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lunedì 27 febbraio 2017

Dalle calunnie alla morte: la fine misteriosa di tre sacerdoti

IL PAPA POP

Dalle calunnie alla morte: la fine misteriosa di tre sacerdoti


“’I preti non vanno con le donne’, gli risposi. Poi mi chiese delle armi. E allora scattai in piedi accusando di viltà gli organi di Stato che mettevano in giro voci del genere. Mi sentii umiliato. Scattai in piedi per ben due volte. Mi trattava come se fossi il complice di un criminale”, ha raccontato monsignor Raffaele Nogaro, vescovo emerito di Caserta, ricostruendo il fuoco di fila di domande che gli erano stato fatte da un avvocato (Gaetano Pecorella) al processo per l’omicidio di don Giuseppe Diana, e soprattutto “le umiliazioni e le offese infinite che hanno dovuto subire i genitori e i fratelli di don Diana”. Come è noto alcune settimane dopo l’omicidio del 19 marzo 1993 un quotidiano locale titolò in prima pagina “Don Diana era un camorrista”. E dopo pochi giorni “Don Diana a letto con due donne”. 

Lo strano suicidio del prete antinarcos

Questa brutta pagina seguita all’assassinio di un prete che difendeva la sua gente (“Per amore del mio popolo non tacerò” si intitolava il proclama anticamorra che provocò la condanna a morte del parroco di Casal di Principe) si ripete in queste settimane in modo davvero sovrapponibile al di là dell’Atlantico, nello stato provinciale di Tucuman, in Argentina, dove sui quotidiani si legge una velina che riguarda padre Juan Viroche, prete antinarcos trovato impiccato il 5 ottobre scorso: “gli inquirenti hanno scoperto che i messaggi minacciosi ricevuti da Viroche arrivavano dai telefoni che erano intestati alla sua ex fidanzata, al fratello di questa e a uno zio”. Ritorna insomma la calunniosa ipotesi di un suicidio per ragioni sentimentali, che sebbene stata già smentita viene accreditata dal giudice che indaga e dal comandante della polizia.
“Sappiamo tutti che non è così, come ben comprende la gente che ha incontrato il padre Juan. Nel trascorrere dei mesi si tenta sempre più di contaminare l'immagine nobile del sacerdote, per far dimenticare il dovere di cercare i veri colpevoli”, replicano i parrocchiani. “Un sacerdote che ha combattuto così duramente per i poveri e i tossicodipendenti non può fermare la sua lotta per stringersi una corda intorno al collo”, spiegano. “Al governo locale non conviene che si scopra la verità perché fa affari con i narcos”, scrive su Facebook un amico di Viroche. E in effetti sono facilmente rilevabili gli intrecci tra la politica e la criminalità comune in quella provincia, dove gli stessi boss controllano il traffico della droga e la tratta delle ragazze destinate a prostituirsi nei night. Proprio questa attività era messa a rischio da un’annunciata denuncia del sacerdote che è stato trovato impiccato all’interno della sua parrocchia il 5 ottobre scorso.

La misteriosa morte di padre Volpi

Anche a Roma la morte di un frate è sotto la lente della procura e anche in questo caso il ruolo dei media non è del tutto trasparente. Una vera e propria campagna diffamatoria, infatti, ha preceduto la morte, il 7 giugno del 2015 al Policlinico Gemelli, di padre Fidenzio Volpi, il frate cappuccino che Papa Francesco aveva nominato due anni prima commissario con pieni poteri per fare pulizia nei Francescani dell’Immacolata, l’istituto religioso fondato da padre Stefano Manelli, esautorato dalla Santa Sede in seguito a gravissime accuse. Una perizia tossicologica eseguita presso il Laboratorio Maugeri dell’Università di Pavia ha riscontrato una quantità anomala di arsenico nei peli della barba di padre Volpi rimasti nel rasoio elettrico con il quale la nipote lo radeva al Don Gnocchi dove era ricoverato per fare riabilitazione dopo un ictus. A quanto pare, però, questo ed altri indizi - dei quali tuttavia i pm danno conto rilevandone la sussistenza - non bastano a provare che padre Fidenzio fu ucciso: servirebbe la riesumazione della salma che tuttavia non viene disposta benché sia acclarato che il religioso era impregnato di arsenico in una quantità tale da poter certamente influire sul decorso della malattia che lo aveva colpito e forse determinarla. Una infermità della quale fu certamente concausa - scrive il medico legale Andrea Leoncini - lo stress al quale il religioso era sottoposto a motivo della fedeltà al mandato ricevuto dal Papa. Chi lo ha conosciuto sa quanto lo ferivano i continui pretestuosi attacchi che gli erano mossi dai tradizionalisti sul web. 

I nemici di Bergoglio sul web

Sono numerosi e agguerriti del resto i blog e i siti in lotta contro la riforma di Papa Francesco. Esaurita nelle scorse settimane la campagna sul commissariamento dello SMOM, in questi giorni se la prendono con il nuovo generale dei gesuiti, padre Arturo Sosa Abascal, accusato di negare la precettività delle affermazioni del Vangelo sulla famiglie e il matrimonio. In realtà padre Sosa ha solo ripetuto senza citarle le parole a favore del metodo storico-critico che con grande chiarezza aveva pronunciato Joseph Ratzinger, prima da teologo, poi da cardinale e infine da Papa. Per spiegare in un’intervista che “le parole di Gesù vanno contestualizzate, sono espresse con un linguaggio, in un ambiente preciso, sono indirizzate a qualcuno di definito…”. E  ricordare che “nell’ultimo secolo nella Chiesa c’è stato un grande fiorire di studi che cercano di capire esattamente che cosa volesse dire Gesù… Ciò non è relativismo, ma certifica che la parola è relativa, il Vangelo è scritto da esseri umani, è accettato dalla Chiesa che è fatta di persone umane”. Anche per Ratzinger, come ha scritto nella prefazione a un documento del 1993 pubblicato dalla  Pontificia Commissionne Biblica. “l’uso del metodo storico-critico ha segnato l’inizio di una nuova era. Grazie a questo metodo sono apparse nuove possibilità di capire il testo biblico nel suo senso originario”.
Quel che lascia sconcertati è il ‘modus operandi’ di questi blog anti Bergoglio: lo stesso giornalista che ha intervistato padre Sosa, infatti, ha poi raccolto decine di commenti negativi, che dipingono il “papa nero” come un relativista in cerca di guai. Anche nella Chiesa per alcuni il fine giustifica i mezzi. Francesco - come ha dimostrato sabato con l’appello ai parroci a “farsi prossimi, con lo stile proprio del Vangelo, nell’incontro e nell’accoglienza di quei giovani che preferiscono convivere senza sposarsi e che sul piano spirituale e morale, sono tra i poveri e i piccoli, verso i quali la Chiesa, sulle orme del suo Maestro e Signore, vuole essere madre che non abbandona” - a questi attacchi non fa troppo caso. Anzi sembra intenzionato a seguire il consiglio che gli ha rivolto pubblicamente il presidente della Comunità di Capodarco, don Vinicio Albanesi (che recentemente ha subito un attentato alla sua parrocchia a Fermo), quando gli ha suggerito: “Santo Padre non dia peso ai ‘dubia’ che le vengono proposti da persone che sono farisei e nemmeno scribi”. 
fonte http://www.agi.it/blog-italia/il-papa-pop/2017/02/26/news/dalle_calunnie_alle_morte_la_fine_misteriosa_di_tre_sacerdoti-1530353/

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