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domenica 12 marzo 2017

Un Masterchef per la sinistra


GiuseppeArcimboldo




















Può apparire paradossale, ma certi cambiamenti di registro politico e storico fanno la loro prima comparsa in ambiti così marginali che passano del tutto inosservati. E questo periodo di ossessivo culinarismo televisivo, sempre più presente man mano che aumentano le difficoltà alimentari di una consistente fetta di popolazione, non può non riportarci indietro di 40 anni, quando il capitalismo neoliberista, ancora frenato sul piano della politica  dalla presenza dell’Unione Sovietica, cominciava a diffondere la sua ideologia nei “territori di confine”, ad erodere e svuotare di senso la parola progresso per tascinarla, come in questi giorni sostengono due intellettuali antitetici, ovvero Galli della Loggia e Formenti, nel campo reazionario del nuovismo .
Due anni dopo l’abbandono dello standard aureo che pose le fondamenta per la successiva affermazione del capitalismo finanziario e del globalismo, nacque il vangelo fondativo della Nouvelle cuisine, in cui Gault e Millau per primi teorizzarono l’abbandono della tradizione per fondare una cucina fondata non tanto sul cibo, ma sulla novità, sulla curiosità, sul gioco e dedicata in particolare  ai facoltosi uomini di affari cui si dava la possibilità di distinguersi dalla massa non solo per l’entità del conto, ma anche per la “filosofia” culinariamente progressista che esprimevano con il semplice assenso. Fu  in quel periodo che i semplici e onesti cuochi, appoggiati da un ambiente sempre più afferente ancorché del tutto privo di educazione al gusto, si trasformarono in chef, in profeti dell’antipasto e del dolcetto, sostanzialmente in griffe come progressivamente accadeva nella moda.  Pian piano forni e fornelli anticiparono l’avvento del regno della creatività fasulla il cui unico facile scopo era di modernizzare, decostruire,  fingere il nuovo, fare le cose alla cazzo purché non fosse tradizionale e dunque rientrare in criteri di giudizio affermati e insidiosi, di giudizio conosciuto da molti e dunque molto insidioso, a introdurre ingredienti nuovi, ma solo in quanto tali, a comporre milioni di imperdibili ricette senza storia e dimenticate una volta trangugiate.
Va detto che in campo culinario la tradizione non ha lo stesso valore che in altri ambiti della vita: essa deriva infatti dalle prove e da una selezione darwiniana di alimenti e nutrienti fatta praticamente dalla totalità della specie umana e non da ristretti ambienti. E’ per questo che le mutazioni favorevoli ovvero quelle che rimangono stabilmente sono molto rare  e sono legate all’arrivo di ingredienti nuovi, come avvenne dopo la scoperta delle Americhe o alla variazione nei metodi di coltivazione e nelle varietà prescelte magari per motivi del tutto indipendenti dal sapore (vedi pomodori e patate ad esempio) o alle disponibilità alimentari o ai passaggi di paradigma sociale come accadde con la cucina borghese post rivoluzionaria che ci regalò le salse e tutto il falso regale della cucina, ma dove la sontuosità era collegata a una nicchia di abbondanza: essere creativi, fare qualcosa di veramente nuovo che rimane e che si afferma stabilmente è difficilissimo e le variazioni sul tema, i giochini, ancorché costosi lasciano il tempo che trovano. Dopotutto in un secolo e mezzo la cucina italiana si è arricchita di tre sole composizioni nuove ovvero la margherita, la carbonara e il tiramisù, gli ultimi due dovuti a una felice contaminazione dopo la seconda guerra mondiale, mentre le novità vere in senso globale cui assistiamo oggi, derivano solo dall’utilizzo di tecniche e ingredienti delle cucine tradizionali asiatiche.
Ma il concetto di modernità e di creatività all’interno di un pensiero unico il cui  presupposto fondamentale è la propria stessa immutabilità, non può che essere di carattere elusivo e inessenziale: moda, consumo, tendenza, effetti speciali che rimandano sempre a una infantilizzazione, a un approccio fondato sul gioco. Così la cucina è stata tra i sintomi precursori di un cambiamento radicale del concetto di progresso, degradato a quello di nuovismo, che ha prima avvelenato e poi travolto quella area della società che si autodefiniva di sinistra e che ora corre dietro alla novità a patto che però non contenga elementi di vero nuovo, nemmeno nelle intenzioni. Le cause di tutto questo sono molte e complesse anche a a mio  la radice va addebitata alle interpretazioni marxiste prevalenti nel ‘900 che occhieggiavano a  una trasformazione scientifica e necessaria della società: con il dissolversi dell’Unione sovietica la crisi, la disillusione è stata epocale e non ha trovato antidoti.
Forse è per questo che vado su tutte le furie quando invece di un buon sugo al pomodoro mi viene servito come fosse un progresso qualche pastiche senza capo né coda, magari perché i creativi di oggi sono essenzialmente eterni dilettanti,  o quando vedo gli stlisti della ricetta che risottano la pasta, ottenendo proprio l’effetto contrario a quello che ne ha reso globale l’uso, ovvero quella di cuocerla in acqua abbondante per togliere la limacciosità dovuta all’amido: la pasta deve squillare sotto i denti non essere affogata dentro brodetti addensati e torbidi. E’ la stessa rabbia che mi prende vedendo Renzi e i suoi epigoni che quanto a torbido non hanno nulla da invidiare a nessuno e nemmeno quanto a “modernità”. Peccato che facciano schifo.

fonte https://ilsimplicissimus2.com/

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