Translate

venerdì 17 marzo 2017

“Fummo traditori e ce ne vantiamo”. Marina militare vergognosa.


Senza tema di smentite, mai nella storia delle Forze Armate italiane una delle sue armi si è più messa involontariamente e autolesionisticamente da sola alla berlina della Marina Militare Italiana negli ultimi anni, a seconda dei casi toccando registri comici, oppure tragicomici. Difficile dimenticare, infatti, la docu-fiction del 2014 «La scelta di Katia, 80 miglia a sud di Lampedusa» edita dal Corriere della Sera e Rai Fiction, definita “una via di mezzo tra una telenovela e un filmato da Istituto luce montato con specifiche del Minculpop”, dove tra ettolitri di melassa immigrazionista, una nave agli ordini della “comandante Catia” – non poteva mancare una “Ufficiala” al comando – salvava dai flutti donne e bambini “profughi”, e, tra una pizza e una festicciola, arriva il membro dell’equipaggio che sorridendo ebete ammansiva la seguente enormità: «Ce la faremo a svuotare un continente… serve solo un po’ di tempo ma lo svuotiamo». Castroneria sesquipedale se presa come metafora, e delinquenziale se presa sul serio, visti i numeri da vera e propria invasione degli anni di sbarchi seguenti, sino al picco mai visto prima di ben 16.000 nella sola scorsa settimana.
Non paghi di ciò, gli spin doctor alla comunicazione della Marina Militare Italiana scimmiottavano iVillage People (forse per risultare anche Gay-Friendly, dopo aver ammiccato agli immigrazionisti?) con un bando di arruolamento titolato significativamente “Join the Navy”, per poi lanciarsi in un video ritraente l’equipaggio di una nave da guerra impegnato nella sua personale performance danzereccia dell’hit del momento di Pharrell Williams “Happy”, il tutto all’insegna del riproporre volontariamente, ancorché “per far simpatia”, quegli stereotipi “Italiano cantare pizza baffi neri mandolino” che speravamo fossero rimasti solo tra gli stranieri più beceramente ignoranti, e non appannaggio di una Forza Armata. Anche perché noi credevamo – che sorpassati! – che tutto dovrebbero fare dei militari, tranne fare i “simpatici”, adattandosi alla politica da PNL d’accatto del presidente Renzi. Lasciando da parte i politicamente scorrettissimi Degrelle, Borghese e D’Annunzio, anche perché sarebbe veramente sparare sulla croce rossa, preferiremo magari dei soldati in qualche modo più aderenti alla descrizione diede loro ironicamente Kurt Vonnegut: “eleganti esperti di sbornie, sesso, saccheggio e morte improvvisa”, che questa Armada Arcobaleno a zonzo al largo (mica tanto al largo) della Libia impegnati a importare immigrati tra una cantata di “Happy” e l’altra.
Ma non è finita qui: fedele al mirabile esempio di dedizione al dovere dei suoi Ammiragli prima e dopo l’8 settembre 1943, la Marina Militare Italiana non si è fatta quindi mancare anche un paio di scandali,l’ultimo dei quali ha toccato l’Ammiraglio Giuseppe De Giorgi, capo di stato maggiore della MMI dal 2013 al 2016 e incensatore del ruolo di “traghettatori” della MMI tra una tartina con pistacchi di Bronte e champagne e l’altra, prima di finire sotto inchiesta per una storia di concessioni a margine dell’affaire Tempa Rossa. De Giorgi, passato anche alle cronache per il suo discorso d’addio tra minacce di vendetta e recriminazioni, il tutto sulle note de “Il Gladiatore”.
Infine, arriviamo ai nostri giorni e alla presente ricorrenza dell’“infausto 8 di settembre”, giorno che presupporrebbe un certo basso profilo da quella Marina “nata dalla Resistenza” sì, ma soprattutto, ancor prima, proprio da quell’8 settembre 1943 che vide tutte le navi maggiori della Regia Marina con relativi ammiragli e compagnia briscola avere abbastanza nafta per consegnarsi agli inglesi a Malta – quella nafta stranamente non sufficiente qualche settimana prima per difendere la Sicilia invasa, per esempio – navi poi prontamente internate e divise tra gli Alleati nel dopoguerra come “preda bellica”, e non certo servite ad ottenere una qualunque condizione di favore dai vincitori, ai quali ci prostrammo con le clausole dell’“armistizio lungo” del 29 settembre 1943, ossia una totale resa senza condizioni, cedendo loro tutta la nostra sovranità nazionale, riguadagnata solo in parte nei decenni successivi, e ancor oggi lungi dall’essere lontanamente riacquisita nella sua completezza.
Ma ormai l’8 settembre 1943 è diventato, dal presidente Azeglio Ciampi e dal suo richiamo al mito di Cefalonia nel 2001 in poi, non più il giorno della “morte della patria”, ma una sorta di 25 aprile dei moderati e quindi ieri, 7 settembre, alle 17.15 compariva sulla pagina FB ufficiale della Marina Militare un articoletto intitolato “La Marina e l’8 settembre 1943 – Un filo blu invisibile e decisivo” dove Giosué Allegrini narrava iperbolicamente le gesta non di qualche eroico comandante, o di una azione di una squadra navale, o nave da battaglia inquadrata dalle salve nemiche, ma… degli Uffici comunicazioni e dello Stato Maggiore della Marina a Roma tra l’8 e il 10 settembre 1943, peraltro non toccati dai combattimenti per la Capitale! Notiamo come l’Allegrini sia il capo ufficio storico della Marina, anche se apparirebbe secondo noi più a suo agio come critico d’arte contemporanea, sua altra occupazione, dal momento che non risultano a suo nome ricerche storico-militari di nota (però è in compenso curatore dell’imprescindibile libro “Nacqui quando ero bambino : dai reportages di spettacolo alla Cyborgdinamica Evolutiva”), e ciò traspare dall’articolo, dal contenuto decisamente grottesco.
Anonimo tratto dal web

Nessun commento:

Posta un commento