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mercoledì 27 giugno 2018

Perché si è arrivati a questo punto?

Gli sbarchi sono colpa della Francia e adesso 7 milioni di migranti spaventano l’Europa. [Alberto Negri]
Emmanuel Macron e Giuseppe Conte. Foto © ANSA

Emmanuel Macron e Giuseppe Conte. Foto © ANSA

Redazione14 giugno 2018notizie.tiscali.it
di Alberto Negri 



Nello scontro Italia-Francia a Macron e Salvini mancano le puntate precedenti e forse anche un pezzo di futuro: perché si è arrivati a questo punto? La questione dei profughi e dei migranti dall’Africa, che non è un’emergenza ma un problema strutturale, durerà anni o decenni; gli abitanti dell’Africa subsahariana, secondo un rapporto dell’Ispi di cui sono consigliere, passeranno dal miliardo di oggi ai due miliardi nel 2050 e si calcola che si muoveranno in questo arco di tempo circa 30 milioni di migranti, di cui 7,5 milioni diretti presumibilmente in Europa, sono 220mila persone l’anno, l’1,5% della popolazione dell’Unione. Un flusso consistente ma non un’invasione. Quindi se ci sarà ancora prossimamente un’Unione europea questa si deve attrezzare a confrontarsi con una tendenza che non si esaurisce certamente oggi.

Quella cui assistiamo in questi giorni è una stupida battaglia tra Paesi europei che si devono confrontare con una cruda verità: la povertà di un’Africa, dove il reddito medio pro capite non supera i 3.500 dollari pro capite. Perché cominci a invertirsi la tendenza migratoria bisogna superare, secondo gli esperti, la soglia dei 5mila dollari. Questi dati inquadrano bene la miseria degli insulti tra Parigi e Roma e il nullo valore delle fesserie propalate ogni giorno in tema di migrazioni anche dai governi dell’Est europeo che non vogliono la loro quota di profughi, di cui l’80% sono essenzialmente migranti economici, non rifugiati politici.

Quanto allo scontro Italia-Francia il vero motivo del contendere è la Libia, la più grave sconfitta dell’Italia dalla seconda guerra mondiale. L’Italia nel 2010 aveva firmato un accordo con Gheddafi, invitato a Roma il 30 agosto di quell’anno in pompa magna, e che nel marzo del 2011 la Francia, seguita da Gran Bretagna e Stati Uniti, ha iniziato a bombardare dopo la rivolta di Bengasi di febbraio.

La Francia di Sarkozy aveva preparato il terreno ospitando a Parigi nei mesi precedenti uomini di vertice del regime. Quando è caduto Ben Alì in Tunisia la Francia, per ammissione dei suoi stessi diplomatici, è stata colta di sorpresa e la Libia rappresentò l’occasione di rifarsi, abbattendo un dittatore pieno di petrolio ambito dalla Total e che insidiava la supremazia del franco Cfa, la valuta di 14 Paesi africani legati a Parigi. In poche parole la Francia è responsabile del crollo della Libia, dello sprofondamento delle sue frontiere e dell’afflusso dei profughi, così come l’Unione europea e la Nato che non hanno fatto nulla per evitare il disastro.

Ma anche l’Italia ha una colpa grave. Un mese dopo l’attacco al Colonello, per decisione del governo Berlusconi e soprattutto dell’allora presidente Napolitano, si è accodata ai raid della Nato, in parte ricattata perché l’Alleanza minacciava di bombardare i terminali dell’Eni. Fu un grave errore politico perché ci siamo resi partecipi della disgregazione del Paese. Ora possiamo soltanto rivendicare in parte che il crollo della Libia è imputabile ai nostri alleati.Ma il peggio doveva ancora venire nei rapporti bilaterali Francia-Italia. Parigi ha decisamente sostenuto in Cirenaica il generale Khalifa Haftar (appoggiato anche da Egitto, Russia e Emirati) contro i fragili governi di Tripoli legittimati dalla comunità internazionale.

In poche parole gli Stati Uniti, la Gran Bretagna, l’Unione europea hanno lasciato che la Francia si “annettesse” politicamente la Cirenaica insieme all’Egitto del generale Al Sisi. Dieci giorni fa Macron ha fatto un vertice all’Eliseo con le fazioni libiche per dimostrare che ormai la Libia è affar suo: l’Italia colpevolmente, nel pieno di una crisi di governo, ha lasciato fare. Non è un caso che pochi giorni prima del summit dell’Eliseo Macron appoggiasse pubblicamente la nomina di Conte, persino in anticipo sui tempi.

Ecco come stanno le cose. Francia, Stati Uniti, Gran Bretagna e Nato avrebbero dovuto intervenire direttamente sul campo per frenare la disgregazione della Libia ma non lo fanno perché la missione costerebbe migliaia di uomini e combattimenti feroci per debellare le milizie, posto mai che ci riescano visto quanto è accaduto in Somalia negli anni’90.

Questo bisognerebbe fare per fermare le migrazioni della Libia controllate dalle milizie armate e dalle organizzazioni criminali diventate una costante del panorama libico: nell’economia locale si fa più soldi con il traffico di essere umani che con il petrolio. Ma i nostri alleati preferiscono manovrare le fazioni in campo e quindi combattere un’ennesima guerra per procura, diventata in questi anni con il jihadismo dell’Isis anche una questione vitale di sicurezza.

L’Italia è quindi stata costretta in questi anni a negoziare con il governo di Tripoli ma soprattutto con le milizie per frenare i flussi migratori. Questa azione è stata condotta dall’ex ministro degli Interni Marco Minniti e il suo successore Salvini avrà poche alternative: dovrà fare lo stesso rendendosi conto di quanto sia complicato negoziare con i libici e avere la Francia e gli altri alleati non come partner ma come spine nel fianco Sud.

L’Unione europea e la Nato dovrebbero quindi prima di tutto tentare di stabilizzare la Libia e l’Africa subsahariana (cosa che in parte fanno francesi e americani con le missioni militari in Mali e Niger) ma per ora nessuno ha intenzione di farci questo favore: mentre in Siria sono presenti ufficialmente tutti gli eserciti del mondo, la Libia viene lasciata alla sua deriva che si infrange con il suo carico tragico di migranti sulle nostre sponde. Così stanno le cose: i nostri alleati sono i nostri concorrenti, intendono portare a casa i vantaggi che derivano da questa situazione ma non i danni. E noi purtroppo possiamo recriminare fino a un certo punto.

(13 giugno 2018)

fonte https://megachip.globalist.it/democrazia-nella-comunicazione/2018/06/14/perche-si-e-arrivati-a-questo-punto-2026147.html

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