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giovedì 13 luglio 2017

Il G20 dall’inferno


An anti-G20 protester stands in front of a burning street barricade and poses with a flag reading "Captitalism Kills" during with German riot police in Hamburg, Germany, July 7, 2017. REUTERS/Hannibal Hanschke


DI PEPE ESCOBAR
counterpunch.org
Una storia futura sul G20 di Amburgo potrebbe cominciare con una domanda posta da Trump qualche giorno prima a Varsavia:
“La questione fondamentale del nostro tempo è se l’Occidente abbia la volontà di sopravvivere”.
Nonostante le filippiche di Stephen Miller – lo stesso che aveva previsto una “carneficina americana” all’inaugurazione del presidente – alcune risposte potrebbero esserci state ad Amburgo.
Il G20 nel suo complesso è stata una parata militare travestita da vertice globale. Le forti proteste hanno in qualche modo risposto ad un’altra domanda fatta da Trump a Varsavia: “Abbiamo il coraggio di preservare la nostra civiltà da chi la vuole sovvertire?”.
Mentre i leader gozzovigliano tra quattro sicure mura, fuori c’erano incendi e saccheggi: una sorta di testimonianza di quel che le politiche NATO hanno prodotto (e che “minacciano i nostri valori”).
Peggiorerà. Dall’anno prossimo, con uno sforzo congiunto Bundeswehr-NATO, una città fantasma costruita in un campo d’addestramento in Sassonia-Anhalt – non lontano da Amburgo – diverrà un luogo dove insegnare la guerra urbana. D’altronde, l’austerità è ben lontana dalla fine e gli schiavi europei continueranno a ribellarsi in massa.
La tentazione di identificare il nuovo ordine emergente come un mondo Putin-Xi-Trump-Merkel è forte. Non ancora – e non ancora come multilaterale. Quel che vediamo sono solo le cornici del multilateralismo, non c’è ancora il quadro – date le resistenze di Washington.
La Merkel voleva che il “suo” vertice si concentrasse su tre questioni cruciali: il cambiamento climatico, il libero scambio e la gestione della migrazione di massa – nessuno di questi particolarmente attraenti per Trump, un credente dell’approccio darwiniano applicato alla politica globale. Quindi ciò che il mondo ha ottenuto è stato una serie di noiosi compromessi – contraddizioni innate incluse.
Xi Jinping, ancora una volta, ha invitato i membri del G-20 a privilegiare un’economia globale aperta, a rafforzare il coordinamento delle politiche economiche e ad essere consapevoli degli enormi rischi inerenti al turbo-capitalismo finanziario. Ha debitamente chiesto un “regime commerciale multilaterale”.
Per sostenerlo, la Cina ha anche applicato la diplomazia del panda – offrendo due di loro, Meng Meng e Jiao Qing, allo zoo di Berlino come gesto di amicizia. Il commento della Merkel non è stato altrettanto morbido: “Pechino vede l’Europa come una penisola asiatica, noi no”.
All’atto pratico, però, quel che cinesi e tedeschi vedono nel futuro è l’integrazione dell’Eurasia – con la nuova via della seta, anche nota come “Belt and Road Initiative” (BRI), che parte dalla Cina orientale e termina nella valle della Ruhr. Questa sì che è una definizione pratica di come funziona un “regime commerciale multilaterale”. Aggiungete all’assunto il grosso accordo commerciale appena concluso tra l’UE e il Giappone. Per tutti gli scopi pratici, geopoliticamente e geoeconomici, la Germania si sta muovendo verso est.
I BRICS si sono incontrati a margine e, tanto per cambiare, hanno chiesto un “regolamentato sistema commerciale multilaterale”.
Putin ha aggiunto che comminare sanzioni danneggia la reciproca fiducia e di conseguenza l’economia globale. Tutti la conoscono e tutti l’accettano, ma la volontà di Washington di imporre il proprio volere geoeconomico non svanirà presto.
E poi c’erano i no-global di sinistra di ATTAC, che hanno criticato la Merkel per la sua politica di “eccedenza di esportazione”, pensiero peraltro identico a quello di Trump.
Gli sherpa ad Amburgo sono rimasi incagliati in una propria versione di “Welcome to Hell”. L’eufemismo della Merkel – “tese discussioni” – ha mascherato un vero e proprio ammutinamento contro gli emissari U.S.A. sia sul climate change che sul commercio: si è combattuto fino all’ultimo su una clausola che lasciava che Washington “aiutasse” i paesi ad accedere ai combustibili fossili puliti.
Alla fine si è giunti al più classico dei compromessi. Ecco il paragrafo del comunicato finale che descrive la decisione dell’amministrazione Trump di abbandonare l’accordo di Parigi:
“Prendiamo nota della decisione degli Stati Uniti di ritirarsi dall’accordo di Parigi. Hanno annunciato che cesseranno immediatamente l’attuazione del proprio contributo e si sono impegnati ad abbassare le emissioni, sostenendo la crescita economica e migliorando le esigenze di sicurezza energetica. Collaboreranno strettamente con altri paesi per aiutarli ad accedere a combustibili fossili più puliti ed efficiente e contribuiranno a distribuire fonti rinnovabili ed altre energie pulite”.
Sùbito dopo, un paragrafo sui G-19:
“Gli altri leader dichiarano che l’accordo di Parigi è irreversibile. Ci impegniamo ad adempiere all’UNFCCC, fornendo i mezzi necessari, comprese le risorse finanziarie per aiutare i paesi in via di sviluppo a mitigare le proprie emissioni, e osserveremo la relazione OCSE “Investire nel clima, investire nella crescita”. Riaffermiamo il nostro forte impegno a rispettare gli accordi di Parigi, muovendoci rapidamente verso la sua piena attuazione, a seconda delle rispettive capacità e, a tal fine, siamo d’accordo sull’Hamburg Climate and Energy Action Plan for Growth, di cui all’allegato”.
Ad Amburgo, i Trump l’hanno fatta da padrone. Prima, Ivanka ha sostituito nel forum il padre, impegnato in incontri bilaterali. Ha abilmente presentato alla Banca Mondiale un piano da 300 milioni di dollari per fornire prestiti, tutoraggio ed accesso ai mercati finanziari alle start-up guidate dalle donne nel mondo in via di sviluppo. Sia la Casa Bianca che la World Bank si sono complimentate per la brillante idea.
Tornando al clima, tra i paesi del G20 vento e sole diverranno i generatori di energia meno costosi entro il 2030. Già nel 2017, il 35% dell’elettricità tedesca veniva da vento, solare, biomassa ed idroelettrica (negli Stati Uniti solo il 15%). La Germania non è dunque ancora verde, ma ci sta rapidamente arrivando.
Ad Amburgo, la Merkel ha raccolto una vittoria sul cambiamento climatico, una sul commercio (con gli USA auto-esclusisi), ma una misera sconfitta sull’immigrazione. Nessun paese ha avuto il coraggio di collegarla pubblicamente alle guerre terroristiche fatte dalla NATO.
Geopoliticamente, Washington sta tagliando i ponti con Berlino, mentre l’Inghilterra attualmente ha zero potere. Trump considera nemici sia Germania che Giappone, rei di distruggere l’industria americana manipolando la moneta. Nel medio termine, è facile aspettarsi un riavvicinamento dei tedeschi coi russi. Per quanto da un lato il potere unipolare di Washington stia sbiadendo, dall’altro il Game of Thrones nel G-20 è appena all’inizio.

Pepe Escobar
Fonte:  www.counterpunch.org
Lin: https://www.counterpunch.org/2017/07/11/the-g20-from-hell/
11.07.2017

Trasduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di HMG
https://comedonchisciotte.org/il-g20-dallinferno/

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