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martedì 12 giugno 2018

Svolgimento di interrogazioni sugli sviluppi della situazione in Albania (ore 15,02).



Seduta n. 173 del 2/4/1997

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Svolgimento di interrogazioni sugli sviluppi della situazione in Albania (ore 15,02). 
PRESIDENTE. L'ordine del giorno reca lo svolgimento delle interrogazioni Pivetti n. 3-00949, Danieli n. 3-00937, Crema n. 3-00938, Buttiglione n. 3-00939, Paissan n. 3-00940, Sbarbati n. 3-00941, Casini n. 3-00942, Diliberto n. 3-00943, Lembo n. 3-00944, Mattarella n. 3-00945, Fini n. 3-00946, Berlusconi n. 3-00947, D'Alema n. 3-00948, sugli sviluppi della situazione in Albania (vedi l'allegato A).
Sarà altresì svolta l'interrogazione Cito n. 3-00951, non iscritta all'ordine del giorno (vedi l'allegato A).
Il dibattito si svolgerà secondo le modalità definite nella riunione di ieri nella Conferenza dei presidenti di gruppo.
Il Presidente del Consiglio dei ministri, onorevole Prodi, ha facoltà di rispondere.
ROMANO PRODI, Presidente del Consiglio dei ministri. Signor Presidente, onorevoli deputati, la tragica vicenda che ha colpito tutti noi nella serata del 29 marzo nel canale d'Otranto ha sollevato commozioni e amarezza, risentimenti e polemiche.
Il Governo italiano partecipa pienamente al dolore di tutti coloro che sono stati colpiti. Ed io personalmente voglio qui cogliere questa occasione solenne per rinnovare il sentimento di cordoglio che proprio stamane ad Argirocastro ho voluto testimoniare al popolo albanese ed al suo Governo a nome di tutto il popolo italiano per quanto è accaduto e per le vite umane che si sono spezzate.
Proprio la gravità dell'accaduto e l'estrema complessità della situazione che l'ha prodotto ci impongono però di analizzare i fatti con serenità e con profondo senso di responsabilità.
La tragedia ha la sua causa di fondo nella situazione di estrema emergenza in cui versa l'Albania da alcune settimane. L'autorità dello Stato è stata posta in discussione fino al punto che persino unità della marina militare albanese sono state sequestrate da gente della malavita. Lo smarrimento della popolazione ha ingenerato vere e proprie situazioni di panico sulle quali si sono innestate le attività di organizzazioni criminali temibili e violente. La stessa possibilità di sussistenza alimentare appare ora minacciata. L'assistenza internazionale, finora prestata all'Albania, e i contributi allo sviluppo economico del paese appaiono messi a grave rischio.
Sfruttando la paura delle popolazioni di fronte al diffondersi dell'illegalità e della violenza, criminali organizzati hanno alimentato attraverso l'Adriatico un traffico di persone che troppo spesso è avvenuto nel più assoluto disprezzo di ogni forma di sicurezza e di ogni anche più elementare regola giuridica. L'Italia, anche per la sua vicinanza al territorio albanese e per i tradizionali rapporti che nel corso dei secoli il popolo italiano e quello albanese hanno intrecciato, è stato il primo paese europeo a sperimentare i contraccolpi di questa nuova tragedia a tutt'oggi ancora in corso.
Il Governo non è rimasto inerte.
Fin dall'inizio della crisi ha infatti assunto una linea precisa, dalla quale non si è mai discostato nelle scorse settimane; si può condividerla oppure no, ma non accusarla di incertezza o di ambiguità. Abbiamo scelto di concentrare i nostri sforzi nella ricerca - insieme con l'Unione europea - di una soluzione politica della crisi e di tutte le forme concrete di collaborazione per aiutare l'Albania a superare un momento così drammatico. Abbiamo perciò rivolto alla popolazione albanese messaggi tesi a scoraggiare un esodo massiccio verso l'Italia e a contra


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stare illusioni e speculazioni, ma nello stesso tempo non abbiamo esitato ad accordare accoglienza umanitaria e protezione temporanea a quanti lasciano l'Albania perché esposti a pericoli gravi. Protezione, certo, soltanto temporanea: anche su questo punto siamo stati chiari. Ma accoglienza nel miglior modo possibile, anche se il ritmo dell'afflusso ha toccato i 2 mila arrivi al giorno nei porti pugliesi, ponendoci problemi di difficile gestione.
Sforzo costante è stato, fin dal primo giorno, quello di dare aiuti e umana solidarietà a chi ne aveva e ne ha bisogno; di portare soccorso a chi si è trovato, anche durante la traversata di mare, in pericolo di vita; di combattere la criminalità organizzata che di questa tragedia è in parte non secondaria causa diretta e che sulla paura e il panico gioca la spregiudicata partita dell'illecito arricchimento; di aiutare il popolo albanese a difendere le ragioni della propria convivenza prestando aiuto al governo albanese nel suo sforzo di garantire per quanto possibile la legalità e l'ordine all'intero paese.
In questo spirito abbiamo cercato in primo luogo di favorire in ogni modo il ritorno alla normalità politica. Fin dalla fine di febbraio la nostra ambasciata in Tirana ha intensificato tutte le azioni utili a ricucire il dialogo della opposizione con il partito di governo.
È anche grazie a questa nostra azione che si è potuto giungere, il 9 marzo scorso, a quell'accordo che ha consentito la composizione del nuovo governo di riconciliazione nazionale presieduto da Bashkim Fino: un governo che è l'espressione della più larga parte possibile di forze politiche. Ma ciò non è stato sufficiente a riportare la situazione a normalità.
Abbiamo dovuto dunque proseguire nella nostra azione con l'obiettivo di promuovere una missione internazionale di pace in grado di rendere possibili la distribuzione di aiuti di emergenza e la ricostituzione di normali condizioni di vita.
La nostra strategia si è concretizzata in sedi diverse e complementari: l'Unione europea, l'Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa e il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. La prima ha su nostro impulso deliberato l'insediamento di una missione consultiva in Albania. La seconda fornirà il quadro di riferimento e l'egida politica della missione internazionale.
Tale missione, formalmente autorizzata su impulso del Governo italiano dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, prevede l'invio di una forza di protezione multinazionale, che avrà la funzione di facilitare l'avvio dell'assistenza umanitaria e di aiutare a creare il clima di sicurezza necessario.
Tutte queste iniziative sono sempre state assunte in costante coordinamento con il governo di Tirana.
Operando su di un piano strettamente bilaterale e in un clima di costante collaborazione, abbiamo inoltre già iniziato a fornire medicinali di emergenza che alleviassero direttamente sul territorio albanese le sofferenze di quella popolazione. Come ha ricordato ieri in Senato il ministro Dini, con voli militari effettuati da domenica 23 marzo in poi abbiamo fornito agli ospedali di Valona e Tirana più di 6 tonnellate di medicinali e materiali sanitari, sufficienti alle necessità di 250 mila persone per un mese. Di più è difficile fare al momento: una nostra squadra medica ha dovuto essere evacuata nei giorni scorsi perché priva di una protezione che garantisse la sua incolumità.
Sul territorio italiano sono state mobilitate le strutture necessarie ad accogliere, alloggiare e sfamare un rilevantissimo flusso di rifugiati.
Grande è stato l'aiuto delle organizzazioni di volontariato, la sensibilità delle organizzazioni della Chiesa cattolica e l'impegno umano dei nostri concittadini. A tutti costoro deve andare il nostro grazie e la nostra assunzione piena di responsabilità per gli sforzi che ad essi, come a tutto il popolo italiano, potranno ancora essere chiesti in futuro.


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Le prefetture e le questure delle province pugliesi sono state messe a dura prova, ma la risposta è stata sempre all'altezza della situazione e delle tradizioni di accoglienza e di ospitalità del nostro paese. Le cifre parlano chiaro: abbiamo accolto oltre 13 mila profughi in qualche settimana. Ne abbiamo sistemato la maggior parte in decorosi centri di assistenza in diverse regioni, così da decongestionare la Puglia e siamo pronti a sistemarne altri, d'intesa con le regioni e gli enti locali, con la collaborazione delle associazioni, della Chiesa e del volontariato.
Il ministro Napolitano si è adoperato senza risparmio per impartire direttive e formulare proposte legislative che, adottate dal Consiglio dei ministri con il decreto-legge del 19 marzo, hanno consentito un'attenta vigilanza intesa a garantire che chi ha bisogno di aiuti e di accoglienza dal nostro paese la abbia, come è giusto che sia, ma chi invece appartiene alla delinquenza organizzata sia tempestivamente e doverosamente espulso o respinto.
Poiché non mancano certo nella tragedia in corso organizzazioni criminali che approfittano dello stato di bisogno di tanta povera gente, la vigilanza attenta da parte delle nostre forze di polizia è un dovere tanto verso il nostro popolo quanto verso il popolo albanese. Cosicché credo si debba apprezzare il fatto che senza atti di violenza ma con grande fermezza ed in rigorosa applicazione delle giuste leggi che ci siamo dati, al 28 marzo 1997 risultavano espulse ben 439 persone mentre altre 651 erano state respinte in applicazione del decreto-legge n. 651 del 1997.
Peraltro, come ho detto, mai, mai è mancato in noi e nelle nostre forze di intervento il senso profondo di umanità; i nostri mezzi aeronavali hanno effettuato innumerevoli missioni di salvataggio di profughi in condizioni precarie su imbarcazioni di fortuna. Fra tante missioni e tanti interventi voglio ricordare l'episodio già richiamato dal ministro Andreatta al Senato. Più di 350 profughi imbarcati su un motopeschereccio sono stati infatti tratti in salvo nel corso di un'unica operazione dalla fregata Espero e dall'unità anfibia San Giusto. Unità, queste, che hanno operato in condizioni proibitive con mare forza 7 e che hanno potuto coronare la loro impresa proprio grazie al fatto che si trattava di navi della marina di stazza adeguata e dotate di equipaggi addestrati e preparati. Peraltro, tenendo conto di tutte le attività di soccorso svolte in mare, le vite umane salvate sono state più di 800. Anche di questo si deve tenere conto quando ci si interroga sul perché - specialmente negli ultimi giorni - sia stato chiesto alla marina di intervenire con particolare frequenza, assumendosi il compito della vigilanza normale della situazione.
Ritengo superfluo diffondermi oltre sul nostro concreto impegno in tema di solidarietà umana.
Per migliaia di albanesi l'Italia è stata e sarà, nella fase di emergenza, una terra di asilo.
Del resto il popolo italiano, forte delle sue profonde tradizioni di umanità, non è mai venuto meno al dovere di solidarietà verso chi ha davvero bisogno di aiuto né lo farà certamente questa volta.
Ciò non significa peraltro che accettiamo di mettere a repentaglio il nostro ordine pubblico; non lo possiamo e non lo vogliamo fare per rispetto di quegli stessi principi che ci guidano nella nostra azione umanitaria.
Altro è infatti aiutare chi ha bisogno di soccorso e dare a chi è in vere difficoltà la speranza di un rifugio sicuro nel quale ripararsi per il tempo breve, strettamente necessario a superare la situazione di pericolo nella quale versava in patria, altro invece sarebbe, per un malinteso ed incomprensibile senso di umanità (che diventerebbe, in realtà, segno di debolezza e di irresponsabilità), accettare fra di noi persone che non hanno bisogno di aiuto e che devono essere incoraggiate a restare in Albania per concorrere alla ricostruzione del loro paese.
Altro ancora, infine, sarebbe tutelare e proteggere malavitosi, persone che in patria si sono macchiate di crimini, gente


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che sfrutta il panico dei suoi stessi connazionali per trarne indebito guadagno, profittatori e cercatori di fortuna alla ventura.
È appunto per mantenere il giusto equilibrio tra la tutela della solidarietà e dell'umanità e la difesa dei valori del diritto e della convivenza civile tra i popoli e le persone che sono state adottate alcune necessarie misure di rimpatrio degli elementi indesiderabili. Misure che le nostre leggi prevedono e che noi siamo intenzionati a far rispettare nel modo più fermo.
La sorveglianza dell'immigrazione clandestina rientra nella doverosa tutela della nostra sicurezza e del rispetto della legalità e della giustizia, che il Governo ha il dovere di perseguire a difesa non solo dei nostri concittadini ma degli stessi cittadini albanesi, troppo spesso vittime di sfruttatori e di delinquenti che non esitano ad appropriarsi di navi della stessa marina albanese e a caricare sui natanti così reperiti un numero assolutamente eccessivo di persone, affidando poi la loro sorte alla ventura del clima e delle condizioni del mare e alla discutibile perizia di piloti e di marinai spesso improvvisati e comunque poco padroni dei mezzi che dovrebbero governare.
In ogni caso, con specifico riferimento alle azioni della nostra marina nell'Adriatico meridionale, vorrei richiamare almeno due punti.
Il primo è che l'azione della marina militare italiana si svolge sulla base di un accordo con le stesse autorità albanesi, conseguente ad una precisa richiesta di quel governo.
Il governo albanese ha infatti ripetutamente rivolto ai paesi europei la richiesta di un'assistenza militare internazionale intesa a consentire alle autorità albanesi di assicurare, attraverso i necessari controlli, che i cittadini che intendono lasciare il paese lo facciano nel rispetto delle disposizioni della legge albanese. Questa posizione è apparsa al Governo italiano giusta ed utile anche ad evitare che i cittadini che abbiano violato le leggi albanesi e che proprio per questo - e non già per la situazione di panico legata alle condizioni del loro paese - vogliono lasciare l'Albania possano giungere illegalmente in Italia.
Per questo, il Governo italiano, in attesa che la comunità internazionale accogliesse, come poi ha fatto, la richiesta di aiuto dell'Albania, ha ritenuto, su iniziativa del ministro degli esteri da me condivisa, di offrire al governo albanese immediata collaborazione per il controllo ed il contenimento in mare degli espatri clandestini.
L'offerta del Governo italiano è stata accolta dal governo albanese, che ha riformulato in tal modo una specifica richiesta di intervento nei modi e nei limiti indicati.
È su questa base che la marina ha sviluppato la sua azione, finalizzata, appunto, al controllo degli espatri clandestini.
Scopo fondamentale di tale cooperazione era e resta, ovviamente, la prevenzione degli atti illeciti che ledono l'ordine giuridico dei due paesi. È in base ad esso che è previsto, tra l'altro, il fermo da parte di unità delle forze navali italiane di naviglio che si sia sottratto ai controlli esercitati sul territorio albanese dall'autorità competente.
È questo il dato rilevante dell'accordo. È questo e solo questo lo scopo di tali controlli, non già certo quello di rifiutare soccorso e asilo a chi scappi dal paese in preda al panico e versando in grave pericolo per la propria incolumità personale.
Il secondo punto è che, anche per questo motivo, quest'azione della nostra marina costituisce tutto fuorché un «blocco». Si tratta invece di un'attività volta soprattutto a stroncare la criminalità comune e la malavita che organizza e dirige gli espatri clandestini. Ed è evidente che in questi termini non può avere che effetti benefici per entrambi i paesi e per quelle stesse povere persone, alle quali si fanno sborsare somme ingenti in cambio di un viaggio a grave rischio della vita e di


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prospettive di ricchezza e di benessere che si dimostrano poi necessariamente illusorie.
Del resto, come ha detto il ministro della difesa, proprio l'unità coinvolta nel tragico episodio del 28 marzo, secondo quanto dichiarato dal capo di stato maggiore della marina albanese, era stata sequestrata sul porto di Saranda il 26 marzo da esponenti della malavita, poi trasferita a Valona e infine messa nelle mani di personale inadeguato per numero, non qualificato e verosimilmente privo di esperienza.
Senza dubbio, peraltro, l'attività della nostra marina non deve comportare incidenti come quelli del canale d'Otranto. Proprio per questo le regole di ingaggio impartite alle nostre unità imponevano che le manovre dovessero essere eseguite in sicurezza, tenuto conto delle possibilità che il naviglio clandestino potesse essere in condizioni non ottimali di navigabilità e nelle mani di personale non qualificato.
Per questo, vogliamo che piena luce sia fatta su quanto è accaduto e, mentre riponiamo la nostra più piena fiducia nell'operato della magistratura italiana, ripetiamo ancora una volta che il Governo darà alla magistratura ogni doveroso aiuto per agevolarla nel suo delicatissimo compito. Nessun documento sarà mantenuto segreto o riservato; nessun ostacolo giuridico o di fatto sarà opposto al magistrato. Il Governo per primo vuole che ogni aspetto sia chiarito e che nessuna ombra resti in futuro su quel tristissimo episodio.
Del resto, proprio stamane il ministro della giustizia, su segnalazione del procuratore della Repubblica di Brindisi, ha firmato il decreto di richiesta di procedimento previsto dal codice penale nei casi di reato commesso in acque internazionali in danno di cittadini stranieri, in tal modo rimuovendo ogni pur potenziale impedimento alla prosecuzione dell'attività di indagine.
Come Governo, sicuri di interpretare il sentimento di tutti gli italiani, vogliamo però che anche i nostri amici albanesi non abbiano il minimo dubbio su questa nostra posizione e possano avere piena certezza di come i fatti si sono svolti.
Proprio per questo abbiamo chiesto al Governo albanese di partecipare con propri rappresentanti ai lavori della commissione di inchiesta che dovrà indagare su ogni aspetto di quel tragico evento.
Molti morti chiedono giustizia. Molti vivi chiedono di sapere. Non possiamo e non vogliamo caricare sul nostro popolo il peso di una giustizia negata ai morti e di una risposta da dare ai vivi. Per questo assumo qui davanti a voi ma anche, credo, con voi solenne impegno a che ogni possibile ombra sia rimossa per il bene e per l'onore di tutti.
Lo ripeto: l'Italia deve e vuole aiutare l'Albania. Ma in primo luogo è l'Albania che deve aiutare se stessa.
Non intendiamo respingere i profughi né sbarrare le vie alla speranza; ma spetta in primo luogo agli albanesi non abbandonarsi alla disperazione.
Ho già rivolto ai cittadini di quel popolo un appello rispettoso ma accalorato affinché essi restino nel proprio paese e tornino a lavorare per ricostruirvi nuove condizioni di vita.
L'Italia continuerà a sollecitare la comunità internazionale e ad associarsi a tutti coloro, nazioni ed istituzioni, che condividono la sua profonda preoccupazione per il futuro dell'Albania e della stabilità di tutta l'area. Continuerà ad intervenire fattivamente con le sue forze, economiche e militari, per cooperare assieme a tutti gli albanesi di buona volontà ad un nuovo futuro. E farà questo proprio nella speranza che ciò sia di aiuto agli albanesi nell'aiutare sé medesimi.
Ogni intervento in Albania sarà rigorosamente conforme alle determinazioni assunte dal Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite.
Ai fini dell'intervento internazionale al quale l'Italia partecipa sarà comunque fondamentale l'atteggiamento costruttivo e responsabile nei nostri confronti del Governo di Tirana, di tutte le forze politiche albanesi e della stessa opinione pubblica locale.


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La nostra partecipazione, richiestaci dal Governo albanese, ad una forza di protezione esige assoluta trasparenza e consapevolezza.
Si tratta, lo sappiamo tutti, di una missione non priva di rischi e di difficoltà non solo tecniche ed organizzative. Abbiamo dunque molto apprezzato che le autorità albanesi, anche di fronte alla tragedia del canale d'Otranto, abbiano riaffermato l'amicizia tra i nostri due paesi.
Noi infatti non andiamo in Albania per intrometterci o farci coinvolgere nella complessa situazione locale; non vi andiamo per riaffermare preminenze o per tutelare interessi di parte. Vi andiamo per offrire agli albanesi il concreto appoggio necessario affinché essi medesimi ristabiliscano, com'è loro responsabilità, le condizioni di una vita civile nel loro paese.
Il Governo intende tutelare interessi diversi ma tra loro convergenti. Quello della stessa Albania, per ridare al suo popolo la speranza nel futuro. Quello dell'Italia per il ristabilimento della normalità in un paese vicino ed amico. Quello dell'Europa e della stessa comunità internazionale per lo spegnimento di un pericoloso focolaio di instabilità. Intendiamo così restare fedeli a superiori principi di solidarietà internazionale che riteniamo più che mai indispensabili nel mondo di oggi.
In queste circostanze, il Governo si attende, da parte di tutte le forze politiche italiane, un sostegno ad una linea certo non facile ma che è l'unica a rispondere pienamente ai nostri interessi e alle nostre responsabilità e alla quale non esistono, al momento, alternative responsabili e razionali. Si attende, in caso di legittima critica o dissenso, una compostezza di atteggiamento che rispetti i superiori interessi nazionali in gioco. Si attende, anche qui, di essere giudicato sulla serena valutazione di risultati concreti e complessivi, non sull'onda di emozioni o di affermazioni infondate e parziali.
Signor Presidente, onorevoli colleghi, ho inteso in questo modo rispondere agli interrogativi da voi sollevati. Permettetemi di aggiungere a questa mia esposizione un breve accenno sull'incontro che, come ho detto all'inizio, ho avuto stamane ad Argirocastro con il Primo ministro albanese Fino.
Ho in primo luogo confermato la volontà del nostro paese di contribuire in modo decisivo alla ricostruzione dell'Albania, tanto con la partecipazione alla forza multinazionale di pace, quanto contribuendo allo sforzo economico cui è chiamata l'intera comunità internazionale.
Il Primo ministro Fino ha espresso profondo apprezzamento per il mio gesto, così come per tutto l'aiuto che l'Italia sta dando all'Albania in questo difficile momento. Vi assicuro che vi sono stati momenti di sincera e spontanea amicizia questa mattina, che penso abbiano cancellato le tensioni di questi giorni.
Fino ha definito l'incidente della scorsa settimana «una tragica disgrazia» (Commenti del deputato Gramazio) che ha colpito insieme il popolo albanese e quello italiano, ma che - egli ha sottolineato - non può incrinare i rapporti di amicizia tra i due paesi. In proposito ha specificatamente ricordato che, nel suo incontro avvenuto ieri a Valona con quella popolazione, sono emersi sentimenti di amicizia per il popolo italiano.
Il Primo ministro Fino attende ora con fiducia ed impazienza l'intervento umanitario ed internazionale guidato dall'Italia, che egli considera una condizione indispensabile per la normalizzazione del paese.
Con riferimento al tragico evento del canale d'Otranto egli ha espresso fiducia nell'opera della magistratura italiana, ringraziando per la nostra offerta di una partecipazione albanese in sede di commissione di inchiesta. Sarebbe molto apprezzato in Albania - egli ha specificato - il recupero delle salme che giacciono nel relitto e qualche forma di aiuto alle famiglie toccate dalla disgrazia (Commenti di deputati del gruppo della lega nord per l'indipendenza della Padania), ed io mi sono personalmente impegnato perché questo possa avvenire.


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Ho, infine, accettato un invito del Primo ministro Fino ad accompagnarlo a Valona in una prossima occasione (Commenti del deputato Gramazio).
Ritengo che tale posizione indichi come il Governo albanese abbia compreso il significato di una tragedia che non si vuole drammatizzare e che - pur nella sua dolorosa dimensione umana - non deve assolutamente incidere nei rapporti tra i due paesi e i due popoli.

PRESIDENTE. La ringrazio, signor Presidente del Consiglio.
ROMANO PRODI, Presidente del Consiglio dei ministri. Subito dopo il mio rientro a Roma ho incontrato il rappresentante dell'OSCE, l'ex cancelliere austriaco Vranitzky, ed ho potuto confermare al mio interlocutore la nostra determinazione a guidare la forza multinazionale umanitaria e la persistente richiesta albanese in tal senso.
L'ex cancelliere Vranitzky ha concordato con me sull'urgenza di completare al più presto i preparativi necessari. Grazie (Applausi dei deputati dei gruppi della sinistra democratica-l'Ulivo, dei popolari e democratici-l'Ulivo e di rinnovamento italiano).

PRESIDENTE. La ringrazio, signor Presidente del Consiglio.
Avverto i colleghi che è presente in tribuna l'ambasciatore albanese a Roma, Pandeli Pasko, al quale rivolgo il saluto della Camera.
Ha facoltà di parlare l'onorevole Cito.

GIANCARLO CITO. Io mi aspettavo oggi dal Presidente del Consiglio una dichiarazione di solidarietà nei confronti della marina militare.
Non credo che le navi italiane stiano nell'Adriatico per opera dello Spirito santo: qualcuno le ha mandate e, se le ha mandate, deve assumersi la responsabilità piena di quanto è accaduto.
Sul piano umano, essendo un cattolico, il mio cuore piange nel vedere tante vite umane, di bambini e donne, morire in mare, nell'Adriatico.
Ma non è possibile che sia da parte delle televisioni di Stato - è avvenuto ieri su RAIUNO - sia da parte della stampa vi sia un linciaggio morale verso una forza armata come la marina militare. Stiamo assistendo passivamente a questa situazione e la solidarietà non è venuta nemmeno da lei, signor Presidente del Consiglio! Lei ha parlato di Valona, lei ha parlato di Albania: il Parlamento si trasferisce nel Parlamento dell'Albania!
In Italia c'è un'invasione di uomini che continuano ad arrivare: non c'è nessuna evacuazione, perché non c'è nessuna guerra! Ci sono soltanto bande armate di delinquenti che spaventano la stessa nazione albanese! Non si può parlare di solidarietà, perché questa dovrebbe essere rivolta in primo luogo ai nostri uomini. Lei ha detto: «abbiamo portato», ma lei non ha portato un bel niente, sono le Forze armate che stanno salvando uomini e stanno portando i medicinali, altro che chiacchiere!
Non è possibile che il Parlamento assista passivamente a quanto lei dichiara ...

PRESIDENTE. La ringrazio, onorevole Cito.
Onorevole Casini, le dispiace prendere posto?
Ha facoltà di parlare l'onorevole Pivetti (Vivi commenti).

VITTORIO SGARBI. Buttiamola a mare!
IRENE PIVETTI. Signor Presidente, colleghi, dichiaro la mia profonda insoddisfazione per le risposte insufficienti del Governo e intendo motivare la mia posizione a nome di Italia federale. Quella albanese è innanzitutto una questione politica prima ancora che economica, morale ed umanitaria ed è sul piano della politica che va trovata la risposta.
Con la vicenda dell'Albania l'Italia sta pregiudicando la sua già debole credibilità internazionale: un'Italia che non riesce a far decollare un valido piano di aiuti economici, che non riesce a gestire positivamente


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il flusso dei profughi né riesce ad interrompere i collegamenti malavitosi. Nel caos albanese prospera la malavita organizzata. Il contrabbando di sigarette, la tratta delle bianche, la prostituzione, ma soprattutto la droga sono i punti forti di questa attività.
Si vuol fare dell'Albania, indebolita nelle sue autorità e nel suo sistema politico, una sorta di Colombia europea. Secondo il mensile cattolico Famiglia domani, nel numero di marzo, il più grande finanziere mondiale, George Soros, avrebbe investito in Albania 15 milioni di dollari per l'acquisto di terreni destinati alla coltivazione della droga.
Il contrabbando delinquenziale dei profughi, utilizzando senza scrupolo come scudo le donne ed i bambini, è la via per diffondere in Italia e in Europa la rete malavitosa. Il Governo italiano non ha alcuna risposta credibile su questo terreno e le forze dell'ordine sono abbandonate a se stesse.
Il pattugliamento da parte delle navi militari rientra in questa politica di ambiguità. La marina militare italiana diventa così il capro espiatorio del Governo. Una linea di chiarezza esige o che si blocchi il naviglio alla partenza ovvero che si consenta l'approdo in Italia, per poi organizzare un immediato rimpatrio dei profughi in Albania senza disperderli sul territorio nazionale. Questo significa rimettere in mare i profughi, non affondarli, ma evitare ad ogni costo che si creino le condizioni obiettive per le sciagure in mare.
Oggi il Governo ...

PRESIDENTE. La ringrazio, onorevole Pivetti.
NICHI VENDOLA. Vergogna!
VINCENZO BIANCHI. Tolleranza, amici della sinistra, tolleranza!
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare l'onorevole Danieli.
FRANCO DANIELI. Signor Presidente, è già da molto tempo che abbiamo manifestato il nostro allarme sulla degenerazione della situazione in Albania, dalle elezioni truffa di un anno fa, denunciate anche dagli osservatori OSCE, al coinvolgimento del regime di Berisha nel sistema delle piramidi finanziarie ed in traffici di indubbia illiceità. Ben diverso doveva essere l'impegno del nostro paese per garantire la piena affermazione della democrazia in Albania, invece ci si è colposamente trastullati con l'idea che Berisha fosse l'uomo del cambiamento e della stabilità politica e lo si è sostenuto sino a che le contraddizioni sono esplose in tutta la loro drammaticità.
Si è intervenuti tardivamente e con i soliti strumenti dell'emergenza, piuttosto che operare preventivamente. Ecco quindi lo sciagurato blocco navale e la inevitabile tragedia. Ecco il frenetico e spesso inconcludente agitarsi delle ultime ore, contrapposto ad una lunga inattività.
Ora si risponde con una forza militare, ma per fare che cosa? Con quali compiti? Per stabilizzare il regime di Berisha o per garantire nuove e democratiche elezioni? Troppi sono ancora gli interrogativi non chiariti perché i parlamentari della rete possano votare a favore di tale iniziativa di cui chiedono quindi la sospensione.
Riteniamo, al contrario, che allo stato vi siano alcune condizioni da realizzare: un'iniziativa diplomatica per allontanare Berisha e garantire nuove e democratiche elezioni in Albania; l'istituzione di una Commissione parlamentare di inchiesta sui tragici fatti del canale d'Otranto; la rimozione del blocco navale ed il controllo internazionale dei porti albanesi per frenare le organizzazioni ...

PRESIDENTE. La ringrazio, onorevole Danieli.
Ha facoltà di parlare l'onorevole Crema.

GIOVANNI CREMA. Signor Presidente, colleghi, signor Presidente del Consiglio, il tragico incidente, verificatosi la sera del 28 marzo nel canale d'Otranto e conclusosi con il naufragio ed un imprecisato numero di morti tra gli occupanti del

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natante albanese, ha destato il più profondo cordoglio nella popolazione dei due paesi.
Questo fatto drammatico rappresenta il punto apicale di una serie di avvenimenti che da giorni erano al centro dell'attenzione e dell'interesse dell'opinione pubblica, di amministratori e di rappresentanti dello Stato con contrastanti risposte e prese di posizione. Ancora una volta dobbiamo rimarcare, e a me spiace ripeterlo anche in questa occasione, un grave difetto di informazione tra il Governo ed il paese. Non ci sono stati tempestività, completezza, omogeneità di informazione e i necessari chiarimenti da parte delle autorità preposte sullo stato di profugo e non di clandestino in fuga verso l'Italia. Ne è conseguito che i cittadini in fuga da un paese che si sta disgregando sono apparsi, agli occhi dell'opinione pubblica italiana, come manovali della mafia albanese, causando effetti drammatici di xenofobia diffusa.
C'è stata una sorta di pericolosa dissociazione collettiva tra una nobile storia di solidarietà e di fratellanza del popolo italiano con una sorta di autodifesa dall'arrivo di soggetti diversi e pericolosi. Bisognava esserci di persona a Bari, a Brindisi e a Lecce, là dove i profughi sbarcavano e l'emergenza di giorno in giorno cresceva, lasciando intendere il rischio di guai irreparabili!
Non è la marina militare responsabile della nostra impopolarità; la responsabilità è politica ed il Governo ha fatto bene a difendere la marina militare, ma ora deve difendere se stesso dalle accuse che gli vengono mosse. Non sarebbe stato così con una presenza fisica dei suoi ministri là dove l'emergenza si veniva a creare.
Il problema che lascia aperta questa drammatica vicenda non è solo quello delle vittime, alle quali va il nostro fraterno pensiero e ai cui familiari il nostro cordoglio; rimane aperto il problema più ampio dei profughi, il nostro rapporto con loro e quello tra loro ed il paese di origine. Se non cambia l'opinione diffusa che abbiamo dato di trattarli da clandestini e non da profughi, non ci sarà quel clima favorevole attorno alla spedizione militare che vuole e deve essere di pace ed umanitaria.
Per fare questo ci vuole un grande sforzo qui, in Italia, per recuperare il rapporto di solidarietà tra i nostri cittadini e gli oltre 12 mila profughi; bisogna agire affinché siano loro i primi a sensibilizzare l'opinione pubblica albanese sul ruolo tenace e positivo svolto dall'Italia verso l'ONU e verso l'Unione europea (Unione europea che ancora una volta è risultata essere uno strumento politicamente debole) per l'avvio di una spedizione internazionale con lo scopo di favorire l'afflusso degli aiuti, la pacificazione interna ed il ritorno autorevole di uno Stato democraticamente guidato dopo le elezioni previste a giugno. Insomma, bisogna agire per sanare le difficoltà che sono sorte da noi affinché si eviti che paradossalmente la spedizione in Albania sia messa nei guai proprio dall'Italia. Un paese come il nostro, chiamato più di altri a ristabilire in Albania il ritorno alla normalità democratica, non può più commettere questi errori.

PRESIDENTE. La ringrazio, onorevole Crema.
Ha facoltà di parlare l'onorevole Buttiglione.

ROCCO BUTTIGLIONE. Signor Presidente, onorevoli colleghi, la tragedia del canale di Otranto mette in evidenza tutte le incertezze, le piccole vigliaccherie e gli errori compiuti dal Governo italiano in Albania. Poiché sono stati fatti dei tentativi per coinvolgere nella responsabilità di questa politica anche l'opposizione, è bene chiarire cosa ha fatto il Governo, cosa ha fatto l'opposizione, cosa l'opposizione avrebbe voluto, cosa l'opposizione invece non avrebbe voluto.
Sulle questioni di politica estera è bene che vi sia una linea comune in difesa dell'interesse nazionale (e noi non faremo venire meno il nostro appoggio a tal fine) ma questo non può essere un comodo pretesto con cui il Governo si libera dalla responsabilità di errori che sono suoi e soltanto suoi.


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Io ho avuto modo di enunciare fin dal principio, in numerosi interventi, la linea del CDU, che è poi sostanzialmente quella di tutta l'opposizione di centro-destra. Noi volevamo che si desse da subito un sostegno convinto al Governo legale di Tirana. Per tutta una fase, invece, il Governo italiano ha «civettato» con gli insorti di Valona, convinto che essi esprimessero una opposizione politica di sinistra. Solo più tardi il Governo ha capito che la rivolta era guidata dalla mafia e da elementi criminali ex comunisti.
Noi volevamo che si premesse sul Fondo monetario internazionale per dare all'Albania un prestito, che consentisse il rimborso dei piccoli risparmiatori che hanno perso i loro soldi nel fallimento delle società finanziarie. È questa la causa prima della rabbia della popolazione, sulla quale si innestano le manovre della mafia e degli ex comunisti. Non se ne è fatto nulla e solo adesso si comincia a prendere qualche iniziativa nella giusta direzione.
È lecito il sospetto che si volesse indebolire e far cadere Sali Berisha prima di prendere un'iniziativa seria a sostegno dell'Albania. Il ritardo, invece, ha destabilizzato un intero paese!
Noi volevamo che si allestissero dei campi profughi in cui accogliere chi fuggiva dall'Albania, in modo da poter tenere sotto controllo quelle persone, identificare i criminali mescolati ai profughi veri e rimandarli in galera, assistere quelli che fuggivano davanti alla guerra, chiarire che comunque non sarebbe stata tollerata una ondata di immigrazione illegale e che i profughi sarebbero stati rimpatriati alla fine dello stato d'emergenza. Invece non sono stati allestiti campi profughi veri e propri; gli albanesi sono stati ripartiti in centri di accoglienza dispersi su tutto il territorio nazionale, nei quali il controllo è assai difficile e da cui i criminali possono andarsene con grande facilità prima di essere identificati. Assai ridotta è poi anche la possibilità di evitare che l'accoglienza umanitaria si trasformi, senza filtri e senza controlli, in immigrazione illegale.
Noi volevamo che le nostre navi pattugliassero l'Adriatico per identificare i battelli provenienti dall'Albania, scortarli al porto, evitare che i profughi potessero sbarcare illegalmente e disperdersi sul territorio.

PRESIDENTE. La ringrazio, onorevole Buttiglione.
Ha facoltà di parlare l'onorevole Paissan.

MAURO PAISSAN. Ai deputati verdi è difficile, Presidente Prodi, dichiararsi soddisfatti di quanto il Governo ha fatto in queste settimane e in particolare in questi giorni nei confronti della vicenda albanese. Vi è un nostro dissenso che ha motivazioni - lo voglio dire subito - esattamente opposte rispetto allo spettacolo di ipocrisia e di cinismo cui hanno dato vita in questi giorni alcuni esponenti e alcuni settori delle opposizioni.
Eravamo, e siamo, di fronte alla tragedia di un popolo, di una nazione, di uno Stato. Offrire un sostegno, una collaborazione e la dovuta accoglienza era e resta per l'Italia un dovere politico e umano. Non era facile intervenire e alcuni errori, signor Presidente del Consiglio, sono stati commessi dal Governo: errori di valutazione politica sulla situazione interna all'Albania; ritardi nella preparazione dell'emergenza annunciata; incapacità (ritengo che questo sia l'elemento più significativo) di entrare in comunicazione positiva con l'opinione pubblica italiana per spiegare la dimensione assai ridotta degli arrivi di profughi, ridotta rispetto ai fenomeni migratori che altri paesi hanno dovuto affrontare.
Da queste premesse si è passati alla pratica del respingimento diffuso, al rifiuto di fatto del diritto di rifugio, fino alla decisione - che noi consideriamo sbagliata - del blocco navale, del pattugliamento concordato con il Governo di Tirana.
Nonostante queste critiche, noi vogliamo essere chiari: non accusiamo, certo, né la marina, né il Governo, né il ministro di strage o di cose di questo genere.


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Sicuramente non vi è stata una scelta deliberata, ma molte vite sono state inghiottite quella notte da quelle acque! E il verificarsi di un incidente era da mettere nel conto delle possibilità, quando si decise quel tipo di azione. Abbiamo sbagliato!
E dopo il grave episodio, dal Governo e da altre istituzioni dello Stato non è giunta una reazione immediata, politicamente convincente e umanamente adeguata.
Noi oggi chiediamo che quel blocco navale venga rimosso, anche perché non penso che in Albania vi siano moltitudini in attesa di gettarsi verso una terra dimostratasi d'un colpo inospitale ed ostile. I verdi chiedono la sospensione del pattugliamento navale nelle forme assunte a partire dal 25 marzo, il che non significa far rientrare le navi nei porti, ma assicurare una presenza che sia di effettiva vigilanza e soccorso. In questo modo si creerebbero anche le condizioni migliori per la missione internazionale. I verdi non sono contrari a tale missione, sono anzi favorevoli, ma a condizione che si tratti di un intervento umanitario, con i militari al servizio di un'azione civile, con il consenso di tutte le parti albanesi e a beneficio di tutte le zone dell'Albania per un programma di rinascita di quel paese e di quella democrazia.
Un'ultima parola sui mezzi di informazione. Ieri il ministro Andreatta li ha tirati in ballo in modo improprio riguardo alle versioni sulla tragedia in mare, scatenando una stucchevole campagna di autoelogio da parte di direttori di giornali e telegiornali. Se un'accusa andava rivolta al grosso della stampa doveva essere quella non di aver messo in dubbio la versione ufficiale dell'affondamento, ma di aver aizzato in queste settimane una vera e propria opinione di rifiuto nei confronti degli albanesi con l'uso allegro di parole...

PRESIDENTE. La ringrazio, onorevole Paissan (Applausi dei deputati dei gruppi misto-verdi-l'Ulivo, di rifondazione comunista-progressisti e del deputato Sgarbi - Commenti del deputato Paolone).
Ha facoltà di parlare l'onorevole Manca.

PAOLO MANCA. Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, onorevoli colleghi, l'informativa (Commenti di deputati del gruppo di alleanza nazionale)...
PRESIDENTE. Onorevole Gramazio, la richiamo all'ordine per la prima volta!
PAOLO MANCA... testé svolta dal Presidente del Consiglio è ritenuta da rinnovamento italiano completa rispetto al problema grave che abbiamo davanti e che può essere articolato in quattro punti principali: la crisi e la situazione albanese, la necessità di un intervento internazionale, l'incidente accaduto e l'accoglienza dei profughi.
Dopo il crollo rovinoso delle istituzioni statali, di fronte alla protesta popolare che ha avuto un crescendo drammatico fino a sfociare in incredibili manifestazioni di violenza che sono proprie delle guerre civili, il problema albanese è diventato un problema non solo italiano, ma mediterraneo ed europeo. È impossibile, o quasi, arginare l'esodo massiccio dei profughi, tra i quali vi è un elevato numero di bambini, stante la situazione di perdurante caos e di quasi totale assenza di riferimenti istituzionali a garanzia della democrazia e a tutela delle libertà individuali. Il paese rischia di finire rovinosamente in mano ad organizzazioni malavitose che speculano sulla paura, la disperazione, la disinformazione di una popolazione inerme che rischia l'avventura pur di lasciare dietro di sé un paese allo sfascio.
La gravità di queste problematiche rende evidente, come ha più volte dichiarato il nostro ministro degli esteri, che l'Albania non è in grado di risolvere da sola la crisi che l'ha investita ma ha bisogno di assistenza civile ed economica per rimettere in moto il paese. Ciò può avvenire - e questo è il secondo punto - solamente sotto l'ombrello protettivo di un intervento di tutti i paesi dell'Unione europea che assicuri agibilità di strade,


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porti ed aeroporti e faccia sì che gli aiuti umanitari giungano veramente a destinazione e non cadano in preda di bande armate di razziatori.
Vi è poi la necessità di proteggere le oltre cento persone dell'Unione europea e dell'OCSE che verranno inviate in Albania per coordinare l'assistenza. La presenza di una forza internazionale garantirà poi che la situazione non sbocchi in una vera e propria guerra civile, con pericolo anche di allargamento del conflitto ai paesi limitrofi. Noi, come nazione confinante e direttamente interessata, non possiamo sottrarci ad un compito al quale si sono già detti disponibili quasi tutti i paesi dell'Unione europea.
In merito all'accoglienza dei profughi, riteniamo che il Governo, nella situazione contingente, abbia assunto una posizione giusta, avendo cura dei profughi per un tempo limitato, fino al superamento della fase critica in Albania.
Riguardo all'incidente nel canale di Otranto - perché di incidente si è veramente trattato - riteniamo sia importante attendere i risultati che la commissione di inchiesta e la magistratura forniranno; attendere con fiducia senza mettere in dubbio, nel frattempo, le relazioni della marina italiana e senza avviare ingiusti processi a carico di chicchessia.
Occorre rimarcare che l'incidente verificatosi è stato una conseguenza del quarto tentativo delle navi albanesi di farsi, per così dire, «toccare» dal naviglio italiano per avere poi la scusa per un rapido trasbordo nell'imminenza di un possibile affondamento. Questa volta le condizioni del mare e del carico, nonché le caratteristiche della nave (stretta e con poco pescaggio) hanno purtroppo, se non determinato, quasi certamente favorito la tragedia.
Vorrei concludere dicendo che, in riferimento alla situazione che ho appena descritto, il Parlamento dovrebbe esprimere un parere unanime. La condivisione sia della gravità della situazione sia della necessità delle misure per portare un aiuto concreto, è l'espressione della vera solidarietà che il Parlamento italiano, in appoggio al serio lavoro compiuto dai ministri competenti, può portare alla popolazione albanese (Applausi dei deputati del gruppo di rinnovamento italiano).

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare l'onorevole La Malfa.
MARA MALAVENDA. Ho chiesto di intervenire per un richiamo al regolamento!
PRESIDENTE. Non è possibile, come nel question time. Potrà parlare per un richiamo al regolamento successivamente.
Prego, onorevole La Malfa.

GIORGIO LA MALFA. Signor Presidente, desidero aggiungere solo qualche parola all'intervento dell'onorevole Manca, che condivido pienamente.
Il punto che vorrei sviluppare e sul quale richiamo l'attenzione dei colleghi parlamentari e del Governo riguarda la questione molto delicata dell'intervento militare e della partecipazione o della guida dell'Italia a tale intervento in Albania.
La nostra forza politica ha sempre ritenuto che il nostro paese dovesse svolgere un ruolo attivo nella ricerca delle soluzioni delle crisi internazionali, e che per le sue dimensioni, la sua storia e la sua collocazione geografica l'Italia non potesse sottrarsi a svolgere anche funzioni di tipo militare, naturalmente nel quadro delle organizzazioni internazionali alle quali il nostro paese appartiene: le Nazioni Unite, l'Unione europea e la NATO. Questa è stata la nostra posizione a proposito delle crisi del Libano, del Kuwait, della ex Jugoslavia e lo è, in linea di principio, anche per quanto riguarda la questione dell'Albania. È tale, però - lo sottolineo -, solo in linea di principio, perché la domanda che oggi la Camera si deve porre, onorevoli colleghi, è se vi siano le condizioni per trasformare oggi tale orientamento di principio in una decisione operativa. Ebbene, dico molto francamente al Governo italiano che a mio parere oggi tali condizioni non vi


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sono, o almeno non vi sono ancora. Cosa va a fare in Albania la missione militare? A rafforzare un governo ed a ridargli capacità di tenuta dell'ordine pubblico, a sostenere il Presidente della Repubblica Berisha, a sostenere il Presidente del Consiglio Fino? Ed inoltre con quale posizione rispetto ai comitati rivoluzionari del sud? Cosa dovrà fare il contingente di fronte ad aggressioni di bande armate? In definitiva, colleghi, in quale quadro si colloca la missione militare che l'Italia dovrebbe guidare, composta tra l'altro da paesi fra loro molto diversi (cito solo la presenza di soldati greci e turchi, l'uno a fianco dell'altro)?
Il doloroso incidente che si è verificato, causato peraltro da un tentativo di persone che si erano appropriate di una nave militare albanese caricandola all'inverosimile, ha determinato una tale reazione nell'opinione pubblica albanese da mettere in dubbio la presenza dei soldati italiani nel sud dell'Albania. In queste condizioni, signor Presidente del Consiglio, le rivolgiamo tali domande.
Concludo, signor Presidente, con alcune brevi affermazioni.
Innanzitutto esprimiamo piena ed assoluta solidarietà alle Forze armate italiane, in particolare alla marina, che - a mio giudizio - ha condotto una necessaria operazione di dissuasione, perché l'Italia ha dei limiti rispetto alla possibilità di accoglimento. Tale posizione, quindi, deve essere sostenuta dal Governo con molta fermezza ed io aggiungo con chiarezza. Le indagini amministrative e quelle della magistratura italiana sono sufficienti, non è necessario estendere ad altri paesi la partecipazione a commissioni di inchiesta.
Inoltre, l'Italia ha un dovere di solidarietà nei confronti dell'Albania. Io, che sui temi dell'immigrazione sono estremamente fermo nel ritenere che non possiamo accogliere tutti, sostengo che di fronte alla tragedia di un grande paese amico, vicino a noi, l'Italia deve predisporsi ad una politica di accoglienza e le forze politiche debbono avere il coraggio, anche di fronte ad una opinione pubblica che non condivide tale atteggiamento, di difendere il dovere di solidarietà che il nostro paese ha nei confronti dei propri vicini, i quali oltretutto parlano in gran parte la nostra lingua.
In conclusione, signor Presidente, invierei domani stesso gli aiuti alimentari al Governo legittimo dell'Albania; aspetterei di vedere l'evoluzione della situazione politica in Albania ed attenderei, signor Presidente del Consiglio, ripeto, attenderei a decidere l'invio della spedizione militare in quel vicino paese.

PRESIDENTE. La ringrazio, onorevole La Malfa.
Ha facoltà di parlare l'onorevole Casini.

PIER FERDINANDO CASINI. Signor Presidente del Consiglio...
MARA MALAVENDA. Signor Presidente...
PRESIDENTE. Onorevole Malavenda, siamo in diretta televisiva e lei sa bene che non sono consentiti i richiami al regolamento. La richiamo all'ordine per la prima volta.
Prego, onorevole Casini.

MARA MALAVENDA. Non si dà ascolto a chi pone problemi all'andamento dei lavori. Questo non è giusto, Presidente! Questo dimostra ancora una volta che c'è un Governo criminale, che fa la solita passerella, che viene in quest'aula con le mani ancora sporche di sangue e che non accetta chi la pensa diversamente!
PRESIDENTE. Non si possono svolgere contemporaneamente due interventi. Prego, onorevole Casini.
MARA MALAVENDA. Sto chiedendo la parola da tre giorni!
PRESIDENTE. Onorevole Malavenda, tre giorni fa era Pasqua. Prego, onorevole Casini.

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MARA MALAVENDA. Vorrei capire il criterio, quale possibilità ha il deputato di intervenire nel dibattito. Questa non è democrazia! È un Governo assassino che si è reso responsabile di tutti i morti.
PRESIDENTE. Onorevole Malavenda, la prego.
Onorevole Casini, lei è un uomo politico sperimentato...!

PIER FERDINANDO CASINI. Sperimentato..., non esageriamo.
Signor Presidente del Consiglio, signor ministro degli esteri, signor ministro dell'interno, signor ministro della difesa, che però è assente alcuni, in questi giorni, hanno chiesto le dimissioni del ministro della difesa: noi non siamo tra questi, ma avremmo gradito la sua presenza al dibattito odierno (Applausi dei deputati dei gruppi del CCD e di forza Italia e di deputati del gruppo di alleanza nazionale).
Signor Presidente, i profughi albanesi che attraversano in questi giorni l'Adriatico su barche di fortuna e bussano alle porte del nostro paese, ci mettono a confronto con una dimensione drammatica e inquietante dello scenario mondiale. Una dimensione con la quale ci misureremo più spesso di quanto ci piaccia pensare e per la quale è richiesto, ad una politica di pace e di democrazia, di trovare equilibri ragionevoli tra i diversi diritti che entrano in conflitto: il diritto alla vita, prima di tutto; il diritto alla libertà, che un intero cinquantennio di comunismo ha conculcato con gli effetti a tutti noti; il diritto alla speranza per i popoli meno fortunati; il diritto alla sicurezza per i cittadini del nostro paese e, accanto a tutti questi diritti, il dovere di adempiere i propri compiti e le proprie responsabilità nel modo più adeguato.
Un dovere senza il quale, in uno Stato moderno, tutti questi diritti rischiano di essere vanificati.
La domanda a cui oggi siamo chiamati a rispondere, tanto più di fronte al dolore ed ai lutti di questi giorni, è se abbiamo adempiuto tutti i nostri doveri. Esiste un dovere militare, civile e professionale a cui la marina italiana ha corrisposto in condizioni di straordinaria difficoltà ed emergenza. Esiste un dovere, ma direi meglio, una vocazione di solidarietà e di cura del nostro prossimo a cui il mondo del volontariato, cattolico e laico, ha fatto fronte con un impegno commovente.
Vi è poi un dovere più ampio del «sistema paese», delle istituzioni, del Governo che mi sembra invece sia stato trascurato, almeno in parte, e che ha sicuramente aggravato i termini dell'emergenza. È su quest'ultimo punto che Governo ed opposizione si trovano oggi divisi. Tutti hanno osservato come questa tragedia ci chiami in causa almeno due volte. La prima volta siamo chiamati in causa per il nostro senso di solidarietà, per la nostra capacità di accoglienza, per i valori che ci caratterizzano come grande paese europeo, che deve governare i problemi complessi di una società multirazziale. La seconda volta siamo chiamati in causa per la nostra capacità di difendere e di presidiare in modo pacifico la nostra frontiera nazionale. Debbo dire al Presidente del Consiglio dei ministri, con lealtà, senza spirito di parte, che l'azione del Governo si è rivelata inadeguata sotto tutti e due questi profili. Siamo stati colti alla sprovvista, sorpresi dagli avvenimenti nel modo più eclatante. Il Governo non è riuscito né a gestire l'accoglienza, sia pure limitata e temporanea, né a contrastare appieno i tentativi di violare la frontiera nazionale, tant'è che esso è criticato sia dai fautori di una più ampia apertura, sia da quelli favorevoli ad un maggiore rigore. Quello che è più grave ed allarmante è questo ondeggiamento tra le due suddette esigenze, che si doveva cercare di ottemperare. Queste due esigenze, questo ondeggiamento stanno alzando ancora di più gli ostacoli che si sovrappongono ad una missione di pace in terra albanese. Rischiamo così di trovarci più isolati sul piano internazionale, proprio quando avremmo dovuto invece cercare di esercitare un'azione di stimolo, se possibile di guida, rispetto al coinvolgimento degli altri paesi europei e degli organismi mondiali cui è affidata la gestione di questo


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tipo di crisi. Rischiamo altresì di trovarci più deboli proprio quando si vorrebbe fare appello alla nostra forza di persuasione. Lo diciamo con preoccupazione, ma noi crediamo nel ruolo di un'opposizione costruttiva e non radicale, un'opposizione che riconosce i lati positivi dell'azione di Governo (quando vi sono) e che assume alcune fondamentali corresponsabilità rispetto ai grandi destini nazionali.
Siamo qui non per giocare al «tanto peggio, tanto meglio», né per speculare su autentiche tragedie, ma c'è qualcosa, anzi molto, che non ha funzionato, ed è dovere dell'opposizione denunciare. Non ha funzionato la capacità di avvertire per tempo la situazione che si andava profilando; non ha funzionato appieno la capacità di gestire l'emergenza né in termini di accoglienza, né per porre in essere efficaci azioni dissuasive. Ha funzionato poco e male la capacità di promuovere una più vasta concertazione internazionale. Non ha funzionato, inoltre, come avrebbe dovuto e come avremmo voluto, la capacità di dialogo tra maggioranza ed opposizione. Di tutte queste capacità, che sono venute meno, il Governo porta - mi consenta, signor Presidente, - una significativa parte di responsabilità. E questa responsabilità non può essere certo scaricata sulle spalle - in questo caso del tutto incolpevoli - dei mezzi di comunicazione.
Ora si tratta di valutare e di decidere, possibilmente assieme, cosa deve essere fatto. Noi riteniamo indispensabile che l'Italia assuma la responsabilità di una missione internazionale di pace in Albania. Siamo consapevoli che obiettivi e strumenti di questa missione dividono non poco l'attuale maggioranza; proprio per questo ci sembra utile che per una volta l'intero complesso di tale operazione venga definito e programmato senza ambiguità, a cominciare dalle regole di ingaggio dei militari che saranno impegnati nella missione e su cui è già capitato di sentire voci discordi all'interno della coalizione di Governo. La chiarezza su questo punto è la condizione stessa della serietà dell'impresa che ci accingiamo a compiere.
In questi giorni, e ancora ieri con un documento della nostra segreteria, il centro cristiano-democratico si è proposto come parte di un'opposizione moderna e moderata. Abbiamo apprezzato l'azione della marina militare, che qualche spezzone della maggioranza ha criticato adottando un linguaggio politico da anni settanta. È vergognoso anche per noi ipotizzare intenti deliberati della marina militare nell'affondamento della motovedetta albanese. Abbiamo assunto la nostra parte di responsabilità, riconoscendo la necessità di un pattugliamento delle nostre coste, volto a controllare e contenere il traffico clandestino, un pattugliamento ovviamente pacifico e per niente incline ad abusare della propria maggiore forza. Abbiamo dichiarato - e torniamo a farlo - la nostra disponibilità a condividere una parte delle decisioni che adotteremo, nello spirito di un bipolarismo serio che ha un minimo comune denominatore di valori condivisi tra i due schieramenti.
In questo spirito ci sarebbe piaciuto vedere assieme, sul molo del porto di Brindisi, il leader del Governo e quello dell'opposizione; in compenso, abbiamo visto il portavoce di una forza di Governo, l'onorevole Manconi, parlare come l'interprete di una posizione persino più intransigente, anche se per motivazioni ben diverse dalle nostre. Ci troviamo con due partiti della maggioranza che contraddicono i ministri degli esteri e della difesa su fondamentali principi della politica internazionale, con quale vantaggio per l'immagine dell'Italia nel mondo è fin troppo facile intuire. Ora si tratta di vedere se il Governo collocherà la missione di pace al punto di incrocio del dialogo istituzionale con l'opposizione oppure se la confinerà nel recinto delle sue sempre più difficili mediazioni interne. Si tratta di vedere, in altre parole, se i nuovi appuntamenti internazionali a cui siamo chiamati daranno una mano a rendere più unito il nostro paese nelle sue direttrici fondamentali oppure no. Per arrivare


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a questo, però, occorre prima liberare il campo da una scissione degli animi, che è perfino più insidiosa delle scissioni che la politica inevitabilmente porta con sé.
In questi giorni una falsa rappresentazione ha contrapposto le ragioni del cuore alle ragioni dello Stato; da una parte sono stati posti i diritti e le sofferenze del popolo albanese, dall'altra parte, arbitrariamente, sono state collocate le ragioni di sicurezza delle famiglie e delle città italiane. Così ci è stato imposto di scegliere, in modo del tutto artificioso, tra una generosità della quale temevamo di non avere le risorse e un egoismo del quale sicuramente non abbiamo la vocazione. Il nostro problema è semmai opposto, è quello di mettere insieme queste due ragioni, il cuore e lo Stato, i doveri e i diritti, i bisogni e i meriti. Solo così porremo le premesse per rafforzare la nostra coesione nazionale, ma perché questo avvenga - e ho terminato, signor Presidente del Consiglio - occorre che il Governo si dia una linea di chiarezza e da quella linea si rivolga all'opposizione. Quanto maggiore sarà la chiarezza da parte del Governo, tanto maggiore sarà l'ascolto da parte dell'opposizione (Applausi dei deputati dei gruppi del CCD, di forza Italia e di alleanza nazionale).

PRESIDENTE. Colleghi, ho assunto informazioni in merito alla richiesta che alcuni di voi hanno avanzato circa la presenza del ministro della difesa. In questo momento il ministro della difesa si trova ad un incontro, la cui importanza non vi sfuggirà, con il ministro della difesa albanese. È questa la ragione per cui ha dovuto assentarsi (Commenti del deputato Gasparri).
Ha facoltà di parlare l'onorevole Bertinotti.

FAUSTO BERTINOTTI. Signori Presidenti, deputati, questo dibattito viene dopo una tragedia e precede una decisione importante per il paese, quella di inviare soldati italiani in una missione militare con paesi europei in Albania. Noi a questa scelta siamo contrari per ragioni semplici e chiare, perché non può risolvere il dramma di quel popolo e perché aggrava i rischi per molte di quelle popolazioni e per i soldati italiani.
Sentiamo il peso di un momento drammatico: la tragedia nel mare del canale di Otranto, la perdita di vite umane ci mettono di fronte ad uno di quei fatti su cui la politica non può che interrogarsi con tutto il senso della drammaticità. Nulla infatti è più grave della perdita di una vita umana e lì le vite umane perse sono state molte. Sentiamo l'inadeguatezza delle parole in questi frangenti, sentiamo il bisogno di tenerci lontani da ogni strumentalismo e da ogni speculazione, ma sentiamo forte l'esigenza di capire, per evitare altri errori. Certo, la ragione prima di questa tragedia sta in Albania, ma noi, ma l'Europa, quanto abbiamo concorso a che potesse essere evitata?
Lì, in Albania, si è originata questa tragedia, in una crisi politica, in una perdita di consenso seguita ad un disastro economico: prima un regime chiuso e autoritario, poi una furia liberista hanno provocato quel disastro, hanno messo in causa prospettive, aspettative, hanno innescato una guerra civile, una rivolta popolare contro Berisha e un terreno di contesa di organizzazioni malavitose. La soluzione non può che essere trovata lì, in Albania, in una nuova convivenza civile, in nuove politiche economiche, ma qui le colpe dell'Europa sono gravi e non possono essere taciute; quest'Europa che non sa parlare altro che il linguaggio della moneta, che il linguaggio di Maastricht, è stata assolutamente incapace di offrire all'Albania una proposta di politica economica, un programma economico di risanamento e di solidarietà ed è stata incapace di offrire all'Italia un aiuto nell'accoglienza da offrire sulle coste pugliesi agli immigrati albanesi.
L'Italia poteva essere una frontiera aperta di un'Europa solidale, ma l'Europa non c'è stata ed in Italia abbiamo assistito a reazioni inaudite a queste difficoltà. Non si può tirare il sasso e nascondere la mano. Troppe parti delle destre, della


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lega, hanno gridato: bloccate, bloccate ogni movimento. Sindaci della Repubblica hanno opposto un «no» alla richiesta di accoglienza (Dai banchi dei deputati del gruppo della lega nord per l'indipendenza della Padania si grida: «Bene!»); a Milano il sindaco della città ha usato per la campagna elettorale un elemento di così grave difficoltà per tutto il paese. Ed il Governo, anche di fronte a queste pressioni, ha oscillato, ha tardato a vedere in Berisha un ostacolo alla soluzione del problema; ha oscillato ed ha finito per assumere una propensione alla chiusura. Certo, nel paese sono vissuti elementi di paura; il nostro paese, come l'Europa, vive una crisi di civiltà. Non riflettete abbastanza sui guasti che provoca il primato del mercato; non riflettiamo abbastanza su cosa provoca nei comportamenti anche delle masse il taglio delle protezioni sociali, l'insicurezza, l'incertezza sul futuro. Per combattere le chiusure, i fenomeni razzisti, bisogna discutere della nostra società, dello Stato sociale, della solidarietà interna, e allora potremo essere capaci di solidarietà verso altri popoli. All'esterno dobbiamo contribuire ad affrontare i problemi reali - lo dico anche alla mia parte -; noi sentiamo grande l'imperativo dell'accoglienza, ma sentiamo anche che quando fenomeni migratori si mescolano con fenomeni malavitosi di delinquenza organizzata: quando la migrazione si fa traffico, bisogna saperla combattere anche per poter guadagnare l'accoglienza.
Sentiamo il bisogno di favorire una soluzione politica per l'Albania, di favorire l'impegno di questo Governo, il dialogo con i rivoltosi. Ma allora bisogna dire chiaramente che Berisha rappresenta un impedimento a questa soluzione politica. Qui dobbiamo promuovere accoglienza umanitaria ma coinvolgere l'Europa, chiamarla ad essere parte di questo processo di accoglienza. Dobbiamo coinvolgere l'Europa in una proposta per l'Albania e a tale proposito, signori del Governo, dobbiamo correggere i nostri e i vostri errori. La tragedia lo impone.
Il Presidente del Consiglio ha definito l'Italia terra d'asilo; non ho alcuna ragione per dubitare della lealtà di intenti del Presidente del Consiglio e dei suoi sentimenti ma, onorevole Presidente del Consiglio, non sente stridere queste definizioni con quello che è accaduto? Allora lavoriamo, certo coinvolgendo il Governo albanese, ad appurare le responsabilità e facciamolo qui, promuovendo l'istituzione di una Commissione d'inchiesta su quanto è accaduto. Una Commissione di inchiesta parlamentare non per esonerare la magistratura, ma per coinvolgere tutte le forze in questa ricerca, visto che non si può sfuggire al fatto che vi è una concausa politica, ambientale, che ha codeterminato quella tragedia. La politica dello scoraggiamento dei movimenti, del blocco, dell'impedimento, di un pattugliamento che può diventare blocco, ha certamente condizionato reazioni e determinato le condizioni ambientali di una tragedia. Perciò va sospesa questa modalità del pattugliamento e per questo, signori del Governo, bisogna non effettuare l'intervento militare con la presenza italiana. Anche in quest'aula si sono levate parole autorevoli, con preoccupazioni distanti dalle nostre, eppure assai forti. Vi sono dubbi gravi in sé per questa operazione, come dice l'assenza da essa di grandi paesi europei. Non è risolto il problema della copertura dell'ONU e c'è un dissenso politico per un'operazione fatta ora in presenza di una direzione politica che vede il Governo condizionato da quella di Berisha.
Sarebbe ben altra l'iniziativa se, appunto, Berisha fosse fuori campo o si mettesse fuori campo. Ma oggi c'è una ragione che viene prima di ogni altra, prima anche delle questioni politiche, e che chiede una pausa di riflessione, un arresto della scelta, per rispetto della tragedia. Vi chiediamo di rinunciare alla missione militare in primo luogo perché, dopo quella tragedia, in Albania non esistono le condizioni ambientali perché sia fruttuosa. Ci sono sentimenti comprensibili nel popolo albanese di rancore, di rabbia, di protesta, di avversione. Sempre, ogni intervento guidato dall'ONU muove dalla prudenza di non mettere tra le forze militari coloro che hanno qualche


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elemento di conflitto o che si presume possano essere vissuti come tali. Non facciamo oggi una missione militare che avrebbe il segno di una prevaricazione di questi sentimenti. Prima si operi una reale pacificazione, con l'individuazione delle responsabilità politiche e di quelle effettive. Prima si ragioni sull'esigenza di liberare il terreno in Albania da ciò che impedisce un dialogo con le forze della ribellione, per aprire la strada ad una reale convivenza. Poi, si eserciti l'intervento. Ora sarebbe sbagliato. Ora accentuerebbe i rischi in Albania, i rischi per quelle popolazioni, ed esporrebbe i nostri soldati a rischi incomprensibili, perché sostanzialmente neppure costruiti su una garanzia di efficacia di questo intervento.
Oggi non è davvero il momento di mostrare il coraggio dell'intrapresa. Oggi è il momento della saggezza. Dopo una tragedia come questa, è richiesta alla classe dirigente, appunto, la saggezza dei comportamenti: non accentuare i rischi, diminuirli, chiedere all'Europa di fare interamente la sua parte e aspettare a realizzare una missione che oggi avrebbe semplicemente il segno di un pericolo e dell'incapacità di perseguire l'obiettivo di pacificazione che invece deve essere il nostro obiettivo (Applausi dei deputati dei gruppi di rifondazione comunista-progressisti e misto-verdi-l'Ulivo - Commenti dei deputati del gruppo della lega nord per l'indipendenza della Padania).

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare l'onorevole Lembo.
ALBERTO LEMBO. Signor Presidente, onorevoli colleghi, signori del Governo, nessuno ha parlato fino a questo momento del contesto dei trattati internazionali che pure sono sullo sfondo e nell'ambito dei quali ci si dovrebbe muovere. Faccio riferimento ad uno in particolare, che è un po' come «il fantasma di Banquo»: aleggia, però è meglio cercare di non vederlo, è meglio cercare di non ricordarsi di lui. Parlo del trattato di Schengen e degli accordi che anche l'Italia ha sottoscritto per quanto riguarda l'immigrazione.
Con riferimento a questo specifico trattato, devo dichiarare, a nome del gruppo della lega nord per l'indipendenza della Padania, che noi qui siamo effettivamente portatori di una doppia rappresentatività. Se, sedendo in questo Parlamento, siamo legittimamente interessati a quella che può essere la rappresentanza dello Stato italiano e dei suoi affari all'estero (e a questo proposito desidero ricordare le espressioni che girano abbastanza diffusamente sulla stampa: «L'Italia ventre molle dell'Europa per quanto riguarda l'immigrazione»; «L'Italia porta aperta a qualunque tipo di immigrazione, in spregio al trattato di Schengen»), devo anche dire che abbiamo un altro mandato molto importante, un altro livello di rappresentatività, quello dei popoli della Padania nel rapporto con le altre componenti italiane. Proprio perché da questi popoli siamo eletti, proprio perché lì abbiamo le nostre radici, dobbiamo rendere conto del nostro operato.
Allora, signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, questi popoli, i popoli di cui siamo espressione sono già stati in passato pesantemente colpiti da questa forma di Stato centralista, dal domicilio coatto: si mandavano a domicilio coatto nelle nostre zone mafiosi e delinquenti non certo di provenienza delle nostre regioni. Oggi, queste nostre regioni un tempo pacifiche, dove si poteva certamente vivere in forme tranquille e laboriose e dove non esistevano forme di criminalità organizzata, stanno diventando ricettacolo di forme di delinquenza organizzata, pilotate dall'interno o dall'estero, di cui anche la componente albanese rischia di diventare estremamente importante. Farò poi riferimento a qualche dato.
Noi non vogliamo diventare ricettacolo della delinquenza europea, terzomondiale, o mondiale e non vogliamo nemmeno che le nostre regioni possano essere esposte al rischio di focolai di infezioni o di epidemie. Sono già stati accertati alcuni casi di infezioni o di malattie che erano da tempo scomparse. Non voglio parlare di nesso di causa ed effetto ma certamente


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come ai cittadini dello Stato italiano vengono richiesti controlli, vaccini, tesserini e altre cose del genere, allorquando si recano all'estero, credo che sia altrettanto legittimo che anche noi pretendiamo cautele di questo genere da chiunque, a qualunque titolo e per qualunque periodo sia presente nel territorio italiano.
Venendo al caso particolare, c'è da dire che il deteriorarsi della situazione albanese e la preoccupante crescita del sentimento di ostilità degli albanesi nei confronti dell'Italia a seguito dell'incidente navale culminato nell'affondamento di una imbarcazione carica di albanesi pone oggi sconcertanti ed inquietanti interrogativi su ciò che è effettivamente accaduto e sulla gestione complessiva di quella che potremmo chiamare la «questione albanese».
Signor ministro, signor Primo ministro, dobbiamo dire che molte cose non hanno funzionato. Non ha funzionato la nostra ambasciata a Tirana perché non ha saputo prevedere quanto stava avvenendo; non ha saputo informare tempestivamente e adeguatamente il Governo italiano. Non ha funzionato evidentemente il Governo che ha aiutato il presidente Berisha: un presidente nominato da un Parlamento sicuramente viziato da brogli elettorali. E poi, da più parti, anche da parte del Governo, si parla oggi di colpevolezza della marina militare! Si vuole tentare di scaricare sugli uomini della marina militare una serie di responsabilità e di colpe quando il responsabile principale rimane sempre questo Governo per la sua ambiguità (lo abbiamo sentito prima anche negli interventi di alcuni gruppi che lo sostengono), per la sua doppiezza, per ordini imprecisi ed ambigui impartiti alle autorità periferiche, per la sua falsità nel dare comunicazioni agli italiani ed oltre tutto - questa è forse la cosa più divertente - per il confondere i ruoli tra maggioranza ed opposizione.
Quando il Presidente Prodi dice infatti di avere avuto l'assenso alle operazioni dall'onorevole Berlusconi, quale capo dell'opposizione, se questo da una parte è la conferma, di fatto, della resa del gruppo di forza Italia alla maggioranza (Applausi dei deputati del gruppo della lega nord per l'indipendenza della Padania), dall'altra è anche un episodio estremamente significativo e ridicolo, in quanto si prefigura una modifica costituzionale introducendo nell'assetto costituzionale italiano la figura del capo dell'opposizione. Io non credo che esista il capo dell'opposizione.
Signori, il bipolarismo può essere una bella e pia illusione, ma la presenza del nostro gruppo in quest'aula e questa voce che non è assimilabile né a uno schieramento né all'altro sono la conferma che il bipolarismo non esiste e che per quanto ci riguarda molta acqua dovrà ancora scorrere sotto i ponti (Commenti del deputato Ricci)! Curati che è meglio! C'è un servizio medico qui vicino. Lascia perdere!

PRESIDENTE. Onorevole Lembo, la prego, parli al Presidente!
ALBERTO LEMBO. Berlusconi, leader dell'opposizione, ci fa ridere! Ci permettiamo di anticipare qui quello che oggi è un dubbio ma che potrebbe diventare una certezza, ossia la nostra convinzione che il Polo o almeno alcune sue componenti siano pronte ad appoggiare l'iniziativa del Governo in merito alla gestione non solo della questione immigrati, in generale, ma degli immigrati clandestini e, in particolare, degli immigrati clandestini albanesi.
Una cosa ci è comunque chiara, signor Presidente: la mancanza di volontà del Governo di impedire effettivamente l'entrata dei profughi albanesi in Italia oppure - scegliete voi l'alternativa più plausibile - la sua manifesta incapacità di affrontare la situazione.
La verità è che si è fatto di tutto per rendere questa operazione ambigua, incerta, oscillante, al punto che a tutt'oggi non si comprende attraverso quali deterrenti effettivi e con quali procedure di ingaggio dovrebbe operare la marina militare italiana per evitare fatti come quello che è accaduto e che noi non riconduciamo ad un errore della marina stessa.
Da più di un mese si parla di guerra, di bagni di sangue, di rivoluzione in


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Albania, ma è una stranissima rivolta, dove i morti non si vedono, dove i depositi di armi vengono misteriosamente aperti, dove la polizia appare e scompare, dove gli edifici del governo spesso restano intatti e la televisione di Stato continua a funzionare: è veramente difficile capire se non ci troviamo di fronte ad una situazione di caos organizzato. Qualcuno ipotizza - lo ha fatto un settimanale certamente non molto vicino alle nostre posizioni, L'Espresso - che il presidente Berisha abbia volutamente fomentato il caos in Albania per strappare aiuti all'Europa, rifilare immigrati all'Italia e conservare se stesso e il suo potere. Allora, forse anche L'Espresso, collega Ricci, avrebbe bisogno della cura di cui parlavi prima! Lo dice L'Espresso, non noi (è bello citarlo qualche volta) (Commenti del deputato Ricci)!
Noi diciamo che Berisha...

PRESIDENTE. Onorevole Lembo, il tempo decorre!
ALBERTO LEMBO. Sì, ma io ho diritto di parlare, signor Presidente!
PRESIDENTE. Allora si rivolga al Presidente!
ALBERTO LEMBO. Noi diciamo che Berisha ha voluto rifilare all'Italia gran parte della delinquenza albanese, che oggi può fare molto comodo alla criminalità organizzata italiana.
Le truffe delle piramidi finanziarie avevano i loro consulenti, se non gli organizzatori, in ambienti e località vicine alla camorra, alla sacra corona unita e alla mafia.
I contatti fra malavita organizzata italiana e malavita albanese sono dichiarati anche dal ministro dell'interno. Per citare alcuni dati, faccio presente che fra le denunce per lo sfruttamento della prostituzione in Italia il 7,6 per cento si riferisce a cittadini albanesi; fra gli immigrati da regolarizzare 12 mila 300 (Applausi dei deputati del gruppo della lega nord per l'indipendenza della Padania - Scambio di apostrofi tra i deputati Lembo e Ricci)...

PRESIDENTE. Grazie, onorevole Lembo.
Onorevoli colleghi, vi prego!
Ha facoltà di parlare l'onorevole Marini.

FRANCO MARINI. Signor Presidente, colleghi, signor Presidente del Consiglio, debbo dire che, preoccupato del correre dei minuti che la Presidenza ci ha assegnato, anticiperò una considerazione che avrei svolto più tranquillamente a conclusione del mio intervento, che prende atto positivamente e globalmente delle comunicazioni del Presidente del Consiglio. Su queste ultime vorrò sviluppare tre brevi considerazioni.
La riflessione che avrei fatto volentieri alla fine è che avverto un certo disagio nel vedere che, perfino su un problema di questo rilievo politico internazionale ed anche emotivo rispetto alla sensibilità del popolo italiano e dell'opinione pubblica europea, questa nostra maggioranza...

ALFREDO BIONDI. Quale?
FRANCO MARINI. ...non riesca a tenere in maniera convincente rispetto alle grandi questioni che travagliano la vita del paese.
Sono sicuro, signor Presidente del Consiglio, che il ripetersi degli episodi già accennati, che investono problemi di grande rilievo anche per il passato, porterà - non la chiedo oggi io - nei fatti ad una verifica di questa alleanza che deve governare il paese, io mi auguro, ancora lungamente (Applausi dei deputati dei gruppi di forza Italia, di alleanza nazionale e del CCD).
Cosa voglio dire nel merito? Parlo di verifica, naturalmente, di una verifica forte, ma sempre di una verifica, quindi credo che l'applauso sia un po' fuori luogo (Commenti del deputato Biondi). Ma resta questa mia preoccupazione, onorevole Prodi, che non è cancellata dall'applauso dell'opposizione; essa resta e anche di questo parleremo nelle prossime settimane.


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Di cosa sono convinto? Perché ho voluto anticipare questa riflessione? L'ho fatto perché rispetto alla prima preoccupazione, quella di non dare l'impressione, dinanzi ad una tragedia come quella di cui stiamo discutendo, di un paese che riduce l'attenzione nei confronti dei tanti morti ad una polemica tra gruppi politici, ho rilevato una compostezza, almeno fino ad ora, ed una consapevolezza nei gruppi dell'opposizione che possono rappresentare un punto di attenzione e di costruzione, su questo specifico problema, di una posizione del Governo. Ritengo infatti che il rispetto per i morti del canale di Otranto passi oggi, come lei ha sottolineato, attraverso l'accertamento della verità. Credo nessuno pensi qui dentro ad un atto voluto da parte della Marina militare italiana. Il fatto che il Governo abbia affermato che nessun documento può essere sottoposto al segreto è una procedura ed un atto che io ed il gruppo che rappresento apprezziamo profondamente.
Aggiungo che non si può cancellare il problema - questo è rispetto per i morti - mettendo la testa sotto la sabbia. È la prima volta che l'ONU affida un compito di tale rilievo al nostro paese. Un'autorità morale indiscussa come il Sommo Pontefice ha affermato che non si può lasciare in una simile situazione l'Albania e che il problema deve essere risolto lì. Questo problema riguarda innanzitutto l'Italia per ragioni storiche e di contiguità geografica, per la cultura, per i modelli di vita cui guardano tutti i giorni i cittadini albanesi.
Credo che dovremo creare le condizioni politiche per uno sforzo consapevole ed unitario del paese. È il modo migliore per avere occhio e prestare attenzione a chi è morto qualche giorno fa nel mare di Otranto e su questo non vorrei fare polemiche. Permettetemi di sollevare un solo rilievo: personalmente non ho niente da ridire sulle lacrime dell'onorevole Berlusconi. Chiunque di noi avesse incontrato i 34 superstiti ed avesse parlato di quel fatto forse ne sarebbe uscito sconvolto. Semmai, lo voglio dire con chiarezza, mi sorprende la posizione degli onorevoli deputati del CDU, che mi pare siano gli unici a chiedere le dimissioni di un esponente del Governo, il ministro della difesa, quando dieci giorni fa un loro documento chiedeva al ministro Napolitano se non ritenesse «di sollecitare l'impiego della marina militare a ridosso delle acque territoriali albanesi in modo da vietare o almeno scoraggiare ulteriori afflussi tramite navigli di paesi terzi». Ci vuole su tali questioni una linearità ed una serietà che sono imposte dalla gravità dei problemi e della situazione (Applausi dei deputati dei gruppi dei popolari e democratici-l'Ulivo e della sinistra democratica-l'Ulivo)!
La seconda riflessione riguarda le direttrici sulle quali si è mosso il Governo, onorevole Prodi. Debbo dire, forse sono ingenuo e sarebbe grave data la mia età, che non mi è sembrato di vedere, nel dibattito anche aspro in qualche passaggio di questo pomeriggio alla Camera, posizioni veramente alternative.
Il Governo come si è mosso? Ha cercato di coinvolgere la comunità internazionale e in parte vi è riuscito, tanto che è previsto un intervento guidato dall'Italia al quale si associano altri paesi europei. Ha cercato di effettuare un controllo severo su chi è venuto in Italia; semmai, forse, hanno ragione quei sindaci che non rifiutano di accogliere gli immigrati, ma che chiedono di essere maggiormente coinvolti nelle scelte per la dislocazione territoriale di tali persone. Infine, il Governo ha cercato di scoraggiare una fuga di massa.
Onorevole Presidente del Consiglio, non sono un tecnico di questi problemi, ma le chiedo che, se quel pattugliamento può configurare momenti di crisi, di difficoltà e di pericolo, si rivedano le norme, le modalità del pattugliamento stesso. A tale proposito chiederei che un chiarimento venga dato anche a noi.
L'ultima considerazione è di carattere più generale. L'Italia ha il problema dell'immigrazione come ce l'hanno tutti i paesi avanzati. Io non credo che alcuno possa fermare questo flusso dai paesi poveri a quelli sviluppati. Noi siamo al


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l'inizio se pensate alla realtà che si trovano a fronteggiare, in termini di quantità e qualità di immigrazione, la Francia, la Germania, i Paesi scandinavi e il Giappone! Un paese come il nostro ha problemi seri in ragione dei propri squilibri interni, ma dinanzi a questo problema ed alla globalizzazione dei rapporti a livello mondiale non si scappa: si deve procedere ad una regolamentazione. Il disegno di legge predisposto dal Governo mi pare che possa consentire un lavoro serio di questo Parlamento in un rapporto dialettico anche con l'opposizione, perché risponde ai problemi che ho enunciato.
I paesi ricchi non cancelleranno la domanda di giustizia, di lavoro, di inserimento dei paesi poveri e debbo dire sommessamente che le nostre contraddizioni fanno sì che per alcuni settori produttivi non marginali il contributo dei lavoratori stranieri è diventato fondamentale persino in un paese con un livello di disoccupazione come quello italiano.
Infine, non si può invocare la solidarietà, è una parola troppo impegnativa, rispetto a chi bussa alla porta del nostro paese. Ma un paese che ha visto dall'inizio del 1900 scappare all'estero per lavorare milioni di italiani (i nostri nonni, in qualche caso forse anche i nonni di qualcuno che è qui presente) deve avere almeno attenzione e comprensione per un fenomeno di questo genere e deve porsi in termini positivi rispetto a tale questione. Tra quei lavoratori emigrati all'estero non c'erano solo i meridionali!
Chiedo al Governo se sia possibile anticipare la discussione di quel disegno di legge e spero che la forza, la civiltà, la responsabilità di questo Parlamento, sia pure dalle diverse posizioni esistenti tra noi, ci consentano di approvare quella legge che può segnare un punto di svolta rispetto alla gravità di questi problemi (Applausi dei deputati dei gruppi dei popolari e democratici-l'Ulivo, della sinistra democratica-l'Ulivo, di rinnovamento italiano e di deputati dei gruppi di forza Italia e del CCD).

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare l'onorevole Fini.
GIANFRANCO FINI. Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio e colleghi, desidero innanzitutto esprimere, a nome del mio gruppo, la solidarietà di alleanza nazionale verso i familiari delle vittime della tragedia nel canale di Otranto.
Esprimo anche la profonda insoddisfazione, signor Presidente del Consiglio, per il suo intervento e più vastamente per tutto il modo con cui il Governo da lei presieduto ha condotto la questione albanese. È un'insoddisfazione che deriva da una valutazione che facciamo circa una caratteristica dominante, quella dell'ambiguità. Ci sembra di poter affermare che il suo Governo è stato ed è un Governo ambiguo nei confronti di ciò che è accaduto e di ciò che accade in Albania. Vi è stato un disinteresse nei confronti del popolo albanese, nonostante esso parli la nostra lingua, nonostante sia geograficamente e culturalmente vicino, nonostante chieda di essere da noi aiutato. È un disinteresse che in molti casi si è mescolato alla evidente volontà di qualcuno, di qualche forza politica, di destabilizzare il governo albanese. Quando anche in quest'aula si sente dire che il ruolo del presidente della repubblica Berisha è in qualche modo un ostacolo, è evidente che si ha una visione di parte legittima, ma si ha anche una volontà di interferire nelle vicende di un paese che, fino a prova del contrario, ha eletto democraticamente il suo parlamento (Commenti del deputato Mantovani).
Del resto, onorevole Bertinotti, mi permetta di dirle che ci vuole una buona dose di immaginazione per ricordare, come lei ha detto, che probabilmente il liberismo economico sfrenato ha determinato forti destrutturazioni sociali in Albania...

FAUSTO BERTINOTTI. Lei non ha ascoltato, altrimenti avrebbe sentito quello che ho detto!
GIANFRANCO FINI. Ma dimenticare che tale paese è stato condannato per

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cinquant'anni ad essere vittima di uno dei più oppressivi regimi comunisti nel cuore dell'Europa (Applausi dei deputati dei gruppi di alleanza nazionale, di forza Italia e del CCD) è veramente dimostrazione di una visione un po' di parte!
FAUSTO BERTINOTTI. Lei non ha ascoltato!
GIANFRANCO FINI. Mi permetta questa considerazione con la stima che, pur da posizioni antitetiche, le porto.
Al di là delle ambiguità (da un lato la sottovalutazione, dall'altro lato il disinteresse e poi il tentativo di destabilizzare), ciò che maggiormente ci preme mettere in evidenza è che quando è esplosa la rivolta vi è stata una sottovalutazione di ciò che essa significava, una rivolta (oggi lo sappiamo) sicuramente alimentata dalla crisi economica, dal malessere, dalla truffa organizzata dalle società piramidali ma anche una rivolta alimentata da bande criminali e da un preciso intervento di segno e di carattere politico.
La conferma della sottovalutazione della questione da parte del Governo, signor Presidente del Consiglio, è in una notizia, che ha colpito non soltanto i parlamentari ma tutti gli italiani, essendo stata improvvisa e imprevista: mi riferisco alla sua decisione di proclamare nientemeno che lo stato d'emergenza fino al 30 giugno e su tutto il territorio nazionale. Lei sa che questa è una decisione che non ha precedenti; è una decisione che evidentemente è stata assunta perché vi siete resi conto, tardi e male, che la situazione rischiava di diventare esplosiva. Avete tenuto gli occhi chiusi prima e, poi, li avete aperti all'improvviso e vi siete spaventati!
E avete confermato una doppia incapacità: la prima consiste nell'accogliere civilmente i profughi. Mi chiedo come si possa essere così insensibili di fronte alla tragedia delle donne, dei bambini e dei vecchi: e non lo dico in ragione di convincimenti di carattere religioso che, se vi sono, appartengono alla sfera individuale, ma in ragione di convincimenti di carattere civile. Un popolo che non comprende che ha il dovere di accogliere i profughi, è un popolo che in qualche modo ha completamente smarrito la propria identità (Applausi dei deputati del gruppo di alleanza nazionale e di deputati del gruppo di forza Italia); è un popolo barbaro! E lo dico proprio perché da questi banchi la polemica nei confronti di un certo lassismo verso l'immigrazione l'abbiamo fatta e, se necessario, la continueremo a fare. Ma vi è una grande differenza morale tra il dovere di solidarietà nei confronti dei profughi e una politica di fermezza che ci consenta anche di rispettare l'accordo di Schengen.
Dicevo che avete dimostrato incapacità nell'accogliere i profughi e, contestualmente, incapacità - questa è la seconda alla quale facevo riferimento - di garantire la sicurezza del cittadino italiano individuando ed espellendo i criminali presenti in quei boat people della disperazione.
Poi, improvvisa, la sciagura di Otranto. Presidente del Consiglio, mi permetta di dire che in questo caso alla incapacità e alla sottovalutazione il suo Governo ha aggiunto un altro comportamento - mi dispiace rilevarlo - tipicamente italiano, ma poco nobile: quello della fuga fisica del Governo e lo scaricabarile! Anziché chiedere a se stessi o alla pubblica opinione se l'onorevole Berlusconi abbia fatto bene o male ad andare a Brindisi, io credo che molti esponenti della maggioranza avrebbero dovuto chiedere a se stessi perché non si è trovato un solo sottosegretario che fosse in qualche modo presente per garantire, in quella circostanza, l'azione, il ruolo e il segnale fisico della presenza di un Governo. Siete stati latitanti e, come sempre accade, pronti a scaricare le responsabilità addosso ad altri! Allora vi è chi ha sparato sulla marina e chi, peggio ancora, sulla stampa; lo dico non perché - per carità! - la stampa sia esente da critiche, ma perché quando si ha a che fare con il comportamento di un ministro della difesa, quale l'onorevole Andreatta, io credo che si superi davvero il limite della decenza


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politica (Applausi dei deputati dei gruppi di alleanza nazionale, di forza Italia e del CCD) e, mi permetta di dirlo, signor Presidente del Consiglio, sarà una malizia la mia, ma il ministro della difesa aveva il dovere di stare qui oggi; l'incontro con il suo collega albanese poteva essere tranquillamente messo in agenda un'ora prima o un'ora dopo il dibattito in quest'aula (Applausi dei deputati dei gruppi di alleanza nazionale, di forza Italia e del CCD e del deputato Sgarbi).
Abbiamo assistito allo scaricabarile e alla fuga fisica e, poi, dopo una gestione così improvvisata e per certi aspetti così sciagurata, il Presidente del Consiglio si rivolge quest'oggi al Parlamento e fa appello all'interesse nazionale e quindi, in qualche modo, al coinvolgimento delle opposizioni, per dare il via libera alla missione internazionale di sicurezza e di aiuto.
Signor Presidente del Consiglio, noi abbiamo il dovere di accogliere il suo invito, per ragioni che sono chiare (per lo meno a chi vi parla): perché è nell'interesse dell'Italia, in quanto scompariremmo - come è stato detto - dalla lista dei paesi affidabili, non solo in sede europea ma anche in sede internazionale, se ci rifiutassimo di far fronte ad un impegno che ci chiede l'Europa. Abbiamo il dovere di contribuire alla missione internazionale di sicurezza e di aiuto perché è interesse non soltanto italiano, ma anche del popolo albanese che ce lo chiede, così come era stato chiesto anche a lei dai pochi imprenditori che avevano avuto un po' di fiducia nel Governo Prodi e che erano andati ad investire in Albania...

RAMON MANTOVANI. Quegli imprenditori pagavano agli albanesi centomila lire al mese!
MAURIZIO GASPARRI. Si trattava di 600 mila lire italiane!
GIANFRANCO FINI. Chi ha nostalgia (Commenti del deputato Giordano) ...
PRESIDENTE. Onorevole Giordano, la prego!
GIANFRANCO FINI. Lei che ha nostalgia del comunismo, dovrebbe andare in Albania a spiegare di che cosa ha nostalgia (Applausi dei deputati dei gruppi di alleanza nazionale, di forza Italia e del CCD e di deputati del gruppo della lega nord per l'indipendenza della Padania)!
Dicevo che questo è interesse del popolo albanese, che ci chiede di aiutarlo a progredire. L'onorevole Marini ha fatto un'affermazione da molti condivisa: non aiuteremo mai quel popolo, come tanti altri popoli, fino a quando non garantiremo a coloro che vi nascono la possibilità di continuare a vivere nella loro terra. Chi ha conosciuto il dramma dell'emigrazione sa che vi è un desiderio profondo nel cuore di ogni emigrato, che è quello di poter tornare a lavorare e vivere laddove è nato. Aiutare l'Albania significa anche evitare che vi siano altre boat people della disperazione e altre pagine tragiche quali quelle che abbiamo già vissuto.
Dobbiamo quindi dare via libera alla missione di pace perché ce lo chiede l'interesse nazionale, perché ce lo chiedono gli amici albanesi, perché ce lo chiede l'Europa! L'Albania è nel cuore del Balcani, è un focolaio che può destabilizzare una zona strategica; l'Albania rischia di essere una Colombia nel cuore dell'Europa. Abbiamo quindi mille e una buona ragione per dire, mettendo da parte tutte le polemiche che ci sono state e che ci saranno ancora, che è giusto che l'opposizione si associ. Però, Presidente del Consiglio, con altrettanta franchezza prenda almeno atto di cosa è accaduto; lei oggi ha parlato a nome di una maggioranza che di fatto non esiste più su una questione strategica quale è quella dell'invio o meno di una missione internazionale di pace e di sostegno al popolo albanese (Applausi dei deputati dei gruppi di alleanza nazionale, di forza Italia e del CCD). L'onorevole Bertinotti glielo ha chiaramente detto e l'onorevole Marini, con molta sincerità politica, ha posto in quest'aula una questione che si pongono tutti


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i commentatori fuori di qui. Il Governo Prodi, se l'opposizione oggi decidesse di votare contro, cosa dovrebbe responsabilmente fare, dopo aver visto vanificare la sua maggioranza su una questione che non riguarda una bega di cortile ma la credibilità stessa del nostro paese di fronte all'Europa e al mondo intero?
La risposta la lascio a lei e, mi permetta, alla sua dignità. Abbia uno scatto di dignità: oggi è interesse nazionale dare il via libera alla missione internazionale di pace, ma è anche dovere di un Presidente del Consiglio prendere atto che non ha più una maggioranza su cui poter contare (Vivi, prolungati applausi dei deputati dei gruppi di alleanza nazionale, di forza Italia e del CCD - Molte congratulazioni).

PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare l'onorevole Berlusconi.
SILVIO BERLUSCONI. Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, onorevoli colleghi, la tragedia del naufragio e della morte dei fuggiaschi albanesi nel mare Adriatico ha portato lutto e dolore nella già sofferente Albania e ha gettato nell'inquietudine gli italiani. Il paese è preoccupato ed incredulo. Si guardano le immagini dei mezzi della nostra marina militare - un'arma di grande tradizione, di riconosciuta professionalità e senso del dovere - e non si riesce a capire per quale ragione, e per la responsabilità di chi, quelle corvette che tutelano la pace e la sicurezza delle nostre frontiere siano oggi associate ad una strage di profughi in acque internazionali.
All'umana commozione per la sorte di decine di donne e bambini inghiottiti dal mare si aggiunge un diffuso senso di incredulità. Come è stato possibile, si domanda l'opinione pubblica, un esito tanto infausto di una decisione del Governo come quella di pattugliare il canale di Otranto? Che cosa non ha funzionato nell'espletamento di una missione militare che certo non prevedeva atteggiamenti ostili ed aggressione da parte nostra? Era stata messa ragionevolmente nel conto la possibilità tecnica di un incidente di quella portata, provocato dall'imperizia o da gesti avventurosi di chi fa commercio della disperazione altrui?
Credo che il Parlamento debba dare una prova alta di responsabilità e di senso dello Stato e che spetti ad esso, anche attraverso un'eventuale Commissione d'inchiesta, dare risposta agli interrogativi che scuotono la pubblica opinione. Ci sono interrogativi, signor Presidente del Consiglio, cui non possono dare risposta né commissioni amministrative, né improbabili commissioni con Stati esteri, né la stessa magistratura, ma soltanto il Parlamento. Oltre alla dovuta e concreta solidarietà ai superstiti, la massima trasparenza è l'unico gesto credibile di riparazione e l'unica via politica per cercare di aiutare i nostri ragazzi, che nei prossimi giorni dovranno affrontare i rischi di una missione umanitaria e di sicurezza nell'ambito di decisioni concertate in sede europea.
I molti amici dell'Italia che vivono in Albania devono sapere, nel momento in cui sbarcheranno in quel paese i nostri effettivi, che il nostro è un paese serio, capace di guardare a viso aperto alle proprie responsabilità ed in ogni circostanza, determinato ad assumersi sempre il carico della verità.
Non è ragionevole, signor Presidente del Consiglio, che i nostri soldati si impegnino in territorio albanese avendo alle spalle un ministro della difesa assenteista ed irritabile, e soprattutto una maggioranza drammaticamente divisa su un tema così delicato, in un Parlamento che per lunga tradizione ha considerato l'unità in politica estera questione vitale per ogni maggioranza e per ogni opposizione.
Onorevole Marini, se la maggioranza è divisa anche su questo grave problema, non vedo come possa essere unita su altre gravi questioni. Occorre dunque che il Parlamento svolga il suo ruolo e ristabilisca le proporzioni di quanto è accaduto nel canale di Otranto. Questo sarebbe un modo intelligente, saggio e prudente, di affrontare i rischi del futuro, cominciando


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innanzitutto a comprendere la lezione del presente. Sarebbe un modo per rasserenare gli animi e mostrare il volto vero dell'Italia ad un popolo amico che ha bisogno di soccorso, di ordine, di sicurezza.
Mi auguro sinceramente che la maggioranza voglia impegnarsi in questo atto di serietà, dopo che il Governo ha dato troppe dimostrazioni di incertezza, timor panico e lentezza di riflessi di fronte a circostanze così gravi e ad un allarme tanto diffuso nell'intero paese.
L'opposizione, sottoposta ad un fuoco di accuse pretestuose che dimostrano solo la cattiva coscienza di alcuni incapaci e la gestione sfilacciata dell'emergenza politica insorta nell'Adriatico, è pronta, come sempre, a fare la sua parte a tutela degli interessi comuni della nazione. Ma non si può chiedere a noi, che svolgiamo in Parlamento una funzione di controllo, garantita dalla Costituzione, di chiudere gli occhi e passare oltre, dopo ciò che è accaduto nella sera di venerdì scorso al largo delle nostre acque territoriali.
Signor Presidente del Consiglio, onorevoli colleghi, ci rendiamo conto del fatto che il Governo sia chiamato a fronteggiare difficoltà gravi nel tentativo di guidare il paese, la sua economia e le sue istituzioni verso un risanamento compatibile con le alleanze europee dell'Italia, e con il grande progetto di unificazione della moneta. Noi abbiamo scelto una linea di serio contrasto e di aperto conflitto ogni volta in cui abbiamo visto intaccate le guarentigie dell'opposizione e dunque i diritti del Parlamento, ma non abbiamo esitato un momento - poiché veniamo da un'antica prassi liberale - ad assumerci le nostre responsabilità nella gestione di politiche comuni in tutti i campi in cui ciò si è reso necessario, dalle riforme istituzionali alla drammatica emergenza dei conti dello Stato.
Il Governo ha avuto ed ha la fortuna di un'opposizione - come ha ricordato poco fa l'onorevole Fini - che non compie manovre sotterranee per organizzare ribaltoni, ma parla apertamente al paese ed alle forze politiche usando un unico linguaggio di verità e di fiducia nel futuro, oltre che di denuncia delle cose che non vanno. Ma dopo la fortuna, come insegna la parte migliore del pensiero politico di ogni tempo, occorre che il principe mostri la virtù, senza la quale nessuna fortuna è in grado di garantire successo nella conduzione dello Stato.
L'emergenza Albania è una tra le grandi emergenze che dobbiamo affrontare. Auspichiamo che anche in questa circostanza, così delicata per l'immagine internazionale dell'Italia, la maggioranza, spesso tenuta insieme più dall'avversione nei confronti del presunto nemico che dalla comunanza di un progetto, trovi almeno il coraggio, nelle sue forze più responsabili, di portare alle Camere le decisioni più urgenti ed indispensabili, condividendo con l'opposizione le informazioni e le valutazioni necessarie a prendere decisioni che appaiono obbligate.
È il momento di grandi e severe responsabilità. Una immigrazione clandestina incontrollata non è negli interessi di nessuno, nemmeno del popolo albanese, ed è preclusa dagli accordi di Schengen. Tanti cittadini onesti, frastornati da campagne assillanti e talvolta di chiaro sfondo allarmistico, desiderano che chi li governa sappia impedire, con una lungimiranza che purtroppo è finora mancata, l'importazione del caos e dell'insicurezza sociale.
Non conosco compatrioti, degni di questo nome, che predichino il rinnegamento del principio sacro del soccorso a chi ne necessita nel momento del bisogno. Aggredire le cause del caos albanese, cercando di ristabilire in quel paese le condizioni minime di pace civile occorrenti ad un sano ed ordinato sviluppo: questo bisogna fare. Per questo scopo avremmo dovuto fare meglio e di più nel recente passato, e comunque dovremo dare tutti, ora, un forte e convinto sostegno agli italiani in divisa che affronteranno la linea del rischio.
Il nostro augurio è che il metodo del dialogo, delle decisioni comuni scaturenti dall'incontro tra la funzione di governo, che spetta alla maggioranza, e quella di controllo, che spetta all'opposizione, possa


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ridare al paese quell'immagine, quell'energia, quella credibilità di cui abbiamo grande bisogno. Vi ringrazio (Applausi dei deputati dei gruppi di forza Italia, di alleanza nazionale, del CCD e misto-CDU).
PRESIDENTE. Ha facoltà di parlare l'onorevole D'Alema.
MASSIMO D'ALEMA. Signor Presidente, signor Presidente del Consiglio, onorevoli colleghi, credo che questa discussione valga ad esprimere, così come è avvenuto da parte di tutte le forze parlamentari del nostro paese, il senso profondo di partecipazione, di cordoglio e il turbamento di fronte ad una tragedia che è costata decine di vite umane e di cui sentiamo in parte il peso; non, io credo, il peso di una nostra diretta responsabilità, ma certamente quello di una responsabilità politica. Siamo noi l'America alla quale gli albanesi guardano; alla quale guardano con speranza come ad un paese vicino ed amico, come un paese che comunica loro modelli di vita, di consumo e magari anche il mito di un facile arricchimento.
A noi spetta una speciale responsabilità nel sostenere questo paese amico nel processo di costruzione di una democrazia moderna, di una economia efficace, di una convivenza civile degna di questo nome.
È giusto, dunque, che ci si interroghi se il nostro paese - il nostro paese, non soltanto questo Governo e ora - abbia svolto fino in fondo, nel passato ed oggi, il compito attribuito ed abbia esercitato questa responsabilità con un'azione costante ed efficace. Credo sia giusto, ripeto, interrogarsi su questo.
Ritengo che da questa terribile tragedia possa almeno scaturire un modo - spero non solo oggi - più civile ed umano di discutere dell'immigrazione.
Ho sentito pronunciare parole importanti; abbiamo letto parole importanti sui grandi giornali italiani in questi giorni, magari scritte in maniera critica verso di noi, verso la maggioranza, verso la sinistra (non ho colto spunti autocritici), ma non è vero ciò che è stato detto. La campagna secondo cui il nostro paese non era in grado di accogliere diecimila profughi, il senso di panico e di rifiuto, è stata alimentata da più parti, ma è sbagliata.
Ha ragione l'onorevole Berlusconi quando dice che ora un grande paese come l'Italia deve essere in grado di accogliere con serenità diecimila profughi senza che questo debba creare panico, sentimenti di rigetto, istinti razzisti, come è stato scritto sui giornali italiani da esponenti politici dell'opposizione: ho i testi, non voglio polemizzare.
L'onorevole Marini ha ricordato, molto efficacemente, posizioni parlamentari. Ho qui l'articolo del professor Marcello Pera: «Chiudere le frontiere, non siamo in grado di accogliere profughi». Non soltanto posizioni politiche hanno alimentato questa campagna, ma anche posizioni pubblicistiche, giornalistiche. Su uno dei giornali, la Repubblica, oggi più impegnati a chiedere alla sinistra che fine hanno fatto i suoi valori, pochi giorni fa potevamo leggere un approfondito editoriale dal titolo: «Chiudere la porta d'oriente», in cui le considerazioni di tipo umanitario, quelle che hanno ispirato finora una doverosa reazione di solidarietà e di accoglienza, devono cedere alle ragioni della sicurezza e dell'ordine pubblico. Una posizione certamente rispettabile, ma fortunatamente il Governo ha cercato di ottemperare le ragioni della solidarietà con quelle della sicurezza e dell'ordine pubblico ed anche di non farsi condizionare da una campagna che ha avuto questo segno e molti responsabili.
Oggi si parla diversamente e credo che questo sia un fatto positivo. Ritengo innanzitutto che il nostro compito non sia quello di garantire un accertamento delle responsabilità di ciò che è accaduto, poiché non è tollerabile neppure il sospetto che l'incidente in questione possa essere stato causato da scelte. Vogliamo conoscere, l'opinione pubblica vuole conoscere, è giusto. Bene ha fatto il Governo ad annunciare che non vi sarà nessun segreto militare e che si potranno conoscere quali ordini sono stati dati alla


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nostra marina militare ed in che modo è stata condotta questa delicata e difficile operazione.
Sappiamo che non è facile un'opera di dissuasione in mezzo al mare. Sappiamo altresì che esiste una notevole differenza tra il comunicare via radio o con un megafono e compiere manovre che possono avere un carattere intimidatorio e creare un pericolo.
Credo sia giusto conoscere fino in fondo la verità su come si sono svolti questi fatti, ma nello stesso tempo ritengo del tutto ingiustificata una campagna, perché non vera, che presenta il pattugliamento italiano come un blocco navale: abbiamo accolto tredicimila profughi, quale blocco navale! Le nostre imbarcazioni hanno soccorso navi militari o pescherecci albanesi che nei giorni scorsi rischiavano di affondare. D'altro canto è ovvio che fosse così, trattandosi di navi sovraccariche di centinaia e centinaia di profughi che sono stati tratti in salvo nel nostro territorio. Dobbiamo autopresentarci al mondo come paese che aggredisce o fa aggredire, quando invece non vi è il minimo dubbio che se nel basso Adriatico e nel canale d'Otranto non vi fosse stata la marina militare, la guardia costiera e la Guardia di finanza del nostro paese ci sarebbero stati centinaia e centinaia di morti nelle navi che stavano per affondare (Applausi dei deputati dei gruppi della sinistra democratica-l'Ulivo, dei popolari e democratici-l'Ulivo e di rinnovamento italiano): non alcune decine, ma centinaia e centinaia! Grazie all'opera dei nostri militari in pochi giorni sono stati salvati migliaia di profughi imbarcati su relitti incagliati o alla deriva. Dunque non blocco, né un'aggressione; né mi pare saggio ritirare le nostre navi, perché credo che le conseguenze, anche dal punto di vista umanitario, sarebbero catastrofiche come è immaginabile che sia per un esodo di questo tipo, condotto con cinismo, spesso da organizzazioni criminali che agiscono sui mezzi e sulle vie marittime. Ricordo che su un'imbarcazione di quindici metri vi erano centoventi persone: c'è da domandarsi non come non sia affondata, ma come stesse a galla: questa è la realtà!

MARCO TARADASH. Si sono suicidati!
MASSIMO D'ALEMA. Credo che la verità che vogliamo conoscere e sulla quale vogliamo condurre un'indagine severa, debba riguardare l'accertamento delle responsabilità: non possiamo nascondere questo quadro, questa reale drammatica situazione e l'azione che è stata condotta.
Ho sentito dire molte verità del giorno dopo. Si è cercato innanzitutto di fronteggiare un'emergenza umanitaria, di dare accoglienza ai profughi, oltre 13 mila (non un respingimento sistematico, dunque, perché solo 600 sono stati respinti); si è cercato di esercitare, di intesa con le autorità albanesi, una selezione che consentisse di individuare criminali ed evasi, per evitare che essi, per quanto possibile, si mescolassero ai profughi, si è avviata un'azione politica tendente non a sostenere né a rovesciare Berisha (questo non può essere pertinenza del Governo italiano) ma a favorire un'intesa tra le forze albanesi per governare una transizione democratica e per garantirla.
Si è chiesto dove fosse il PDS. Il PDS era lì; persino nei giorni drammatici dell'insurrezione, quando per le strade le persone giravano con i mitra, il responsabile internazionale del nostro partito era a Tirana, a discutere con le forze della sinistra di quel paese per incoraggiarle a concludere un accordo di unità nazionale per cercare una via d'uscita politica. Non ci siamo accorti ora di tutto questo, e siamo impegnati da tempo.
È del tutto evidente (vorrei dirlo a Bertinotti e ai compagni e agli amici di rifondazione comunista) che senza una presenza internazionale che garantisca gli aiuti umanitari e un minimo di ritorno all'ordine, che non a caso è invocata da parte del Governo di unità nazionale albanese, anche il processo democratico che deve portare entro pochi mesi a libere


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elezioni garantite internazionalmente non ci sarà. È per questo che trovo veramente incomprensibile la posizione. Qui non siamo alla vigilia di un intervento militare, ma siamo di fronte ad una richiesta del Governo albanese (alla quale - purtroppo, dico io - l'Europa e l'Italia sono state messe in condizioni di rispondere molto tardi a causa dei ritardi e delle inefficienze della comunità internazionale) volta a garantire un minimo di ordine e aiuti umanitari in una situazione talora dominata da bande armate criminali, nonché a tutelare una transizione democratica e libere elezioni. Dobbiamo tirarci indietro e dire che non siamo in grado? Dobbiamo dire che lo facciano altri perché l'Italia non è all'altezza? Questa sarebbe una disfatta per il nostro paese, della quale credo non ci possiamo assumere (almeno non noi) la responsabilità, oltre che un grave errore politico.
Signor Presidente del Consiglio, ho apprezzato molto ciò che lei ha fatto questa mattina; nessuno lo ha ripreso. È stato un atto importante, che ha posto rimedio a quello che è stato indubbiamente (lo dico in modo autocritico) un difetto di tempestività in queste ore. Non ho sentito nessun complesso e nessuna invidia. L'onorevole Berlusconi ha fatto bene a fare ciò che ha fatto. Sento che noi, Governo e maggioranza, abbiamo avuto un difetto di tempestività, di presenza (come negarlo?), ma questo non oscura il senso di un'azione politica in condizioni difficili e l'indicazione di una prospettiva per la quale bisogna agire.

PRESIDENTE. La ringrazio, onorevole D'Alema.
MASSIMO D'ALEMA. Credo che lei stamattina abbia fatto bene e su questa linea avrà il nostro sostegno... (Commenti dei deputati del gruppo della lega nord per l'indipendenza della Padania e di deputati del gruppo di forza Italia), e avrà il sostegno della maggioranza di questo Parlamento, spero anche della sua maggioranza perché, se non sarà così, chi negherà questo sostegno si assumerà una responsabilità politica molto grave (Applausi dei deputati dei gruppi della sinistra democratica-l'Ulivo, dei popolari e democratici-l'Ulivo e di rinnovamento italiano).
MARA MALAVENDA. Chiedo di parlare per un richiamo al regolamento.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
MARA MALAVENDA. Presidente, mi riferisco al mio precedente intervento. Lei mi ha detto che non era possibile un richiamo al regolamento perché era in corso una ripresa televisiva diretta per il question time. Ma l'ordine del giorno non recava questo, bensì lo svolgimento di interrogazioni sugli sviluppi della situazione albanese. Per questo mi ero permessa di chiedere di parlare per un richiamo al regolamento. Lo ritenevo giusto, in quanto alle mie ripetute richieste di intervenire nella discussione mi veniva negata la possibilità di prendere la parola. Ho sentito poi intervenire gli onorevoli Pivetti e Cito ed il presidente del gruppo misto, l'onorevole Paissan, mi ha detto che ciò era stato deciso dalla Presidenza.
Volevo quindi sapere sulla base di quali criteri questi colleghi potessero intervenire nel dibattito mentre non potevo farlo io, che lo chiedevo da alcuni giorni. Mi è naturalmente sembrata fuori luogo la sua ironia rispetto alla mia richiesta e ritengo di avere gli stessi diritti degli altri colleghi del gruppo misto. Rinnovo pertanto attraverso questo richiamo al regolamento la mia richiesta di intervenire sulla questione al nostro esame.

PRESIDENTE. Colleghi, vi prego di prendere posto. Onorevole Fassino, la prego. Onorevole De Mita, per favore.
Onorevole Malavenda, le cose stanno in questi termini: gli onorevoli Pivetti e Cito hanno presentato un'interrogazione ed hanno tempestivamente chiesto la parola prima dell'inizio della seduta; per questa ragione all'onorevole Pivetti, all'onorevole Paissan ed all'onorevole Cito la Presidenza ha assegnato due minuti perché potessero esprimere la loro posizione. Se lei avesse


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presentato un atto di sindacato ispettivo ed avesse chiesto di parlare prima dell'inizio della seduta avrebbe potuto intervenire anche lei. Lei non lo ha fatto; ha chiesto la parola nel corso della seduta e ciò non era possibile, perché i tempi del dibattito erano già stabiliti.
È così esaurito lo svolgimento di interrogazioni sugli sviluppi della situazione in Albania (Commenti del deputato Malavenda).

VITTORIO SGARBI. Chiedo di parlare per un richiamo al regolamento.
PRESIDENTE. Ne ha facoltà.
VITTORIO SGARBI. Intervengo per un meramente formale richiamo al regolamento, perché non ho nessuna nostalgia di non aver partecipato a questo così triste dibattito sulla questione albanese. Segnalavo al Presidente della Camera ed al segretario generale che forse c'è qualcosa di vero in quanto ha detto l'onorevole Malavenda, perché se risulta che l'onorevole Cito ha parlato avendolo richiesto al Presidente e avendo presentato un'interrogazione all'ultimo momento, io posso ricordare che ieri tempestivamente ho presentato ben due interrogazioni, una al Presidente del Consiglio e una al ministro della difesa, e vedo che esse sono state considerate inesistenti, non sono state pubblicate. Non chiedo nulla, ma attesto questo dato. Non riesco ad intendere perché, così come un deputato non può parlare, come è avvenuto alla Malavenda, un altro deputato non debba veder pubblicate sue interrogazioni, anche senza pretendere di parlare.
PRESIDENTE. Mi dicono che le sue interrogazioni sono arrivate stamattina.
VITTORIO SGARBI. No, le ho consegnato ieri pomeriggio alle ore 15.
PRESIDENTE. Mi dicono che sono arrivate stamattina. Comunque, le sue interrogazioni restano agli atti e potranno essere discusse più avanti.

Stefano Davidson

fonte http://leg13.camera.it/_dati/leg13/lavori/stenografici/sed173/s050.htm

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