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sabato 19 novembre 2016

L’Impensabile è diventato realtà:Trump alla Casa Bianca. Intervista con Noam Chomsky

trump presidente selfie

DI C.J. POLYCHRONIOU
truth-out.org
Tempo fa,  il famoso intellettuale Noam Chomsky aveva avvertito che il clima politico negli Stai Uniti era maturo per la nascita di uma figura autoritaria. Ora, in questa intervista, spiega quali saranno le consegeunze di questa elezione. Lo stato moribondo del sistema politico Usa e perchè Donald Trump è una vera e propria minaccia per il mondo e il pianeta in generale.
CJ Polychroniou: Noam, l’impensabile è diventato realtà: contro tutte le previsioni, Donald Trump ha riportato una schiacciante vittoria su Hillary Clinton, e l’uomo che Michael Moore aveva descritto come “rozzo, ignorante, pericoloso pagliaccio part-time e sociopatico a tempo pieno” è diventato il nuovo presidente degli Stati Uniti. Secondo te, quali sono stati i fattori decisivi che hanno condotto i cittadini americani al più inatteso risultato elettorale nella storia della politica statunitense?
Noam Chomsky: prima di rispondere a questa domanda, credo sia importante spendere qualche momento per riflettere su quanto sia accaduto l’8 Novembre scorso, una data che probabilmente si rivelerà decisiva nella storia dell’umanità, secondo il modo in cui reagiremo ad essa.
Non esagero.
La notizia più importante dell’8 Novembre scorso è stata appena notata, tuttavia si trattava di un fatto di grande importanza.
L’8 Novembre scorso, l’Organizzazione Meteorologica Mondiale ha emesso un rapporto, in occasione della Conferenza Internazionale sui Cambiamenti Climatici in Marocco COP22, programmata per procedere nella realizzazione degli obiettivi fissati dalla COP21 di Parigi. La WMO, nel suo rapporto, ha mostrato che gli ultimi cinque anni sono stati i più caldi in assoluto fino ad oggi, ha indicato un ulteriore innalzamento del livello degli oceani, destinato ancora a salire come conseguenza diretta del progressivo scioglimento dei ghiacci polari, in particolare dei giganteschi ghiacciai Antartici. Nel corso degli ultimi cinque anni, i ghiacciai Artici si sono ridotti del 28% rispetto ai 29 anni precedenti, facendo così non solo innalzare il livello dei mari, ma riducendo anche l’effetto refrigerante del riflesso dei raggi solari da parte dei ghiacci polari, accelerando così gli effetti nocivi del riscaldamento globale. Inoltre, lo stesso rapporto WMO ha anche indicato che le temperature globali stanno raggiungendo in modo preoccupante i livelli di guardia fissati dalla COP21, oltre ad altri elementi e previsioni allarmanti.
Sempre l’8 Novembre scorso c’é stato un altro evento di notevole importanza storica, anche questo appena notato.
L’8 Novembre scorso, nel paese più potente della storia del mondo, che potrebbe determinare il corso degli eventi futuri, si sono tenute delle elezioni presidenziali Il risultato di queste ha posto il controllo totale del governo – esecutivo, Congresso, Corte Suprema – nelle mani del Partito Repubblicano, l’organizzazione più pericolosa in tutta la storia del mondo a noi conosciuto.
Quest’ultima affermazione può sembrare fuori luogo, o persino oltraggiosa. Ma lo è davvero? I fatti dimostrano il contrario. Il Partito si è da sempre dedicato ad azioni mirate alla massima possibile distruzione della vita umana organizzata. Non esistono nella storia precedenti simili.
Un’esagerazione? Consideriamo quello che abbiamo vissuto finora.
Durante le primarie repubblicane, ogni candidato ha negato che stava per accadere quello che sarebbe poi accaduto – ad eccezione dei moderati sensibili, come Jeb Bush, che ha detto che tutto era incerto, ma che non dovevamo fare niente di particolare poiché si stava producendo un gas più naturale grazie al fracking. O John Kasich, che ha ammesso che il riscaldamento globale è una realtà, ma – ha aggiunto – “stiamo per andare a bruciare carbone in Ohio e non abbiamo certo intenzione di chiedere scusa per questo”. Il candidato vincente, oggi il presidente eletto, ha chiesto un sensibile aumento dell’utilizzo di combustibili fossili, compreso il carbone; deregolamentazione; revoca di aiuti verso quei paesi in via di sviluppo che stanno tentando di muoversi verso fonti di energia rinnovabile; e in generale un corsa al rialzo e all’accaparramento in ogni settore possibile.
Trump si è già mosso per smantellare l’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente (EPA), ponendo a capo delle transazioni un noto e convinto anti-ambientalista, Myron Ebell. Il massimo consigliere in materia di energia di Trump, il miliardario e petroliere Harold Hamm, ha annunciato le sue aspettative, piuttosto prevedibili: deregolamentazione, tagli fiscali alle industrie (e ai “ricchi” in generale); aumento della produzione di combustibili fossili, la sospensione del blocco temporaneo stabilito da Obama sul Dakota Pipeline. Il mercato ha reagito rapidamente. Le azioni delle società energetiche hanno registrato un’impennata, tra cui la più grande compagnia mineraria di carbone del mondo, la Peabody Energy, che aveva presentato in precedenza istanza di fallimento: dopo la vittoria di Trump ha registrato un guadagno improvviso del 50%.
Gli effetti del negazionismo repubblicano erano già stati avvertiti. C’era la speranza che l’accordo COP21 di Parigi potesse portare ad un trattato verificabile, ma quest’illusione è presto svanita. Il Congresso repubblicano non avrebbe accettato impegni vincolanti: ne è emerso un accordo volontario, evidentemente molto più debole.
Gli effetti potrebbero rendersi ancora più evidenti di quanto non lo siano già. Solo in Bangladesh, nei prossimi anni, decine di milioni di persone dovranno lasciare le zone di pianura più basse a causa dell’aumentato rischio di inondazioni dovuto all’innalzamento del livello dei mari: ciò provocherà una crisi di migranti tale da far impallidire quella attualmente in corso. Il più illustre climatologo del Bangladesh sostiene – a ragione – che “Questi migranti dovranno avere il diritto di circolare in tutti quei paesi maggiormente responsabili dei gas serra nel mondo. Molti, quindi, dovrebbero poter trasferirsi negli Stati Uniti” e in tutti quei paesi più ricchi che sono diventati tali provocando l’inizio di una nuova era geologica, l’Antropocene, caratterizzata da una radicale trasformazione dell’uomo e dell’ambiente.
Queste conseguenze catastrofiche potranno solo peggiorare e non solo in Bangladesh, ma in tutta l’Asia meridionale, mentre le temperature, già insopportabili per le zone più povere, potranno solo aumentare, i ghiacciai himalayani continueranno a sciogliersi minacciando le risorse idriche. Già oggi, in India, si segnalano 300 milioni di persone privi di acqua potabile. E gli effetti di tutto questo andranno ben oltre i confini di questi paesi.
E’ difficile trovare le parole giuste per far comprendere che oggi gli esseri umani si trovano ad affrontare la questione più importante della loro storia, ovvero se la vita umana organizzata sopravviverà e/o se si trasformerà in qualcosa di diverso da quello che conosciamo; e di fronte a questa prospettiva stanno rispondendo accelerando la corsa alla loro stessa distruzione. Analoghe osservazioni possono valere per un altro problema legato alla sopravvivenza umana: la minaccia di distruzione nucleare, che incombe sulle nostre teste da 70 anni e oggi in modo ancora più grave.
E’ altrettanto difficile trovare le parole per comprendere il fatto che durante tutta la giostra elettorale statunitense, questi argomenti sono stati quasi del tutto evitati e comunque solo appena accennati. Almeno io, personalmente, sono senza parole di fronte a questo fatto.
Passando infine alla questione sollevata, ad essere precisi, pare che la Clinton abbia ricevuto una lieve maggioranza di voti. La vittoria decisiva di Trump ha a che fare con alcune curiose caratteristiche della politica americana: tra gli altri fattori, i voti residui del collegio elettorale dei fondatori del del paese come alleanza di stati individuali; il sistema del vincitore-prende-tutto funziona in ogni stato; gli accordi tra i vari distretti congressuali (spesso con brogli) che conferiscono un peso maggiore al voto ‘rurale’ (in passate elezioni, e probabilmente anche nell’ultima, i democratici hanno registrato un buon margine di vittoria nei voti popolari per la House of Representatives, ma alla fine detenevano solo una minoranza di seggi); l’altissimo tasso di astensione (di solito di circa la metà dei votanti, come in quest’ultima). Un segno importante per il futuro è che nella fascia 18-25 anni i voti maggiori sono andati alla Clinton, e Sanders aveva avuto un consenso anche maggiore. Quanto conta tutto questo dipende da che tipo di futuro attende l’umanità.
Secondo le informazioni attuali, Trump ha sbaragliato ogni record elettorale con i voti degli elettori bianchi, della classe operaia e della classe borghese media – in particolare della fascia di reddito tra $ 50,000 a $ 90.000 – e delle classi rurali e suburbane, soprattutto quelle senza un’istruzione universitaria. Questi gruppi condividono la rabbia che pervade tutto l’Occidente, rivelatasi anche nel voto imprevisto per la Brexit e nel crollo inaspettato dei partiti di centro nell’ Europa continentale.
Questi arrabbiati e disillusi sono vittime delle politiche neoliberiste della passata generazione, quelle politiche descritte nella testimonianza al Congresso da parte di Alan Greenspan – o St. Alan, come veniva chiamato da molti ammiratori a motivo della sua professione durante il periodo dell’economia miracolosa che si arrestò bruscamente nel 2007/2008, minacciando di far crollare con sé tutto il sistema economico mondiale. Come spiegava Greenspan nei suoi giorni di gloria, i suoi successi nella gestione economica si basavano sostanzialmente sulla “crescente insicurezza dei lavoratori.” Una classe lavorativa intimidita non avrebbe chiesto aumenti salariali e si sarebbe accontentata di salari stagnanti e benefici ridotti, segni questi di una ‘sana’ economia secondo gli standard neoliberisti.
I lavoratori che sono stati oggetto di questi esperimenti economici, stranamente, non sono stati particolarmente felici degli esiti Ad esempio, non sono stati molto felici del fatto che nel 2007, al culmine del miracolo neoliberista, i salari reali dei lavoratori delle fasce non dirigenziali erano inferiori che negli anni precedenti, o che salari reali dei lavoratori di sesso maschile erano ai livelli degli anni ’60, mentre ricchezze inaudite finivano in maniera sproporzionata nelle tasche dei soliti pochi ai vertici, quel famoso 1% del mondo. E questo non è stato il risultato di forze di mercato, di reali conseguimenti o meriti, ma piuttosto di precise scelte politiche, argomenti questi accuratamente recensiti dall’economista Dean Baker in una sua recente pubblicazione.
Il destino del salario minimo spiega ciò che è accaduto. Attraverso i periodi di crescita elevata e uniformemente distribuita degli anni ‘50 e ’60, il salario minimo – che stabilisce una base di riferimento per gli altri salari – controllava la produttività. Questo si è interrotto con l’avvento delle dottrine neoliberiste. Da allora il salario minimo è rimasto fermo (nel valore reale). Se avesse continuato come prima, probabilmente oggi sarebbe intorno ai 20 dollari l’ora. Invece oggi elevarlo a 15 dollari viene considerata una rivoluzione politica.
Con l’attuale gran parlare di quasi-piena occupazione, la partecipazione alla forza lavoro resta al di sotto che in passato. E per un uomo che lavora c’è una grande differenza tra un impiego stabile nel comparto produttivo con salari e benefici sindacali, com’era negli anni passati, e un lavoro temporaneo non sicuro e in qualche professione nei servizi. Oltre ai salari, ai benefici e alla sicurezza, c’è anche una perdita di dignità, di speranza nel futuro, del senso di appartenere al mondo e di svolgere in esso un ruolo utile.
Una situazione ben raffigurata da un ritratto sensibile e illuminante di Arlie Hochschild, da una roccaforte Trumpiana della Lousiana dove ha vissuto e lavorato per molti anni. Arlie usa l’immagine di una fila di persone in piedi, in attesa di andare avanti in modo costante a mano a mano che continuano a lavorare sodo e a mantenere i valori tradizionali. Ma in quella fila sono fermi. Davanti a loro vedono persone che passano avanti, ma non se ne preoccupano tanto: sanno che è il “modo americano” di ricompensare chi ha (presunti) meriti particolari. Quello che li preoccupa di più, invece, è quello che succede dietro di loro: persone immeritevoli e che non seguono le regole vengono piazzati davanti a loro da programmi federali di governo progettati per favorire afro-americani, immigrati e altri che spesso guardavano con disprezzo.
Tutto questo aggravato dalle sparate reaganiane del tipo “giovanotti palestrati e regine del welfare (vedi=NERI) che rubano il denaro che vi siete sudati” e altre fantasie spesso mescolate ad arte con la realtà, creando miscugli mediatici pericolosi progettati per distogliere l’attenzione dai veri motivi dei disagi, individuando semplici capri espiatori.
A volte, la mancanza di spiegazioni – che è di per sé una forma di disprezzo – gioca un suo ruolo. Tempo fa incontrai nella sua casa a Boston un pittore (tinteggiatore) molto irritato verso il governo dopo che un burocrate di Washington, che non sapeva nulla di pittura, aveva organizzato un incontro con imprenditori del settore per informarli che non si potevano più utilizzare le vernici a base di piombo, l’unico genere che funziona davvero, come tutti sanno. Ma il burocrate questo non poteva capirlo. La cosa fece fallire la sua impresa, costringendolo a dipingere in proprio nelle vase, usando vernici scadenti che il governo gli aveva imposto. A volte ci sono anche dei motivi precisi: la Hochschild ha parlato di un uomo la cui famiglia ed amici soffrivano molto a causa degli effetti letali dell’inquinamento; allo stesso tempo quest’uomo disprezzava il governo e le “élite liberali”, poiché per lui EPA significa un mucchio di gente ignorante che va in giro a vietare la pesca ma non fa niente per eliminare le cause dell’inquinamento.
Questi sono solo esempi di vita reale di alcuni sostenitori di Trump, che si sono illusi che Trump potrà fare davvero qualcosa per rimediare a tutte queste storture, anche se guardando il suo programma fiscale ed altre sue proposte, si dimostra il contrario – lasciando così agli attivisti il compito di evitare il peggio e spingere per le riforme più necessarie ed urgenti.
I sondaggi elettorali indicano che il sostegno appassionato per Trump è nato soprattutto dalla convinzione che lui rappresentasse il cambiamento, mentre la Clinton è stata percepita come il candidato che avrebbe solo perpetuato le loro angosce. Il “cambiamento” che Trump rischia di portare sarà peggiore, ma è comprensibile che le conseguenze non possono risultare chiare a persone isolate di una società atomizzata priva di tipi di associazioni (come i sindacati) in grado di educare ed organizzare. Questa è una differenza fondamentale tra la disperazione di oggi e gli atteggiamenti positivi e speranzosi di molte persone che lavoravano in condizioni ancora più penalizzate durante la grande depressione degli anni ’30.
Ci sono poi altri fattori che hanno determinato il successo di Trump. Studi comparativi dimostrano che le dottrine di Supremazia Bianca hanno avuto sulla cultura americana una presa ancora più forte che in Sudafrica, e non è un segreto che la popolazione bianca sia in declino. Le proiezioni indicano che nel giro di un decennio o due ii bianchi saranno solo una minoranza della forza lavoro, e ben presto anche una minoranza nella popolazione mondiale. La tradizionale cultura conservatrice è anche percepita come sotto attacco da parte di “politiche di identità” vincenti, considerate come élite periferiche che nutrono solo disprezzo per i laboriosi americani patriottici che vanno in chiesa e hanno il valore della famiglia, e che vedono il proprio paese scomparire ogni giorno di più davanti ai loro occhi.
Vale la pena ricordare che prima della seconda guerra mondiale, anche se sono stati più a lungo di tutti il paese più ricco, gli Stati Uniti non avevano un ruolo importante nell’economia mondiale; inoltre erano in una sorta di ristagno culturale. Se uno voleva studiare la fisica andava in Germania. Un aspirante scrittore o artista sarebbe andato a Parigi. Le cose sono cambiate radicalmente con la seconda guerra mondiale, per ovvie ragioni, ma solo per una parte della popolazione. Molti sono rimasti culturalmente tradizionali. Per citare un esempio importante: una delle difficoltà nell’attirare l’attenzione dell’opinione pubblica sulle minacce del riscaldamento globale è che il 40% della popolazione non vede il motivo per cui preoccuparsi tanto, dal momento che Cristo dovrebbe tornare tra pochi decenni. Più o meno la stessa percentuale crede che il mondo è stato creato solo qualche migliaio di anni fa. Se la scienza è in conflitto con la Bibbia, tanto peggio tanto peggio per la scienza. E’ difficile trovare qualcosa di analogo in altre società.
Il partito democratico ha smesso di preoccuparsi seriamente per i lavoratori dagli anni ’70; questi, quindi, si sono rivolti ai loro avversari, che almeno fingono di parlare la loro stessa lingua – Reagan e il suo stile popolare, che faceva battute e mangiava gelatine colorate; W. Bush e la sua immagine attentamente curata di uomo normale che puoi incontrare ogni giorno in un bar, che tagliava l’erba nel suo ranch a 100° F, con le sue pronunce sbagliate – probabilmente false, figuriamoci se parlava così a Yale; e oggi Trump, che dà voce alle persone con delle legittime rimostranze che hanno perso non solo posti di lavoro, ma anche l’ autostima personale; e a quelli che inveiscono contro il governo che percepiscono come il responsabile della rovina della loro vita (non senza ragione).
Una delle grandi conquiste del sistema dottrinale è stata quella di deviare la rabbia dal settore imprenditoriale al governo che realizza i programmi che esso stesso stabilisce, come gli accordi altamente protezionistici di diritti per imprese e investitori, spacciati dai media come “accordi di libero scambio”. Con tutti i suoi difetti, il governo è in una certa misura influenzato e controllato dal popolo, a differenza del settore delle imprese. E’ molto vantaggioso per il mondo delle imprese alimentare l’odio per i burocrati intellettuali al governo e sradicare dalla testa della gente l’idea sovversiva che il governo potrebbe diventare uno strumento di volontà popolare, un governo di, da e per la gente.
Trump rappresenta forse un nuovo movimento nella politica americana o il risultato di questa elezione è soprattutto un rifiuto di Hillary Clinton da parte degli elettori che odiano i Clinton e sono stufi della “solita” politica?
E’ tutt’altro che nuovo. Durante il periodo neoliberista, entrambi i partiti politici si sono spostati verso destra. Oggi i nuovi democratici sono più o meno quelli che prima si definivano “repubblicani moderati”. La “rivoluzione politica” che promuoveva giustamente Bernie Sanders, non avrebbe molto sorpreso Dwight Eisenhower.
I Repubblicani finora hanno curato le fasce ricche e il mondo imprenditoriale e non potevano sperare di guadagnare voti con i loro attuali programmi; hanno quindi mobilitato settori della popolazione che sono sempre esistiti, ma mai come forze politicamente organizzate: evangelici, nativisti, razzisti e tutte quelle vittime delle varie forme di globalizzazione che hanno messo le forze lavoro del mondo in concorrenza una contro l’altra, mentre allo stesso tempo si proteggevano i privilegiati; hanno infranto leggi ed altre misure che avrebbero potuto tutelare i lavoratori; e hanno influenzato i processi decisionali nei settori pubblico e privato, ormai interconnessi, grazie alla totale inefficacia dei sindacati.
Le conseguenze sono state evidenti nelle ultime primarie repubblicane. Ogni candidato emerso dalla base – Bachmann, Caino, Santorum, … – era talmente estremo che il lo stesso partito ha dovuto usare tutte le sue ampie risorse per eliminarli. La differenza nel 2016 è che il Partito non è riuscito a fare lo stesso, con suo grande dispiacere, come abbiamo potuto vedere.
Meritatamente o no, la Clinton ha rappresentato quelle politiche che sono state temute e odiate, mentre Trump è stato visto come il simbolo del “cambiamento”: capire di che tipo di cambiamento parliamo richiede uno sguardo attento alle sue attuali proposte, delle quali solo una minima parte ha raggiunto il pubblico americano. La sua campagna elettorale ha brillato nella capacità di evitare i problemi, soddisfacendo le richieste mediatiche e attenendosi al concetto che la vera obiettività significa segnalare solo quello che c’e’ all’interno del cerchio (Washington), senza avventurarsi oltre.
Dopo la vittoria, Trump ha detto che “rappresenterà tutti gli Americani”. Come farà non si sa, considerando che il paese è completamente diviso, e che lui in precedenza aveva espresso odio per diversi gruppi sociali all’interno degli Stati Uniti, comprese donne e minoranze.Non vi sembra ci siano diversi punti in comune tra la Brexit e la vittoria di Trump?
Ci sono analogie precise con la Brexit e anche con l’aumento dei partiti ultranazionalisti di estrema destra in Europa – i cui leader si sono affrettati a congratularsi con Trump per la sua vittoria, percependolo come uno di loro: Farrage, Le Pen, Orban e altri come loro. E questi sviluppi sono piuttosto spaventosi. Uno sguardo alle urne in Austria e Germania.
Austria e Germania: un binomio che non può non evocare ricordi spiacevoli per chi ha familiarità con gli anni ’30, e ancor più per quelli che li hanno vissuti personalmente, come me, con gli occhi di un bambino. Ricordo ancora i discorsi di Hitler alla radio, senza capirne le parole, anche se il tono della sua voce e la reazione delle folle erano chiaramente agghiaccianti. Il primo articolo scritto che ricordo era del febbraio del 1939, dopo la caduta di Barcellona, sulla diffusione evidentemente inesorabile della piaga fascista. E per strana coincidenza, è stato proprio a Barcellona che mia moglie ed io abbiamo guardato Tuesdays’ events pochi giorni fa.
Riguardo a come vorrà gestire Trump quello che ha portato avanti – non creato con le sue mani, ma solo portato avanti – nessuno può dirlo. Probabilmente la sua caratteristica più evidente è l’imprevedibilità. Molto dipenderà dalle reazioni di chi è rimasto sconcertato dal suo successo e da quelle visioni che lui ha proiettato, così come sono.
In Trump non si identifica alcuna ideologia politica dietro le sue posizioni sui temi economici, sociali e politici; tuttavia, ci sono nei suoi atteggiamenti delle chiare tendenze autoritarie. Pensate sia possibile che Trump possa rappresentare la nascita di un “fascismo dal volto amichevole” negli Stati Uniti?
Per molti anni ho scritto e parlato del pericolo dell’avvento negli Stati Uniti di vero ideologo carismatico, qualcuno in grado di sfruttare la paura e la rabbia che da molto tempo ormai pervadono la società; qualcuno in grado di deviarle dai reali motivi di malessere e dirigerle verso obiettivi più vulnerabili: quello che il sociologo Bertram Gross, in un attento studio di 35 anni fa, definiva “fascismo amichevole”. Ma per questo è necessario un vero ideologo, una specie di Hitler, e non qualcuno la cui unica ideologia rilevabile è l’ “io” personale. I pericoli, però, ci sono stati per anni, considerando le forze che Trump è riuscito a scatenare.
Con i Repubblicani alla Casa Bianca e al controllo di entrambe le camere del Congresso e della nuova Corte Suprema che ne seguirà, come sarà l’America tra, diciamo, quattro anni?
Moltissimo dipenderà dalle nomine che farà e dalla cerchia dei suoi consiglieri. Le prime indicazioni non sono confortanti, per usare un eufemismo.
La Corte Suprema per molti anni sarà nelle mani dei reazionari, con prevedibili conseguenze. Se Trump porterà avanti i suoi programmi fiscali alla Paul Ryan, ci saranno enormi vantaggi per i più ricchi – il Tax Policy Center prevede un taglio fiscale di oltre il 14% per lo 0,1% delle fasce più in alto nella scala dei redditi, e una riduzione generale per tutte le fasce di reddito superiori e nessun taglio fiscale per nessuna delle altre fasce sottostanti, che dovranno quindi accollarsi nuovi oneri fiscali. Lo stimato corrispondente di economia del Financial Times, Martin Wolf, scrive che “I programmi fiscali proposti saranno una doccia rigenerante per gli americani già ricchi come Trump stesso, “, mentre tutti gli altri resteranno all’asciutto, ovvero tutto il resto del suo stesso elettorato. L’immediata reazione del mondo degli affari rivela che i grandi gruppi farmaceutici, Wall Street, il comparto militare, le industrie energetiche ed altre meravigliose istituzioni del mondo dell’impresa si aspettano un futuro molto roseo.
Uno sviluppo positivo potrebbe invece rivelarsi il programma di infrastrutture promesso da Trump, occultando però allo stesso tempo (con grandi bei discorsi) che esso non è altro che lo stesso programma di sviluppo infrastrutturale che Obama aveva a suo tempo proposto e che fu poi miseramente soffocato dal Congresso Repubblicano con il pretesto che la sua realizzazione avrebbe provocato un’esplosione del deficit. E mentre allora quel pericolo non era reale, considerando i tassi d’interesse molto bassi, oggi potrebbe invece esserlo con Trump, tenendo conto degli sgravi fiscali per il settore “ricco” ed imprese e degli aumenti di spesa previsti per il Pentagono.
Tuttavia, esiste una scappato, suggerita da Dick Cheney quando spiegò al Segretario di Stato di Bush – Paul O’Neill – che “Reagan ha dimostrato che i deficit non contano” – in altre parole ‘il deficit che creiamo noi repubblicani per conquistare il consenso popolare e che poi molliamo a qualcun’alro che verrà dopo – possibilmente democratici – che se la sbrighino loro’. La tecnica potrebbe funzionare, almeno per un po’.
Ci sono anche molte domande sulle conseguenze di politica estera, per lo più senza risposta.
C’è una certa reciproca ammirazione tra Trump e Putin. Quante possibilità abbiamo di vedere una nuova era nelle relazioni USA-Russia?
Una prospettiva di speranza è che potrebbero ridursi le crescenti e pericolose tensioni sui confini con la Russia: n.b. ‘confini con la Russia’ e non ‘confini con il Messico’. A questo riguardo c’e’ un aneddoto che però non sto qui a raccontare. Esiste anche la possibilità che la stessa Europa possa prendere le distanze dall’America di Trump – come già prospettato dal Cancelliere Merkel ed altri leader europei – e dalla voce inglese del potere americano del dopo Brexit. Questo potrebbe eventualmente portare a uno sforzo europeo per disinnescare le tensioni in atto, e a muoversi verso qualcosa di simile alla visione di Mikhail Gorbaciov di un sistema integrato di sicurezza eurasiatica senza alleanze militari, respinto dagli Stati Uniti a favore di espansione della NATO, visione recentemente ripresa da Putin, sia sul serio oppure no: impossibile dirlo, poiché il gesto è stato respinto.
La politica estera dell’amministrazione Trump sarà più o meno militarista delle amministrazioni Obama o – persino – G.W. Bush?
Impossibile rispondere oggi con certezza, Trump è troppo imprevedibile e ci sono troppe questioni aperte. Quello che possiamo dire è che una mobilitazione e un attivismo popolare adeguatamente organizzati e guidati, possono fare una grande differenza.
E teniamo bene a mente, come già detto all’inizio, che la posta in gioco è altissima.

Fonte: http://www.truth-out.org
Link: http://www.truth-out.org/opinion/item/38360-trump-in-the-white-house-an-interview-with-noam-chomsky
14.11.2016

Traduzione pervwww.comedonchisciotte.org a cura di SKONCERTATA63

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