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mercoledì 19 ottobre 2016

Un rignanese a Washington: come svendere l’Italia per far vincere il “Sì”. E altrove si scomoda Hitler

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Non so se il vostro tasso di masochismo raggiunge il mio (ne dubito e sono felice per voi) e avete seguito la diretta di SkyTg24 dell’arrivo di Matteo Renzi alla Casa Bianca, accompagnato da Barack Obama tra due ali di folla agitante bandierine italiane e la fanfara dell’esercito: penso si siano registrati degli orgasmi in studio. Il parossismo filo-governativo era tale che in confronto a SkyTg24, l’Istituto Luce di mussoliniana memoria era un covo di sovversivi.
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La narrazione era estatica ed estasiata, si faceva notare come la folla volesse stringere la mano di Renzi (quando era invece palpabile il disagio e l’imbarazzo del primo ministro, visto che la gente voleva stringere quella di Obama e non la sua e soltanto un paio di ragazzotti hanno accettato il “premio di consolazione”), come il rapporto tra i due leader sia solido e ormai fondato su gesti di amicizia come camminare mettendosi la mano sulla spalla l’un l’altro, come questa visita abbia suscitato enorme entusiasmo “in una Washington oggi bagnata da uno splendido sole”, quasi l’uomo di Rignano fosse in grado anche di scacciare il maltempo.
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Poi, sfidando il ridicolo e l’ira di Shakespeare, Renzi ha preso la parola in inglese e ha dato vita a uno sviolinata verso il presidente Usa che nemmeno quella meravigliosa maschera di italiano medio e mediocre che fu il Nando Moriconi di Alberto Sordi. Ha citato Dante Alighieri e ha chiuso il suo delirio con un “Viva l’Italia, viva l’America, viva la libertà”. Mancava un “Viva la figa” ma probabilmente ha pensato che sarebbe stato accomunato a Trump e se lo è tenuto per sé. Renzi ha detto che con Obama “l’America è cresciuta”: vero, certamente è cresciuto il debito e il numero di lavoratori precari e a salario minimo.
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Ma è cresciuta tanto anche Wall Street grazie alla Fed e l’industria bellica grazie alle varie esportazioni di democrazia, come ci mostra questa mappa
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della CNN, non della Pravda. E’ cresciuta meno l’economia reale:
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poco importa, dopo che Obama e Renzi si sono affacciati al balcone in compagnia delle rispettive consorti, SkyTg24 ha chiosato con un “ed ecco il saluto alla folla festante”. Le italiche genti con littoria fierezza plaudono inorgoglite per il loro condottiero.
D’altronde che questo viaggio in America di Renzi, accompagnato da fini strateghi della geopolitica come Giorgio Armani e Roberto Benigni, sia il più classico dei “do ut des” lo si era capito fin da stamattina, quando l’house organ del governo, leggi “La Repubblica”, sparava in prima pagina l’intervista con il presidente Usa, in versione apologeta dello statista di Rignano, un misto tra Adenauer e Jerry Calà in “Vacanze in America”. La zerbinata del quotidiano di De Benedetti si può riassumere così: “L’austerity ha contribuito a rallentare la crescita europea, la risposta a Trump e a tutti i populismi è una politica economica che riduca le diseguaglianze, aumenti i salari, investa nell’istruzione”.
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Poi, la marchetta: Obama rende omaggio al ruolo dell’Italia nell’affrontare l’emergenza profughi nel Mediterraneo ma avverte che “un piccolo numero di Paesi non possono sostenere quest’onere da soli”, invoca più collaborazione tra i servizi segreti occidentali “per prevenire gli attacchi terroristici” e offre un “pieno sostegno alle riforme di Renzi”. Della seria, Obama voterebbe “Sì” se fosse italiano. E capite da soli che non è cosa da poco, perché contrapporre il presidente Usa a D’Alema o Travaglio significa voler vincere facile nell’immaginario collettivo di un popolo beota come quello italiano. E che Barack Obama punti su Renzi lo dimostra il fatto che in tutto il suo mandato, il presidente Usa ha organizzato solo 12 cene di Stato e l’ultima, di fatto la più significativa, ha voluto che fosse proprio con il premier del nostro Paese.
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Ora, non scado in populismi facili, ad esempio quelli che vedrebbero facilmente sottolineabile la contemporaneità tra le parole di Obama riguardo l’impegno italiano verso i migranti e la notizia di un’interprete stuprata da tre afghani nel campo profughi di Calais, mentre accompagnava una giornalista (probabilmente una andata per raccontare come soffrono e quanto l’Occidente sia razzista e crudele) o il fatto che per prevenire attacchi terroristici basterebbe che il comandante in capo Usa si degnasse di segnalarci dove e quando intendono fare delle false flag. No, occorre rendersi conto che questa visita segna un varco del Rubicone che nemmeno i governi democristiani più appiattiti su posizioni filo-Usa e filo-Nato avevano mai osato: siamo all’ufficializzazione dello status di 53mo Stato. Matteo Renzi, pur di poter mettere all’incasso l’assist e il supporto di Obama per vincere il 4 dicembre, sarà pronto a cedere su tutto ma sappiamo benissimo cosa interessa al presidente Usa, in ottica di continuità politica con l’elezione di Hillary Clinton a suo successore: piegare la Russia.
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Ne sa qualcosa, al riguardo, la ministra degli Esteri svedese, Margot Wallström, la quale ieri è stata letteralmente massacrata dalle opposizioni di centrodestra per la sua posizione neutralista rispetto all’ingresso del Paese scandinavo nell’Alleanza Atlantica. Lei e il suo collega di partito, il ministro della Difesa, Peter Hultqvist, sono stati bollati come “nostalgici della neutralità e gente che odia l’America”. Di più, il leader dei Liberali, Jan Björklund, si è spinto a dichiarare che la ministra “ha detto esattamente quanto vuole sentire il Cremlino, il suo argomento principale è che aderire alla Nato provocherebbe la Russia”. Che non mi pare un argomento così peregrino, poiché questa vignetta,
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che ho già pubblicato ieri, ci mostra plasticamente che chi sta aggredendo ed espandendosi – e non da oggi – non è certo Mosca. Ma non importa, ormai non si può più ragionare pacatamente, ormai è scontro, è Guerra Fredda 2.0: se non sei contro Mosca aprioristicamente, allora odi l’America, l’Occidente e la libertà. E magari anche la mamma. E non ho iniziato l’articolo con la parossistica cronaca di SkyTg24 a caso, perché l’informazione – anzi, la disinformazione – sta giocando un ruolo fondamentale in questa contrapposizione Est-Ovest 2.0. Uno degli argomenti che sia Barack Obama che Hillary Clinton stanno utilizzando per giustificare le provocazioni contro Mosca, deliri sulla Siria a parte, è il fatto che gli hacker russi starebbero facendo campagna elettorale per Donald Trump. Prove al riguardo? Zero. In compenso questo grafico,
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ci mostra plasticamente da che parte stia la stampa mainstream statunitense, la stessa che dovrebbe informare la gente in maniera indipendente ed equidistante. Altro argomento è il fatto che i russi stiano cercando di manipolare il risultato del voto Usa: prove? Zero. In compenso, questo video
Rigging the Election – Video I: Clinton Campaign and DNC Incite Violence at Trump Rallies
ci mostra come i Democratici, ovvero Obama e Hillary, infiltrino agitatori di professione agli incontri di Donald Trump per far scoppiare disordini che finiscano nei telegiornali, dipingendo il tycoon come uomo divisivo e fautore dell’odio. Siamo in un’enorme sciarada di propaganda, sembra “Doppio sogno” di Arther Schnitzler, il romanzo che ha ispirato Stanley Kubrick per “Eyes wide shut”: viviamo doppie vite che non sappiamo se essere reali, indossiamo maschere che crediamo essere il nostro vero volto.
Voglio farvi un esempio che non contempla l’America, altrimenti mi danno del fissato ma la nostra vecchia Europa: ieri è uscita la notizia che verrà abbattuta la casa natale di Adolf Hitler al numero 15 di Salzburger Vorstadts a Braunau-am-Inn, in Austria. A dare la notizia non l’amministrazione comunale o regionale ma il ministro dell’Interno, il professionista in conteggi allegri e buste con colla difettosa, Wolfgang Sobotka. Il motivo? Porre fine ai pellegrinaggi di nostalgici e neo-nazisti. I quali, finora, si sono sempre tenuti senza che accadesse nulla di particolare: come mai questa urgenza al 17 di ottobre dell’anno di grazie 2016? Forse perché il 4 dicembre, quando noi sceglieremo cosa fare della Costituzione e del nostro futuro, in Austria si voterà il ballottaggio delle presidenziali, ad oggi un testa a testa tra l’indipendente Alexander Van der Bellen e Norbert Hofer, candidato dei pericolosi estremisti di destra e xenofobi-populisti della FPO.
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Forse non tutti sanno che il defunto governatore della Carinzia e leader dell’FPO, Jörg Haider, voleva organizzare proprio a Braunau un congresso europeo e che vi sarebbe riuscito se Giovanni Malagodi, allora presidente dell’Internazionale liberale, non glielo avesse impedito. Non è che il timing ci dice qualcosa, ovvero che si è lanciato l’amo per vedere se qualche luccio abboccava? Bastava e basta un solo dirigente che dice “bah” contro questa decisione e la patente di neo-nazista è pronta per essere dispensata e resa pubblica ai quattro venti attraverso la stampa compiacente: elezioni vinte in carrozza, l’FPO è neo-nazista e vuole il Quarto Reich. Per ora, nessuno pare avere abboccato. Una cosa voglio dire per concludere, relativamente al clima che stiamo vivendo e quest’ultima decisione del governo austriaco: se pensate di fare i conti con la storia, cancellandone le tracce, preparatevi a convivere con il fantasma dei vostri sepolcri imbiancati.
Sono Mauro Bottarelli
fonte http://www.rischiocalcolato.it/2016/10/un-rignanese-washington-svendere-litalia-far-vincere-si-altrove-si-scomoda-hitler.html

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