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martedì 31 gennaio 2017

ZERO HEDGE: NEGLI STATI UNITI È IN CORSO UNA “RIVOLUZIONE COLORATA”



Zero Hedge riporta un articolo di The Saker, un  blog di un analista militare americano di alto livello, tradotto da volontari in molte lingue e molto seguito soprattutto durante la crisi in Ucraina, in cui si commentano le proteste anti-Trump  in corso negli USA come una  grottesca riedizione  delle rivoluzioni colorate, questa volta in casa propria, contro le proprie istituzioni e contro il popolo americano.  L’autore si augura che il Presidente eletto possa rendersi pienamente conto del rischio che corre, di essere rovesciato, e riesca a contrattaccare duramente e rapidamente,  anche agitando i numerosi scheletri nell’armadio dello Stato Profondo,  non ultimo l’attacco dell’11/9, di cui molti sospettano ma nessuno osa parlare apertamente. 

di The Saker, 28 gennaio 2017
In Russia gira una battuta del tipo: “Domanda: perché non ci può essere una rivoluzione colorata negli Stati Uniti? Risposta: perché non ci sono ambasciate USA negli States“.
Divertente, forse. Ma errata. Credo infatti che proprio ora negli Stati Uniti sia in corso un tentativo di rivoluzione colorata.
La rivista Politico sembra pensarla nello stesso modo. Guardate questa loro recente copertina:
Sebbene già ad ottobre dello scorso anno avessi previsto che “gli USA stavano per affrontare la peggiore crisi della loro storia” – eravamo a un mese dalle elezioni presidenziali – ora devo ammettere di essere sorpreso dall’intensità dello scontro che si sta svolgendo davanti ai nostri occhi. È evidente che i Neocon hanno dichiarato guerra a Trump e alcuni commentatori, come Paul Craig Roberts, ritengono cheTrump stia rendendo loro pan per focaccia (qui in italiano su Vocidallestero). Spero abbia ragione.


Vediamo un esempio abbastanza eloquente:
Le agenzie americane di intelligence stanno investigando sul loro stesso capo. Sì, secondo i più recenti report l’FBI, la CIA, la National Security Agency e il Dipartimento del Tesoro starebbero investigando sulle conversazioni tra il generale Flynn e l’ambasciatore russo Sergey Kislyk. Secondo Wikipedia, il generale Flynn è stato:
– Direttore dell’Agenzia di Intelligence per la Difesa;
– Membro associato del comando per l’Intelligence, la Sorveglianza e la Ricognizione;
– Presidente del consiglio dell’Intelligence Militare;
– Assistente direttore della National Intelligence;
– Funzionario senior dell’Intelligence per il Comando delle Operazioni Speciali.
È anche consigliere di Trump per la sicurezza nazionale. Il altre parole, il suo nulla osta di sicurezza è stratosferico, e presto diventerà il capo di tutti i servizi di intelligence statunitensi. Nonostante ciò, quegli stessi servizi di intelligence stanno indagando su di lui per i suoi contatti con l’ambasciatore russo. È assolutamente sorprendente. Perfino nella vecchia Unione Sovietica il presunto onnipotente KGB non poteva mettere sotto indagine i membri del Comitato Centrale del Partito Comunista senza avere una speciale autorizzazione del Politburo (e questo era un grosso errore a quanto ritengo, ma ora non è questo che importa). Questo significa che 500 membri al vertice dello Stato Sovietico non potevano essere messi sotto indagine dal KGB. Inoltre, la subordinazione del KGB al Partito era tale che per i reati normali il KGB non poteva indagare sui membri dell’intera nomenklatura sovietica, che contava circa 3 milioni di persone (un errore ancora più grande!).
Ma nel caso di Flynn, molte agenzie di sicurezza USA hanno potuto decidere di svolgere indagini su un uomo che dovrebbe essere considerato, secondo tutti i parametri, tra i cinque maggiori funzionari dello Stato, e che evidentemente ha la fiducia del nuovo Presidente. A quanto pare questo non scatena alcuna indignazione.
Secondo la stessa logica, le tre agenzie di cui sopra potrebbero indagare Trump per le sue conversazioni telefoniche con Vladimir Putin.
E questo, a pensarci bene, potrebbero farlo anche abbastanza presto…
Ed è assolutamente folle, perché è ormai evidente che l’insieme dell’Intelligence statunitense sta prendendo gli ordini dai Neocon e dallo Stato profondo, non dal Presidente. Queste agenzie stanno ora agendo contro gli interessi del nuovo Presidente.
Nel frattempo, le brigate di Soros hanno già scelto il loro colore: il rosa. Stiamo vedendo la “rivoluzione delle pussyhat“, come spiegato su questo sito. E se pensate che si tratti solo di una piccola frangia di femministe lunatiche, vi sbagliate. Secondo le vere femministe lunatiche il “pussyhat” sarebbe un’allusione troppo sottile; loro preferiscono esprimersi in modo meno ambiguo, come mostra l’immagine qui sotto:
Tutto questo sarebbe abbastanza divertente, sebbene anche un po’ nauseante, se non fosse per il fatto che i media, il Congresso e Hollywood sono tutti schierati con i “100 giorni di Resistenza contro Trump”, che sono cominciati con una – cito letteralmente – “festa da ballo” a casa di Mike Pence.
Tutto questo sarebbe divertente, se non fosse per la gravità con la quale i grandi media stanno descrivendo queste “proteste”, altrimenti assai patetiche.
Ascoltate bene ciò che Moore dice al minuto 2:00. Dice che “celebreranno il fatto che Obama è ancora il Presidente degli Stati Uniti“, e la presstitute [neologismo che unisce le parole “stampa” e “prostituta”, NdT] gli risponde “sì, lo è“, e non una ma ben due volte.
Di cosa stanno parlando?! In che senso Obama è ancora il Presidente?!
Per quale ragione la sicurezza nazionale e l’FBI non stanno indagando MCNBC e Moore perribellione e sedizione?
Fino ad ora le proteste non sono state eccessive, ma sono avvenute in numerose città americane e sono state riportate a profusione dai media.
Non cascateci, queste proteste non sono più spontanee di quanto lo fossero quelle in Ucraina. Qualcuno sta finanziando tutto questo, qualcuno lo sta organizzando. Stanno usando tutti i trucchi che conoscono.
Altro esempio:
Vi ricordate il bel viso di Nayirah, l’infermiera del Kuwait che aveva detto al Congresso di aver visto nel suo paese i soldati iracheni prendere i neonati e gettarli via dagli incubatori (infermiera che poi si è scoperto essere figlia di Saud Al-Sabah, l’ambasciatore del Kuwait negli Stati Uniti)? Vi ricordate il bel viso di Neda, che è “morta in diretta” in Iran? Bene, lasciate che ora vi presenti Bana Alabe, che ha scritto una lettera al Presidente Trump; ovviamente i media sono entrati in possesso della lettera e ora lei è diventata “la faccia dei bambini siriani”.
Volete altre prove?
Bene, cliccate qui e guardate un po’ di caricature e fumetti anti-Trump disegnati dal bravo Colonel Cassad. Alcuni di questi sono abbastanza notevoli. Da questa nausante collezione ne ho selezionati giusto due:
Il primo accusa chiaramente Trump di essere nelle mani di Putin. Il secondo rappresenta Trump come l’erede di Adolf Hitler e suggerisce chiaramente che Trump voglia riaprire Auschwitz. Tradotto in parole semplici, questo manda un duplice messaggio: Trump non è il Presidente legittimo degli Stati Uniti e Trump  è il male assoluto.
Qui si va ben oltre il tipo di caricature che abbiamo sempre visto fare sui Presidenti precedenti.


Elencare tutti gli esempi di cui sopra ha lo scopo di suggerire questo: lungi dall’accettare la sconfitta, i Neocon e lo Stato profondo statunitense hanno deciso, come sempre, di alzare la posta in gioco e di imbarcarsi in una vera e propria “rivoluzione colorata”, che potrà terminare solo con l’impeachment, la cacciata o la morte di Donald Trump.
Una delle caratteristiche più sorprendenti di questa rivoluzione colorata contro Trump è il fatto che a quelli che ci stanno dietro non importa assolutamente nulla del danno che la loro guerra contro Trump arrecherà all’istituzione del Presidente degli Stati Uniti e, in definitiva, agli Stati Uniti stessi. Il danno sarà infatti immenso, e il punto è il seguente: il Presidente Trump sta correndo il grossissimo rischio di essere rovesciato, e la sua unica speranza di resistere è di contrattaccare duramente e rapidamente.
L’altra cosa sorprendente è il nefasto ruolo che la Gran Bretagna sta giocando in tutto questo processo: tutto il fango contro Trump risale in definitiva al Regno Unito. In che modo? Semplice. Vi ricordate come, almeno formalmente, la CIA e la NSA non abbiano il diritto di spiare i cittadini statunitensi, così come i MI6 e GCGQ britannici non hanno il diritto di spiare i cittadini della Gran Bretagna? Entrambe le parti hanno escogitato un semplice stratagemma: si scambiano i servizi; la CIA e la NSA spiano i britannici, il MI6 e GCHQ spiano gli americani. Poi si scambiano le informazioni (pare che da quando Obama è salito al potere tutte queste misure siano diventate obsolete, e ora tutti siano liberi di spiare direttamente chi vogliano, inclusi i propri stessi cittadini). I Neocon statunitensi e lo Stato profondo stanno ora usando i servizi speciali britannici per produrre una montagna di fango contro Trump, che poi riportano come informazioni di “intelligence”, e che possono essere usati dal Congresso per avviare delle indagini. Semplice ed efficace.
Il punto è sempre lo stesso: il Presidente Trump sta correndo il grossissimo rischio di essere rovesciato, e la sua unica speranza di resistere è di contrattaccare duramente e rapidamente.
Può farlo?
Finora ho suggerito ripetutamente che Trump stesse contrattando con i Neocon americani nello stesso modo in cui Putin ha contrattato con gli oligarchi in Russia: li porta dalla sua minacciando accuse di evasione fiscale, corruzione, cospirazione, ostruzione della giustizia, ecc. Cioè tutte quelle belle cose che lo Stato profondo americano ha fatto per anni. Il Pentagono e le tre agenzie di intelligence sono probabilmente le entità più corrotte del pianeta, e dato che non sono mai state messe in discussione, figurarsi condannate, per la loro corruzione, sono diventate straordinariamente disinvolte nel loro modo di fare le cose, arrivando in pratica a contare sul fatto che la stessa Casa Bianca le tira fuori dai guai in caso di un qualsiasi problema. La maggiore arma usata da questi circoli sono le tante leggi sulla segretezza che le proteggono dallo scrutinio del Congresso e dell’opinione pubblica. Ma è qui che Trump può usare la sua arma più potente: il generale Flynn che, come ex direttore della DIA [Agenzia di Intelligence per la Difesa] e attuale consigliere presidenziale per la sicurezza nazionale, ha totale accesso ai dati. E se non lo ha, lo può creare se necessario, inviando delle forze speciali per assicurare la “collaborazione”.
Arrivati a questo punto, però, inizio a pensare che anche questo non sia abbastanza. Trump ha un’arma ancora più potente da scatenare contro i Neocon: l’11 settembre.
Che Trump lo sapesse già o no, ora è consigliato da gente come Flynn, che deve sapere da anni che l’11 settembre ha avuto tutta una gestione interna. E se anche il numero di persone coinvolte nelle operazioni legate all’11 settembre fosse relativamente piccolo, il numero di persone che ha messo la propria credibilità politica e morale dietro la narrazione ufficiale dell’11 settembre è immenso. Voglio essere più chiaro: sebbene l’11 settembre sia stata una operazione dello “Stato profondo” americano (probabilmente subappaltata agli israeliani per l’esecuzione), tutta Washington è stata da allora “complice a posteriori dell’11 settembre”, aiutando a mantenere la copertura. Se viene tutto portato alla luce, migliaia di carriere politiche si schianteranno e bruceranno nello scandalo.
L’11 sttembre è stato un crimine collettivo per eccellenza. Pochi uomini l’hanno eseguito, ma migliaia, forse decine di migliaia hanno usato le proprie posizioni per mantenere una copertura e impedire che fosse svolta qualsiasi vera indagine. Sono TUTTI colpevoli di ostruzione della gisutizia. Aprendo una nuova indagine sull’11 settembre, che sia però gestita dal Dipartimento della Giustizia e non dal Congresso, Trump potrebbe mettere una pistola alla tempia di qualsiasi politico, e minacciare di premere il grilletto se  non smetteranno con questo tentativo di rovesciarlo. Ciò di cui Trump ha bisogno è di uomini affidati e fedeli a capo dell’FBI, di un uomo con “le mani pulite, la mente fresca e il cuore ardente” (per usare l’espressione del fondatore della Polizia Segreta Sovietica, Felix Dzerzhinsky). Quest’uomo si troverà immediatamente in una situazione di pericolo fisico, dovrà quindi essere un uomo di grande coraggio e determinazione. Certo, quest’uomo può anche essere una donna – l’equivalente americano del procuratore russo Natalia Poklonskaia.
Capisco perfettamente il pericolo che comporterebbe l’uso dell’arma “11 settembre”; porterebbe ovviamente a un immenso contrattacco da parte dei Neocon e dello Stato profondo. Ma il punto è questo: loro sono già avviati a determinare l’impeachment, la cacciata o l’assassinio di Donald Trump. E, come disse una volta Putin durante un’intervista: “se ti accorgi che la lotta è inevitabile, sii tu il primo a colpire!“.
Pensate che sia tutta  un’esagerazione? Considerate la posta in gioco.
Primo, quantomeno, c’è la stessa presidenza Trump: i Neocon e lo Stato profondo non permetteranno a Trump di realizzare le sue promesse del programma elettorale. Lo saboteranno, lo ridicolizzeranno e daranno una rappresentazione distorta di tutto ciò che fa, anche se egli dovesse conseguire dei grandi successi.
Secondo, sembra che ora il Congresso abbia il pretesto per aprire diverse indagini su Donald Trump. Se è così, sarà facile per il Congresso ricattare Trump e minacciarlo costantemente di una rappresaglia politica se lui non si “attiene al programma”.
Terzo, la furiosa persecuzione di Trump da parte dei Neocon e dello Stato profondo sta indebolendo la stessa istituzione della Presidenza. Per esempio, l’ultima folle idea lanciata da alcuni politici è di “proibire al Presidente degli Stati Uniti di usare l’arma nucleare senza l’autorizzazione del Congresso, a meno che gli Stati Uniti non siano sotto attacco nucleare“. Da un punto di vista tecnico è un non-senso, ma ciò che fa è di mandare un segnale al resto del pianeta: “Noi, il Congresso, crediamo che il nostro Comandante in Capo non sia affidabile nella sua gestione dell’arsenale nucleare”. Non importa che loro stessi si sarebbero invece fidati di Hillary con le mani sulla bomba atomica, e non importa che Trump potrebbe usare solo armi convenzionali per avviare una eventuale guerra nucleare (per esempio, tramite un attacco convenzionale contro il Cremlino). Ciò che stanno dicendo è che il Presidente degli Stati Uniti è un lunatico di cui non ci si può fidare. Come ci si può poi aspettare che il Presidente sia preso sul serio su qualsiasi altro tema?
Quarto, riuscite a immaginarvi cosa accadrebbe se le forze anti-Trump avessero successo? Non sarebbe solo la distruzione definitiva della democrazia interna degli Stati Uniti. Anche il rischio della guerra, e della guerra nucleare, salirebbe alle stelle.
In gioco c’è molto più delle meschine faccende interne degli Stati Uniti.
Ogni volta che penso a Trump e ogni volta che lo guardo al telegiornale ho sempre lo stesso angosciato pensiero: Trump avrà mai l’intelligenza di accorgersi che è sotto attacco, e avrà il coraggio di contrattaccare abbastanza duramente?
Non lo so.
Ripongo molta speranza nel generale Flynn. Sono fiducioso che lui capisca bene il quadro d’insieme e sappia esattamente ciò che sta avvenendo. Ma non sono sicuro che abbia abbastanza seguito nelle forze armate per tenerle dalla sua parte in caso scoppi la crisi. In generale le persone delle forze militari diffidano di quelle dell’intelligence. La mia speranza è che Flynn abbia degli alleati leali presso il SOCOM e il JSOC, i quali, in definitiva, hanno l’ultima parola nel momento in cui si debba decidere un’occupazione della Casa Bianca. La buona notizia è che a differenza dei soliti militari, quelli delle forze speciali e dell’intelligence sono di solito piuttosto vicini e abituati a lavorare insieme (i militari normali diffidano pure delle forze speciali). Il SOCOM e il JSOC sanno anche come garantire che la CIA non si rivolti contro.
Ultimo ma non meno importante, la mia speranza maggiore è che Trump usi la stessa arma che Putin ha già usato contro l’élite russa: il sostegno del popolo. Ma per avere questo, Twitter non basta. Trump ha bisogno di una cosa equivalente a “Russia Today”, deve aprire un suo canale televisivo. Certo, questo è molto difficile e prenderebbe un sacco di tempo. Potrebbe dover inziare con un canale solo su Internet, ma se ci sono abbastanza soldi può riuscire ad andare oltre. Proprio come Russia Today, questo canale dovrebbe essere trans-nazionale, politicamente vario (includere quindi anche figure anti-Impero a cui Trump non piace), e includere delle celebrità.
Uno dei molti errori fatti da Yanukovich in Ucraina è stato che non ha osato prendere in mano gli strumenti legali del potere per fermare i neo-nazisti. E nella misura in cui li ha usati è stato un disastro (ad esempio i poliziotti anti-sommossa che hanno picchiato gli studenti che manifestavano). Dopo avere ascoltato alcune interviste di Yanukovich e di persone a lui vicine durante le ore cruciali, è sembrato che Yanukovich non avesse proprio la percezione di avere il diritto morale di usare la violenza per fermare le rivolte. Non sapremo mai se a trattenerlo siano stati dei principi morali o la semplice cordardia. Ciò che è sicuro è che ha tradito il suo popolo e la sua nazione nel momento in cui si è rifiutato di difendere la vera democrazia e ha lasciato che la “piazza” si sostituisse alla democrazia. Certo, la vera oclocrazia [governo della “folla”, NdT] non esiste. Tutte le folle sono sempre state controllate da una qualche forza dietro le quinte, che le scatena fino a quando non raggiunge i propri scopi.
Le forze che stanno attualmente cercando di portare all’impeachment, alla cacciata o all’assassinio di Trump sono un pericolo chiaro e immediato per gli Stati Uniti come paese e per la Repubblica Federale. Sono, per usare una parola russa, un tipo di opposizione “non di sistema”, che non vuole accettare l’esito delle elezioni e che così facendo si oppone all’intero sistema politico.
Io non sono un cittadino americano (avrei potuto, ma ho evitato la cittadinanza perché rifiuto di fare il giuramento di fedeltà), e l’unica lealtà che sento di dovere agli USA è quella di un ospite: non danneggiarli in modo deliberato, e obbedire alle loro leggi. Nonostante questo, mi rivolta lo stomaco vedere la facilità con cui milioni di americani vengono sollevati contro la loro stessa nazione. Ho scritto molto sulla russofobia in questo blog, ma ora vedo anche una profonda “americafobia” nelle azioni e nelle parole di quelli che oggi dicono che Trump non è il loro Presidente. Secondo loro, la loro micro-identità di “liberal”, di “gay” o di “afro-americani” sarebbe più significativa dei principi fondamentali sui quali è stato costruito questo paese. Quando vedo queste folle di detrattori di Trump, vedo ribollire il puro odio, non quello contro l’impero anglo-sionista o contro una plutocrazia travestita da democrazia, ma l’odio contro quella che definireste la “America semplice”, l’America ordinaria – la gente semplice tra la quale ho vissuto per molti anni, che ho imparato a rispettare e apprezzare, e che i seguaci della Clinton oggi considerano solo come l’America dei “deplorevoli”.
Mi sorprende vedere che la pseudo-élite americana nutre così tanto odio, indignazione e paura verso la massa degli americani, così come le pseudo-élite russe nutrono odio, indignazione e paura verso la massa dei russi (la parola russa equivalente a “deplorevoli” è “быдло” e suona come “bestiame”, “sottoproletari” o “plebaglia”). Mi sorprende vedere che le stesse persone che per anni hanno demonizzato Putin stanno ora demonizzando Trump usando esattamente gli stessi metodi. E se il loro paese deve scendere in guerra contro la gente comune – che così sia! Queste auto-dichiarate élite non hanno la benché minima remora nel distruggere il paese di cui pure sono stati parassiti e che hanno sfruttato per i propri interessi di classe. È la stessa cosa che hanno fatto alla Russia esattamente 100 anni fa, nel 1917. Spero proprio che non riescano a farla franca di nuovo nel 2017.
http://www.sapereeundovere.com/zero-hedge-negli-stati-uniti-e-in-corso-una-rivoluzione-colorata/

I Rotschild: 8 volte più ricchi degli 8 più ricchi

I Rotschild: 8 volte più ricchi degli 8 più  ricchi

di Maurizio Blondet
Per un  giorno, i media hanno parlato della ricerca di  Oxfam International   da  cui risulta che la ricchezza degli 8 principali miliardari supera quella della metà povera della popolazione mondiale, 3,6 miliardi.  Gli otto sono
Bill Gates   con  75 $  miliardi
Amancio Ortega – $ 67 mdi
Warren Buffett – 60,8 $ mdi
Carlos Slim Helu – 50 $ mdi
Jeff Bezos – 45,2 $ mdi
Mark Zuckerberg – 44,6 $ mdi
Larry Ellison – 43,6 $ mdi
Michael Bloomberg – 40 $ mdi

Addizionate insieme, le loro ricchezze valgono  426, 2 miliardi di dollari.

Questa disparità   estrema, ha concluso  Oxfam, “invoca un cambiamento fondamentale nel modo in cui gestiamo le nostre economie,  perché funzionino per tutti, non solo per alcuni”.
Nel novero dei primi otto non appare il nome Rotschild. Per varie ragioni:  qui non abbiamo a che fare con  persone fisiche, ma con una dinastia,  i  cui membri presiedono  a fiduciarie private a capitale fisso – niente società per azioni (scalabili),  ma   solo aziende familiari, accuratamente sottratte  ai mercati finanziari goym, e partecipazioni  incrociate.
Insomma  è ancora la struttura  instaurata dal capostipite  del 18mo secolo, Mayer Amschel Rotschild.  Basato in Germania,  l’avo   sparse i suoi cinque figli nelle diverse capitali  europee, ciascuno muniti di capitale e conoscenze per  aprirvi  una banca d’affari: Parigi e Francoforte, Londra, Vienna e Napoli (era  allora uno degli stati dalle finanze più  prospere).  E’  stata dunque  la prima multinazionale del credito,   che profittò delle guerre europee scatenate dalla  Rivoluzione  giacobina  e da Napoleone.  Prestando agli stati  che la guerra indebitava (tipicamente,  all’impero austro-ungarico,  a quello britannico), da cui accettava titoli e buoni del Tesoro, e cogliendo  tutte le buone occasioni per prendere il controllo finanziario delle più diverse industrie,  a  corto di liquidità.
Il figlio che ebbe maggior successo fu  quello che si stabilì a Londra  Nathan Meyer  Rotschild:  sposò  Hanna Barent Cohen da  cui ebbe 7 figli e   una cospicua dote finanziaria;  nel 1811, durante le guerre napoleoniche, finanziò  di fatto lo sforzo bellico britannico quasi da solo  – senza trascurare di finanziare in segreto anche il Bonaparte.   Il 18 luglio 1815  fu  un corriere della  Rothschil & Sons  che informò il governo britannico che a  Waterloo le cose si mettevano male per Napoleone; il governo non ci credette, e allora Nathan  stette al gioco:  si  mise a svendere titoli del debito inglese, come se sapesse che presto sarebbero stati carta straccia.   Gli altri ricchi inglesi, nel panico, lo imitarono; la Borsa collassò. Mani forti anonime  (agenti dei Rotschild) avevano già fatto  incetta di titoli a prezzi da liquidazione fallimentare;  quando arrivò la notizia che a Waterloo Napoleone  aveva perso, Nathan era il padrone della London Stock Exchange.  Ancora nel 2015  il Regno Unito sta restituendo a rate i capitali presi  a prestito dai Rotschild.


Oggi,  le ricchezze  della dinastia restano inimmaginabili; essa riesce in gran parte a dissimularle con il metodo delle  ditte   non quotate, dove non si pubblicano bilanci, dove lavorano e sono impiegati direttamente i membri della famiglia, matrimoni fra consanguinei,  eredi che continuano a collaborare strettamente; da due secoli, non è mai apparso alla luce un litigio fra i parenti, che abbia prodotto un  frazionamento di ricchezze, capitali e imprese.  Non  a caso il motto della famiglia, sotto lo scudo rosso, è (in latino) “Concordia, Integritas, Industria”.
Oltre alle finanziarie N.M. Rotschild &  Son di Londra e la Edmond de Rotschild Group  in Svizzera,  la dinastia ha incalcolabili partecipazioni in istituti di credito,  nel settore immobiliare,  minerario ed energetico.  I vigneti che l’uno o l’altro membro hanno in Francia, in Sudafrica, in California, Sudafrica ed Australia, sono   attività da tempo libero.    Le partecipazioni che contano, in “investimenti globali”, non sono affatto visibili. E’ dubbio se i Rotschild siano oggi quello che fu la ditta di Nathan, che divenne praticamente il banchiere centrale   d’Europa,   coprendo debiti pubblici,  salvando banche nazionali,  finanziando infrastrutture  pubbliche durante la rivoluzione industriale.
Sicché non si può valutare se dice il vero il sito Investopedia, che   ha provato a fare una valutazione approssimativa  e decreta (senza specificare i cespiti e le attività)  che la ricchezza  che  la dinastia controlla oggi ammonta a 2  trilioni di dollari:  2 mila miliardi.  Se fosse vero, vuol dire che i Rotschild  sono otto volte più  ricchi degli otto più ricchi miliardari.

I milionari annusano il collasso, e scappano

(dalla società che hanno creato)
Non certo i Rotschild, ma i “mezzi milionari”, i gestori di hedge funds,   i fondatori di startups di successo,  i ricchi in  milioni (ma non miliardi), stanno comprando bunker di lusso  in  rifugi   anti-atomici  riciclati in condomini costosissimi, assoldando squadre di guardie armate,   investendo in campi d’aviazione  in Nuova Zelanda: almeno secondo un articolo del New Yorker  che sta facendo   rumore  fra quelli che contano.  Perché i nuovi ricchi   temono una rivolta sociale:  “Le  tensioni prodotte dall’acuta disparità di reddito  stanno diventando così’ forti, che alcuni dei più  agiati del mondo stanno prendendo misure per proteggersi”-
In vendita in Nuova Zelanda: pista d’atterraggio.
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Una volta, i “preppers”, quelli che si preparano a lottare e sopravvivere in un collasso sociale totale accumulando proiettili e scatolame  in qualche deserto americano, erano la “frangia lunatica”  fatta  per lo più da reduci di guerra tornati disturbati dall’Irak, o complottasti paranoici; gente senza tanti mezzi comunque.  Adesso sono le menti  brillanti di SIlicon Valley  a prepararsi  all’Armageddon, sia quello naturale (terremoto della faglia di Sant?Andrea)  sia il collasso sociale e politico della società.
Antonio García Martínez,   40 anni, ha   ammesso di aver acquistato “due ettari di bosco in un’isola del Nord  Pacifico e d’averla attrezzata con generatori, pannelli solari, casse di munizioni”. Il fondatore di PayPal , Peter Thiel, ha non solo comprati terreni in Nuova Zelanda, ma fondato là una ditta  che aiuta i suoi pari (pari-reddito) a cercare là ridenti rifugi. Nei fatti,   nei primi 10 mesi  del 2016, mani straniere  hanno acquistato 3500 chilometri quadrati in  Nuova Zelanda. Il posto così lontano è oggetto  dei loro appetiti, anche  perché  ritenuto sicuro   se scoppia una epidemia globale…
Reid Hoffman, creatore di LinkedIn, ha raccontato al giornalista dell New Yorker: “Dire che  hai comprato una casa in Nuova Zelanda è  come un ammicco  fra noi.  Si fa’ la stretta di   mano massonica e ci si scambiano notizie del tipo: niamo, “Sai, conosco un mediatore che vende vecchi silos per missili ICBM,  a prova di atomica…”.  O si discute su temi come: “Bisogna comprarsi un aereo privato. Bisogna  prendersi cura anche della famiglia del  pilota. Devono essere sull’aereo”.
E’   istruttivo vedere  come abbiano  paura della società  che  loro stessi hanno creato,  e  ne vogliano fuggire. Come pensano di salvare se stessi per via individuale, accumulando munizioni   generatori solari,   trincerandosi coi propri pari in condomini fortificato:   uno spasimo terminale di individualismo americano    e di spirito del West,  con i carri in circolo contro gli  indiani.
“Se avessimo avuto una più equa distribuzione del reddito, messo più fondi e energia nelle scuole pubbliche, nei parchi, nelle arti o  e nella sanità pubblica,   avremmo tolto molta della rabbia che si sente nella società.  Le  abbiamo tutte smantellate, queste cose”, ammette Rob Johnson , che ha fondato un Institute  for  New Economic Thinking (istituto per  un nuovo pensiero economico),  dove  cerca di  riproporre  le strane idee  della società come un sistema di corresponsabilità  a questi  ricchi spaventati.  Ma lamenta la mancanza di “spirito di responsabilità  verso il  prossimo”  e l’apertura  alla possibilità, fra   i ricchi, di una più decisiva politica fiscale di redistribuzione.
Maurizio Blondet
fonte http://www.maurizioblondet.it/rotschild-8-volte-piu-ricchi-degli-8-piu-ricchi/


Attentato in Quebec, un’altra false flag


3ca618fc00000578-4173602-the_mosque_was_attacked_at_around_8pm_sunday_evening_while_aroun-a-13_1485831940672Lo scopo delle finte storie su Bissonnette/Breivik è promuovere l’agenda nazi-sionista. Sulla sua pagina Facebook, Alexandre Bissonnette aveva numerosi amici, tra cui alcuni musulmani. La pagina Facebook fu poi manipolata. Alexandre Bissonnette viene ora descritto come “lo studente solitario… che sarebbe sostenitore di Trump e Le Pen e che derideva on-line i profughi siriani”. Tuttavia, “i vicini di casa nel ricco sobborgo di Quebec Cap Rouge sono confusi nel sapere che Bissonnette, descritto come il ‘tipico ragazzo della porta accanto’, è accusato della sparartoria“. Daily Mail
Il vero Alexandre Bissonnette è come il vero Anders Breivik, un liberale moderato. Breivik è innocente
L’infoguerra nazi-sionista dice che la sparatoria nella Moschea a Quebec è un colpo devastante alla narrativa della sinistra. Presumibilmente, Bissonnette sarebbe fuggito dalla moschea con la sua Mitsubishi e arrestato nella vicina Ile d’Orleans 20 minuti più tardi, dopo aver chiamato il 911, secondo Le Soleil. La polizia avrebbe trovato 2 fucili e un AK-47 nell’auto. Daily Mail
I colleghi universitari descrivono Alexandre Bissonnette come un timido che non sembrava capace di commettere un atto terroristico. “Non ha mai mostrato o suggerito che fosse capace di violenza politica o terrorismo”. Lo scopo del terrorismo sotto falsa bandiera è mettere al potere i sostenitori dei nazisti-sionisti. Le Pen è una sostenitrice d’Israele. Una pagina di Facebook presumibilmente appartenente a Bissonnette, poi tolta, avrebbe rivelato supporto alle idee di estrema destra, come a Marine Le Pen. Altri ‘Mi Piace’ avrebbero riguardato le forze di difesa israeliane, Donald Trump e i critici aperti dell’Islam Richard Dawkins e Christopher Hitchens.3cab209400000578-4170500-bissonnette_is_a_student_at_laval_university_a_friend_of_bissonn-a-61_1485811295851I vicini descrivono Alexandre Bissonnette come il ‘perfetto ragazzo della porta accanto’ che ama la famiglia e lo sport e si ricorda sempre di salutare. Il vicino Alain Dufour ha detto: “Alexandre è un gran ragazzo amichevole, lui e il fratello sono assai vicini e seguiti dai genitori, tutti molto vicini…” La moglie ha detto: “E’ molto dolce“. Il padre Raymond Bissonnette è un dipendente del governo in pensione. Daily Mail3ca666a400000578-4170500-image-a-141_1485750860829Alexandre Bissonnette è il ‘capro espiatorio’ della sparatoria alla moschea in Quebec. Dopo la sparatoria nella Moschea di Quebec, Alexandre Bissonnette e Mohamed Khadir (alias Muhamad Balqadir), furono fermati. Bissonnette, 27 anni, è del Quebec, mentre Khadir, tra i 20 e i 30 anni, è di origine marocchina, secondo TVA News.
Testimoni hanno detto che c’erano 3 uomini armati e mascherati. Tre attentatori nella Moschea di Québec. Ma ora la polizia dice che Bissonnette è l’unico sospetto, e che Khadir è semplicemente un testimone. Una fonte ha detto a Radio-Canada che Alexandre Bissonnette e Mohamed Khadir sono studenti dell’Université Laval, università pubblica di Quebec City. Alexandre Bissonnette è stato arrestato “dopo aver contattato la polizia verso le 20:10“. Alexandre Bissonnette frequentava i compagni del liceo Cartier e del Cégep François-Xavier Garneau. “E’ un ragazzo tranquillo, affatto violento. Non avrei mai immaginato che potesse fare una cosa del genere“, dice Mario Valentino che conosce Alexandre Bissonnette e suo fratello gemello.
alexandre-bissonnette-cadetLa famiglia di Alexandre Bissonnette ha collegamenti militari. Secondo alcuni vicini, i gemelli erano nei cadetti. Ci sono state segnalazioni su cadetti mentalmente controllati e utilizzati come schiavi sessuali e poi come “zimbelli.Abuso sessuale dei cadetti /Reclute adolescenti uccise/Sesso minorile tra i militari
I genitori di Alexandre Bissonnette vivono a Cap-Rouge, quartiere ricco e tranquillo. Alain Thivierge, che abita di fronte alla casa dei Bissonnette, dice dei fratelli: “Li vedo quasi tutti i giorni“. Parla di giovani calmi. “I loro genitori sono molto socievoli“, ha detto. Alexander, sospettato, non ha mai pronunciato parole di odio o radicali. La Presse.ca.
3cab0e8700000578-4170500-image-a-53_1485795613947Il 29 gennaio 2017, “tre uomini armati e mascherati hanno sparato contro i fedeli nel Centro Culturale Islamico di Quebec City intorno alle 20:00“. CBC / Tre attentatori attaccano la moschea di Québec durante le preghiere serali, 5 morti. Almeno sei persone sono state uccise. Testimoni hanno detto che i tiratori gridavano ‘Allahu Akbar’ con ciò che sembrava un accento del Québec. Qualcuno lasciò una testa di maiale sui gradini della moschea nell’estate del 2016. Ore dopo che Trump firmava il divieto dei musulmani, una moschea nel Texas veniva data alla fiamme. Due persone sono state arrestate in connessione con l’attentato del 29 gennaio in Quebec. Un sospetto è stato arrestato presso la moschea e l’altro dopo un inseguimento conclusosi vicino a Ile d’Orleans, a 15 miglia dalla scena. L’attentato avviene dopo giorni di proteste negli USA per l’ordine esecutivo di Trump sul ‘bando dei musulmani’. Il primo ministro Justin Trudeau ha detto che i rifugiati e gli immigrati musulmani sono i benvenuti in Canada. Daily Mail.
Justin Trudeau
Justin Trudeau
Cosa saprebbe il governo del Quebec sul lavoro interno? Il premier del Quebec Philippe Couillard guiderà una missione economica in Israele nella primavera del 2017, divenendo il primo premier del Quebec in visita ufficiale nel Paese. Couillard l’annunciò “durante il cocktail annuale con i membri dell’Assemblea Nazionale tenutasi presso il ramo in Quebec del Centro per gli affari d’Israele e ebraici (Cija), con la Federazione CJA e il Comitato ebraico-canadese per gli affari politici, il 30 novembre“. Couillar parlò del lungo e importante contributo della comunità ebraica nel Quebec. “La vostra storia è quella del Quebec e la storia del Quebec è la vostra storia“. Couillard ha descritto Israele come “l’unico Stato democratico in quella tormentata regione. Israele e Quebec hanno molto in comune e insieme dobbiamo rafforzare i legami che ci uniscono“, aveva detto. Il premier del Quebec visiterà Israele.
Philippe Couillard
Philippe Couillard
L’attentato in Quebec è collegato al controllo mentale? L’Allan Memorial Institute si trova a Montreal nel Quebec. L’istituto è noto per il suo ruolo nel programma MKULTRA della CIA, un’iniziativa per sviluppare un farmaco che inducesse il controllo mentale. Gli esperimenti di MKULTRA furono condotti dal suo direttore e fondatore Donald Ewen Cameron.
Donald Ewen Cameron
Donald Ewen Cameron
Traduzione di Alessandro Lattanzio – SitoAurora

Le menzogne del Fatto Quotidiano per screditare Putin e la Russia

Le menzogne del Fatto Quotidiano per screditare Putin e la Russia
di Eugenio Cipolla

Nell’epoca delle fake-news, della post-verità e di chi più ne ha e più ne metta per screditare chi non è allineato all’estabilishment, spunta Il Fatto Quotidiano. Il giornale diretto da Marco Travaglio dovrebbe essere una realtà disallineata rispetto alla schiera dei media benpensanti e invece, spesso e soprattutto in politica estera, segue la stessa linea di Corriere, Stampa e Repubblica, prendendo posizioni banali e diffondendo notizie distorte. L’ultima puntata di quella che ormai possiamo definire una saga delle falsità è andata “in onda” ieri, con un articolo dal titolo emblematico (“Arroganza e diritti schiacciati: è la democratura”) sulla Russia di Vladimir Putin, firmato da Roberta Zunini. Ora, nessuno, nemmeno tra i maggiori sostenitori del leader del Cremlino, ha mai parlato di Russia come modello di democrazia da esportare, ma l’esasperazione della figura di Putin, descritto come un dittatore spietato e cinico, sembra davvero un’esagerazione tesa a giustificare e minimizzare le azioni dei mediocri leader occidentali allineati al sistema.

Il pezzo firmato dalla Zunini, con tutto il rispetto per il tempo che ha impiegato a scriverlo e il lavoro che ha svolto, è un concentrato di luoghi comuni e banalità su un paese, la Russia, che all’interno dei confini italiani è conosciuta in maniera superficiale dalla stragrande maggioranza della popolazione. Vediamo quali sono i punti sui quali sono cascati la Zunini e Il Fatto.

“Se i dati ufficiali sottolineano che il presidente Vladimir Putin gode ancora di un alto indice di popolarità, nonostante le crescenti difficoltà economiche affrontate dai 146 milioni di abitanti della Federazione causate dalle spese militari in continuo aumento, oltre alle sanzioni impostate dall’occidente per la questionieucraina assieme a ulteriori restrizioni dei diritti civili, è altresì vero che le stime vengono fatte da istituti e media controllati dal Cremlino”.

Messa così la situazione descritta sembra simile a quella di un paese africano in guerrra: la Russia è un paese dove la gente muore di fame perché al posto del cibo per la popolazione il governo compra armi. La realtà è un’altra. L’economia russa, dopo un periodo difficile, ammesso dallo stesso governo di Mosca, è in fase di stabilizzazione. Cosa confermata sia dal ministero delle Finanze russo, dal FMI e da diverse agenzie di rating. Precisato ciò, va anche detto che la crisi russa non è dipesa dalle sanzioni occidentali per la crisi ucraina (che hanno in realtà penalizzato l’occidente, più che la Russia), quanto dal calo del prezzo del petrolio (materia prima di cui la Russia è uno dei maggiori produttori ed esportatori al mondo), che ha messo in difficoltà il governo (il quale aveva fatto i bilanci con una stima diversa). Riguardo ai sondaggi fatti “da istituti e media controllati dal Cremlino”, non bisogna nemmeno scovare l’ultimo e meno sconosciuto istituto demoscopico russo per dimostrare che non è così. L’ultimo rilevamento di Levada Center, uno dei maggiori e più importanti in Russia, conosciuto anche a livello internazionale, dice che nel primo mese del 2017 il gradimento di Putin è arrivato all’85%, un punto in più rispetto a dicembre, cinque rispetto a sei mesi fa. Le ragioni di questo aumento sono profonde e non certo sintetizzabili con l’assenza “di una stampa libera” o con “un’opinione pubblica alla mercé della propaganda di stato”. Il punto è che i russi preferiscono essere più poveri e con meno diritti che soggiogati da un popolo straniero. Lo dimostra il cattivo ricordo che i russi conservano di Eltsin e Gaidar, delle loro riforme economiche che negli anni ‘90 hanno consegnato il paese nelle mani di pochi oligarchi turbocapitalisti. Lo dimostra un sondaggio dello scorso anno, sempre di Levada, secondo il quale il 34% dei russi vede ancora Stalin di buon occhio, nonostante gli errori e i crimini che gli vengono attribuiti, perché “la cosa importante è che sotto la sua leadership la Russia è uscita vittoriosa dalla seconda guerra mondiale”. Ad ogni modo, il Levada Center, come sicuramente pensa la Zunini, non è un istituto demoscopico controllato dal Cremlino, con il quale negli scorsi mesi ha avuto più di qualche frizione. Da sempre sospettato di legami con gli Stati Uniti, il Levada è stato pesantemente multato dal Ministero della Giustizia russo e invitato a registrarsi come “agente straniero” a causa delle donazioni ricevute dall’estero. La legge russa che riguarda le ONG, infatti, prevede che tutte le organizzazioni non-profit o che svolgano attività politica e ricevono fondi esteri, si iscrivano in un apposito registro. Cosa che il Levada si rifiuta di fare e che ha spinto Lev Gudkov, direttore del centro, a parlare di “censura politica”, costringendolo peraltro a sospendere la raccolta fondi all’estero. La Russia ha sempre giustificato la legge sollevando l’esigenza di difendersi da influenze esterne a casa propria. Dunque, nonostante i numerosi scontri con il Cremlino, Levada continua a rilevare il gradimento di Putin all’85%. E’ la semplice realtà o anche questa è una fake-news?

“Ci sono poi le modifiche alla legislazione anti-estremismo (il “pacchetto Jarovaja”) del 7 luglio scorso, che obbligano per esempio i fornitori di tecnologie informatiche a conservare le registrazioni di tutte le conversazioni per 6 mesi e i meta-dati per 3 anni”.

Il pacchetto Jarovaja non è altro che una serie di norme sul controllo di internet che in Russia ha generato molte critiche e polemiche. Lo scontro in atto è tra l’amministrazione presidenziale e il parlamento, con la prima convinta che la memorizzazione dei dati non serva a nulla. Al centro dellos contro c’è il sistema di decrittografia DPI (Deep Packet Inspection) che verrà usato per controllare potenziali minacce. Il DPI consente la gestione avanzata della rete, funzioni di sicurezza, ma anche intercettazioni e censura. E’ un sistema non introdotto solo in Russia, ma anche in Cina (non certo una grande democrazia) e negli Stati Uniti (dove evidentemente non fa così scandalo). Peraltro il DPI è a forte rischio incostituzionalità.

“Sono le 22 repubbliche e 63 i distretti amministrativi che fanno parte della Federazione presieduta da Putin, tra queste le più note sono la Crimea, annessa unilateralmente da Mosca nel 2014 …”

La storia della Russia che “annette” la Crimea è sempre viva e presente sui media occidentali. E nonostante sia recente, forse la pena fare un ripasso. Sergio Romano nel suo ultimo libro, “Putin e la ricostruzione della Russia”, ha ripercorso i fatti che hanno portato la Crimea a unirsi alla Russia. Eccoli qui:

 “Non appena costituito, il nuovo governo ucraino, presieduto da Arsenij Yatsenyuk, abrogò una legge sulle minoranze linguistiche voluta da Yanukovich nel 2012. La legge prevedeva che la lingua parlata in una regione da una percentuale della popolazione superiore al 10% divenisse, in quella regione, lingua ufficiale. Grazie a quella norma il russo era diventato una lingua ufficiale della Crimea: dopo l’abolizione, il russo sarebbe stato soltanto una parlata locale. E’ molto probabile che altri piani per l’annessione della Crimea alla Russai esistessero da tempo. Ma la nuova legge sulla lingua, per coloro che volevano la operazione il più rapidamente possibile, fu una giustificazione perfetta. Il Parlamento della penisola anticipò al 16 marzo 2014 il referendum previsto per una data più lontana e gli abitanti furono chiamati alle urne per rispondere a due domande:«Sei a favore del ricongiungimento della Crimea con la Russia come soggetto federale della Federazione russa?» «Sei a favore del ripristino della Costituzione del 1992 e dello status della Crimea come parte dell’Ucraina»? I votanti furono 1.536.290. Alla prima domanda risposero Sì 1.495.043 (97,32%), alla seconda 41.247 (2,68%)»”.

C’è un enorme differenza tra “annettere unilateralmente” e organizzare un referendum per chiedere di unirsi a un’altra nazione.

“Il blog di Alexej Navalny, il più famoso oppositore di Putin, si può leggere sul sito della piattaforma LiveJournal. Dopo l’assassinio del politico Boris Nemtsov sotto le mura del Cremlino all’inizio del 2015, l’avvocato quarantenne è praticamente l’unica voce di spicco rimasta in patria ad alzarsi contro la corruzione della nomenklatura e i metodi antidemoratici dello “zar” che ha deciso di sfidare nelle elezioni presidenziali previste l’anno prossimo”.
 

Navalny è sicuramente famoso per essere uno dei maggiori oppositori di Putin. All’estero e non in patria. L’ultima rilevazione di Levada (istituto che come abbiamo visto poco fa non è certo controllato dal Cremlino) dice che in patria i politici di opposizione più conosciuti sono nell’ordine Vladimir Zhirinovsky (68%), Gennady Zyuganov (62%), Mikhail Kodorkovsky (45%%), Grigory Yavlinsky (42%), con Navalny che raccoglie una percentuale pare al 32%. Dunque, solo un terzo dei russi conosce Navalny e non è detto che tutti votino per lui. Anche perché in termini di fiducia il blogger-avvocato raccoglie solo il 3% dell’apprezzamento, superato dal decano Zhirinovsky (12%) e dal comunista Zyuganov (17%). La verità, dunque, è che Navalny piace, ma a quelli che non abitano in Russia, probabilmente perché è giovane, filo-occidentale e sicuramente spinto dai media internazionali nemici di Putin.

 La morale è che i russi vogliono ancora Putin, che piaccia o meno all’occidente e ai suoi detrattori. A novembre Levada aveva condotto un sondaggio sul dopo Putin in vista delle presidenziali del 2018. Il presidente russo non ha ancora sciolto la riserva su una sua eventuale ricandidatura, ma i sondaggi sono dalla sua parte. Il 63% degli intervistati lo vuole presidente anche dopo il 2018, mentre il 49% non si immagina una leadership capace di sostituire Putin alla scadenza del suo attuale mandato. Autocrate o meno è così. I numeri dicono molto più di quattro semplici parole.
fonte http://www.lantidiplomatico.it/dettnews-le_menzogne_del_fatto_quotidiano_per_screditare_putin_e_la_russia/82_18784/