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martedì 11 luglio 2017

Parlare di nucleare in Italia è tabù..Testimonianza del giudice Romano Dolce.

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Negli anni Novanta, dopo l’arresto di un cittadino svizzero e di tre suoi complici sul confine italo svizzero, trovati in 
possesso di 0,3 milligrammi di plutonio, il giudice Romano Dolce aveva iniziato a indagare sulla fuoriuscita di materiale nucleare dalla Russia. All’epoca Dolce non aveva ancora capito che parlare di nucleare in Italia è tabù e che mettere il naso in certe questioni avrebbe comportato per lui una condanna all’isolamento e alla discriminazione. Di lui si diceva che aveva sfruttato gli scenari del crollo dell’impero sovietico per costruire maxi inchieste su commercio di materiale radioattivo ed era stato poi formalmente accusato di essersi inventato tutto di sana pianta, che lo faceva per la gloria e magari per una poltrona al posto di procuratore capo a Como. Un’etichetta che non è riuscito a scrollarsi di dosso e che gli sono costati uno stop di 14 anni, un mese di galera, uno di arresti domiciliari, 7 anni per la fissazione del dibattimento, una prima condanna e poi in appello, l’assoluzione per non aver commesso il fatto, su richiesta dello stesso procuratore generale.
Prima che Dolce finisse nella lista nera dei funzionari dello Stato sospettati di collusione con la criminalità (era stato accusato di associazione a delinquere, abuso d’ufficio, corruzione, contrabbando, ndr), la scrittrice Claire Sterling aveva scritto di lui nel libro “Un mondo di ladri”, edito da Mondadori e poi misteriosamente ritirato di tutta fretta dal mercato alcuni giorni dopo la pubblicazione: “...il cittadino svizzero venne consegnato al giudice romano Dolce destinato a diventare il primo magistrato occidentale a ricostruire la fuga dei materiali nucleari russi. Basso, snello, energico, inquisitivo ma determinato, ha cercato per due anni di farsi strada fra ostacoli insondabili e quasi insuperabili”. 
Del suo successivo reintegro in magistratura, del risarcimento pagato dallo Stato italiano per l’ingiusta detenzione e infine del suo arrivo a Rimini si è già velatamente detto. 
Quel che Dolce ha aspettato di tirar fuori dal sacco solo dopo il pensionamento, è la sua personale chiave di lettura del calvario giudiziario che l’ha visto protagonista.
Perché Sterling parlò di ostacoli insondabili?
Perché i miei tentativi di indagare su questioni, evidentemente all’epoca dei fatti, inopportune, venivano in un modo o nell’altro bloccati.
Ritiene di essere stato boicottato?
Altrimenti non posso spiegarmi la ragione per la quale non furono eseguiti due mandati di cattura internazionale nei confronti dei fratelli Kunzin, due russi sospettati di traffico di materiale nucleare. Un’altra volta mi fu impedito di controllare due vagoni fermi alla stazione di Chiasso e diretti in Italia, su cui si sospettava ci fossero scorie di materiale radioattivo.
Chi diceva che si trattava di materiale radioattivo?
I due scienziati con i quali collaboravo mi avevano avvisato che alla dogana avicinandosi ai vagoni sospetti, i rilevatori Geyger erano come impazziti. Avuta la segnalazione organizzai di tutta fretta un vertice in Procura con i funzionari doganali per avere l’autorizzazione per verificare il contenuto di quei vagoni. Ma invece dell’autorizzazione mi arrivò una lavata di capo da parte del procuratore che negò l’autorizzazione.
All’epoca collaborava con il faccendiere Aldo Anghessa considerato personaggio inaffidabile.
Non allora. Mi era stato presentato dal capo di gabinetto della questura di Como. Lui lo aveva personalmente condotto nel mio ufficio dicendomi che era un agente segreto defenestrato ingiustamente dal Sisde nell’87 e che poteva fornirmi notizie di reato che se si fossero rivelate esatte, con una mia attestazione, avrebbero potuto farlo rientrare nei Servizi dai quali era stato allontanato. Accettai la proposta anche se il Procuratore capo mi disse di non fidarmi troppo e di non riceverlo in Procura. Raccomandazioni sicuramente doverose, che però non impedirono al Procuratore di sequestrare a sua volta armi, su input di Anghessa. Solo che il collega non mi comunicò mai le sue brillanti operazioni, ma si limitò dopo appena una settimana dal rinvenimento delle armi, a chiedere e ottenere l’archiviazione dell’inchiesta. 
Solo dopo scoprii che su di lui pendeva un ordine di cattura emesso 9 anni prima di cui il Sismi era a conoscenza.
Traffici nucleari che avevano toccato anche Rimini? Certo. Il 28 agosto del ’92, Angessa e un colonnello della guardia di finanza convinsero il sostituto Sapio a sequestrare delle barre di uranio impoverito in possesso di tre agenti segreti.
C’era un collegamento tra i ritrovamenti effettuati da lei in Lombardia e quelli in Romagna?
Non ho mai potuto scoprirlo perché mi fu impedito in ogni modo di parlare con l’ufficiale della Finanza accampando scuse assurde. Mi dissero che era stato trasferito come se il trasferimento fosse un motivo per non incontrare un investigatore. Seppi poi che era stato sottoposto a perizia psichiatrica (che rilevò la sua sanità di mente) e lui si allontanò dalle Fiamme gialle. 
Sapio a sua volta, era andato in pensione e mi ritrovai a contattare l’allora procuratore capo Franco Battaglino. Gli feci il nome dei due scienziati che si occupavano di nucleare (Gualdi e Sgorbati). Mi disse che pensava di contestare agli arrestati la detenzione di parti di armi da sparo ma io obiettai che non era così. Dall’uranio si può ricavare il plutonio, materiale fissile (serve per le testate dei missili nucleari). Doveva e poteva contestare il contrabbando di materiale illegale, impostazione giuridica che mi era stata riconosciuta nel caso di altri rinvenimenti. Quando poi cercai a lungo di stabilire un contatto con Battaglino per sapere come fosse andata a finire, non riuscii a trovarlo per mesi. Appresi poi che i tre dei servizi segreti erano stati scarcerati e che una perizia, che non ebbi modo di leggere, sosteneva che la merce rinvenuta era irrilevante, sulla base di una perizia preconfezionata dallo stesso Sismi.
In quel periodo collaborava con l’Aiea, Agenzia internazionale dell’Energia atomica? 
Sì e fui invitato a parlare a Parigi nel corso di una conferenza che fu ripresa anche dai mass media, per l’Italia c’era il quotidiano “La Stampa” con un articolo di Barbara Spinelli. Dall’Aiea appresi notizie riservatissime in una rogatoria svolta a Vienna.
Riservatissime perché?
Venni a sapere in che cosa consisteva il traffico di uranio impoverito verso il terzo mondo. Con l’uranio impoverito si possono realizzare proiettili devastanti e poi che può essere in grado di produrre plutonio.
Sua anche un’inchiesta sul traffico di dollari falsi. Si parlava dell’introduzione di dollari falsi nel territorio russo (reato punito con la pena di morte). E sull’argomento ho avuto contatti palesi con le autorità russe a Roma, nella sede dell’Interpool e al tribunale di Como, nonché con il generale Mori (funzionario della Banca d’Italia ed esperto in falsi nummari, fratello del generale Mori allora in servizio a Palermo).
Perché creava allerta l’introduzione di dollari falsi in Russia?
Perché si trattava di enormi quantitativi di banconote e si ipotizzava che esistesse una precisa regia per “drogare” e destabilizzare l’economia russa. Su queste inchieste e altre relative al sequestro di armi da guerra (in particolare fucili mitragliatori a raffica confezionati solo in Italia) e sul conferimento di residenze fittizie ad affiliati dell’Opus Dei, mi preoccupai di assicurarmi la collaborazione e protezione del Sismi. 
A Roma, 15 giorni prima della sua morte, incontrai anche Giovanni Falcone al Ministero di Giustizia.
Perché fu convocato da Giovanni Falcone?
Mi disse che non potevo continuare a lavorare da solo. Che avevo bisogno di uomini e mezzi. Mi era stato già assegnato un armadio blindato alto come un frigorifero che però mi ero accorto, veniva aperto e ispezionato di notte. Mi assicurò che mi avrebbe riservato i mezzi necessari, ma disse testualmente “per deontologia avrei dovuto passare attraverso il procuratore 
capo Mario Del Franco”.
Procuratore capo che riconobbe le sue necessità?
Dico solo che non ritenne opportuno neppure l’acquisto di una misera fotocopiatrice.
Cosa le predisse il collega riminese durante l’incontro in piazza Cavour a Rimini?
Mi confidò di aver saputo dal Sismi che avrebbero cercato di farmi fuori. Disse che sapeva che alcuni propendevano per l’eliminazione fisica, i più intelligenti per lo screditamento del mio ruolo. Che poi è ciò che è avvenuto. Tali inchieste non dovevano essere portate a conoscenza dell’opinione pubblica e per impedirlo venni incriminato di una serie di reati assurdi al punto che le mitragliatrici sequestrate a carico di ignoti si trasformarono in una collezione di armi che secondo loro andavo ad acquistare personalmente in Svizzera. Per tale teorema estraneo perfino a Pitagora fui arrestato e trattenuto per un mese in una cella di isolamento per riflettere sul contenuto di una ordinanza cautelare incautamente emessa dalla Procura di Brescia e frantumata con molta calma, prima dal gip, poi dal Tribunale e infine dalla Corte d’Appello di Brescia. 
Fui io stesso a scovare le prove che permisero ai giudici dell’Appello di scagionarmi. La richiesta di assoluzione venne dallo stesso procuratore generale.
Le è capitato di avere paura?
Prima di finire in manette temevo per la mia vita. Ero stato in passato già minacciato di morte dall’N’drangheta e per questo 
una pattuglia sostava la notte sotto le finestre di casa mia. Dopo le inchieste sul nucleare temevo che non potesse essere sufficiente. Per cui, per tutelarmi, avevo depositato nelle mani due diversi notai una memoria, una relazione fitta di nomi e circostanze. Però, nell’ambito dell’accusa di corruzione, c’era una telefonata intercettata che secondo gli inquirenti era chiara come il sole.
Lei chiedeva al suo interlocutore: “Questi spiccioli, quando me li porti?”
Sì è vero. E’ stato intercettato il dialogo con la moglie di un mio collaboratore (finito pure lui sotto inchiesta, ndr e poi assolto). 
Avevo prestato 250mila lire al collaboratore che aveva dimenticato il portafoglio a casa con l’accordo di restituirmeli il giorno successivo. Non vedendolo avevo chiamato la moglie. Tutto qui. Chiamato il collaboratore, che aveva confermato le mie parole, gli inquirenti, volendo, avrebbero potuto chiarire subito l’equivoco. Invece si andò a processo, in primo grado caddero le accuse relative all’associazione a delinquere, alla corruzione, all’abuso d’ufficio e restarono in piedi il traffico di armi, dai quali riuscii a difendermi nel corso del primo interrogatorio. Parlai per 18 ore di seguito.
Veniamo a Rimini. Sono state fatte insinuazioni sul processo Tucker. Perché ha concesso agli imputati la perizia?
Sul processo Tucker la imprevedibile rinuncia alla prescrizione si è tradotta per alcuni imputati nel desiderio di conoscere senza limiti di tempo se la loro protesta di innocenza poteva essere valutata meglio attraverso una perizia. Ma la perizia disposta su richiesta della difesa non era il mostro che avrebbe necessariamente divorato l’accusa era e credo rimarrà uno strumento per capire meglio se il tubo Tucker ha una sua dignità di esistere o se è soltanto qualcosa che non vale...un tubo.
Perché ha iniziato a scrivere poesie?
A 14 anni, un professore di ginnasio per poter leggere in pace il Corriere dello Sport ordinò a tutta la classe di scrivere una poesia sulla neve. Quel giorno a Campobasso la neve scendeva a falde ed infondeva un senso di pace. Ho continuato a scrivere poesie perché lo stesso professore, con un senso di complicità, mi confidò: “continua a scriverle, faranno bene a te stesso”.
Mai pensato di scendere in politica?
Mi ha sempre affascinato. Seguivo i comizi di ogni colore. Oggi non fremo più perché in piazza manca il rispetto per il comizio.
Come giudice non propendeva troppo per la difesa? E’ la Costituzione che considera l’imputato un presunto innocente, perché dovrei essere contro la costituzionale presunzione d’innocenza dell’imputato? Sulla mancata estradizione di Battisti che dice?
Dico che non è certo andato a nuoto dalla Francia al Brasile ma protetto dai servizi segreti. E all’epoca, in Italia, governava Prodi con D’Alema ministro degli esteri.
Della condanna a 14 anni per traffico di stupefacenti del generale Ganzer cosa ne pensa?
Sul generale Ganzer è in vigore, per il momento, la presunzione di innocenza. Per lui e per tutti credo nello Stato di diritto.
Perché il sistema giustizia in Italia funziona male?
Perché ci sono troppi reati che io definisco “bagatellari” che si potrebbero risolvere sul piano amministrativo, senza oberare gli uffici dei tribunali che dovrebbero pensare a perseguire i reati più importanti.
In Italia ci sono troppi reati, è una via lattea giudiziaria...
E’ stato accusato di parlare troppo con gli avvocati e con i giornalisti. Il giudice, a mio modo di vedere, deve isolarsi per decidere. Mai prima. Sarebbe portatore solo di se stesso. Mentre la giustizia è intorno agli altri.
Cosa dice delle contestazioni, di natura disciplinare che le sono state mosse?
Le avrei affrontate con ragionevole serenità. Posso dire che le contestazioni mi hanno sempre stimolato, mai abbattuto. Da pensionato non mi appartengono.
Le sue dimissioni a novembre, hanno sorpreso. Perché non è restato?
La mole di lavoro, 1200 sentenze in due anni, tutte depositate nei termini, ha inciso sulla glicemia che combatto da circa 5 anni e mi ha portato tanto vicino ad un coma diabetico.
Come trascorre il tempo? 
Passo molte ore su Facebook.
Su Facebook, ma scusi lei non era quel magistrato che non sapeva neppure usare il computer? 
Chi l’ha detto? Nella mia breve permanenza a Rimini ho imparato anche questo, anche se nella mia vita, in precedenza, non avevo mai battuto a macchina neppure una lettera.
Fausta Mannarino
fonte Romano Dolce
https://www.facebook.com/groups/139587622767715/permalink/1449410345118763/
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