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lunedì 21 agosto 2017

Ingannati, traditi, venduti: ma possiamo pregare

        













Ingannati, traditi, venduti ma possiamo pregare. Le folle applaudono i distruttori, i fedeli ascoltano la voce dei falsi pastori: tutto sembra perduto eppure quando le cose sono prive di soluzione nulla è perduto con la fede
di Francesco Lamendola  

  
Ogni volta che torno da Feltre – questa città-gioiello che supera in bellezza e in eleganza le città da fiaba dei film di Walt Disney, circondata da una cerchia di monti boscosi e rocciosi semplicemente superba, di una grandiosità da mozzare il fiato – non posso fare a meno di compiere una brevissima deviazione e passare a dare un saluto a Sant’Agata, la martire catanese, nella sua chiesetta al centro del vecchio borgo, ora rimasto quasi spopolato.
È un piccolo tempio neoclassico, con il timpano e le quattro semicolonne che conferiscono una nobile semplicità alla facciata; il portone è quasi sempre socchiuso, caso strano di questi tempi, e così si passa nella fresca penombra dell’interno, sotto il tetto di legno, nel silenzio raccolto e pieno di atmosfera. I “liberatori” angloamericani, nel 1944, picchiarono giù duro, da queste parti, con le loro fortezze volanti, e anche la chiesetta di Sant’Agata ebbe la sua buona razione: ne fanno fede le fotografie dell’epoca, esposte sul muro della controfacciata, che mostrano come essa fosse stata  semidistrutta. Ma la buona volontà della gente, a guerra finita, ebbe la meglio su ogni timidezza o rassegnazione, e il piccolo edificio sacro venne ricostruito, riconsacrato, e restituito alle preghiere dei fedeli. 

Non è mai stato sede di una parrocchia, ma ha svolto egregiamente la sua funzione di chiesa nell’antico borgo all’estrema periferia di Valdobbiadene, fra campi di grano e filari su filari di vigneti del famoso prosecco. A metà della lunga strada fiancheggiata da case di pietra si apre uno slargo dove c’è una fontana – ora rimasta senz’acqua -  e lì, accogliente, con le sue linee armoniose, la piccola chiesa resta in attesa di chi vuol entrare. Il borgo, dopo gli anni del “miracolo”, e poi quelli della crisi, si è quasi svuotato; molte case sono sfitte e in abbandono, alcuni malinconici cartelli annunciano Vendesi, e l’unico negozio di generi alimentari è stato chiuso anch’esso, da tempo. In breve, la vita che ferveva intensa fino a una ventina danni fa, si è praticamente spenta; nemmeno gli anni dell’emigrazione, fino alla metà del secolo scorso, erano riusciti a fare quel che è accaduto adesso, sotto il nostro naso, in piena età del cosiddetto benessere: lo spopolamento, l’abbandono, la desolazione. Però la chiesetta rimane, la facciata ben dipinta, il pavimento tirato a lucido da qualche pia donna del posto; e anche se il prete non ci viene più a dir la Messa, tranne che per la ricorrenza annuale della santa, che dà occasione alla sagra del borgo, il 5 febbraio - i preti sono pochi, ormai, e i fedeli anche memo – è comunque un conforto sapere che c’è, che esiste, che  non si è arresa, e che non ha sprangato arcigna il portone, ma lo ha lasciato socchiuso, come usava una volta, quando tutte le chiese, grandi e piccole, in città come in campagna, erano sempre aperte, protette dalla frequenza dei fedeli e dalla stessa pietas de parrocchiani. Forse questa rimane aperta perché non c’è niente da rubare: niente di valore, in senso economico; sta di fatto che molte altre, altrettanto povere e spoglie, sono sempre chiuse, ma questa no.
Dunque, una volta entrato, in pochi passi mi avvicino all’altar maggiore e mi fermo a contemplare il dipinto che campeggia sopra di esso: un affresco di medie dimensioni, raffigurante la santa titolare, la vergine di Catania che subì il martirio e che, prima di essere decapitata, patì innumerevoli supplizi da parte degli aguzzini pagani, compresa l’asportazione delle mammelle. L’opera, semplice ma tutt’altro che ingenua o banale, anzi, vigorosa e intensa nella sua drammaticità, è di un pittore locale che ha affrescato o dipinto innumerevoli chiese e oratori in tutta la zona della sinistra Piave (lui era di Mareno di Piave, o meglio, era nato nella vicina Santa Lucia) e anche nel basso Bellunese e nel Feltrino; a Feltre, infatti, nella Chiesa di san Giacomo Maggiore, abbiamo appena ammirato un’altra sua composizione di più ampie dimensioni. Qui, sant’Agata è riprodotta con singolare purezza di linee: volge gli occhi al cielo e si preme un panno bianco sul petto, che velocemente si arrossa di sangue, il sangue del seno che le è stato mozzato. Sullo sfondo, il vulcano – l’Etna – erutta fuoco e fiamme, che arrossano il cielo, lo tingono di un vivo  color di sangue anch’esso, come volesse partecipare al dramma della purissima fanciulla, mentre alcune donne, in basso, in controluce, si agitano come anime in pena, e ricordano il coro di un’antica tragedia greca. Sull’altro lato, un paesaggio di case in rovina, di archi spezzati, di finestre che guardano il cielo, e ci si chiede se si tratti di una catastrofe naturale – l’eruzione vulcanica – o una devastazione prodotta dalla cattiveria umana, come un bombardamento aereo. Senza dubbio Bepi Modolo, che era un uomo semplice, ma di una grande fede, e un gran lavoratore che si alzava all’alba e passava ore e giorni sulle impalcature delle chiese per eseguire i suoi devoti affreschi – ha voluto alludere ad entrambe le forme che prende il male, quello fisico e quello morale, l’uno causato dalla natura, l’altro dalla storia, come ha fatto tantissime altre volte, giocando sulla intersecabilità dei due piani e sulla intercambiabilità delle situazioni, o meglio, dei loro disastrosi effetti: la sofferenza dei corpi e quella delle anime. Così, nel suo affresco, il dramma di una vergine quindicenne, caduta nelle mani di uomini malvagi, si sovrappone e diventa emblematico di una condizione perenne, quella di una umanità doppiamente sofferente, per opera dei mali inflitti dalla natura – non la natura originaria, uscita perfetta dalle mani di Dio creatore, ma la natura decaduta, ferita del Peccato originale – e di quelli provocati dalla crudeltà e dal sadismo degli uomini stessi. Quelle donne, che levano le braccia al cielo, in mezzo alle rovine delle loro case, e domandano al Cielo pietà del loro dolore, possono essere le donne di questo borgo ai piedi delle Alpi, nel 1944, oppure quelle di Catania nel lontano 252, come narra la tradizione cattolica.
Secondo gli Acta Sanctorum, appena un anno dopo la morte della santa vi fu una terribile eruzione dell’Etna;  popolo, disperato, corse alla cattedrale, ne trasse il velo sinodico, con il quale il corpo della santa era stato avvolto durante il martirio, e lo portò in processione fino ai piedi del vulcano, dopo di che la colata di lava incandescente si arrestò miracolosamente, risparmiando le case ormai minacciate da vicino. Ecco perché le donne di Catania, nell’affresco di Bepi Modolo, tengono in mano un panno bianco e lo alzano sopra la testa: è la loro supplica a Dio, la loro richiesta di misericordia; e Dio, come un Padre misericordioso, ascolta le preghiere di quanti lo invocano con cuore puro e con retta intenzione, non nega loro il suo soccorso, non chiude l’orecchio alle loro suppliche. Dio può anche fare in modo che le bombe sganciate dagli aerei vadano fuori bersaglio, risparmino un paese, lasciano in piedi un luogo sacro: Egli può tutto, se lo vuole; non c’è nulla che non possa fare, perché è il Re dell’universo e, a maggior ragione il Re della storia Noi crediamo che la storia umana sia fatta da noi e soltanto da noi, perché questa è l’idea che si è diffusa nella nostra cultura, dopo Machiavelli e soprattutto dopo Voltaire; ma la verità è che gli uomini non possono fare nulla, assolutamente nulla che Dio non voglia; non possono fare nulla senza Dio; soprattutto, non possono fare nulla contro Dio: ma, tutt’al più, credendo di agire contro Lui, possono fare il proprio male. Queste riflessioni mi scorrevano nella mente mentre contemplavo il viso della santa, che leva gli occhi verso il Cielo, con un gesto di una fede commovente, il petto che le sanguina copiosamente da sotto la benda, gli occhi pieni di amore e di speranza, la speranza cristiana, la speranza di chi non spera negli argomenti umani, ma spera solo e unicamente in Dio. Non posso non sentirmi piccolo davanti a quella fede di una ragazzina, davanti a quella capacità di abbandonarsi a Dio, di lasciarsi dietro le spalle ogni residuo di ragionamento umano, di calcolo umano, di vanità umana. Anche la pretesa della mente di capire ogni cosa è una forma di vanità, forse la più pericolosa. Certo l’uomo moderno ne è sedotto, addirittura stregato. Ma la tentazione è antica, antichissima: Non morirete, ma sarete simili a Dio, suggerisce il serpente a Eva, nel Giardino dell’Eden. E l’uomo ha ascoltato il suggerimento diabolico, ha voluto essere come Dio, e si è precipitato nell’inferno di una esistenza infelice, con le sue stesse mani.
Nella chiesetta fresca e silenziosa, nella penombra che crea una dimensione del tutto diversa dalla vampa accecante del sole estivo, che surriscalda l’aria all’esterno, siedo sul banco di legno e contemplo la scena dell’Etna infuriato, del cielo corrusco, dei bagliori apocalittici, delle donne che pregano e agitano le braccia, delle case distrutte; e, di nuovo, degli occhi della santa, carichi di amore, fede  e speranza, che sono un catechismo vivente, un compendio di come si dovrebbe vivere, un richiamo a tutti i cristiania sulla direzione giusta da tenere, sullo spirito con cui donare a Dio ogni giorno della propria vita, ogni sospiro, ogni lacrima – perché la vita è fatta anche, e in larga misura, di tribolazioni, distacchi, delusioni: sunt lacrimae rerum, dice Virgilio, il più cristiano dei poeti pagani e una delle più lipide voci dell’umanità di ogni tempo; e chi non ha compreso questo, ha capito ben poco della vita, è rimasto come un eterno bambino che non vuol crescere e che ogni volta rinnova gli stessi errori, figli della stessa presunzione. Eppure, esiste un’uscita da questo inferno che noi stessi ci siamo costruiti attorno, e che seguitiamo ad alimentare anche dentro di noi, con l’invidia, la rabbia, l’ambizione, l’avidità, la lussuria: esiste e ci è stato rivelato; esiste ed è lì, a portata di mano, purché si voglia spogliarsi dalle illusioni del mondo e dal fardello dell’io, insaziabile, ingordo, spudorato, lubrico. A tutto questo pensavo guardando l’affresco; e anche altri pensieri sono sopraggiunti, carichi di mestizia: tutta questa Grazia, tutto questo Amore, tutta questa Luce, che ci sono stati donati, noi li rifiutiamo e li rinneghiamo; di più: stiamo assistendo a una cosa inaudita, terribile, mai vista da tempo immemorabile, forse mai vista da nessuno in assoluto: stiamo adoperandoci per distruggere la Chiesa, la Chiesa fondata da Gesù Cristo e affidata a san Pietro per la salvezza dell’umanità. Lo scopo della Chiesa è la conversione e la salvezza delle anime: Chi crederà e sarà battezzato, sarà salvo; ma chi non crederà, sarà condannato. Generazioni e generazioni di cristiani hanno custodito e tramandato fedelmente, nelle famiglie, nei villaggi, nelle città, nelle nazioni, la fede intatta dei padri, la fede rivelata nelle Scritture e nella sacra Tradizione; e ora, nel giro di pochi decenni, di pochi anni, stiamo assistendo alla sistematica distruzione di ogni cosa, al capovolgimento del Vangelo, all’apostasia generalizzata, della quale – suprema ironia, e supremo peccato – le anime sembrano inconsapevoli, come se fossero state irretite in un diabolico sortilegio, che le acceca e toglie loro la capacità di vedere quel che sta accadendo, di comprendere quale astuta e perversa manovra sia in atto per strappare via dal mondo la sua anima cristiana, e ciò per mezzo dei pastori stessi che dovrebbero custodire il gregge. Non era mai accaduto prima che, a livello mondiale, i cristiani subissero un simile destino: quello di essere ingannati, traditi e venduti. È un destino che si svolge parallelo a quello dei cittadini della società profana, anch’essi ingannati, traditi e venduti dai loro governanti, postisi al servizio di oscuri poteri finanziari, per conto dei quali favoriscono politiche suicide, che impoveriscono sempre di più la popolazione e che tendono a sostituirla, in tempi assai brevi, con popolazioni straniere, provenienti dagli altri continenti, professanti un’altra religione e formate nell’ambito di culture completamente diverse dalla nostra, inconciliabili con la nostra. Ma se ciò è gravissimo nell’ambito della politica, è imperdonabile nell’ambito della religione: il pastore che inganna, tradisce e vende le pecorelle che dovrebbe custodire, si macchia le mani del delitto più nefando, un delitto che grida vendetta davanti a Dio, come e più di quello degli abitanti di Sodoma e Gomorra, le quali, a proposito di vulcani e di catastrofi, vennero distrutte dal fuoco per l’enormità del loro peccato; anche se i preti e i vescovi modernisti ed eretici non son d’accordo e vorrebbero raccontarci tutta un’altra storia, che non ha nulla a che fare con la Parola di Dio. E anche questa eresia, anche questa bestemmia, fa parte della cospirazione volta a ingannare, tradire e vendere i seguaci di Cristo.
Ingannati, traditi, venduti: ma possiamo pregare

di Francesco Lamendola
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fonte https://apostatisidiventa.blogspot.it/2017/08/un-delitto-che-grida-vendetta-davanti.html#more

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