini su un filare dipiante di pomodoro che sembra non finire mai, a lavorare sempre più in fretta per trentacinque euro al giorno.
Trentacinque miserabili monete, a cui vanno però sottratti cinque euro per il passaggio in macchina fino al luogo di lavoro; un euro al giorno per dormire in una delle baracche del ghetto; altri tre o quattro euro per mangiare e per bere.
È il sistema del caporalato, la piovra che ricatta e opprime decine di migliaia di lavoratori, italiani e stranieri, nelle campagne del nostro Mezzogiorno.
   
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Il meccanismo, nella sua infernale spietatezza, è semplice. Ai braccianti viene offerto un lavoro pagato generalmente a cottimo, che non richiede manodopera qualificata e con la garanzia di un impiego continuo e praticamente certo. L’unica condizione è l’assenza di ogni condizione.
Durante la raccolta dei pomodori – uno dei lavori più duri, assolto quasi solo dai robusti braccianti africani – la paga oraria va dai 4 euro ai 2,5 euro l’ora. Naturalmente non c’ècontratto, assicurazione, contributi o malattia. Di ferie nemmeno a parlarne. Contano solo i pomodori che a fine giornata hai ammonticchiato nei cassoni. Più pomodori raccogli, più guadagni.
Il sistema di sfruttamento, però, non si limita al rettangolo di terra brulla del campo, ma si estende a tutta la giornata del lavoratore: “Ogni giorno pago cinque euro al caporale che mi porta al lavoro – ci spiega il quarantenne Nourdin, padre senegalese e madre mauritana – Se lavoro per dieci ore a tre euro e cinquanta centesimi l’ora, che è una buona paga, guadagno trentacinque euro al giorno, sette giorni alla settimana. Ma se da questi trentacinque inizi a sottrarre cinque euro per il trasporto, uno per il posto letto, quattro per il cibo e altri mille balzelli, dall’obolo per ricaricare il cellulare a quello per trovare dei vestiti nuovi, non mi resta quasi nulla”.
A spiegarlo dati alla mano è Leonardo Palmisano, sociologo e ricercatore da anni impegnato nella lotta al caporalato con azioni di denuncia che gli sono valse querele e minacce. Sul tema ha scritto un libro, “Ghetto Italia”, a quattro mani con Yvan Sagnet, coraggioso ex bracciante che ha deciso di denunciare lo sfruttamento in cui era tenuto insieme ai suoi compagni e che ora collabora attivamente con il sindacato.
“I braccianti spendono presso i caporali circa dieci euro al giorno – racconta – Per 2500 persone, sono 25000 euro al giorno. Una stagione di sessanta giorni frutta dunque ai caporali ben 1,5 milioni di euro, e solo dal ghetto di Rignano.”
Nell’ormai decennale storia del ghetto sono sorti diversi negozi che rendono questa assurda favela foggiana un vero e proprio villaggio dell’Africa nera in terra di Puglia. Nei quartieri ordinati per nazionalità si incrociano bar e ristoranti, bordelli, macellerie, officine meccaniche e bazar, una moschea e perfino un grande mercato all’aperto.
Alle tre del mattino i braccianti si ritrovano nelle piazze dello slum, dove i caporali formano le squadre da caricare sui furgoni. Alle cinque inizia la giornata, un lavoro massacrante e senza sosta, sotto lo sguardo annoiato dei guardiani. Una scena che ricorda quelle della Capanna dello zio Tom.
Non sono rari i casi di morti sul lavoro: braccianti stramazzati al suolo dopo quattordici ore di fatica, cadaveri fatti sparire nel nulla o scaricati davanti al pronto soccorso da un’auto con la targa coperta che si allontana in tutta fretta.
L’unico tramite fra il ghetto e il mondo esterno è Concetta Notarangelo, della Caritas locale: indaffaratissima, ci guida all’interno delle baracche prendendo nota della situazione di questo o quel profugo. In molti si sono visti negare la protezione internazionale ed hanno presentato ricorso al giudice, bloccati in attesa dell’udienza per mesi interi.
Qualcuno prova a strappare un contratto di lavoro regolare, ma uscire da questa bolgia infernale non è facile. La manodopera è sovrabbondante e questo contribuisce a mantenere bassi i prezzi. Che però non sono stabiliti dai proprietari terrieri, ma dalle aziende della grande distribuzione collocate alla fine della filiera agroalimentare.
“Le industrie dei pelati fissano il prezzo e lo comunicano ai grossisti – spiega Palmisano – I grossisti stabiliscono il prezzo al quintale e lo impongono ai coltivatori, che a loro volta si rifanno sui braccianti attraverso i caporali. Una catena al ribasso dove tutti lucrano su chi sta sotto, fatta eccezione per gli ultimi”.
Un simile sistema rende economicamente insostenibile qualsiasi tentativo di produzione etica che corrisponda il giusto ai lavoratori della terra. I braccianti lo sanno e cercano di contenere le spese per risparmiare il più possibile e raccogliere qualche centinaio di euro necessario – ma spesso non sufficiente – ad uscire dal ghetto.
Qualcuno, come il diciannovenne Fofò, prova a cavarsi d’impiccio con lo studio: di giorno raccoglie gli ostaggi, la sera prova a studiare un po’ di italiano. Grazie alla Caritas, è riuscito a prendere parte a un progetto della protezione civile. Un giorno sogna di intraprendere una professione normale, forse il medico.
Domani andrà ancora nei campi. Ma prima ancora c’è il tempo di tirare qualche calcio a un pallone nella partitella con i suoi compagni di baracca.
In cielo il sole, indifferente, tramonta sul ghetto di Rignano. Domani sorgerà, ancora, sulle schiene dei braccianti già chini sulle piantine dei pomodori che finiranno sulla nostra tavola.
Foto e video di Roberto Di Matteo
fonte http://www.occhidellaguerra.it/inferno-nero-nei-ghetti-pugliesi/

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