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sabato 29 ottobre 2016

Così gli sceicchi sauditi promuovono nel mondo il loro Stato islamico

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Se le truppe irachene riusciranno a riconquistare Mosul, nelle aule delle scuole della città, per due anni e mezzo governata dall’Isis, troveranno libri sauditi. L’Arabia Saudita e lo Stato islamico condividono la stessa teologia, la stessa visione dei rapporti fra legge divina e vita secolare, lo stesso odio per gli sciiti e lo stesso disprezzo per i non musulmani. La differenza fondamentale sta nel fatto che la monarchia dei Saud ha un rapporto pragmatico con la sua ideologia religiosa di riferimento, che le permette di avvantaggiarsi di rapporti e alleanze internazionali, invece l’Isis la applica alla lettera nella sua purezza intransigente, che implica il jihad permanente. Ma il pensiero è lo stesso.
Un recente documentario della Bbc ha ripreso varie analisi secondo cui a partire dal primo boom del prezzo del petrolio la monarchia saudita ha speso nel mondo 100 miliardi di dollari per promuovere il wahabismo (la versione saudita dell’islam) attraverso moschee, centri di studio, madrasse per i giovanissimi, campus satelliti di università già esistenti (come nel caso della prestigiosa università egiziana di Al-Azhar), borse di studio a tutti i livelli di istruzione, libri e nuove edizioni del Corano, contenenti note e addirittura parentesi all’interno del testo principale che indirizzano all’interpretazione wahabita del libro sacro. I beneficiari della manna saudita includono giornalisti e accademici che hanno propagandato questa versione dell’islam. Per avere un punto di riferimento, si tenga presente che per promuovere il comunismo nel mondo l’Unione Sovietica ha speso in 70 anni (1921-1991) 7 miliardi di dollari.

Le prime indagini sulle attività di propaganda saudita nel mondo sono apparse all’indomani degli attacchi dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti, che videro 15 attentatori di nazionalità saudita fra i 19 responsabili diretti. In quel momento – e parliamo di quindici anni fa – vennero identificate fuori dai confini del regno ben 1.500 moschee, 202 collegi universitari, 2 mila scuole del ciclo primario pagate con soldi sauditi in paesi non musulmani in Europa, America del nord e del sud, Australia e Asia. In Europa a quel tempo Riyadh aveva già contribuito alla creazione dei centri culturali islamici di Bruxelles, Ginevra, Madrid, Londra, Edimburgo, Roma, Malaga. Tutti questi centri dispongono di grandi moschee, come quella di Roma i cui costi sono stati coperti con soldi sauditi per il 70 per cento.
Più recentemente il risultato degli sforzi dell’Arabia Saudita s’è fatto notare nel Kosovo. Benché per la sua indipendenza il piccolo paese balcanico sia totalmente debitore alla Nato, che determinò la vittoria degli insorti kosovari bombardando le forze armate serbe e lo stesso territorio metropolitano della Serbia, oggi il Kosovo ospita una nuova leva di estremisti islamici ed è a capo della classifica dei paesi europei per la presenza di jihadisti in rapporto al numero degli abitanti.
Nuove fucine di jihadisti
Risultano infatti essere partiti a combattere in Siria o in Iraq ben 314 kosovari, per una media di 172 per milione di abitanti, mentre il paese dell’Europa occidentale col maggior numero di jihadisti combattenti in rapporto alla popolazione, cioè il Belgio, ne ha prodotti finora 46 per ogni milione di abitanti.
Ha scritto il New York Times: «Il denaro e l’influenza sauditi hanno trasformato questa società musulmana un tempo tollerante ai margini dell’Europa, in una sorgente di estremismo islamico e in una fucina di jihadisti. Gli investigatori locali dicono che sono stati radicalizzati e reclutati da un corpo di mullah radicali e da associazioni semisegrete finanziate dall’Arabia Saudita e da altri paesi conservatori del Golfo attraverso una rete oscura e labirintica di donazioni da Onlus, singoli individui ed enti governativi».
Recentemente re Salman dell’Arabia Saudita si è offerto di costruire a sue spese 200 moschee per i profughi siriani approdati in Germania. Nessun profugo siriano, nel frattempo, è stato accolto in territorio saudita.
Foto Ansa

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