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martedì 28 marzo 2017

LE SPALLATE DI SOROS CONTRO PUTIN




di Cinzia Palmacci


Per la manifestazione non autorizzata del 26 marzo a Mosca è stato arrestato Navalny, un oppositore di Putin e blogger provocatore pagato dai vari Soros & company. E' pro gay, pro immigrazione clandestina, ecc... ma incapace di sostenere un democratico confronto. E' curioso come peraltro si candidi subito alla presidenza senza aver fatto un minuto di vera politica. Essere dissidente con i mega avvocati e con soldi dei sovversivi oltreoceano non vuol dire saper gestire e governare il più grande paese del mondo. Tutti uniti contro la Russia: unica vera spina nel fianco del loro nuovo ordine mondiale. Nessuno racconta che un poliziotto e' stato ucciso a sangue freddo dai "pacifici manifestanti",nessuno dice che Navalny e i suoi compagni sono pagati e finanziati da Soros per creare disordini. I media di regime parlano di corruzione in Russia, ma in Italia sulla corruzione politica potremmo organizzare conferenze e corsi "full immersion".La Russia comincia a dare troppo fastidio a livello geopolitico e, come d’incanto, le piazze di quel Paese scoprono la corruzione e decidono che è ora di protestare. Detto fatto, da oggi la propaganda russofoba avrà un argomento in più da opporre a Vladimir Putin e da porre a conforto delle sanzioni occidentali. Viene da chiedersi se la corruzione in Russia sia spuntata come un fungo nottetempo o se ci sia un timing ben preciso dietro all’iniziativa di Alexei Navalny, che ha già annunciato l’intenzione di correre alle presidenziali del 2018. Il quale, da buon capopopolo, ha deciso di porsi in prima fila nelle contestazioni in corso in diverse città russe e, dopo abbondanti provocazioni, è riuscito nell’intento di farsi fermare dalla polizia, la quale lo ha caricato su un furgone nel corso di una protesta a Mosca. Ma non basta, perché tafferugli sarebbero stati segnalati anche a San Pietroburgo. Manifestazioni di massa? Stando agli stessi siti dell’opposizione, il corteo a Novosibirsk in Siberia ha visto la partecipazione di circa 2mila persone, mentre i manifestanti erano circa 1.500 in altre due città della regione, Krasnoyarsk e Omsk. Di più, stando al sito di Navalny, le proteste erano programmate in 99 città ma in 72 le autorità locali hanno negato il permesso, perché in violazione della legge sulle manifestazioni pubbliche. Il problema è che quanto accaduto ci dice che, persa ogni altra battaglia, ora si stia puntando sul bersaglio grosso: ovvero, tentare la spallata di indebolimento a Vladimir Putin utilizzando le piazze, anche perché il calendario ci dice che la stagione è ormai ideale per una bella primavera russa. E conoscendo la natura del governo russo, è chiaro che la trappola appare lapalissiana: attendere la repressione, la quale ci sarà se si dovesse degenerare per poi additare Putin come "il dittatore" cattivo. La giornata di manifestazioni era stata convocata da Navalny sotto lo slogan “Dimon (diminutivo di Dmitri), la pagherai”, chiaro riferimento a Dmitry Medvedev, il premier russo, il quale a detta di Navalny è tra gli uomini più corrotti della nomenklatura. Il leader oppositore, che è presidente della “Fondazione di Lotta contro la Corruzione”, ha documentato la sua denuncia all’inizio del mese, in un video pubblicato su YouTube, frutto di un’inchiesta andata avanti per mesi. Nel video, che è già stato visto più di 10 milioni di volte e dura 59 minuti, si sostiene che il premier ha accumulato un impero, tanto dentro quanto fuori il Paese, mediante finte associazioni benefiche affidate a famigliari o persone di sua assoluta fiducia. Ma chi è in realtà Alexei Navalny? Quarantuno anni a giugno, Navalny è cresciuto in una famiglia di tradizione militare e ha intrapreso gli studi in legge. Nel 2006 ha cominciato a essere finanziato dal National Endowment for Democracy statunitense, l’ufficio del Dipartimento in Stato (di fatto una dependance della CIA) specializzato in destabilizzazioni estere e cambi di regime, per un progetto di dibattito giovanile denominato DA!Lanciato insieme a Maria Gaidar, figlia di quello Yegor Gaidar che impose la teoria shock della deregulation sui prezzi quando era premier nel 1992. Non si sa se per il lascito del classico zio d’America o per talento nel trading, Navalny riuscì a ottenere contestualmente una somma di denaro tale da vederlo rastrellare il minimo necessario di azioni di tutte le principali aziende russe quotate, tanto fa trasformarlo in socio di minoranza: quel “tesoretto” fu la sua garanzia e il suo salvadanaio per la campagna anti-corruzione. Nel 2010, il nostro eroe fu uno dei 20 fortunati ad essere accettato dal prestigioso Yale World Fellows Program su migliaia di candidati. E a chi rispondono, di fatto, gli Yale Fellows? Al veterano del Foreign Office britannico Lord Malloch-Brown e ad alcuni alti rappresentanti delle Open Society Foundations di George Soros. Ma non basta, il prestigioso programma è finanziato dalla Starr Foundation di Maurice “Hank” Greenberg, ex presidente e amministratore delegato del gigante assicurativo statunitense AIG, azienda che deve parecchio alla politica USA, avendo goduto di sussidi a pioggia sia con Bush che con Obama. Inoltre, Greenberg e la Starr hanno un lungo curriculum come facilitatori per il rovesciamento di regimi in giro per il mondo, a partire dal rovesciamento del presidente filippino, Ferdinand Marcos. Inoltre, Navalny è uno degli operativi di Gene Sharp, il luminare statunitense del programma di neurolinguistica, le cui tecniche sono state utilizzate durante la “rivoluzione arancione” in Ucraina. Insomma, esiste una strategia statunitense che dopo la caduta del muro di Berlino si è sviluppata in tutta una serie di Paesi dell’ex Unione Sovietica fino a colpire di recente la Russia di Vladimir Putin. Teorizzata dallo studioso e professore di Scienze politiche all’Università del Massachusetts Gene Sharpnel libro Dalla dittatura alla democrazia. Come abbattere un regime. Manuale di liberazione non violenta (nel 1993), è riuscita nel giro di pochi anni a ribaltare governi sfavorevoli agli interessi occidentali fino ad insediarne nuovi organici all’ordine liberale. La "tecnica della rivoluzione colorata" è una combinazione di simboli e immagini forti che ruota intorno ad alcuni elementi imprescindibili come le organizzazioni non governative promotrici della democrazia, le associazioni per i diritti umani, gli intellettuali, gli studenti, i mass media, il "marketing rivoluzionario" e i servizi segreti. I primi laboratori in cui gli scritti di Gene Sharp sono stati sperimentati, risultano quei Paesi dell’Europa dell’Est e caucasici, che seppure staccati dall’Unione Sovietica rientravano nella sfera d’influenza russa: dal 1989 fino alla recente crisi ucraina si sono registrati infatti una serie di capovolgimenti estremamente simili fra loro. Tra queste, la rivoluzione di velluto in Cecoslovacchia (novembre-dicembre 1989), la rivoluzione del 5 ottobre in Serbia (2005), la rivoluzione delle Rose in Georgia (2003), la già citata "rivoluzione arancione" inUcraina (2004), la rivoluzione dei Tulipani in Kirghizistan (2005), fino ad arrivare ai recenti sollevamenti in Macedonia e in Armenia. Per finire, mentre si trovava a Yale, Navalny fu informatore e consulente per uno studio di due anni condotto dal Berkman Center for Internet and Society di Harvard, una delle istituzioni partecipanti alla OpenNet Initiative (evocativo della "Open Society"di Soros), lanciato in contemporanea nel Regno Unito dalla Cambridge University. E a cosa lavorò? Uno studio di profilazione dal titolo “Mapping the Russian Blogosphere”, nel quale dettagliava in differenti sezioni il mondo della Rete russa con particolare attenzione al potenziale impatto sociale delle varie tematiche trattate. Insomma, diciamo che lo spontaneismo è un’altra cosa. Inoltre, la notte del 24 marzo, sei militari russi sono stati uccisi e alcuni altri feriti durante un attacco di miliziani in una base della Guardia Nazionale russa a Naurskaya, in Cecenia, a 70 chilometri da Grozny. Il comunicato ufficiale parlava genericamente di “miliziani armati” che hanno sfruttato il buio per provare ad entrare nella base russa ma la presenza del Califfato nei territori della ex URSS è nota e il pensiero corre immediatamente a un possibile atto dimostrativo dell’Isis nel Caucaso, al fine di operare reclutamento, soprattutto dopo il conflitto a fuoco durato un intero giorno lo scorso dicembre, quando la polizia cecena riuscì a uccidere sette miliziani che si erano asserragliati in un palazzo della capitale. Vladimir Putin, il quale era a colloquio con Marine Le Pen, ha definito l’accaduto “un incidente grave”. Infine, stranamente le piazze hanno cominciato a ribollire anche in Bielorussia, proprio a pochi giorni dopo il colloquio di disgelo tra Vladimir Putin e il presidente, Alexandr Lukashenko. Il copione è sempre stato lo stesso: leorganizzazioni non governative (Amnesty International, Ocse, ecc.) finanziate e manovrate dagli istituti finanziari occidentali (Soros Foundation, ecc.) trovano il pretesto per alimentare lo scontro (brogli elettorali come in Ucraina nel 2004 oppure l’omofobia di Vladimir Putin ai giochi invernali di Sochi). I mass media creano consenso nel blocco statunitense, delegittimano il presidente di turno, e il più delle volte lo dipingono come un sanguinario dittatore. Le associazioni studentesche “chiedono” riforme attraverso un efficace marketing politico e di grande impatto. Gli intellettuali o personalità dello Star System occidentale arrivano in soccorso dei “rivoltosi” per dare “autorevolezza morale” ai sollevamenti.  In meno di vent’anni la Russia ha così perso terreno nelle aree storicamente sotto la sua influenza fino ad essere circondata dall’apparato militare della Nato. In un mondo dove la comunicazione giornalistico-televisiva riesce da sola a compiere cambiamenti epocali, Vladimir Putin è corso ai ripari. Già un paio di anni fa la Duma aveva approvato un disegno di legge che disciplina l’attività delle organizzazioni non governative finanziate dall’estero e che sono attive politicamente sul territorio russo. Il testo recita così: “possono essere dichiarate indesiderabili tutte quelle organizzazioni che minacciano l’ordine costituzionale della Federazione, la sua capacità di difesa, o la sicurezza dello Stato”. Il Consiglio della Federazione ha redatto una risoluzione ufficiale “Patriotic Stop-List” al fine di mettere sotto osservazione 12 Ong che potrebbero costituire una minaccia per gli interessi e la stabilità del Paese. Tra queste ci sono la MacArthur Foundation, una delle più grandi fondazioni con sede negli Stati Uniti, l’Open Society Institute del “filantropo” George Soros e altri 10 gruppi stranieri minori. Insomma, si sa, il nemico numero uno di Soros è Vladimir Putin; contro di lui Soros nutre una vera e propria ossessione: lo vuole distrutto, sconfitto. La colpa di Putin è di non volere sottomettere la Russia ai dettami del Nuovo Ordine Mondialepreconizzato dal miliardario ungherese. E quindi, da oltre 10 anni, Soros prova a fare a casa di Putin quello che gli è riuscito di fare in molti altri paesi; alimentare finte opposizioni democratiche, sobillare piazze, infiltrare Ong finanziate direttamente da lui o da Washington, costruire manipolazioni  mediatiche e ingaggiare pressioni internazionali. Inoltre Soros è il principale sponsor delle sanzioni economiche a Mosca che, in realtà, stanno mettendo in ginocchio le imprese europee.


Cinzia Palmacci

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