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sabato 31 dicembre 2016

Obama l'incantatore di serpenti.

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Ai nemici bisogna anche riconoscere l'onore delle armi. Obama è stato un ottimo incantatore di serpenti, un abilissimo venditore di fumo che ha utilizzato la propaganda ed il potere dei media e di internet come pochi.
In questi anni è stato capace di convincere gli orfani dell'11 Settembre ad armare e finanziare gli jihadisti di Al-Qaeda (i presunti autori dell'attacco alle Torri Gemelle) contro Assad; di spingere femministe, gay e lesbiche, atei ed anticlericali a simpatizzare per i terroristi fondamentalisti religiosi in Siria, Libia ed Egitto ed a ritrovarsi in sintonia con regimi medioevali come Arabia Saudita e Qatar. Obama ed il suo apparato sono stati artefici di un "capolavoro", bisogna ammetterlo, quando certi gruppi antifascisti europei, compresi ex partigiani, sono scesi in piazza per sponsorizzare il golpe nazista in Ucraina e movimenti di estrema destra come Svoboda e Pravij Sektor. Oppure quando terzomondisti pentiti, ma con il poster di Che Guevara ancora in stanza, hanno bollato Cuba e Venezuela come dittature sanguinarie.
Obama ha indotto gruppi palestinesi, come Hamas, a combattere fianco a fianco con i propri carnefici israeliani contro il governo di Damasco. Ha trasformato milizie curde con la stella rossa e motti rivoluzionari in truppe cammellate dell'esercito Usa. Ha bombardato e/o invaso sette paesi, ottenendo il Premio Nobel per la pace e gli applausi dei pacifisti. Infine, ciliegina sulla torta, sotto la sua presidenza centinaia di ex comunisti brezneviani, estimatori di Radio Mosca e della Pravda, sono diventati russofobi viscerali, promotori di campagne contro il Cremlino peggiori della "caccia alle streghe" maccartista.
Nessuno nella storia è riuscito a fare tutto ciò in 8 anni. Obama è stato un genio. Un genio del male, certo. Ma bisogna riconoscergli, da nemici, questi primati.


fonte https://www.facebook.com/premiogoebbels/photos/a.1475876469312534.1073741828.1475866322646882/1881480765418767/?type=3&theater

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La Boldrini chiama la censura bufala.




Invece di vergognarsi ha anche il coraggio di aprire bocca.Laura Boldrini pensa che tutti gli italiani siano dei deficienti idioti che devono pendere dalle sue labbra e da quello che l'elite propina.Non vuole capire che anche se loro decidono di non raccontare la realtà la gente si è stufata ,referendum ,brexit,elezioni americane...le vere bufale sono loro,portatori di interessi terzi ed eterni,secondo loro,la vita appartiene a loro .La Costituzione non esiste,l'art 21 non riguarda i cittadini che devono solo stare a sentire le loro stronzate .
Denunci le censura che c'è in Italia cara Boldrini,denunci i filtri messi nei social network,i profili fb oscurati,i troll tutti della sua area che vanno a segnalare tutto e tutti per far rimanere solo le vostre voci.I blog oscurati,le foto tagliate,i titoli e testi troncati,le connessioni bloccate ,anche questo accade e non c'è un cavolo di parlamentare che si occupi di questo.
Di questa censura della libertà e della dignità umana dovrebbe occuparsi,ma questi impegni a lei non piacciono,cara Boldrini trascrivo qui sotto la sua battaglia di amore per la censura.
Alfredo d'Ecclesia 


Boldrini: la lotta alle bufale è un problema mondiale


ROMA, 31 DIC –“Ho concentrato il mio impegno nella battaglia contro il discorso di odio, la disinformazione e le bufale. È ormai evidente che si tratta di problemi da affrontare con urgenza, tanto a livello nazionale che mondiale“. Lo scrive Laura Bordini in un post su Facebook in cui fa un breve bilancio di fine anno sulla sua attività di Presidente della Camera.
“Dal canto mio, a Montecitorio, ho istituito una Commissione contro l’hate speech, dedicata a Jo Cox e composta da deputati ed esperti. Così come ho deciso di non soccombere e di denunciare pubblicamente la violenza e le bufale sui social network. Credo infatti – sottolinea Boldrini – che debba essere rispettato il diritto di tutti i cittadini di essere informati correttamente – e non di essere disinformati – e che debba essere tutelata la dignità di chi utilizza la rete”.  ansa
http://www.imolaoggi.it/2016/12/31/boldrini-la-lotta-alle-bufale-e-un-problema-mondiale/



L’ITALIA CHIEDE ALL’EUROPA DI CENSURARE LA LIBERTÀ DI ESPRESSIONE SU INTERNET.


ZeroHedge analizza freddamente il significato delle dichiarazioni del nostro capo dell’antitrust, Pitruzzella, in merito alle “fake news”. Come al solito, dietro una richiesta apparentemente ragionevole, si cela una verità inconfessabile. L’establishment vuole mettere in atto un “Ministero della Verità” orwelliano, una schiera di individui non eletti, ovviamente coordinati da Bruxelles, che non rispondono a nessuno delle loro azioni ma che possono decidere cosa è vero e cosa no. Chi controlla il presente controlla il passato, e chi controlla il passato controlla il futuro (Orwell, 1984). 

di ZeroHedge, 30 dicembre 2016
I primi sono stati gli Stati Uniti, poi la Germania, che ha dato la colpa di quello che non funziona nella società alle “false notizie”, e non, per esempio, a una serie di terribili decisioni prese dai politici. Ora è il turno dell’Italia di chiedere di porre fine alle “false notizie”, cosa che di per sé potrebbe non essere preoccupante. Tuttavia, il modo in cui Giovanni Pitruzzella, capo dell’antitrust italiano, chiede all’Unione Europea di “agire” su quelle che sarebbero “notizie false”, consiste a dir poco in una repressione totale della libertà di espressione e darebbe ai governi la libertà di mettere a tacere qualsiasi fonte che non rispetti la propaganda dell’establishment.
In un’intervista al Financial Times, Pitruzzella ha detto che le regole sulle “false notizie” su internet sarebbero meglio gestite dallo stato piuttosto che dalle società dei social media come Facebook, un approccio già adottato in precedenza dalla Germania, che ha richiesto a Facebook di porre fine all’”hate speech” (discorso di odio, ndVdE) e ha minacciato di multare il social network fino a  500.000 euro per ogni “falso” post.
Pitruzzella, a capo dell’antitrust dal 2011, ha detto che “i paesi dell’UE dovrebbero istituire organismi indipendenti— coordinati da Bruxelles e modellati sul sistema delle agenzie antitrust — che potrebbero rapidamente etichettare le notizie false, rimuoverle dalla circolazione e infliggere ammende se necessario.”
In altre parole, una serie di burocrati non eletti, che non rendono conto a nessuno, si riunirebbero tra loro per decidere quali sono e quali non sono le “notizie false”, e poi – rullo di tamburi – “le rimuoverebbero dalla circolazione.” D’altra parte, considerando che una settimana fa Obama ha dato all’Europa il via libera ad ogni forma di censura e sospensione della libertà di parola, quando il Presidente uscente degli Stati Uniti ha votato la “Direttiva per contrastare la Disinformazione e la Propaganda“, nessuno dovrebbe sorprendersi che un’Europa improvvisamente imbaldanzita ricorra a tali misure agghiaccianti.
Così, con l’Europa sull’orlo di implementare una sfrenata censura, ecco lo specchietto per le allodole atto a giustificarla.
La Post-verità in politica è uno dei motori del populismo ed è una delle minacce per le nostre democrazie” ha detto Pitruzzella al FT. “siamo giunti a un bivio: dobbiamo scegliere se lasciare internet com’è, il selvaggio west, o se ha bisogno di regole che tengano conto del modo in cui è cambiata la comunicazione. Penso che abbiamo bisogno di impostare tali regole e questo è il ruolo del settore pubblico”.
Traduzione:  presto dipenderà da Bruxelles decidere quali contenuti Internet sono adatti al vasto pubblico europeo, perché, a meno che non intervenga un burocrate, le “notizie false” scateneranno sempre più populismo e non, per esempio, anni di riforme politiche fallite o di decisioni sbagliate della Banca Centrale.
In breve, è tutta colpa di internet se il sistema politico europeo è scosso da una reazione anti-establishment senza precedenti, che non ha nulla a che fare con, be’, con nient’altro.
Come nota il FT, la richiesta di Pitruzzella arriva in un contesto di crescenti preoccupazioni per l’impatto delle “false notizie” sulla politica nelle democrazie occidentali, compreso il voto sulla “Brexit” e le elezioni americane di quest’anno. In Germania, che nel 2017 va incontro alle elezioni parlamentari , il governo sta progettando una legge che imporrebbe multe fino a 500.000 euro sulle società dei social media per la diffusione di “notizie false”.
Gli alleati di Matteo Renzi, l’ex primo ministro, hanno anche sostenuto che le “false notizie” hanno contribuito alla sua sconfitta nel referendum di dicembre sulla riforma costituzionale, che ha portato alle sue dimissioni, anche se la sconfitta è arrivata con un margine di 20 punti percentuali. Almeno non hanno dato la colpa agli hacker russi… per ora.
Quindi, anche supponendo che limitare la libertà di espressione sia la risposta giusta, perché non imporre alle piattaforme l’auto-controllo?
Beh, secondo Pitruzzella sarebbe inopportuno affidare questo compito all’autoregolamentazione da parte dei social media. “Le piattaforme come Facebook hanno creato grandi vantaggi per il pubblico e i consumatori: stanno facendo la loro parte come operatori economici, adottando politiche che modificano i loro algoritmi per ridurre questo fenomeno”, ha detto. “Ma controllare le informazioni non è il compito delle compagnie private. Storicamente questo è il compito dei pubblici poteri. Essi devono garantire che le informazioni siano corrette. Non possiamo delegarlo completamente.”
Conosciamo almeno un italiano che sarebbe d’accordo (vedi immagine in testa).
E proprio come “Lui”, Pitruzzella ha minimizzato le preoccupazioni sul fatto che la creazione di agenzie statali per monitorare le false notizie introdurrebbe una forma di censura, affermando che si potrebbe “continuare ad utilizzare un internet libero e aperto”… fino a quando tutti i membri dell’internet “aperto” sono d’accordo con quello che le agenzie decidono essere vero e indiscutibile. Ma secondo lui ci sarebbe un vantaggio, in quanto ci sarebbe una “terza parte” pubblica — indipendente dal governo — pronta ad  “intervenire tempestivamente nel caso che venga leso l’interesse pubblico”.
Al momento, l’unico modo in cui le “notizie false” possono essere combattute — almeno in Italia — è attraverso il sistema giudiziario, che è notoriamente lento. “La rapidità è un elemento critico” ha detto Pitruzzella, quindi qual è la soluzione? Ma ovviamente un Ministero della verità.
Il Movimento di opposizione 5 Stelle  è spesso etichettato come il principale facilitatore in Italia delle “false notizie”, attraverso il blog del suo fondatore, il comico Beppe Grillo, e una rete di altri siti web affiliati al partito. Ma Pitruzzella ha rifiutato di citarli come i principali colpevoli. “Non so se questo è vero, non vorrei criticare nessuno, nemmeno il Movimento 5 stelle. Ma credo che, se non ci sono regole, molti possono approfittarsene.”
Naturalmente, una volta che la libertà di espressione verrà sottoposta a  censura, Pitruzzella non avrà nessun problema non solo a criticare chi non è d’accordo con lui, ma anche a chiudere prontamente i loro canali di espressione sulla rete.
fonte http://vocidallestero.it/2016/12/31/litalia-chiede-alleuropa-di-censurare-la-liberta-di-espressione-su-internet/

RAI E TV DI REGIME METTONO IL BAVAGLIO SUL PEGGIOR SCANDALO DI CORRUZIONE MONDIALE: 2,7 MILIARDI DI EURO


La famiglia RENZI, il ministro LOTTI, la CONSIP, altissimi esponenti dei Carabinieri… un VERMINAIO in un caso di corruzione da 2,7 MILIARDI DI EURO. Eppure, agli italiani tutto questo viene nascosto. La RAI non ne ha fatto parola alcuna.
“Chi s’informa (si fa per dire) dai tg Rai, cioè la stragrande maggioranza degli italiani, non sa quasi nulla dell’indagine della Procura di Napoli che vede indagati Luca Lotti (il ministro più vicino a Renzi) e i generali Tullio Del Sette (comandante generale dei Carabinieri) ed Emanuele Saltalamacchia (capo dell’Arma in Toscana) per la soffiata che ha vanificato le intercettazioni alla Consip a proposito di un appalto in odor di tangenti destinato all’imprenditore Alfredo Romeo, napoletano, grazie ai buoni uffici di Carlo Russo, fiorentino di Scandicci intimo della famiglia Renzi.

Chi invece si informa sui giornaloni qualcosa sa, anche se, visti gli spazi angusti riservati all’indagine svelata dal Fatto, pensa che sia robetta. Nulla di paragonabile alle firme false dei 5Stelle a Palermo, all’indagine sulla Muraro e alla nomina del fratello di Marra in Campidoglio da parte della Raggi che “potrebbe essere indagata”: queste vicende tengono banco da mesi o da settimane sulle prime pagine e in tutti i tg, mentre lo scandalo napoletano è rapidamente scomparso dai radar, dopo i titoli rassicuranti su Del Sette subito ascoltato in Procura seguito a ruota da Lotti. Del resto, mentre i 5Stelle litigano notte e giorno sui giornali, sui social e in tv per le proprie disavventure, dal Pd non si leva un monosillabo. Tutti zitti e mosca. Eppure anche l’inchiesta di Napoli meriterebbe qualche attenzione in più. L’appalto che i pm ritengono truccato è il più grosso d’Europa: acquisti per 2,7 miliardi (sì, miliardi) deliberati dalla Consip (società pubblica al 100% del Tesoro) per la PA. E i personaggi coinvolti, indagati e non, sono tra i più potenti d’Italia: Renzi, suo padre, il suo più fedele ministro, i comandanti dei Carabinieri italiani e toscani, i vertici della prima stazione appaltante del Paese. Tutti mobilitati – a prescindere dagli eventuali reati commessi o meno – attorno all’indagine di Napoli. Poche settimane fa i pm incaricano i carabinieri del Noe di riempire di microspie gli uffici Consip, dove il dirigente Marco Gasparri avrebbe promesso alcuni lotti della maxi-commessa a Romeo, sponsorizzato da Russo. Ma subito il presidente e l’ad di Consip, Luigi Ferrara e Luigi Marroni, vengono avvertiti da uno o più uccellini di stare attenti a come, dove e con chi parlano. Marroni chiama una ditta per bonificare gli uffici. Questa toglie le cimici due giorni dopo l’installazione. Gli inquirenti se ne accorgono subito: da Consip non esce più una parola. E interrogano Marroni, il quale, sapendosi intercettato, indica 4 uccellini che, in rapida successione, misero in guardia lui e Ferrara. Questi: Del Sette (di cui gli parlò Ferrara), Saltalamacchia, Lotti e Filippo Vannoni. Ex scout fiorentino, amico da una vita di Renzi che l’ha nominato presidente della municipalizzata Publiacqua, Vannoni dichiara – pure lui sotto giuramento – che non solo Lotti&C., ma anche Matteo sapeva in anticipo dell’indagine segreta (si fa per dire). E che sapesse tutto anche Tiziano Renzi l’ha scritto il 6 novembre La Verità, mai smentita. Come se non bastasse, tutti i protagonisti e comprimari dello scandalo sono fedelissimi di Renzi. Sia gli accusati: dai due generali (l’uno è comandante in Toscana, l’altro è stato nominato comandante generale proprio da Renzi) ai due imprenditori (Russo, compagno di pellegrinaggi a Medjugorie di Tiziano, e Romeo, finanziatore dichiarato della fondazione renziana Big Bang). Sia gli accusatori: non solo Vannoni, ma soprattutto Marroni, direttore dell’Asl di Firenze quando Renzi era presidente della Provincia e poi sindaco, poi assessore regionale Pd alla Sanità, infine promosso un anno e mezzo fa al vertice di Consip da Renzi e Lotti. Ce n’è abbastanza per rivolgere, a chi si degnerà di rispondere, cinque domandine semplici semplici.
1. Chi ha informato dell’indagine l’intera catena degli uccellini, cioè Matteo e Tiziano Renzi, Lotti, Vannoni e i due generali, e in quale ordine? Forse la prima fuga di notizie la fa un carabiniere che indaga per conto dei pm, avvertendo i superiori che, anziché custodire il segreto, lo spifferano al Giglio Magico.
2. Perché i generali avvertono proprio l’entourage di Renzi, mettendo a repentaglio le proprie carriere, se nessuno del Giglio Magico era indagato? Forse sanno che dietro Romeo c’è Russo, dietro Russo c’è Tiziano e dietro Marroni ci sono Russo, Tiziano, Matteo e Lotti. E vogliono proteggere il premier & famiglia.
3. Lotti e Del Sette, sentiti a tempo di record dal pm di Roma nonostante le ferie, dicono che è tutto falso: perché allora non querelano Marroni per calunnia? E perché Lotti e il suo governo non licenziano Marroni dalla Consip? Se non lo fanno, possiamo dedurne che Marroni dice la verità, anche perché non ha alcun motivo per calunniare l’amico ministro che l’ha nominato e il più alto ufficiale d’Italia.
4. Perché Renzi non parla, non smentisce e non querela l’amico Vannoni? Se non lo fa, possiamo dedurne che Vannoni dice la verità, cioè che anche Renzi – non si sa a quale titolo – sapeva di un’indagine segreta e non denunciò (com’era suo dovere di pubblico ufficiale) i militari infedeli che violarono, con lui o con altri, il segreto investigativo.
5. È vero, come ci risulta, che l’indagato Del Sette ha chiesto al governo di non confermarlo nel suo incarico che scade tra pochi giorni, ma Gentiloni & C. hanno deciso di lasciarlo lì per altri due anni? Forse perché, se salta Del Sette, tutti si domanderanno come mai non salti anche Lotti?
Domandare è lecito e rispondere non è solo cortesia: in questo caso, sarebbe proprio doveroso.”
(Marco Travaglio FQ 28 Dicembre 2016)

George Soros, contrario alla elezione di Donald Trump, è colto da un'attacco d'ira

Cassandra Fairbanks
http://wearechange.org/

Il controverso miliardario,  George Soros, sostenitore di  Hillary Clinton  preso da un attacco d'ira verso Donald Trump , Mercoledì, si è riferito al presidente eletto come un " potenziale dittatore".

















George Soros

Soros, fautore estremo della globalizzazione, ha scritto il suo parere in un post sul blog Project Syndicate, afferma  che Trump sia una minaccia per il modello di società aperta che egli sostiene.

 "Trovo il momento attuale della storia molto dolorosa", ha scritto Soros. "Le società aperte sono in crisi, e varie forme di società chiuse - dalle dittature fasciste a stati di mafia - sono in aumento. Come è potuto accadere? L'unica spiegazione che posso trovare è che i leader eletti non sono riusciti a soddisfare le legittime aspettative e le aspirazioni degli elettori e che questo fallimento ha portato gli elettori al disincanto con le versioni prevalenti della democrazia e del capitalismo. Molto semplicemente, molte persone hanno ritenuto che le élite avevano rubato loro la democrazia ".

Soros ha definito, lo scopo di Trump,  come un "artista della truffa."

 "La democrazia è ora in crisi. Anche gli Stati Uniti, che detiene la leadership della democrazia  nel mondo, ha eletto come presidente un artista della truffa e aspirante dittatore. Anche se Trump ha attenuato la sua retorica da quando è stato eletto, non ha cambiato né il suo comportamento né i suoi consiglieri. Il suo gabinetto comprende estremisti incompetenti e generali in pensione. "

Soros ha inoltre affermato che "le minoranze prese di mira soffriranno", e gli Stati Uniti saranno "preoccupanti le lotte interne."

"Trump preferirà seguire i principi di difesa. Purtroppo, invece che, essere popolare con il suo elettorato"  ha scritto il donatore del PD.

Durante la stagione elettorale, Wikileaks ha rivelato una e-mail con oggetto 'Disordini in Albania,'che contiene un messaggio da Soros alla Clinton quando era Segretario di Stato. Il finanziere ha fatto valere il suo peso e ha dato ordini, all'ex First Lady, che ha eseguito.

Nella e-mail, Soros ha detto all'allora Segretario di Stato che "due cose devono essere fatte con urgenza." Ha poi diretto il Segretario di Stato di "portare il peso della comunità internazionale a sostenere il Primo Ministro Berisha" e "nominare un funzionario europeo di alto livello come mediatore. "

Clinton ha rispettato il comando, scegliendo Miroslav Lajcak - uno dei due funzionari suggeriti da Soros.

http://sadefenza.blogspot.it/2016/12/george-soros-contrario-alla-elezione-di.html

Ufficiali di paesi Nato e spie varie catturati in Siria? Notizia fantasma

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FONTE: REMOCONTRO.IT
La cattura effettuata ad Aleppo Est di ufficiali di paesi NATO e di servizi di intelligence occidentali. Una notizia che stava ‘ronzando’ da tempo senza trovare spazio nelle prime pagine della ‘Grande stampa’. Quindi una montatura? Non è detto. Può essere una ‘mezza verità’, imprecisa nei dettagli e quindi non riscontrabile, oppure una fantastica operazione di ‘depistaggio propagandistico’ da future accademie del settore frequentatissimo delle bufale web non sempre innocenti. Giallo senza assassino in fondo, con gli elementi a noi noti, affidati alla vostra valutazione. Nel dubbio, andava segnalato visto che delle presenze occidentali occulta il Siria ad Aleppo ne aveva già parlato il Telegraph e il Los Angeles Times
Premessa come da titolo e sommario, «Ufficiali di Paesi Nato e spie varie catturati in Siria?», con un bel punto di domanda finale, a non fidarsi di una notizia tanto clamorosa quanto trascurata. Una notizia che stava ‘ronzando’ da giorni non raccolta dalla ‘Grande stampa’. Una montatura? Non è detto. Forse un pezzo di verità impreciso nei dettagli e quindi non verificabile, oppure una fantastica operazione di ‘depistaggio propagandistico’ da future accademie del settore.
A spingerci a parlarvene, dopo averci lavorato un po’ sopra, il rilancio fatto dall’agenzia di stampa russa Sputnik nei giorni dell’evacuazione finale da Aleppo. Sputnik è certo fonte di parte, ma non è sito web ‘sparaballe’. E se di un argomento se ne occupa, qualcosa il ballo dalle parti di Mosca vuole dire che c’è. Abbiamo quindi deciso di andare a vedere.
La notizia da Sputnik
«Rimane un silenzio assordante da parte dei media occidentali e da quelli europei in particolare sulla cattura effettuata ad Aleppo Est di ufficiali della NATO e dei servizi di intelligence occidentali. Le autorità siriane, grazie a dati accurati, erano arrivate nel comando supremo degli ufficiali occidentali e arabi nascosto nel seminterrato di un quartiere di Aleppo est, catturandoli tutti vivi. Alcuni nomi sono già filtrati. Si tratta di militari USA, francesi, inglesi, tedeschi, israeliani, turchi, sauditi, marocchini, qatarioti ecc.. che la Siria detiene attualmente con grande cura per concludere i negoziati con i Paesi che l’hanno devastata».
Scambio di uomini e di favori in corso
«Si è saputo che sono numerosi gli agenti stranieri armati catturati dalle forze siriane e che la Turchia ha chiesto alla Russia di farli uscire vivi». Intanto perché la Turchia è ancora, bene o male, un paese Nato. Poi, l’intervenire sulla vita dei catturati, perché quegli uomini senza identità ufficiale e con probabili documenti falsi, spie evidenti, sarebbero immediatamente fucilabili in qualsiasi guerra senza che il Paese che li ha mandati possa neppure protestare, visto che ufficialmente non esistono. Ma andiamo oltre. «Gli ufficiali dei servizi segreti, tra cui statunitensi, erano rimasti intrappolati con i terroristi ad Aleppo, nella sala operativa segreta presente nello scantinato di un edificio nel Suq al-Luz, in via al-Sharad, ad Aleppo est».
L’indirizzo del ‘covo’, ma non solo
«Fra questi ufficiali catturati vi sono il capitano David Scott Weiner (USA special forces), il tenente David Shlomo Aram delle forze di Israele ed altri elementi di nazionalità saudita, turca, giordana e britannica i cui nomi sono stati pubblicati dall’autorità militare siriana». Dettagli da far paura, ma solo per pochi Paesi. In Europa è silenzio. Sputnik non ama comprensibilmente la Nato, ma offre dettagli. «Si sa per certo che dalla base NATO in Turchia vengono trasmessi importanti dati di intelligence ai gruppi di comando dei terroristi e fra questi le coordinate degli obiettivi da colpire con l’artiglieria ed i missili di cui i miliziani dispongono. Le comunicazioni sono state intercettate dall’intelligence russa che ha individuato le postazioni di comando dei terroristi fra cui erano mescolati alcuni ufficiali della NATO con compiti di comando e coordinamento». Affermazione impegnativa che meriterebbe almeno una smentita da parte occidentale. Silenzio assordante
Global Research, il 17 dicembre
Ne scrivono Patrick Henningsen e Vanessa Beeley: «At Least 14 US Coalition Military Officers Captured by Syrian Forces in East Aleppo Bunker». Secondo le due reporter, ma da altra fonte, «The Security Council is sitting in private on Friday, December 16, 2016, at 17:00 GMT, while NATO officers were arrested this morning by the Syrian Special Forces in a bunker in East Aleppo».
Dunque, della questione se ne sarebbe occupato anche il Consiglio di Sicurezza Onu, in ‘seduta riservata’, prima di decidere di far arrabbiare Natanyahu e Israele con la censura sulle colonie. Ne avrebbe dato notizia Bashar Al Djaafari, l’ambasciatore di Siria all’Onu.
I nomi noti dei 14 catturati
Mutaz Kanoğlu – Turkey
David Scott Winer – USA
David Shlomo Aram – Israel
Muhamad Tamimi – Qatar
Muhamad Ahmad Assabian – Saudi
Abd-el-Menham Fahd al Harij – Saudi
Islam Salam Ezzahran Al Hajlan – Saudi
Ahmed Ben Naoufel Al Darij – Saudi
Muhamad Hassan Al Sabihi – Saudi
Hamad Fahad Al Dousri – Saudi
Amjad Qassem Al Tiraoui – Jordan
Qassem Saad Al Shamry – Saudi
Ayman Qassem Al Thahalbi – Saudi
Mohamed Ech-Chafihi El Idrissi – Moroccan
Nomi scritti su molto probabili documenti falsi e, resi pubblici da Fares Shehabi MP, «a prominent Syrian Parliamentarian and head of Aleppo’s Chamber of Commerce».
Una presenza datata
Già nel mese di settembre numerosi rapporti di intelligence avevano suggerito che un centro di comando occidentale fosse situato dietro le linee dei terroristi di Jabat Fatah al-Sham (ex Jabat al-Nusra), e che era stato preso di mira e parzialmente distrutto da un attacco missilistico russo.
Nel giugno 2016 il Telegraph aveva ammesso che le forze speciali britanniche stavano aiutando un gruppo ribelle “(…) con la logistica, come la costruzione di difese per rendere i bunker sicuri”. Il Los Angeles Times aveva pubblicato che anche la Cia stava sostenendo i miliziani, tra cui Jabat Fatah al-Sham, diramazione siriana di al-Qaeda, indicata come la forza terroristica responsabile del controllo di Aleppo est.

Fonte:  http://www.remocontro.it/2016/12/28/ufficiali-nato-spie-varie-catturati-siria-notizia-fantasma/
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2016: l’agonia dell’ordine mondiale “liberale”

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DI FEDERRICO DEZZANI
federicodezzani.altervista.org
Il 2016 volge al termine e non ha disatteso le nostre previsioni: avevamo promesso un anno ad alta tensione e così è stato. Attentati terroristici, assalti speculativi, operazioni sporche dei servizi, putsch militari, consultazioni dagli esiti sorprendenti, lampi di guerra, hanno scandito i dodici mesi appena trascorsi: dopo averli esaminati uno per uno, è il momento di inquadrali in un’analisi complessiva. Nel corso del 2016 l’ordine mondiale “liberale”, uscito dall’ultima guerra e basato sull’egemonia angloamericana, è entrato ufficialmente in agonia, dopo un periodo di crisi iniziato con il crack di Lehman Brothers: la ribellione dell’elettorato all’agenda dell’élite, alias “il populismo”, e l’emergere di nuove potenze ordinatrici hanno decretato l’ingresso del sistema internazionale post-1945 nella fase terminale.

Un 2016 che non ha “deluso le aspettative”

Anche il 2016 sta volgendo al termine, in ossequio al vecchio calendario gregoriano: è una delle poche caratteristiche che accomuna l’anno uscente con quelli precedenti. Il 2016 non è stato, infatti, “come gli altri”: è stato più agitato, inquieto e torbido di quelli passati, sebbene il concetto di “normalità” si sia molto allargato nell’ultimo periodo e l’opinione pubblica abbia ormai fatto il callo ad una serie di avvenimenti “eccezionali”: crisi finanziarie, attacchi terroristici,lampi di guerra, putsch militari, etc. etc. Dopo il già movimentato 2015, l’impresa di impressionare ancora era difficile, eppure l’anno uscente ci è riuscito.
Chi segue questo blog, non può dirsi completamente sorpreso: avevamo sin dall’inizio del 2016 pronosticato un anno “tempestoso” e la nostra facile profezia si è avverata. Un particolare accento è stato sempre posto sulle cause di questa “burrasca internazionale”, di cui gli attacchi dell’ISIS, i colpi di Stato e le guerre finanziarie sono stati soltanto “i fulmini”: abbaglianti e spaventosi, ma effimeri e sfuggenti, poco utili per formulare analisi di ampio respiro. Più volte abbiamo sottolineato come le vere ragioni della “tempesta”, la dinamica di fondo utile a spiegare ed anticipare gli avvenimenti, fosse e sia il progressivo sfaldamento dell’ordine internazionale uscito dall’ultima guerra mondiale e rafforzatosi provvisoriamente nel 1991 col collasso dell’URSS: è la dissoluzione del mondo unipolare a guida angloamericana, di cuil’Unione Europea la globalizzazione sono alcune delle massime espressioni.
L’ordine mondiale “liberale”, basato sull’instabile capitalismo anglosassone che vive di bolle speculative continuamente alimentate e fatte scoppiare, entra in crisi nel 2008 con il crack di Lehman Brothers e l’insolvenza dei mutui spazzatura: Washington e Londra constatano dinon avere più i mezzi per mantenere l’egemonia globale, soprattutto di fronte all’emergere di nuove potenze che, a differenza degli anni ’70, non sono più “ghettizzate” da nessun tipo di ideologia. Gli strateghi angloamericani, lungi dal desiderio di gettare la spugna, progettano quindidi “ridisegnare” l’assetto mondiale, in maniera tale da salvaguardare la supremazia delle potenze anglosassoni. Il piano, attuato a partire dal gennaio del 2009 con l’insediamento alla Casa Bianca di Barack Hussein Obama, poggia su tre cardini:
  • abbandono del Medio Oriente, previa destabilizzazione della regione;
  • trasformazione dell’Unione Europea in Stati Uniti d’Europa, così da avere due entità gemelle sulle diverse sponde dell’oceano Atlantico;
  • contenimento delle potenze emergenti, con una serie di trattati economici e militari con le potenze minori.
Cominciano così quegli “anni interessanti” 2008-2016, da noi sintetizzati in un intuitivo diagramma che raccoglie le diverse crisi (economiche, politiche, militari) che si accavallano nel corso degli anni, in un crescendo quasi rossiniano. Già, perché il sullodato piano degli strateghi angloamericani incontra da subito forti resistenze, rendendo cosi necessarie azioni sempre più pesanti e serrate.
Come principale resistenza esterna al blocco atlantico, emerge presto la Russia: prima ostacola il processo di balcanizzazione del Medio Oriente, e poi si sostituisce agli angloamericani come potenza egemone nella regione. Non solo, Mosca si afferma anche come punto di riferimento per tutti i nazionalismi europei che si oppongono alla diluizione degli Stati in un organismo sovranazionale. Seguono, come rappresaglia, il golpe in Ucraina, le sanzioni economiche, il rigurgito di Guerra Fredda, etc. etc. Come principale resistenza interna al blocco atlantico, emergono invece i movimenti populisti: è il rigetto da parte dell’elettorato dell’agenda euro-atlantica e di tutto ciò che essa comporta: globalizzazione, strapotere della finanza, immigrazione incontrollata, cessione di sovranità ad organismi sovranazionali. Tra Mosca ed i movimenti populisti sboccia, ovviamente, un’istantanea simpatia.
I giochi si aprono ufficialmente nel 2011, con la duplice destabilizzazione del Medio Oriente e dell’eurozona, ma è una partita tutt’altro che facile vista la molteplicità degli attori e degli interessi coinvolti: qualsiasi ritardo o fallimento nell’attuazione della strategia, implica necessariamente un indebolimento dell’egemonia angloamericana.
Il massimo sforzo esercitato da Washington e Londra è raggiunto nel 2014, con loscatenamento dell’ISIS in Medio Oriente ed il putsch di estrema destra che rovescia Viktor Yanukovich in Ucraina. Il 2015 vede il Califfato raggiungere l’apice dell’estensione territoriale ma i suoi successi contengono già i semi della disfatta: Mosca, intimorita dal vacillamento di Assad, invia nel tardo autunno una spedizione militare in Siria. In Europa, poi, le forzecentrifughe alzano la testa: la Grecia sembra sul punto di uscire dall’euro nel corso dell’estate, la Francia, in piena ebollizione sociale, è oggetto della classica strategia della tensione, la Germania, colpevole di un eccesso di rigore potenzialmente letale per l’euro, obbliga ad adottare contromisure: è il Dieselgate che affossa Volkswagen e infligge un duro colpo al sistema-Germania. Nel complesso, già il 2015 si chiude con un “ordine liberale” molto malconcio.
Il 2016, definibile come “l’annus horribilis” per l’oligarchia atlantica, è la naturale conseguenza del fallimento della strategia adottata: sfumata la vittoria sui tre fronti (destabilizzazione del Medio Oriente, Stati Uniti d’Europa, contenimento delle potenze emergenti), l’egemonia angloamericana entra palesemente in agonia. La situazione si fa così drammatica che, durante la campagna elettorale per le presidenziali americane, lo scenario di una guerra tra Russia e Stati Uniti sembrerebbe concretizzarsi nel caso di una vittoria di Hillary Clinton: si tratterrebbe di un’extrema ratio, il classico conflitto con cui la potenza egemone declinate tenta di sopraffare quelle emergenti, finché ritiene di averne i mezzi.
Prima di scendere nei dettagli del 2016, proponiamo il nostro diagramma sugli “anni interessanti”, aggiornato al 31 dicembre.
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L’anno uscente è dominato da due appuntamenti elettorali decisivi, svoltisi nei Paesi chiave dell’attuale sistema internazionale: il Regno Unito, dove si è tenuto il referendum sulla permanenza nell’Unione Europea, e gli Stati Uniti, dove gli elettori sono stati chiamati a scegliere il nuovo inquilino della Casa Bianca. In entrambi in casi è andato in onda lo scontro tral’elettorato in aperta ribellione (i cosiddetti “populisti”) e l’oligarchia al comando. Contrari alla cessione di sovranità a Bruxelles ed alle sue politiche migratorie erano i cittadini inglesi; contrari ad un’altra presidenza sulla falsariga di Barack Obama ed all’ennesimo candidato dei poteri forti, erano i cittadini statunitensi. Attorno al candidato “populista” Donald Trump si raccoglie infatti buona parte della classe media stremata da anni di globalizzazione selvaggia e di crisi economica: mentre Wall Street macina nuovi record e le statistiche ufficiali parlano di un Paese vicino alla piena occupazione, l’economia reale stagna, come testimonia il consumo di elettricità inchiodato sui numeri del 20081 e la cifra record di americani fuori dalla forza lavoro2.
In Inghilterra serve a poco la violenta campagna mediatica per “piegare” l’elettorato: minacce di recessione, disoccupazione, salassi fiscali, perfino di guerra. Neppure un’operazione sporca come l’omicidio della deputata Jo Cox a distanza di pochi giorni dal voto, è utile a spostare i voti a favore della causa europeista: il 23 giugno il referendum inglese sancisce la vittoria del“leave”. Per l’establishment euro-atlantico, che ha proprio nella City di Londra il suo principale bastione, è un colpo durissimo: l’Unione Europea perde per la prima volta un membro, in una congiuntura già drammatica per l’eurozona e per di più un azionista di peso come il Regno Unito, da sempre garante della “vocazione atlantica” delle istituzioni brussellesi. L’ordine internazionale post-1945, basato sui due pilastri NATO-CEE/UE, incassa il primo, doloroso, colpo.
La situazione sarebbe ancora rabberciabile, se a Barack Obama subentrasse un altro esponente dell’élite atlantica, la candidata democratica Hillary Clinton: il controllo della Casa Bianca è fondamentale per tenere a bada le spinte centrifughe nell’Unione Europea ed impedire che la Russia, nuova potenza ordinatrice, colmi il vuoto geopolitico lasciato dall’impero angloamericano in ritirata. La campagna per le presenziali è tra le più sporche di sempre ed il candidato populista Donald Trump è costretto a lottare contro il partito democratico, buona parte di quello repubblicano e le principali corazzate dell’informazione. Si insinua addirittura che Donald Trump, sia al servizio di una potenza straniera, la Russia, e si accusa Mosca di voler interferire con la compagna elettorale, ricorrendo a manipolazioni elettroniche del voto. È tutto inutile, perché il vento del populismo gonfia le vele di Trump: l’8 novembre 2016, vince in maniera netta ed inequivocabile le elezioni.
L’ordine mondiale “liberale” subisce così un altro drammatico colpo, probabilmente quello letale: alla Casa Bianca non siederà più un esponente dell’establishment pronto a tutto pur di puntellare l’impero, ma un “populista” interessato solo a consolidare la sua posizione, dirottando risorse verso l’economia interna, riducendo gli impegni internazionali, ridimensionando la NATO, abbandonando al suo destino l’Unione Europea, trovando, in ultima analisi, un modus vivendicon la Russia. L’intera opera di Barack Obama finalizzata a scavare un fossato incolmabile tra Occidente e Russia vacilla: non sorprende che, a distanza di pochi giorni dal suo addio alla Casa Bianca, il presidente uscente abbia scelto di spendere il suo residuo capitale politico per avvelenare il più possibile i rapporti tra Russia ed USA, espellendo una trentina di ufficiali russi.
Lo sfaldamento del sistema internazionale, a distanza di 71 anni dalla sua nascita, non è però soltanto un prodotto delle consultazioni elettorali nei Paesi “chiave”. Anche le dinamiche in atto alla periferia dell’impero, in Europa come in Medio Oriente, rivestono un ruolo di primo piano.
Nel tentativo di sedare un’opinione pubblica sul piede di guerra a causa della riforma della legge del lavoro e della disoccupazione record, prosegue in Francia la strategia della tensionesubappaltata ai servizi israeliani che, dopo uno stillicidio di attentati minori, sfocia nella strage di Nizza del 14 luglio. Ma a preoccupare è sempre l’establishment tedesco: il suo persistente rifiuto di qualsiasi condivisione del debito pubblico nell’eurozona, rende sempre più difficile scongiurare il collasso della moneta unica. Dopo la guerra commerciale a Volkswagen, nel 2016 l’oligarchia atlantica sferra un attacco mirato a Deutsche Bank e, soprattutto, mette la Germania nel mirino del “terrorismo islamico” con una serie di attentati dell’ISIS che culminano con la strage di Berlino di dicembre. Basterà a ricondurre Berlino a più miti consigli? Difficile, perché la situazione dell’eurozona si è fatta sempre più precaria e molti investitori tedeschi scommettono ormai sull’uscita dell’italia dall’euro. Motivo? Le sofferenze bancarie, accumulatesi durante l’eurocrisi, hanno raggiunto un peso insostenibile e l’elettorato dà segni di aperta ribellione, come testimonia la secca bocciatura della riforma costituzionale benedetta dalla Troika.
Il quadro, dal punto di vista angloamericano, è persino più fosco in Medio Oriente dove si consuma la clamorosa espulsione delle vecchie potenze occidentali a beneficio della Russia. L’inizio dell’anno vede Washington e Londra accanirsi in particolare sull’Egitto di Al-Sisi, reo di aver represso la Fratellanza Mussulmana e di flirtare col Cremlino: si comincia con l’omicidio Regeni, utile a rompere i rapporti diplomatici tra il Cairo e Roma, e si prosegue con il disastro aereo del volo Egyptair sulla tratta Parigi-Cairo, un inequivocabile messaggio rivolto a Parigi affinché sospenda i rapporti con Al-Sisi: un pizzino che François Hollande recepisce, considerato che durante l’anno la Francia raffredda i rapporti con l’Egitto ed il suo principale alleato in Libia, il generale Khalifa HaftarIl governo del Cairo e di Tobruk si allontanano così ulteriormente dall’orbita occidentale ed entrano sempre più in quella russa.
Chi ha anche percepito i mutati equilibri regionali è la Turchia di Recep Erdogan: dopo aver a lungo sostenuto il processo di balcanizzazione della Siria e la proliferazione dell’ISIS, il presidente turco cambia linea quando si capacita dell’isolamento regionale in cui è caduta Ankara e, soprattutto, dell’intenzione angloamericana di creare un Kurdistan a spese della Turchia. Nel mese di luglio, Ankara sonda il terreno per il riavvicinamento a Mosca e la riappacificazione con Damasco: segue a ruota il tentato putsch militare del 15-16 luglio, con cui si cerca di gettare il Paese nella guerra civile. Erdogan, sostenuto probabilmente dai russi, esce però indenne dal golpe e prosegue la sua riconciliazione con il Cremlino: neppure l’assassinio ad Ankara dell’ambasciatore russo Andrei Karlov, un cadavere gettato tra i due Paesi, riusce a minare la rinata sintonia tra Turchia e Russia. Si arriva così alla “tregua generale” in Siria siglata da Mosca ed Ankara il 28 dicembre, a distanza di due settimane dalla liberazione di Aleppo: per gli angloamericani ed i francesi, che tanto avevano scommesso sulla caduta di Assad e sulla balcanizzazione della regione, è il sigillo di questo “orribile” 2016. Per la prima volta dalla caduta dell’impero ottomano, l’Occidente è completamente escluso dal riassetto del Medio Oriente.
L’evoluzione della guerra siriana, non fa che confermare i propositi di quelle potenze che nel corso del 2016 manifestano la volontà di liberarsi dal giogo angloamericano per tessere più proficui rapporti con Mosca e Pechino: pensiamo alla Malesia, che a ottobre ha annunciato l’acquisto di navi militari dalla Cina3 a discapito della cooperazione con gli USA, o alle Filippine diRodrigo Duterteil vulcanico presidente che ha annunciato la volontà di interrompere le esercitazioni militari con Washington per stringere maggiori legami con i due pesi massimi dello SCO (Organizzazione di Shanghai per la cooperazione), Russia e Cina. L’unica potenze emergente ad avere subito nel 2016 i colpi di coda dell’impero angloamericano è un Paese a forte penetrazione massonica, dove i servizi atlantici hanno ancora ampi spazi di manovra:stiamo parlando, ovviamente, del Brasile, dove si è concluso con successo il golpe bianco per defenestrare Dilma Rousseff. L’auspicio è che le prossime elezioni possano riportare il Brasilenel novero delle potenze emergenti, dopo la triste parantesi del presidente filo-americano, massone e ricattabile, Michel Temer.
Concludendo, possiamo dire che durante i dodici mesi appena trascorsi il “global liberal order”,per usare un’espressione tanto cara alla stampa anglosassone4, è entrato definitivamente in agonia, senza essersi mai davvero ripreso dal crack di Lehman Brothers.
È entrato in agonia perché una quota maggioritaria dell’elettorato occidentale ha stimato che i costi di questo sistema (l’impoverimento generalizzato, la sovversione dei valori tradizionali, la perdita di qualsiasi controllo sui governi, i rischi di una nuova contrapposizione tra blocchi, immigrazione indiscriminata) superassero i benefici: è toccato ai populisti intercettare il malessere della società occidentale. Ma è entrato in agonia anche perché le potenze emergenti hanno saputo offrire un’alternativa al caos in cui gli angloamericani avevano gettato ampie porzioni del globo. Ordine anziché destabilizzazione, aiuti militari anziché terrorismo, infrastrutture anziché cambi di regime, sicurezza anziché sovversione: questa è la ricetta con cui la Russia ha scalzato gli angloamericani in Medio Oriente.
Se l’agonia “dell’ordine mondiale liberale” ha tenuto banco per tutto il 2016, l’ultimo respiro del sistema internazionale vigente sarà esalato nel corso del 2017: insieme a lui spireranno anche gli ultimi superstiti di un’epoca ormai archiviata, dall’Unione Europea al TTP, dall’euro all’ISIS, dalla globalizzazione illimitata alla finanza selvaggia. Gli “anni interessanti” non terminano quindi il 31 dicembre ma si protraggono nel 2017 che incombe. Ma questa, ovviamente, è un’altra stori

Federico Dezzani
Fonte: http://federicodezzani.altervista.org
Link: http://federicodezzani.altervista.org/2016-lagonia-dellordine-mondiale-liberale/
30.12.2016
http://comedonchisciotte.org/2016-lagonia-dellordine-mondiale-liberale/