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domenica 26 marzo 2017

MATTARELLA ALLA GUERRA



di Gianni Lannes

Martedi 28 marzo l’inquilino del Quirinale sarà ospite d’onore dell’aeronautica militare, alla base di Gioia del Colle, giorno in cui si celebreranno i 94 anni dalla fondazione. L’arma azzurra, però, vanta una macchia indelebile: la strage di Ustica (81 vittime tra cui undici bambini, e poi una ventina di suicidati che sapevano troppo). Ironia della sorte: proprio l’avamposto bellico pugliese usato dagli “alleati” USA per alimentare la guerra nel Medioriente, è stato il teatro dietro le quinte per il depistaggio sulla Sila nel luglio del 1980, su regia della CIA e del Sismi, nonché dell’allora Sios aeronautica. Proprio a Gioia in congelatore era occultato il cadavere do un individuo che fu fatto ritrovare in un Mig a Castelsilano per alimentare la messinscena libica. L'Italia nel 2016 ha dilapidato ben 30 miliardi di euro in spese militari.

Sergio Mattarella in qualità di capo di uno Stato tricolore a sovranità ormai azzerata (non limitata), nonché di capo del consiglio supremo di difesa, già ministro della guerra nei governi D’Alema e Amato fra il 1999 e il 2001, suggellerà con la sua presenza un momento impegnativo per i caccia intercettori Eurofighter Typhon e i suoi piloti impegnati nella “missione” NATO di sorveglianza e difesa dello spazio aereo addirittura dell’Islanda. 
Per la cronaca il Mattarella è stato quel ministro della “difesa” che ha minimizzato gli effetti mortali dell’uranio impoverito sui soldati italiani impegnati nella guerra nei Balcani, che in seguito hanno perso a migliaia la salute e tanti purtroppo anche la vita. Ed è sempre quel ministro che non ha obiettato nulla allo scarico di migliaia di bombe radioattive nel mare Adriatico (mai recuperate), da Grado a Santa Maria di Leuca, come ho documentato in una mia inchiesta pubblicata dal settimanale AVVENIMENTI  nel 1999, e poi in un successivo mio approfondimento sul settimanale LEFT nel 2007.

riferimenti:

http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/search?q=mattarella 

http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/search?q=ustica 

http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/search?q=uranio+impoverito 

http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/2017/03/mattarella-alla-guerra.html#more

Il vocabolario italiano di pulizia etnica legato a Soros

Soros

Su input dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), di cui era portavoce la presidente della Camera, Laura Boldrini, nasceva l’associazione Carta di Roma nel dicembre del 2011, per dare attuazione al protocollo deontologico per una informazione corretta sui temi dell’immigrazione, siglato dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti (Cnog) e dalla Federazione Nazionale della Stampa italiana.
La Carta di Roma inizia il suo iter, richiamata su Facebook dalla Presidente della Camera che ne sottolinea l’importanza, per l’opinione pubblica che “forma le proprie convinzioni attraverso i media… perché il livello di coesione di una società dipende anche dall’uso corretto e responsabile delle parole.
Laura Boldrini e l’associazione Carta di Roma continuano a difendere una corretta informazione sui temi dell’immigrazione, proponendo in un glossario termini corretti da utilizzare, come “richiedente asilo”, “rifugiato”, “avente diritto alla protezione internazionale” e “migrante irregolare”.
Non è tanto importante che i nuovi termini proposti facciano sorridere chi si esprime comunemente con termini come vucumprà, clandestini, extracomunitari, terroristi islamici, oppure abbiano causato prese di posizione come quella di Matteo Salvini che in un post su Fb del 21 febbraio parla di associazione buonista, di boldriniana “pulizia etnica lessicale”, con una calata di tono seguita da un’altrettanta calata di tono del presidente dell’associazione Carta di Roma che esordisce nell’editoriale della prima pagina dell’Unità: “Il leader della Lega Nord, Matteo Salvini, è uno stronzo. E anche se, per questa affermazione ingiuriosa, un giudice dovesse condannarmi, mi sentirei in obbligo di ripeterla”.
Acquista maggior peso la home page dell’associazione Carta di Roma.org, che in alto a sinistra riporta il logo dell’Agenzia dei rifugiati delle Nazioni Unite (Unhcr) e in alto a destra il logo della Open Society Foundation, il cui fondatore e filantropo è George Soros.
Acquistano maggior peso pagine web di giornalisti stranieri che parlano della Carta di Roma come di un’associazione fondata con i soldi di Soros. Così l’articolo di Thomas Williams, attivo a Roma dal 2014 come l’uomo di Breitbart, la testata di estrema destra diretta dal consigliere politico di Donald Trump, Steve Bannon, discusso sito web che sta per aprire i battenti anche in Germania e in Francia. Il giornalista parla dell’associazione Carta di Roma, “an italian lobby group”, finanziata da Soros che sollecita i giornalisti ad un vocabolario di pulizia etnica.
Poco prima della presentazione del Quarto Rapporto della Carta di Roma alla Camera dei Deputati il 19 dicembre scorso, introdotta dal saluto di Laura Boldrini, Presidente della Camera dei deputati del Parlamento italiano, Putin ufficialmente dichiarava il miliardario George Soros uomo ricercato in Russia, citando lui e le sue organizzazioni come “una minaccia alla sicurezza nazionale, e l’Ungheria prevedeva di reprimere e spazzare via le organizzazioni non governative legate al miliardario Soros.
Dopo la Russia e l’Ungheria anche la Macedonia si appresta ora a vietare tutti gli Enti non governativi finanziati da George Soros e a tale proposito è stata lanciata l’operazione Sos, Stop Operation Soros, con la motivazione che le organizzazioni finanziate da Soros hanno monopolizzato la società civile in Macedonia e sopprimono tutte le notizia che il magnate ungherese ritiene scomode. Una pesante accusa è fornita dal capo editore dell’agenzia statale di notizie, Mia news, secondo cui la fondazione Open Society di Soros danneggia l’indipendenza della Macedonia.
Sta di fatto che Soros da tempo cerca di destabilizzare governi democraticamente eletti, finanziando proteste che portano a guerre civili come in Ucraina. L’Italia farebbe bene a tutelarsi da interferenze nefaste di organizzazioni che non solo operano apertamente alla luce del sole ma sono anche all’interno delle istituzioni.
di Cristina Amoroso
fonte http://www.ilfarosulmondo.it/soros/

Vertice di Roma: una patetica pagliacciata

vertice di Roma una patetica pagliacciata

Il Vertice di Roma si è svolto secondo lo stucchevole copione prestabilito: la pagliacciata di 27 capi di Stato e di Governo, divisi su tutto, che sfilano al Campidoglio con sorrisi di circostanza per sottoscrivere una dichiarazione limata all’inverosimile per non dire nulla.
La patetica rappresentazione è stata una grottesca imitazione di ciò che si è svolto in quelle stanze sessant’anni prima; tutto può dirsi degli uomini che hanno firmato i Trattati che hanno dato il via all’Unione Europea, ma una cosa è certa: la stridente differenza di spessore con i pietosi ectoplasmi che si sono succeduti per siglare un documento gonfiato di parole per non dire nulla.
Il Vertice di Roma è stata una festa pacchiana, una riunione di circostanza per nascondere malamente il fallimento totale di un progetto senz’anima, privo di una politica estera, schiacciata com’è sulla volontà di Washington, o lasciata agli interessi miopi dei singoli Stati, e privo pure di un progetto economico-sociale, abbandonato all’egoismo della Germania e dei suoi satelliti.
Secondo la dichiarazione finale, 4 sono gli assi portanti della nuova Unione, a parole reclamata da tutti: sicurezza, crescita, dimensione sociale e difesa comune, ma dietro parole generiche quanto insipide, c’è il nulla.
Nella realtà, all’ombra dell’ipocrita unanimismo di facciata sfoggiato al Vertice di Roma, ci sono spaccature sempre più profonde. A parte la ferita della Brexit, le cui conseguenze sono ancora tutte da determinare, ci sono almeno due linee di frattura che minacciano di mandare in pezzi la costruzione posticcia della Ue.
C’è la crescente insofferenza di un’Europa del Nord verso quella Mediterranea, emersa chiaramente nelle sprezzanti dichiarazioni del presidente dell’Eurogruppo Dijsselbloem. Eppure è sotto gli occhi di tutti il disastro delle Grecia, portata alla rovina da una classe politica corrotta quanto irresponsabile, e punita per questo con calvinista inflessibilità; una punizione caduta, nell’indifferenza generale, su un intero Popolo.
È un esempio emblematico della radicale diversità di vedute e interessi, che le disastrose classi politiche non sanno (né vogliono) mediare in alcun modo, limitandosi a un ipocrita dialogo fra sordi.
Ma c’è una seconda linea di frattura, fra Est e Ovest, ovvero riguardo al rapporto con la Russia e, nella sostanza, con gli Stati Uniti. L’ottusa posizione revanscista nei confronti di Mosca da parte di Polonia, Baltici ed altri Stati dell’Est, incoraggiata e spalleggiata da Washington, è un macigno sulla strada dei rapporti con la Russia che non solo blocca una naturale collaborazione, ma minaccia d’incrinare seriamente i legami faticosamente costruiti fra l’Europa e il Cremlino.
Lo scontro frontale sulla gestione dei migranti, avversati ferocemente dai Paesi dell’Est per questioni pseudo-ideologiche, è un tema che, sebbene centrale, non è stato nemmeno sfiorato nel documento sottoscritto in Campidoglio; esso, seppur macroscopico, è solo la conseguenza di una radicale differenza di vedute e prospettive politiche.
La festa del Vertice di Roma è stata lo stucchevole tentativo di spazzare i problemi sotto il tappeto per fare tutti contenti, salvo vederli riapparire incancreniti quando la ricerca di una soluzione sarà praticamente impossibile. Un’inutile passerella zeppa di retorica per provare a nascondere il nulla.
Un’ultima notazione sui cortei, neppure troppo partecipati, che si sono svolti in città in occasione del Vertice di Roma, divisi fra partigiani e avversari di questa Europa: ci sarebbe piaciuto che, a parte il viscerale tifo da stadio che sembra ormai l’unica espressione della cosiddetta “politica” di oggi, fossero emerse tesi, sistemi di valori, documenti capaci di stimolare un dibattito vero su questioni che investono tutti. Invece zero: oltre ai consueti slogan più o meno beceri e dichiarazioni trite quanto fasulle, il consueto nulla.
Unica, ma proprio unica, nota positiva, la mancanza dei soliti imbecilli che puntualmente cercano visibilità spaccando tutto ad ogni occasione. Tuttavia, non credendo a un’improvvisa resipiscenza di quegli idioti, delle due l’una: o la risonanza percepita dell’occasione si è notevolmente affievolita, cosa possibile vista la riconosciuta mediocrità delle comparse protagoniste del Vertice di Roma, o c’è da pensar male immaginando che qualcuno, vista la delicatezza del momento e il generale discredito dell’Europa, abbia ritenuto non fosse necessario calcare la mano con i disordini che puntualmente hanno scandito le manifestazioni più importanti.
di Salvo Ardizzone
fonte http://www.ilfarosulmondo.it/vertice-di-roma/

L’impero del terrore fatto in casa, il lungo sonno della verità

Un vecchio gioco sporco, sempre uguale. Guerra, o surrogati: crisi, esodi, dittature amiche, terrorismo. Cambia l’identità delle vittime – ieri militari, oggi civili – nonché la scala di grandezza dei danni collaterali, la quantità di morte e di paura, una capitale europea militarizzata o città come Gaza, come Fallujah, rase al suolo insieme ai loro abitanti, donne e bambini, bruciati vivi con il fosforo bianco. L’importante, poi, è dimenticare tutto. Alla fine, la colpa deve ricadere sul terrorista, ormai esclusivamente islamico, “radicalizzato”, immancabilmente sfuggito all’occhiuta sorveglianza della Cia, dell’Fbi, del Mossad, dell’Mi6 inglese, della Dgse francese. Il mostro è l’ex delinquente “coltivato” perché ricattabile, o addirittura spedito al fronte, armi in pugno. Non importa se poi si impone il segreto militare (Charlie Hebdo) bloccando le indagini dopo la scoperta del legame tra il commando, l’armaiolo e i servizi segreti. Non importa se salta in aria un ambasciatore americano (Bengasi) insieme alle ombre imbarazzanti sul trasferimento in Siria di guerriglieri e armi chimiche, all’epoca in cui gli ordini partivano da Hillary Clinton, che poi cancellò migliaia di email. Non importa, ai media mainstream, ricordare quello che è appenna successo: il pubblico, semplicemente, non deve ricordare, non deve fare collegamenti.
Non deve ricordare, il pubblico, che l’abominevole Isis nasce nell’Iraq spianato dalle bombe e interamente controllato dagli Usa. Non si deve ricordare che il fantomatico “califfo” Al-Baghdadi venne stranamente scarcerato nel 2009 dal centro di Esercitazione antiterrorismo a Londradetenzione di Camp Bucca, per ordini superiori, tra lo sconcerto dei carcerieri. Né si devono riproporre le foto che, qualche anno dopo, lo ritraggono in Siria in compagnia del senatore John McCain, inviato speciale di Obama per sostenere la “resistenza democratica” contro il brutale regime di Assad, resistenza affidata ai “moderati” tagliagole libici, sauditi, giordani, iracheni e anche caucasici, ceceni, cioè quasi mai siriani, tutti terroristi di professione, fraternamente accuditi, armati e protetti dalla Nato, attraverso la Turchia e Israele, nonché le petro-dittature del Golfo. No, il pubblico non deve ricordare chi ha fabbricato l’Isis, come e quando, sulla base di quali macerie, con quali soldi, con quale logistica, con quali armamenti, dopo quali rivoluzioni colorate.
Il pubblico occidentale deve solo tremare di paura davanti al fantasma del commando kamikaze con passaporto al seguito da lasciare in bella vista, deve tremare davanti al pericolo incombente del lupo solitario che colpisce con il Tir, il camion, il Suv, per poi essere immediatamente ucciso e quindi messo a tacere, in attesa del killer seguente, già in agguato, pronto a colpire ancora, alla cieca, la folla inerme – mai un obiettivo “nemico”, solo e sempre la folla inerme, cioè noi. La cattiva notizia, tra le tante, è che il mondo ormai «è in mano a cinquanta pazzi, che continuano a giocare col fuoco, fabbricando nemici di comodo telecomandati, senza più capire che il gioco si va facendo pericoloso, fuori controllo, perché gli altri – tutti gli altri, a cominciare da Russia e Cina – non consentiranno più che il gioco duri all’infinito, sulla nostra pelle». Lo ha ripetuto Giulietto Chiesa a Londra, in un dibattito con Gioele Magaldi sulla natura eversiva del potere oligarchico che domina in pianeta ormai da decenni, spingendo sette miliardi di persone in un vicolo cieco – militare, energetico, economico, finanziario, ecologico, climatico.
Uno scenario che è tragicamente sotto gli occhi di chi vuol vederlo: dove non cadono bombe, piovono i missili di una crisi senza fine, la finanza impazzita e l’economia in pezzi, l’Europa devastata dall’euro e presa d’assalto da milioni di disperati, sotto la regia di un pugno di banchieri e multinazionali. Mentre Magaldi scommette su una riscossa democratica dell’Occidente fondata sulla riconquista della sovranità impugnando le armi del socialismo liberale roosveltiano, Chiesa fa un’altra proposta, preliminare: costruire un think-tank internazionale, un trust di cervelli, che metta insieme le migliori menti del mondo, non solo americane ed europee ma anche russe, cinesi, indiane, africane, per avere una fotografia diversa da quella, unilaterale e integralmente falsa, proposta dal mainstream occidentale. Una lettura diversa della crisi, un’ottica multipolare, come unicaGiulietto Chiesapossibilità per poi trovare, domani, soluzioni praticabili, lontano dalla “guerra infinita” che Giulietto Chiesa vide arrivare all’indomani del «colpo di Stato mondiale chiamato 11 Settembre».
Uno spartiacque fatale, quello dell’attacco alle Torri: da allora, l’élite neocon ha imboccato la via della strategia della tensione, senza più abbandonarla. Iraq, Afghanistan, Yemen e Sudan, Somalia, Georgia, Egitto, Libia, Siria. Una strategia sanguinosa, stragista, preparata dalle “fake news” di regime: le bugie sulle Torri Gemelle, le favole sulle armi di distruzione di Saddam, le stragi inesistenti attribuite a Gheddafi, l’attacco coi gas attribuito ad Assad. Una strategia feroce, fondata sulla grande menzogna del terrorismo “false flag”, sotto falsa bandiera, da Al-Qaeda all’Isis, per innescare campagne militari destinate a mettere le mani sull’intero pianeta, abrogando diritti in Occidente e scatenando una guerra dopo l’altra nel resto del mondo. Ora siamo all’epilogo evocato dal Pnac, il piano per il Nuovo Secolo Americano, che prima ancora del Duemila annunciò che nel 2017 il nemico strategico degli Usa sarebbe stata la Cina. Quando cadde il Muro di Berlino, Gorbaciov sognava ad occhi aperti un mondo diverso, finalmente pacificato. Oggi siamo all’autismo del terrore fabbricato in casa, da un’élite che occulta le notizie e fa spiare miliardi di persone tramite Google, Facebook e le app dello smartphone. Un’oligarchia globale decisa a tutto, pronta a investire ormai solo sull’arma più antica, quella della paura, che nasce dalla manipolazione delle notizie, dal sonno della verità.
fonte http://www.libreidee.org/2017/03/limpero-del-terrore-fatto-in-casa-il-lungo-sonno-della-verita/

"Il Sogno europeo non è morto. I commedianti nefasti che gestiscono l’attuale UE matrigna e mediocre, invece, sembrano sempre più dead men walking" di Gioele Magaldi

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"Il Sogno europeo non è morto. I commedianti nefasti che gestiscono l’attuale UE matrigna e mediocre, invece, sembrano sempre più dead men walking"
Oggi, le false ‘montagne’ della governance europea hanno partorito il classico, mediocre, infingardo e antieuropeista ‘topolino’ che sono solite partorire da decenni.
Il vertice di Roma di oggi non ha segnato alcun cambio di passo finalizzato alla costruzione di un’Europa davvero unita, libera ma solidale, rispettosa della sovranità e del benessere popolare per tutti e per ciascuno.
I ‘nani’ che guidano attualmente le nazioni europee hanno perso l’ennesima occasione di tacere, invece che ufficializzare parole vuote e prive di qualunque autenticità politica o lungimiranza progettuale.
I falsi europeisti che si sono oggi riuniti a Roma sono assai più nefasti degli antieuropeisti a priori che li contestano dalle piazze.
Perché, spesso, i secondi sono in buona fede, mentre i primi, con ogni evidenza, neanche sanno cosa sia la lealtà istituzionale democratica che dovrebbero incarnare e il servizio dell’interesse collettivo dei Popoli europei.
I veri europeisti, da Montesquieu a Voltaire, da Castel de Saint-Pierre a Kant, da Washington a La Fayette, da Mazzini a Hugo, da Stuart Mill a Cattaneo, da Garibaldi a Spinelli, si rivoltano nella tomba pieni di disgusto rispetto a questa pseudo-costruzione europea imbelle e infeconda, fondata sull’equilibrio di potere tra poche cancellerie egemoni e su interessi nazionali o sovranazionali (talora inconfessabili) che non hanno mai trovato una sintesi politica di carattere continentale.
Perciò, io dico: W gli Stati Uniti d’Europa (che un giorno costruiremo, statene certi) e abbasso ogni prospettiva di (dis) unione europea caratterizzata dal primato della tecnocrazia e dell’economicismo neoliberista su ogni nobile istanza di democrazia, di social-liberalismo, di welfare system, di equilibrio tra diritto alla valorizzazione di talenti differenziati e alla libertà di intrapresa e la necessità di una sostanziale uguaglianza delle opportunità per tutti e per ciascuno.

sabato 25 marzo 2017

Dichiarazione dei pupazzi leader dei 27 Stati membri e del Consiglio europeo, del Parlamento europeo e della Commissione europea

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27 Stati firmano la dichiarazione,la solita dichiarazione inutile dell'inganno programmato.Vedremo i risultati al più poresto,bloccheremo i populisti,e in atto la nuova costituente,la crescita e altre stronzate varie.
Certo che sono tutti sul libro paga di Giorgetto Soros questi miserabili traditori ,questi miserabili che devono parlare di valori e di cittadini,ora la parolina della presa per il culo è quella di fare gli interessi dei cittadini...
Alfredo d'Ecclesia



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Dichiarazione dei leader dei 27 Stati membri e del Consiglio europeo, del Parlamento europeo e della Commissione europea
25 marzo 2017
Noi, i leader dei 27 Stati membri e delle istituzioni dell’UE, siamo orgogliosi dei risultati raggiunti dall’Unione europea: la costruzione dell’unità europea è un’impresa coraggiosa e lungimirante. Sessanta anni fa, superando la tragedia di due conflitti mondiali, abbiamo deciso di unirci e di ricostruire il continente dalle sue ceneri. Abbiamo creato un’Unione unica, dotata di istituzioni comuni e di forti valori, una comunità di pace, libertà, democrazia, fondata sui diritti umani e lo stato di diritto, una grande potenza economica che può vantare livelli senza pari di protezione sociale e welfare.
L’unità europea è iniziata come il sogno di pochi ed è diventata la speranza di molti. Fino a che l’Europa non è stata di nuovo una. Oggi siamo uniti e più forti: centinaia di milioni di persone in tutta Europa godono dei vantaggi di vivere in un’Unione allargata che ha superato le antiche divisioni. L’Unione europea è confrontata a sfide senza precedenti, sia a livello mondiale che al suo interno: conflitti regionali, terrorismo, pressioni migratorie crescenti, protezionismo e disuguaglianze sociali ed economiche. Insieme, siamo determinati ad affrontare le sfide di un mondo in rapido mutamento e a offrire ai nostri cittadini sicurezza e nuove opportunità.
Renderemo l’Unione europea più forte e più resiliente, attraverso un’unità e una solidarietà ancora maggiori tra di noi e nel rispetto di regole comuni. L’unità è sia una necessità che una nostra libera scelta. Agendo singolarmente saremmo tagliati fuori dalle dinamiche mondiali. Restare uniti è la migliore opportunità che abbiamo di influenzarle e di difendere i nostri interessi e valori comuni. Agiremo congiuntamente, a ritmi e con intensità diversi se necessario, ma sempre procedendo nella stessa direzione, come abbiamo fatto in passato, in linea con i trattati e lasciando la porta aperta a coloro che desiderano associarsi successivamente. La nostra Unione è indivisa e indivisibile.
Per il prossimo decennio vogliamo un’Unione sicura, prospera, competitiva, sostenibile e socialmente responsabile, che abbia la volontà e la capacità di svolgere un ruolo chiave nel mondo e di plasmare la globalizzazione. Vogliamo un’Unione in cui i cittadini abbiano nuove opportunità di sviluppo culturale e sociale e di crescita economica. Vogliamo un’Unione che resti aperta a quei paesi europei che rispettano i nostri valori e si impegnano a promuoverli.
In questi tempi di cambiamenti, e consapevoli delle preoccupazioni dei nostri cittadini, sosteniamo il programma di Roma e ci impegniamo ad adoperarci per realizzare:
1. Un’Europa sicura: un’Unione in cui tutti i cittadini si sentano sicuri e possano spostarsi liberamente, in cui le frontiere esterne siano protette, con una politica migratoria efficace, responsabile e sostenibile, nel rispetto delle norme internazionali; un’Europa determinata a combattere il terrorismo e la criminalità organizzata.
2. Un’Europa prospera e sostenibile: un’Unione che generi crescita e occupazione; un’Unione in cui un mercato unico forte, connesso e in espansione, che faccia proprie le evoluzioni tecnologiche, e una moneta unica stabile e ancora più forte creino opportunità di crescita, coesione, competitività, innovazione e scambio, in particolare per le piccole e medie imprese; un’Unione che promuova una crescita sostenuta e sostenibile attraverso gli investimenti e le riforme strutturali e che si adoperi per il completamento dell’Unione economica e monetaria; un’Unione in cui le economie convergano; un’Unione in cui l’energia sia sicura e conveniente e l’ambiente pulito e protetto.
3. Un’Europa sociale: un’Unione che, sulla base di una crescita sostenibile, favorisca il progresso economico e sociale, nonché la coesione e la convergenza, difendendo nel contempo l’integrità del mercato interno; un’Unione che tenga conto della diversità dei sistemi nazionali e del ruolo fondamentale delle parti sociali; un’Unione che promuova la parità tra donne e uomini e diritti e pari opportunità per tutti; un’Unione che lotti contro la disoccupazione, la discriminazione, l’esclusione sociale e la povertà; un’Unione in cui i giovani ricevano l’istruzione e la formazione migliori e possano studiare e trovare un lavoro in tutto il continente; un’Unione che preservi il nostro patrimonio culturale e promuova la diversità culturale.
4. Un’Europa più forte sulla scena mondiale: un’Unione che sviluppi ulteriormente i partenariati esistenti e al tempo stesso ne crei di nuovi e promuova la stabilità e la prosperità nel suo immediato vicinato a est e a sud, ma anche in Medio Oriente e in tutta l’Africa e nel mondo; un’Unione pronta ad assumersi maggiori responsabilità e a contribuire alla creazione di un’industria della difesa più competitiva e integrata; un’Unione impegnata a rafforzare la propria sicurezza e difesa comuni, anche in cooperazione e complementarità con l’Organizzazione del Trattato del Nord Atlantico, tenendo conto degli impegni giuridici e delle situazioni nazionali; un’Unione attiva in seno alle Nazioni Unite che difenda un sistema multilaterale disciplinato da regole, che sia orgogliosa dei propri valori e protettiva nei confronti dei propri cittadini, che promuova un commercio libero ed equo e una politica climatica globale positiva.
Perseguiremo questi obiettivi, fermi nella convinzione che il futuro dell’Europa è nelle nostre mani e che l’Unione europea è il migliore strumento per conseguire i nostri obiettivi.
Ci impegniamo a dare ascolto e risposte alle preoccupazioni espresse dai nostri cittadini e dialogheremo con i parlamenti nazionali. Collaboreremo a livello di Unione europea, nazionale, regionale o locale per fare davvero la differenza, in uno spirito di fiducia e di leale cooperazione, sia tra gli Stati membri che tra di essi e le istituzioni dell’UE, nel rispetto del principio di sussidiarietà. Lasceremo ai diversi livelli decisionali sufficiente margine di manovra per rafforzare il potenziale di innovazione e crescita dell’Europa. Vogliamo che l’Unione sia grande sulle grandi questioni e piccola sulle piccole. Promuoveremo un processo decisionale democratico, efficace e trasparente, e risultati migliori.
Noi leader, lavorando insieme nell’ambito del Consiglio europeo e tra le istituzioni, faremo sì che il programma di oggi sia attuato e divenga così la realtà di domani. Ci siamo uniti per un buon fine. L’Europa è il nostro futuro comune.
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Gentiloni il bomba due,vuole sparare menzogne meglio di Renzi






27 firme, una dopo l'altra. I leader europei hanno siglato la dichiarazione congiunta per una nuova Unione, per rinnovare il sogno che 60 anni fa avviò il progetto europeo. Riuniti a Roma in occasione dell'anniversario dei Trattati, hanno rinnovato l'impegno a difendere l'unità dell'Europa, minata da populismi e da un nuovo protezionismo. Davanti alla teca che custodisce il documento firmato nel 1957 da Francia, Germania Ovest, Italia, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo, hanno sottoscritto l'impegno a continuare il viaggio cominciato allora,  


ITALIA L'anniversario dei Trattati di Roma Gentiloni: “Rinunciare a qualcosa per l’interesse comune. Così riparte l’Europa” "Serve il coraggio di voltare pagina, abbandonando una visione della nostra economia affidata a piccole logiche di contabilità" ha detto il premier nel suo discorso ai 27 leader europei riuniti a Roma per celebrare l’anniversario dei trattati fondatori dell'Europa unita Tweet Una nuova Europa. Oggi i 27 firmano la dichiarazione congiunta Trattati di Roma, la premier Szydlo: la Polonia firmerà dichiarazione 25 marzo 2017 27 firme, una dopo l'altra. I leader europei hanno siglato la dichiarazione congiunta per una nuova Unione, per rinnovare il sogno che 60 anni fa avviò il progetto europeo. Riuniti a Roma in occasione dell'anniversario dei Trattati, hanno rinnovato l'impegno a difendere l'unità dell'Europa, minata da populismi e da un nuovo protezionismo. Davanti alla teca che custodisce il documento firmato nel 1957 da Francia, Germania Ovest, Italia, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo, hanno sottoscritto l'impegno a continuare il viaggio cominciato allora,  "Cominciato in 6, oggi siamo in 27" dice il premier Gentiloni parlando davanti ai capi di Stato e di Governo. Ricorda il viaggio dell'Unione e gli uomini che iniziarono a costruire "un'Unione di pace e di progresso". Un viaggio "di conquiste, di speranze realizzate e di speranze ancora da esaudire". Il premier cita Adenauer, De Gasperi, Schuman, Spaak, Monnet: furono loro a dar corpo al sogno di un grande progetto europeo, rinascita dalle macerie della Seconda Guerra. "Alla fine della seconda guerra mondiale, l'Europa era ridotta a un cumulo di macerie -dice Gentiloni- milioni di europei morti. Milioni di europei rifugiati o senza casa. Un continente che poteva contare su almeno 2500 anni di storia, ritornato di colpo all'anno zero". "Prima ancora che la guerra finisse, reclusi in una piccola isola del Mediterraneo, due uomini, Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, assieme ad altri, sognavano un futuro diverso. Un futuro senza guerre. Un futuro prospero. Un futuro di pace". "Venivamo da lingue diverse -ricorda ancora il premier- non la pensavamo allo stesso modo su tutto, ma tutti erano accomunati da una splendida stessa ossessione: non dividere, ma unire, non schierarsi gli uni contro gli altri per il male di tutti, ma cooperare insieme per il bene ciascuno”. Oggi a Roma, "celebriamo la tenacia e l’intelligenza dei nostri padri fondatori europei". Gentiloni ricorda quindi la caduta del Muro di Berlino, la minaccia del terrorismo internazionale, i grandi flussi migratori. Ma “l’Europa si è presentata con troppi ritardi. E questo ha provocato una crisi di rigetto in una parte della nostra opinione pubblica, addirittura maggioritaria nel Regno Unito. Ha fatto addirittura ripartire chiusure nazionalistiche che pensavamo consegnate agli archivi della storia”. "Abbiamo imparato la lezione: l’Unione riparte- conclude- E ha un orizzonte per farlo nei prossimi dieci anni”. "Serve il coraggio di voltare pagina, abbandonando una visione della nostra economia affidata a piccole logiche di contabilità. Di procedere con cooperazioni rafforzate, dove è necessario e quando è possibile. E, soprattutto, il coraggio di mettere al centro i nostri valori comuni. Parlo dei valori che ci fanno sentire tutti colpiti quando il Parlamento Britannico è sotto attacco. Che ci fanno gioire quando riapre i battenti il Bataclan. Che ci fanno essere orgogliosi delle donne e degli uomini di quell'avamposto europeo della civiltà che è Lampedusa. Colleghi, non vi nascondo la mia emozione nel partecipare a questo appuntamento" conclude. - See more at: http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/60-anni-Trattati-di-Roma-Gentiloni-dice-Rinunciare-a-qualcosa-per-interesse-comune-Cosi-riparte-Europa-2de247d8-6392-4019-9e08-ae056647f5a7.html