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venerdì 29 aprile 2016

La dottrina del 95%: il cambiamento climatico come arma di distruzione di massa


Chi potrebbe dimenticarlo? Nell’autunno del 2002 arrivava una valanga di “informazioni” dalle figure più importanti dell’amministrazione Bush sul programma segreto iracheno per lo sviluppo di armi di distruzione di massa che minacciava gli USA. Chi, a parte qualche stupido, avrebbe potuto dubitare che Saddam Hussein fosse finalmente sulla buona strada per ottenere un’arma nucleare?
L’unica domanda, come suggeriva il nostro vice presidente nel programma Meet the Press, era: “Quanto mancava, un anno o cinque anni?”. E non era l’unico ad avere questa paura, dopo aver avuto alcune prove di ciò che stava accadendo. Per cominciare, c’erano quei “tubi di alluminio appositamente progettati” che il dittatore iracheno aveva ordinato per le proprie centrifughe per l’arricchimento dell’uranio come parte del suo minaccioso programma di armi nucleari. L’8 settembre 2002, i giornalisti Judith Miller e Michael Gordon l’hanno pubblicato sulla prima pagina del New York Times.
Poi c’erano quelle “nubi a forma di fungo”, su cui Condoleezza Rice, consigliere per la sicurezza nazionale, esprimeva pubblicamente preoccupazione. Nubi che permarranno sulle città americane, se non faremo qualcosa per fermare Saddam. Così esprimeva tutta la sua inquietudine in un’intervista con Wolf Blitzer della CNN lo stesso 8 settembre: “Non vogliamo che la pistola fumante sia una nube a forma di fungo atomico”. Certo che no! Dissero al Congresso.
E se per caso non fossimo abbastanza spaventati dalla minaccia irachena, c’erano quegli aerei senza nome, senza pilota, che potrebbero essere equipaggiati da Saddam con armi chimiche o biologiche di distruzione di massa disponibili nel suo arsenale e lanciarsi sulle città dell’East Coast degli USA, con risultati inimmaginabili. Il presidente George W. Bush parlò di questo in televisione e il voto del Congresso optò per la guerra grazie ai rapporti segreti raccapriccianti disponibili in Campidoglio.
Poi si è scoperto che Saddam non aveva alcun programma di armi, nemmeno una bomba nucleare in prospettiva, né una centrifuga per quei tubi, niente stoccaggio di armi biologiche o chimiche o di aeromobili senza pilota che avrebbero sganciato bombe, inesistenti, di distruzione di massa (nemmeno navi in grado di mettere questi ipotetici apparecchi di volo automatico al largo delle coste USA). E se tutto questo lo avesse avuto? Chi era disposto a prendersi questo rischio? Naturalmente non il vice presidente Dick Cheney, che propose all’amministrazione Bush qualcosa che il giornalista Ron Suskind soprannominò “la dottrina dell’ 1%”. In sostanza si trattava di questo: se c’era anche solo l’1 % di possibilità che gli USA venissero attaccati, soprattutto con armi di distruzione di massa, il problema doveva essere trattato come se si fosse di fronte ad una certezza tra il 95 e il 100 %.
E qui si verifica una cosa curiosa: se guardiamo l’apocalittica paura riguardo alla distruzione presente negli USA durante i primi anni di questo secolo, questa ha a che fare soprattutto con armi di distruzione, fantasie nella fertile immaginazione imperiale di Washington. E’ stata la “bomba” di Saddam, che ha fornito parte del pretesto per la tanto desiderata invasione dell’Iraq. E’ stata la “bomba” dei mullah, il regime fondamentalista iraniano, che odiavamo con tutto il cuore sin da quando siamo tornati, nel 1979 dopo che tennero in ostaggio il personale dell’ambasciata americana a Teheran, la demolizione da parte della CIA di un governo sorto dalle elezioni del 1953 e l’instaurazione dello Scià. Se si dava credito alla notizia proveniente da Washington e Tel Aviv, gli iraniani erano anche pericolosamente vicini a ottenere un’arma nucleare. La produzione della “bomba iraniana” è stata per anni al centro della politica americana in Medio Oriente, la “linea rossa” oltre la quale c’era la minaccia della guerra. Tuttavia, non c’è mai stata, né c’è tuttora la bomba iraniana o le prove che gli iraniani erano o sono in procinto di produrla.
Infine, naturalmente, c’era la bomba di Al Qaeda, la “bomba sporca” che l’organizzazione poteva in qualche modo costruire, portarla negli USA e usarla in una città americana, o “la bomba nucleare persa”, probabilmente dell’arsenale pakistano, con cui si potrebbe fare lo stesso. Questa è la terza bomba che ha tenuto in “caldo” la fantasia e l’attenzione degli americani in quegli anni, anche se le prove della sua possibile e imminente esistenza erano scarse tanto quanto quelle degli iracheni e iraniani.
In sintesi, i misteriosi scenari da fine del mondo così come ce li ha presentati Washington dopo l’attentato delle Torri Gemelle sono questi: a parte un’eccezione avevano a che fare con le inesistenti armi di distruzione di massa. Una quarta arma, quella che esisteva, ma aveva un ruolo più modesto nelle fantasie di Washington, era la bomba assolutamente reale della Corea del Nord, anche se i nordcoreani in quel momento non erano in grado di fargli raggiungere le coste degli USA.
La “buona notizia” sul cambiamento climatico
In un mondo in cui le armi nucleari sono ancora essenziali per una potenza globale, nessuno di questi esempi potrebbe essere classificato come “rischio zero”. Saddam in passato ha avuto un programma nucleare, non esattamente nel 2002-2003, e anche le armi chimiche utilizzate contro le truppe irachene durante la guerra del 1980 e contro la propria popolazione curda. Gli iraniani potrebbero, o anche no, aver preparato il loro programma nucleare per ottenere una capacità atomica, e al-Qaeda non avrebbe rifiutato un’atomica sporca se fosse stata disponibile (anche se poi la capacità di usarla sarebbe stata piuttosto discutibile).
Nel frattempo, le enormi riserve di ADM esistenti negli Stati Uniti, Russia, Cina, Israele, Pakistan e India, che potrebbe davvero devastare il pianeta, erano in gran parte fuori dagli schermi radar nordamericani. Nel caso dell’arsenale indiano, l’amministrazione Bush ha indirettamente aiutato la sua espansione. Per questo, è stata un po’ la peculiarità del XXI secolo che il presidente Obama, cercando d’inquadrare i recenti avvenimenti in Ucraina, ha detto: “La Russia è una potenza locale che sta minacciando i suoi vicini più prossimi. In relazione con la nostra sicurezza a me preoccupa molto di più la possibilità di un’arma nucleare che esploda a Manhattan”.
Ancora una volta, un presidente americano si concentra su una bomba che potrebbe rilasciare un fungo atomico sopra Manhattan. E precisamente di che bomba stava parlando il Sig.Obama?
Certo, c’era un’arma di distruzione di massa che poteva certamente provocare un terribile disastro o semplicemente sommergere New York, Washington, Miami o altre città della East Coast. Un’arma che aveva il suo proprio ed efficiente sistema di lancio, senza bisogno di ricorrere a droni o a fanatici islamici. E, a differenza delle bombe irachene, iraniane o di Al Qaeda, il lancio sulle nostre coste era garantito salvo azioni preventive. Non era necessario andare alla ricerca di strutture segrete. Si trattava di un sistema le cui strutture di produzione erano sotto gli occhi di tutti qui in America, come in Europa, Cina e India, così come in Russia, Arabia Saudita, Iran, Venezuela e in altri paesi produttori di energia termica.
Così qui si pone una domanda cui vorrei che qualcuno di voi che vive o visita il Wyoming faccia all’ex vice-presidente Dick Cheney nel caso lo incontri, cosa del tutto possibile in uno stato scarsamente popolato: “Qual’è la sua opinione riguardo la gestione preventiva se invece di avere una probabilità dell’1 % che un paese con AMD le usi contro di noi la possibilità sia del 95 %, se non addirittura del 100 %?” Tenendo presente che la domanda viene fatta ad un noto conservatore, chiedetegli se sarebbe o meno a favore della dottrina del 95 % così come la elogiava nella versione 1 %.
Dopo tutto, grazie ad un desolante rapporto del 2013 pubblicato da un gruppo di esperti sul cambiamento climatico, ora sappiamo che ci sono tra il 95 e il 100 % di probabilità che “la vita umana sia la causa principale del riscaldamento del pianeta fin dalla metà del ventesimo secolo”. Sappiamo anche che il riscaldamento globale, a causa di un uso sistematico di combustibili fossili, da cui dipendiamo, e dai gas serra, sta danneggiando il mondo in cui viviamo, in particolare gli USA, come è stato chiarito in una relazione pubblicata recentemente dalla Casa Bianca. Sappiamo anche, con una certezza abbastanza grave, che tipo di danni si rischiano di produrre per i decenni, anche secoli, a venire se le cose non cambiano radicalmente. Un aumento della temperatura verso la fine del secolo che può superare i 4 ° C, con la conseguente estinzione di innumerevoli animali, terribili siccità in molte regioni del mondo (come già sta succedendo con persistenza negli Stati Uniti occidentali e sud-ovest), grandi piogge in altre regioni, tempeste sempre più intense che produrranno sempre più danni, devastanti ondate di calore ad oggi sconosciute al genere umano, moltitudini di rifugiati, aumento dei prezzi dei prodotti alimentari e, tra gli altri disastri per la vita umana, l’aumento del livello del mare, che invaderà le zone costiere di tutto il mondo.
Ad esempio, da due studi scientifici pubblicati recentemente, abbiamo appreso che la calotta di ghiaccio dell’Antartide occidentale, uno dei più grandi accumuli di ghiaccio sul pianeta, ha cominciato a sciogliersi e frammentarsi dando così inizio ad un aumento del livello globale dei mari che nel prossimo secolo sarà tra i 3 e i 4 metri. Questa massa di ghiaccio è ora, secondo gli autori dello studio, in un “processo irreversibile”, significa che indipendentemente da quello che faremo in futuro, sarà una condanna a morte per alcune delle grandi città del mondo. (Per non parlare dello scioglimento del ghiaccio che ricopre la Groenlandia e il resto del ghiaccio antartico).
Tutto questo, naturalmente, avviene principalmente perché gli esseri umani continuano a bruciare combustibili fossili ad un ritmo senza precedenti e così ogni anno immettiamo nell’atmosfera quantità esorbitanti di anidride carbonica. In altre parole, stiamo parlando di un nuovo tipo di ADM. La distruzione planetaria che le armi nucleari potrebbero causare sarebbe immediata, o (se si verificasse un “inverno nucleare”) entro pochi mesi, mentre alcuni degli effetti causati dai cambiamenti climatici sono già in atto e tra decenni, anche tra secoli, vedremo l’impatto e la devastazione che avranno nel nostro pianeta.
Quando si parla di ADM è normale pensare alle armi chimiche, biologiche o nucleari. Dobbiamo però considerare il cambiamento climatico come un’arma di distruzione di massa dotata di una miccia molto lunga che è stata già accesa e che scoppierà alla fine della nostra vita. A differenza della tanto temuta bomba iraniana o dell’arsenale pachistano, non è necessario che la CIA o la NSA scovino questo armamento. Dai pozzi di petrolio alle strutture per il fracking, dalle piattaforme di perforazione in mare a quelle di estrazione petrolifera nel Golfo del Messico, il macchinario che produce questo tipo di ADM e garantisce che venga continuamente rilasciata in tutto il pianeta è visibile ovunque. Con tutto il suo potenziale di distruzione, chi ne possiede il controllo ha fiducia che, trattandosi di qualcosa dallo sviluppo lento, non sia necessario nasconderla e non provoca nemmeno panico nella popolazione tanto dal volerla distruggere.
Le aziende del settore energetico, e dei paesi che le ospitano, che producono tali armi di distruzione di massa continuano a fare il loro lavoro senza nascondersi. In generale, non esitano a rendere pubblico, e a vantarsi tra loro, dei piani planetari di distruzione totale, ma ovviamente non lo descrivono con queste parole. Tuttavia, se un dittatore iracheno o un mullah iraniano parlasse allo stesso modo sulla produzione di armi nucleari e sull’uso che ne farebbero… apriti cielo!!
Abbiamo la Exxon Mobil, una delle società più redditizie della storia. Nel mese di aprile ha pubblicato due rapporti incentrati nei, come scrisse Bill McKibben, “piani della società per risolvere il fatto che la Exxon Mobil e altri giganti del petrolio hanno avuto nelle loro riserve collettive diverse volte più idrocarburi rispetto a quanto gli scienziati dicono che si possano bruciare in modo sicuro”. Continuando, “La società ha detto che le restrizioni governative che obbligherebbero a non estrarre le riserve minerarie di combustibili fossili erano ‘molto improbabili’, e che non solo le estraggono e le bruciano ma che continueranno la ricerca di altri giacimenti di petrolio e gas “, una ricerca che in genere consuma ogni giorno circa 100 milioni di dollari da parte degli investitori. “Sulla base di questa analisi, siamo fiduciosi che nessuna delle nostre riserve di petrolio si esaurisca ora e nemmeno in futuro”.
In altre parole, i piani di Exxon sono per sfruttare tutte le riserve di combustibili fossili fino al completo esaurimento. I capi di governo coinvolti nel sostenere la produzione e l’uso di queste ADM sono spesso altrettanto espliciti a questo proposito, ma allo stesso tempo mantengono un atteggiamento che propone misure per mitigarne gli effetti distruttivi. Prendiamo la Casa Bianca, per esempio. Questo è quello che orgogliosamente ha dichiarato il presidente Obama nel marzo 2012 riguardo alla sua politica energetica: “Ora, durante la mia amministrazione, l’America sta producendo più petrolio che in qualsiasi degli ultimi otto anni. E’ importante saperlo. Negli ultimi tre anni ho ordinato alla mia amministrazione di aprire l’esplorazione di nuovi giacimenti di petrolio e gas in centinaia di migliaia di chilometri quadrati in 23 stati diversi. Stiamo sfruttando oltre il 75 % delle nostre potenziali risorse petrolifere in mare. Abbiamo quadruplicato il numero di piattaforme operative, questo è un record. Abbiamo costruito nuovi gasdotti e oleodotti tanto da poter circondare la Terra con loro”.
Allo stesso modo, il 5 maggio, appena prima che la Casa Bianca rivelasse la relazione sui cambiamenti climatici negli USA e con un Congresso incapace di approvare anche la legislazione più semplice sul clima per far raggiungere al paese una situazione moderatamente più efficiente da un punto di vista energetico, John Podestà, consigliere di Obama, è apparso nella sala stampa della Casa Bianca per vantarsi di una politica energetica “verde” del governo. “Gli USA”, ha detto, “sono il più importante e grande produttore di gas naturale e di petrolio del mondo. Il progetto è che gli USA rimangano il più grande produttore di gas fino al 2030. Nel nostro paese abbiamo estratto più petrolio di quanto ne è stato importato da oltreoceano. Queste sono delle buone notizie”.
Buone notizie, sì, come no. Come quelle della Russia di Vladimir Putin, che ha recentemente ampliato il suo vasto giacimento di petrolio e gas con un’estensione simile allo stato del Maine nel Mar Nero al largo della costa della Crimea. Come quella della “bomba” del carbone in Cina. E quella della garanzia di produzione fornita dall’Arabia Saudita. In sostanza, il problema di aumentare ogni volta i gas serra, che sono causa della nostra distruzione futura, rimane una “buona notizia” per coloro che sono le élites dominanti di questo pianeta Terra.
Armi di distruzione planetaria
Sappiamo esattamente quale sarebbe la risposta di Dick Cheney, che era disposto ad andare in guerra se ci fosse stato anche solo l’1 % della possibilità che un qualsiasi paese ci potrebbe far male se ha chiesto di agire in base alla dottrina del 95 %. Che dubbio si potrebbe avere circa la sua risposta, sarebbe simile a quella delle grandi imprese dell’energia, che hanno finanziato la maggior parte del negazionismo sul cambiamento climatico e una falsa scienza per anni e anni? Semplicemente sostengono che la scienza non è sufficientemente “sicura” (anche perché l’incertezza può, di fatto, sbarrare strade) e prima di ripartire ingenti somme necessarie per occuparsi del fenomeno dobbiamo saperne di più e in ogni caso la scienza del cambiamento climatico è motivata da un programma politico.
Per Cheney e i suoi compari sembra ovvio che agire a partire dalla possibilità dell’1 % è agire in maniera ragionevole per la “difesa” degli USA e non vedono alcuna contraddizione nel fatto di non agire quando la probabilità è del 95 %. Per il partito repubblicano in questo momento la negazione del cambiamento climatico è niente di meno che la fedeltà ad un tornaconto e, quindi, anche una dottrina del 101 % potrebbe funzionare quando si tratta di combustibili fossili e il pianeta Terra.
Certo, non si può in alcun modo dare la colpa al cambiamento climatico, ai combustibili fossili né all’anidride carbonica emessa dai combustibili che bruciano. Di per sé questi carburanti non sono armi di distruzione di massa, né lo sono l’uranio 235 o il plutonio 239. Nella fattispecie è distruttivo il sistema necessario per estrarli, trasformarli e venderli traendone enormi profitti e bruciando questi combustibili, e creando così un pianeta coperto dai gas serra. Con i cambiamenti climatici non c’è qualcosa di equivalente come alle due bombe atomiche “Little Boy” e “Fat Man”, cioè un’arma specifica su cui si può puntare il dito. In questo caso, il sistema d’arma è il fracking, come ad esempio l’estrazione di petrolio in acque profonde, come sono gli oleodotti e le stazioni di servizio, le centrali per la produzione di energia elettrica che bruciano carbone, e dei milioni di veicoli a motore che riempiono le strade di tutto il mondo, ed i conti delle aziende più redditizie della storia.
Tutto quello che fornisce costantemente combustibili fossili al mercato, rendendoli facili da usare e aiutano ad inibire lo sviluppo di energia alternativa sono ADM. I dirigenti delle grandi aziende del mondo legate ai combustibili fossili sono i mullah più pericolosi, i veri fondamentalisti del pianeta Terra, loro che promuovono una fede in quei carburanti che sono la garanzia della nostra transizione verso una nuova versione della Fine dei Tempi.
Forse abbiamo bisogno di creare una nuova categoria di armi con un nuovo acronimo che si concentri sulla natura della nostra attuale circostanza del 95-100%. Le chiameremo armi di distruzione planetaria (ADP) o armi dai danni planetari (ADP). Ci sono solo due sistemi d’arma che potrebbero rientrare in una categoria simile. Uno sarebbe quello delle armi nucleari, che anche in una guerra locale tra Pakistan e India potrebbero creare un “inverno nucleare” in cui la Terra smetterebbe di ricevere i raggi del sole a causa della grande quantità di fumo e polveri in sospensione che darebbero luogo ad un rapido raffreddamento, la perdita massiccia di coltivazioni, la cessazione del cambio delle stagioni, incluso la vita. Nel caso di una grande guerra, si darebbe il via alle condizioni per la “sesta estinzione” della vita sulla Terra.
Anche se su scala molto diversa e difficile da classificare nel tempo, l’uso di combustibili fossili può finire allo stesso modo, con una sequenza di disastri “irreversibili” che possono distruggere la vita umana e molte altre forme di vita sulla Terra. Questo sistema di distruzione su scala planetaria, facilitato dalla maggior parte dei dirigenti delle élite aziendali del pianeta sta diventando la più alta forma di “crimine contro l’umanità ” e, di fatto, contro molte forme di vita. Parliamo di un “terricidio”.
Tom Engelhardt
traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di GIANLUCA MARTIN
http://www.complottisti.com/la-dottrina-del-95-il-cambiamento-climatico-come-arma-di-distruzione-di-massa/

IN SICILIA: UNA DISCARICA NUCLEARE SEGRETA DELLO STATO ITALIANO!





di Gianni Lannes

Vediamo se a qualche onorevole nostrano eterodiretto dall’estero ed assiso sulla poltrona pagata a caro prezzo dagli ignari contribuenti, torna la memoria, su una faccenda così delicata e dalle conseguenze catastrofiche per la salute collettiva. Che esperimento ha realizzato sotto mentite spoglie l'Enea nella colonia di Sicilia? Che danni ha prodotto la politica tricolore sotto il vessillo della corruzione e del trasformismo? Per quale ragione in punto di diritto costituzionale, ben 31 atti parlamentari specifici non hanno mai avuto risposta dai governi del belpaese, e, l'iter, risulta adesso paradossalmente "in corso" dal 1981, vale a dire dall'ottava legislatura, a tutta la diciassettesima sotto il segno dell'ineletto toscano? La nocività ambientale largamente diffusa come strategia di dominio? E perché mai la gente finalmente non si ribella a questa dittatura che annienta i diritti civili, toglie il respiro e uccide impunemente la vita?



«Per un intervento volto ad assicurare che non avranno alcun seguito le ipotesi di ubicazione nella miniera di Pasquasia del comune di Enna o in altra localita' della Sicilia di un deposito di scorie radioattive».

E’ il testo dell’interrogazione a risposta orale 3/03348 presentata da Sergio Mattarella il 3 marzo 1987: un atto parlamentare sottoscritto anche da 25 altri onorevoli di svariati partiti, indirizzato al ministro dell’industria Valerio Zanone (sotto il governo Craxi, con Scalfaro agli interni, Andreotti agli esteri e Spadolini alla difesa). 


Né quel governo, né tutti i successivi (Fanfani, Goria, De Mita, Andreotti, Andreotti, Amato, Ciampi, Berlusconi, Dini, Prodi, D’Alema, D’Alema, Amato, Berlusconi, Berlusconi, Prodi, Berlusconi, Monti, Letta) fino a Renzi che il popolo italiano non ha votato, hanno mai fornito una risposta. Alla stregua di tutte leinnumerevoli altre interrogazioni e interpellanze fino ai giorni nostri,inerenti la miniera di Pasquasia, trasformata segretamente dallo Stato tricolore, all’insaputa della gente siciliana, in una discarica nucleare.
Perché oggi Mattarella, in qualità di presidente della Repubblica italiana, e magari in veste di capo dello Stato, non ordina un’immediata bonifica del sito, per garantire salute pubblica e salubrità ambientale?

Per la cronaca documentata dai riscontri ufficiali: il primo interrogativo parlamentare in materia (interrogazione a risposta in commissione 5/02040 presentata da Boggio Luigi del pci), risale al 2 aprile 1981: «Sull'opportunita' che l'’Eni' acquisisca attraverso la 'Samim' un'ulteriore quota dell''Ispea', societa' che gestisce la miniera Pasquasia in provincia di Enna.



L’Eni ha realizzato a Borgo Sabotino in provincia di Latina, una centrale nucleare, in seguito ceduta all’Enel; e a Trisaia di Rotondella in provincia di Matera, nel centro ricerche nucleari del Cnen, poi Enea, ora Sogin, ha gestito in consocietà con una multinazionale governativa inglese, una fabbrica di lavorazione del combustibile nucleare. Dove sono andate a finire le scorie più pericolose del cane a sei zampe, che dal 1992 è sotto le grinfie straniere?
Il 25 giugno 1986 è stata depositata l’interrogazione a risposta scritta 4/16058, anch’essa a tutt’oggi mai beneficiata da una risposta governativa:
«Sulla ventilata trasformazione della miniera di Pasquasia, in provincia di Enna, in un deposito di scorie nucleari».


Lo stesso giorno di 30 anni fa, l’interrogazione a risposta scritta 4/16084 insiste ma invano sul rovente argomento:

«Per l'apertura di un'inchiesta in merito alla ventilata utilizzazione della miniera di Pasquasia (Enna) come deposito di scorie nucleari».




L’11 marzo 1987 nell’interrogazione a risposta scritta 4/20910 è scritto a chiare lettere: «Per un intervento volto a chiarire le finalita' dei lavori eseguiti dall''enea' nella miniera di Pasquasia (Enna), anche in relazione alle notizie riguardanti la ventilata creazione di un deposito di scorie radioattive, in una miniera della Sardegna».



Il 24 marzo 1987 l’interrogazione a risposta orale 3/03394 recita: «Per un intervento volto ad evitare la realizzazione di un deposito di scorie radioattive presso la miniera di Pasquasia (Enna)».


 Il 4 agosto 1987 risulta depositata ma tutt’oggi inevasa, l’interrogazione a risposta scritta 4/00885:«Sulle iniziative che si intendono assumere al fine di evitare la ventilata utilizzazione dell'antica miniera di sali potassici sita in Pasquasia (Enna) quale deposito di scorie radioattive.


Perché è stata improvvisamente chiusa una miniera altamente produttiva a livello mondiale e più che remunerativa?

L’interrogazione a risposta scritta 4/16883 del 20 novembre 1989, presentata da Altero Matteoli (in seguito smemorato ministro dell’Ambiente) coglie nel segno: «Sul mancato rinnovo, da parte della regione Sicilia, della concessione alla miniera di Pasquasia (Enna)».


A tutt’oggi, nessun governo italiano ha mai fornito la benché minima risposta agli atti parlamentari (24 richieste di chiarimenti dal 1981 al 2011 e ben 7 nella corrente legislatura) sul caso Pasquasia. Perché? Quale verità indicibile hanno da nascondere all'opinione pubblica?


riferimenti:

Gianni Lannes, ITALIA, USA E GETTA, Arianna Editrice, Bologna, 2014;









 










  

 










fonte http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2016/04/in-sicilia-una-discarica-nucleare.html#more

Si aprono i giochi in Libia, Al-Serraj chiede l’intervento dell’Occidente

Libia, armata di Haftar

di Salvo Ardizzone
La richiesta del premier libico Al-Serraj per ottenere la protezione internazionale sul petrolio e sulle piattaforme di estrazione in mare, anche se menzionava il pericolo dell’Isis, in realtà aveva tutt’altro obiettivo, assai più concreto delle scalcinate milizie del “califfo” evocate solo per convenienza: proteggere i campi dalle mire del generale Haftar e dell’Egitto, dietro cui sono schierati Arabia Saudita, Emirati e la Francia, che al momento fa un gioco ambiguo a tutto vantaggio dei propri interessi e della Total.
La telefonata con cui Serraj ha chiesto copertura a Renzi, proprio prima che il Premier italiano volasse al G5 di Hannover, tendeva a questo: tramite l’Italia, a cui ufficialmente è stata affidata la gestione del problema libico, portare il problema dinanzi alle Potenze che manovrano per spartirsi la Libia, denunciando il tentativo di far saltare i patti già stretti.
Fede ne fa che la richiesta d’aiuto è partita il giorno dopo l’arrivo a Tobruk di una massiccia fornitura di armi, munizioni e mezzi per le milizie di Haftar, in aperta violazione all’embargo internazionale. Si tratta di 400 blindati leggeri Panthera T6, prodotti dall’egiziana Eagles Defence International Systems su licenza della società emiratina Minerva Special Purpose Vehicle; a questi si aggiungono 650 pickup Toyota, i protagonisti di tutte le guerre asimmetriche in aree desertiche.
Haftar, che nei fatti controlla Tobruk e tiene in ostaggio il suo parlamento da operetta, è l’uomo su cui Al-Sisi punta per avere il controllo della Cirenaica e delle sue risorse, e dietro lui, a parte lo storico appoggio di Riyadh ed Emirati, adesso c’è pure la Francia, che se ufficialmente appoggia Serraj, nei fatti ha stretto un’alleanza di ferro col regime egiziano, cementata dai mega accordi commerciali e militari pagati dal Golfo.
A parole quei rifornimenti dovrebbero servire ad Haftar per completare l’occupazione di Bengasi e impadronirsi di Derna e poi di Sirte, ma oltre questi obiettivi ciò a cui mirano realmente i suoi sponsor è a mettere le mani sui campi petroliferi della Cirenaica attualmente controllati dalla milizia di Ibrahim Jadran, che ha dato il suo sostegno a Serraj.
Di qui l’appello del Premier libico per parare una mossa che sancirebbe di fatto la spartizione del Paese; di qui l’accelerazione al dossier gettato sul tavolo del G5, che vede gli Usa e l’Inghilterra tutt’altro che propensi a lasciare campo libero a Parigi. Washington non apprezza l’attivismo francese e il tentativo di rafforzare il suo ruolo politico ed economico ad Est del Mediterraneo, di cui il recente viaggio di Hollande a Beirut, Amman e il Cairo è un esempio, approfittando del crescente smarcamento americano; né l’Amministrazione Usa si è scordata i tanti ostacoli che Parigi, su mandato saudita, ha messo sulla strada dell’accordo sul nucleare iraniano. Allo stesso modo, Londra vede con sospetto i maneggi francesi (e della Total) e li considera in contrasto con i propri interessi.
Ormai è una corsa contro il tempo: Serraj non può formalizzare la sua richiesta di aiuto all’Onu perché non è ancora entrato nel pieno delle sue funzioni; il parlamento di Tobruk continua a rinviare il suo riconoscimento malgrado 102 parlamentari abbiano sottoscritto una mozione in suo favore. Il nodo sta nel fatto che la città è sotto il controllo di Haftar, che secondo l’accordo dovrebbe farsi da parte insieme alle aspirazioni dei suoi sponsor.
Il gioco è talmente scoperto che lo stesso inviato dell’Onu minaccia sanzioni su tutti i personaggi che continuano ad opporsi ostacolando l’intesa; nel frattempo, il generale e chi gli sta dietro, con l’aiuto delle Special Forces francesi e dei massicci rifornimenti che stanno arrivando, contano di cogliere quei successi che costringano la comunità internazionale a non prescindere da lui.
In ogni caso, per mettere in moto l’operazione della comunità internazionale che “brucerebbe” quelle manovre, serve il voto del Consiglio di Sicurezza dell’Onu; un passaggio scontato, visto che la direzione sarà conferita all’Italia e la Russia, che la considera una garanzia, non porrà veti. Ma servirà tempo, settimane, forse mesi, mentre sul campo si muovono le forze: Inglesi, Americani e soprattutto Francesi sono già sul posto, come pure Egiziani ed Emiratini; tutti pronti ad assicurarsi le fette migliori del Paese.
Resta da vedere come evolveranno le cose, e come l’Italia potrà gestire un dossier sempre più spinoso, più che mai adesso, con i rapporti con l’Egitto avvelenati. E detto per inciso, sono sempre maggiori i sospetti che ci sia questo dietro l’affaire Regeni: non è un caso che fonti riservate abbiano riferito che a Parigi ridessero delle tensioni in corso, che sgombrerebbero il campo, e il più grande giacimento di gas del Mediterraneo, da un concorrente.
Sia come sia, ormai si è alla vigilia di un’operazione militare incerta quanto pericolosa, in cui Roma sarà usata come paravento per lo scontro degli interessi altrui. Le indiscrezioni di stampa in merito a un contingente italiano da schierare, malgrado le smentite di rito, mettono in piazza alcuni dei progetti che giocoforza sono già stati fatti. Applicarli e come sarà tutt’altra storia.
http://www.controinformazione.info/si-aprono-i-giochi-in-libia-al-serraj-chiede-lintervento-delloccidente/#


Come le centrali della NATO controllano la politica dell’UE sui rifugiati

F. William Engdahl New Eastern Outlook 27/04/2016Merkel-ErdoganUn fiume incontrollato di profughi di guerra da Siria, Libia, Tunisia e altri Paesi islamici destabilizzati dalle rivoluzioni colorate della ‘primavera araba’ di Washington, ha creato il più grande caos sociale nell”UE, dalla Germania alla Svezia alla Croazia, dalla fine della seconda guerra mondiale. Ormai è chiaro che più di qualcosa di sinistro è in corso, minacciando di distruggere il tessuto sociale del nucleo della civiltà europea. Pochi si rendono conto che l’intero dramma è orchestrato non dalla cancelliera tedesco Angela Merkel, o dagli anonimi eurocrati della Commissione UE di Bruxelles. È orchestrato dalla cabala di think tank della NATO. L’8 ottobre 2015 tra il grande flusso di centinaia di migliaia di rifugiati inondanti la Germania da Siria, Tunisia, Libia e altri Paesi, una nuova e sicura di sé cancelliera tedesco Angela Merkel proclamava in un popolare programma televisivo tedesco che “ho un piano”, occasione per una frecciata tagliente ai partner della coalizione guidatu dal capo della bavarese CSU, Horst Seehofer, critico verso la posizione di accoglienza dei profughi di Merkel nella primavera 2015, che ha visto più di un milione di rifugiati entrare in Germania solo l’anno scorso. Da quel momento, con determinazione di ferro, la cancelliera tedesca ha difeso il criminale regime di Erdogan in Turchia, partner essenziale del suo “piano”. La maggior parte del mondo ha visto con stupore come abbia ignorato i principi della libertà di parola e deciso di perseguire pubblicamente un noto comico della TV tedesca, Jan Boehmermann, per le sue osservazioni satiriche sul presidente turco. Era stupita da come il simbolo della democrazia europea, la cancelliera tedesca, abbia scelto d’ignorare l’imprigionamento da parte di Erdogan dei giornalisti e la chiusura dei media dell’opposizione, procedendo nei piani per imporre di fatto la dittatura in Turchia. Era perplessa per come il governo di Berlino abbia scelto d’ignorare le prove schiaccianti di come Erdogan e la famiglia materialmente favoriscano i terroristi dello SIIL in Siria, in realtà creatori della crisi dei rifugiati. Era stupita di vedere spingere l’UE a consegnare miliardi di euro al regime di Erdogan per il presunto accordo sul flusso di rifugiati dai campi profughi turchi alla vicina UE passando per la Grecia e non solo.
Piano Merkel
Tutte queste azioni apparentemente inspiegabili della una volta pragmatica leader tedesca, sembrano risalire all’adozione di un documento di 14 pagine preparato da una rete di gruppi di riflessione pro-NATO, sfacciatamente intitolato “Piano Merkel”. Ciò che la neo-sicura di sé cancelliera tedesca non disse alla sua ospite Anne Will o ai telespettatori fu che “il suo” piano le era stato consegnato solo quattro giorni prima, il 4 ottobre, come documento dal titolo Piano Merkel, da un neonato think-tank internazionale, ovviamente ben finanziato, chiamato Iniziativa per la Stabilità Europea o ESI. Il sito dell’ESI indica avere uffici a Berlino, Bruxelles e Istanbul, Turchia. Il sospetto è che gli autori de piano ESI l’abbiano intitolato come se provenisse dall’ufficio della Cancelliera tedesca e non da loro. Più sospetto è il contenuto del Piano Merkel dell’ESI. Oltre ad accogliere già più di un milione di rifugiati nel 2015, la Germania dovrebbe “accettare di concedere asilo a 500000 rifugiati siriani registrati in Turchia nei prossimi 12 mesi“. Inoltre, “la Germania dovrebbe accettare le richieste provenienti dalla Turchia… e fornire un trasporto sicuro ai candidati… già registrati presso le autorità turche…” E infine “la Germania dovrebbe accettare di aiutare la Turchia ad avere esenzioni sul visto di viaggio per il 2016“. Il cosiddetto piano Merkel è un prodotto dei think tank legati a NATO-USA e a governi dei Paesi membri della NATO o potenziali soci. La massima “seguire il denaro” è istruttiva in questo caso, per vedere chi realmente dirige l’Unione europea oggi.
ESI
unbenannte-anlage-00300L’ESI nasce dai tentativi della NATO di trasformare il Sud-Est Europa dopo la guerra istigata dagli USA in Jugoslavia negli anni ’90, portando alla balcanizzazione del Paese e la creazione di una importante base USA e NATO, Camp Bondsteel in Kosovo. L’attuale presidente dell’ESI, direttamente responsabile del documento finale Piano Merkel è il sociologo austriaco residente ad Istanbul Gerald Knaus. Knaus è anche membro del Consiglio europeo per le relazioni estere (ECFR) e dell’Open Society. Fondato a Londra nel 2007, l’ECFE è un’imitazione dell’influente Counsil on Foreign Relations di New York, il think-tank creato dai banchieri Rockefeller e JP Morgan nel corso dei colloqui di pace di Versailles del 1919, per coordinare la politica estera globale anglo-statunitense. Significativamente, il riccone creatore dell’ECFR è il miliardario statunitense e finanziatore delle rivoluzioni colorate George Soros. Praticamente ogni rivoluzione colorata è stata sostenuta dal dipartimento di Stato degli USA dal crollo dell’Unione Sovietica, come in Serbia nel 2000, Ucraina, Georgia, Cina, Brasile e Russia. George Soros e le propaggini delle sue Open Society Foundations finanziano di nascosto ONG e attivisti per la “democrazia” per insediare regimi pro-Washington e filo-NATO. I membri scelti, chiamati membri del Consiglio o associati dell’ECFR londinese comprendono il co-presidente Joschka Fischer, ex-ministro degli Esteri del Partito dei Verdi tedesco che spinse il suo partito ad appoggiare l’illegale bombardamento di Bill Clinton della Serbia nel 1999, privo del sostegno del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Gli altri membri del Consiglio del think tank Counsil on Foreign Relations europeo di Soros includono l’ex-segretario generale della NATO Xavier Solana, il falsificatore ex-ministro della Difesa tedesco caduto in disgrazia Karl-Theodor zu Guttenberg; Annette Heuser, direttrice esecutiva del Bertelsmann Stiftung di Washington DC; Wolfgang Ischinger, presidente della Conferenza sulla sicurezza di Monaco di Baviera; Cem Ozdemir, presidente dei Buendnis90/Die Gruenen; Alexander Graf Lambsdorff, deputato del partito liberale tedesco (FDP); Michael Sturmer, corrispondente Capo del Die Welt; Andre Wilkens, direttore della Fondazione Mercator; il difensore della pederastia al Parlamento europeo Daniel Cohn-Bendit. Cohn-Bendit, noto come “Danny il Rosso” nelle rivolte studentesche francesi del maggio 1968, fu membro del gruppo autonomista Revolutionaerer Kampf(Lotta Rivoluzionaria) a Ruesselsheim, in Germania, insieme al suo stretto alleato e ora presidente dell”ECFR Joschka Fischer. I due continuano ari trovarsi nell’ala “Realo” dei Verdi tedeschi. Le Open Society Foundations è la rete che “promuove la democrazia” esentasse creata da George Soros per promuovere il “libero mercato” pro-FMI dopo il crollo dell’Unione Sovietica, per liberalizzare il mercato delle economie ex-comuniste aprendo le porte al sistematico saccheggio dell’inestimabile patrimonio minerario ed energetico di quei Paesi. Soros fu l’importante finanziatore del team economico liberale di Boris Eltsin, tra cui l’economista da “Terapia d’urto” di Harvard Jeffrey Sachs e il consigliere liberale di Eltsin Egor Gajdar. Già è chiaro che il “Piano Merkel” è il Piano Soros in effetti. Ma c’è di più, se vogliamo comprendere l’ordine del giorno più oscuro dietro il piano.
I finanziatori dell’ESI
L’Iniziativa per la Stabilità Europea, il think-tank di Gerald Knaus collegato a Soros è finanziato da un impressionante serie di donatori. Il suo sito web li elenca; oltre alle Open Society Foundations di Soros, vi è laMercator Stiftung tedesco legato a Soros, e la Robert Bosch Stiftung. Altro finanziatore è la Commissione europea. Poi, curiosamente la lista dei finanziatori del piano Merkel comprende un’organizzazione dal nome orwelliano, l’United States Institute of Peace. Alcune ricerche rivelano che l’Istituto della Pace degli Stati Uniti non ha nulla a che fare con la pace, essendo presieduto da Stephen Hadley, ex-consigliere dell’US National Security Councildell’amministrazione guerrafondaia neo-con di Bush-Cheney. Il suo consiglio di amministrazione comprende Ashton B. Carter, l’attuale falco neo-con segretario della Difesa dell’amministrazione Obama; il segretario di Stato John Kerry; il Maggiore-Generale Federico M. Padilla, presidente della National Defense University degli Stati Uniti. Questi sono alcuni architetti molto stagionati della strategia del Dominio a Pieno Spettro del Pentagono per il dominio militare mondiale degli USA. Gli autori del “Piano Merkel” dell’Iniziativa per la Stabilità Europea, oltre alla generosità delle fondazioni di George Soros, indica come ‘primo’ finanziatore il German Marshall Fund* degli Stati Uniti. Come ho descritto nel mio libro, il think tank German Marshall Fund è tutt’altro che tedesco; “E’ un think tank statunitense di Washington DC. Di fatto, la sua agenda è la distruzione della Germania del dopoguerra e più in generale degli Stati sovrani dell’UE per adattarli al programma di globalizzazione di Wall Street“. Il German Marshall Fund di Washington è coinvolto nell’agenda del cambio di regime mondiale degli Stati Uniti d’America in combutta con il National Endowment for Democracy finanziato dagli Stati Uniti, le fondazioni Soros e la facciata della CIA chiamata USAID. Come descrivo nel libro, “Il principale obiettivo del German Marshall Fund, secondo la sua relazione annuale del 2013, è sostenere l’agenda del dipartimento di Stato nelle cosiddette operazioni di costruzione della democrazia nei Paesi ex-comunisti dell’Europa orientale e sud- orientale, dai Balcani al Mar Nero. Significativamente il loro lavoro include l’Ucraina. Nella maggior parte dei casi, collabora con l’USAID, ampiamente identificata quale facciata della CIA collegata al dipartimento di Stato, e la Stewart Mott Foundation che finanzia la National Endowment for Democracy finanziata dal governo degli Stati Uniti“. In particolare, la stessa Stewart Mott Foundation finanzia il Piano Merkel dell’ESI, come anche il Rockefeller Brothers Fund. Tutto questo dovrebbe far riflettere da chi e per quali obiettivi è stato firmato l’accordo Merkel-Erdogan sulla crisi dei rifugiati nell’UE. La fazione Rockefeller-Bush-Clinton negli Stati Uniti intende usarlo quale grande esperimento d’ingegneria sociale per creare caos e conflitti sociali nell’UE, mentre allo stesso tempo le loro organizzazioni non governative, come NED, Freedom House e fondazioni Soros, si agitano in Siria, Libia e nel mondo islamico? La Germania, secondo l’ex-consigliere del presidente degli Stati Uniti e amico intimo dei Rockefeller, Zbigniew Brzezinski, è il “vassallo” degli Stati Uniti nel mondo post-90? Finora, c’è la prova abbastanza netta che sia così. Il ruolo dei think tank collegati a Stati Uniti e NATO è fondamentale per comprendere come la Repubblica Federale di Germania e l’Unione europea siano in realtà eterodirette da oltre Atlantico.Dutch-Newshour-interview-Screenshot-Gerald-Knaus-28-January-2016*Il German Marshall Fund è anche l’ente che ha creato e promosso l’orrido mostriciattolo nazipiddino euroatlantista Federica Mogherini. NdT.
F. William Engdahl è consulente di rischio strategico e docente, laureato in politica alla Princeton University, è autore di best-seller su petrolio e geopolitica, in esclusiva per la rivista online “New Eastern Outlook“.
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora
fonte https://aurorasito.wordpress.com/