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giovedì 30 maggio 2019

L'Italia "farà crollare le élite e rinascere gli stati nazionali". Parola di Bannon

L'Italia "farà crollare le élite e rinascere gli stati nazionali". Parola di Bannon

L'ex capo stratega di Trump intervistato da Libero: "In Italia primo governo di unità del mondo"


L'Italia "è diventato il paese di riferimento della rivolta nazional-populista contro le élite"; il "Reich" della cancelliera tedesca Angela Merkel "è finalmente prossimo alla caduta"; Donald Trump "continuerà a difendere gli interessi Usa nel mondo, ma basta con la Guerra fredda alla Russia"; Vladimir Putin, "un ex del Kgb che ha abbracciato la causa nazionale e la Chiesa ortodossa e perciò viene demonizzato dalle élite europee e americane; George Soros e "quelli come lui sono il nemico numero uno di tutti i populisti". Lo dice in una intervista a Libero Steve Bannon.

La fine dell'era Merkel

Secondo l'ex consigliere strategico della Casa Bianca il Consiglio europeo del 28-29 giugno scorso "ha ulteriormente acuito le tensioni interne all'Ue. La cancelliera Merkel vede scricchiolare il suo enorme potere, mentre in Italia abbiamo un governo per la prima volta populista". Potrebbe essere la linea di questo governo a cambiare la storia europea? "L'inizio della fine del regno della Merkel in Europa è ormai prossimo, mentre credo che la fine del suo regno in Germania sia già arrivata. La cancelliera è in guerra con il suo stesso partito, sta subendo un'emorragia di voti verso Alternative für Deutschland e non è stata in grado di ottenere un accordo reale nelle riunioni Ue della scorsa settimana".

"In Europa comanda solo chi agisce"

Per Bannon "è chiaro che in Europa comanda davvero solo chi agisce. Come Salvini in Italia, Orban in Ungheria, i leader di tutto il gruppo di Visegrad e persone come Seehofer in Germania" e "l'idea di avere confini forti e una leadership forte, come quella di Matteo Salvini e del governo populista italiano, sta avanzando ovunque". Bannon considera Matteo Salvini e Luigi Di Maio "persone incredibilmente intelligenti, politicamente abili e laboriose. Finché gli uomini di questi due partiti continueranno a lavorare nell'interesse del popolo italiano, non vedo perché dovrebbero avere problemi o perdere consensi nel prossimo futuro. Ma la Lega non pensi che la sua attuale popolarità dovrebbe portarla a richiedere elezioni anticipate. Credo che ciò che Lega e 5 Stelle hanno fatto sia storico: unire nord e sud, sinistra e destra, populisti e nazionalisti nel primo vero governo di unità del mondo". 
L'Italia "farà crollare le élite e rinascere gli stati nazionali". Parola di Bannon
 SkyTg24
 Steve Bannon
"La principale minaccia a partiti e governi nazionalisti populisti in Europa - avverte - non è Bruxelles, ma le ong e i loro apparati mediatici finanziati da George Soros, anni di supporto per l'assalto all'informazione libera. Ogni populista e ogni nazionalista in Europa dovrebbe individuare i propri nemici". Per l'ex consigliere di Trump, "non necessariamente si deve parlare di caduta dell'Ue. Si deve invece parlare degli Stati nazione e dei loro governi che lavorino nel migliore interesse della loro gente. Se la Commissione europea e il Consiglio dei ministri vogliono cambiare l'Ue, possono farlo e probabilmente così facendo la salverebbero. Ma ora sono intenzionati soltanto a creare un'Europa a loro immagine".
Conclusione sul suo ritorno in Italia: "Amo l'Italia, specialmente Roma. Tornerò molto presto e non vedo l'ora di immergermi nell'affascinante atmosfera politica, così come nella storia e nella cultura. L'Italia è il centro di questa rivolta nazionalista populista".

Dornbusch, Le Euro-Fantasie: La Moneta Comune Come Panacea


Foreign Affairs riporta questo celebre articolo del 1996 di Rudiger Dornbusch, economista della scuola di Chicago, allievo di Mundell. Dornbusch ricostruisce il contraddittorio percorso che stava guidando l’Europa verso l’unione monetaria (percorso in cui tutti falsarono le carte per l’adesione) e con notevole lungimiranza previde molti aspetti di quello che sarebbe successo: dalla BCE che diverrà prolungamento della Bundesbank all’abdicazione di sovranità dei paesi membri, allo scaricarsi delle tensioni macroeconomiche sul mercato del lavoro una volta abolito il meccanismo del cambio nominale .
Sebbene il trattato di Maastricht sia basato su molta dell’ideologia che Dornbusch condivide (si vedano l’elogio della banca centrale indipendente e delle riforme strutturali supply-side), le sue parole conclusive “se mai ci fosse una cattiva idea, l’euro lo è” sono il suggello della causa della crisi che stiamo vivendo.
di Rudiger Dornbusch, 1996
Per quasi 50 anni, l’Europa è stata su un percorso di sempre più ampia e profonda integrazione. Per tutto questo tempo, la Germania si è costruita una reputazione come campione mondiale della moneta forte rispetto alla quale il marco tedesco si erge come suo monumento. La proposta di unione monetaria per creare una moneta comune in Europa unisce questi due filoni: l’Europa ottiene l’integrità monetaria tedesca, e la Germania si fonde con l’Europa.
Il Trattato di Maastricht, concluso nel dicembre 1991, è l’accordo pre-nuziale per questo matrimonio. Tuttavia, sulla strada verso l’unione incombono di gran lunga più dubbi che gioia. Sono ancora in questione i benefici che ne derivano, l’idoneità dei partner, e le relazioni con soggetti esterni. Queste domande sono particolarmente acrimoniose perché le strette scadenze (vedi pag. 112) per la conversione in una valuta comune distruggono le illusioni, così come fa la scarsa prestazione economica dell’Europa. L’Europa ha 18 milioni di disoccupati, e nessuno sa cosa fare con loro. Il Cancelliere tedesco Helmut Kohl, l’industria tedesca, e le banche tedesche concordano tutti che la moneta comune, prevista dall’Unione Monetaria Europea (UEM), è un dovere. I promotori dell'”unione sociale” sono ugualmente ansiosi; vedono l’integrazione come un modo per migliorare un sistema economico che essi considerano avere troppa concorrenza e troppo poca giustizia sociale.
Coloro che mettono in dubbio la spinta verso una moneta comune europea includono i falchi monetari, cioè la maggior parte della popolazione della Germania e la sua banca centrale, la Bundesbank; sono esclusi gli spettatori, come i paesi dell’Europa centrale; e gli spettatori benevoli negli Stati Uniti. I potenziali partner che nella UEM vivono finanziariamente alla giornata – Francia, Italia, Spagna – fanno il tifo per l’unione monetaria. Essi credono ancora che sia una cura miracolosa per la finanza pubblica marcia e generazioni di moneta svalutata, ma stanno anche trasalendo poiché sono pesati per la corsa verso la meta di Maastricht. Nel frattempo, la Gran Bretagna sta cercando la sua anima. Il partito laburista è saggiamente ben disposto verso l’unione monetaria – una strategia sicura e pragmatica con cui fare a pezzi i conservatori.
La realizzazione di una moneta comune viene propagandata come l’evento europeo del secolo anche se la sua reale incidenza è in dubbio. La UEM potrebbe creare un’Europa potente e vigorosa, politicamente ed economicamente coesa e finanziariamente abbastanza forte da far impallidire gli Stati Uniti e il dollaro. O potrebbe rivelarsi un non-evento. Poi di nuovo, i mercati finanziari potrebbero spazzarla via prima ancora che inizi, o i burocrati conta-fagioli potrebbero strangolarla con la rigida applicazione dei test di Maastricht (vedi pag. 112), escludendo così i partner inadatti a consumare l’unione. Lo scenario più probabile è che l’UEM si farà, ma non metterà fine ai problemi valutari europei né risolverà il suo problema di prosperità. Le euro-fantasie immaginano la UEM come una panacea, o almeno un passo fondamentale verso la realizzazione di un’Europa meraviglioso – politicamente, culturalmente, economicamente, socialmente, economicamente. Non trattenete il respiro.
L’Unione Monetaria Europea in prospettiva
Negli ultimi mesi, la probabilità a favore di Unione monetaria europea sono aumentate. Il punto di svolta è stato senza dubbio il successo del governo francese nel respingere l’opposizione dei lavoratori e nel far accettare la maggior parte dei tagli del bilancio pubblico. La Francia ha anche spinto i tassi di interesse al di sotto dei livelli tedeschi, dimostrando che, nel contesto della UEM la Francia potrebbe essere un paese a valuta forte. Le prestazioni hanno impressionato Kohl e lo hanno reso confidente che la Germania e la Francia potrebbero perseguire insieme l’unione monetaria.
Così la UEM è passata dall’essere una cattiva e improbabile idea all’essere una cattiva idea che sta per diventare realtà. L’alta disoccupazione, la bassa crescita, il disagio verso uno stato sociale che non è più conveniente – tutti questi problemi hanno trovato una nuova speranza di risoluzione in un disperato tentativo di moneta comune, come se questa potesse affrontare i problemi reali dell’Europa. Al contrario, il duro lavoro per raggiungere una moneta comune, soddisfacendo gli esigenti criteri di Maastricht per l’ammissione nella UEM, si sta aggiungendo all’onere di una già mal gestita Europa. La lotta per raggiungere l’unione monetaria con la formula di Maastricht può essere ricordata come una delle battaglie più inutili della storia europea. I costi per arrivarci sono grandi, i vantaggi economici minimi, e le prospettive di delusione maggiori.
All’inizio, l’integrazione europea è stata una mossa storica per mettere insieme Germania e Francia e quindi evitare le guerre ricorrenti che hanno afflitto questo secolo. Poi gli integrazionisti europei hanno sviluppato ambizioni più grandi – la creazione di un mercato comune senza ostacoli agli scambi di beni e servizi o alla circolazione delle persone. L’Unione monetaria è stato vista come il passo successivo sulla strada verso l’unione piena. Proprio mentre quel programma viene attuato, il cerchio dei candidati per l’inclusione nell’Unione europea (UE) si allarga, il disincanto pubblico cresce, e le contraddizioni tra allargare il cerchio e rendere più stretta l’integrazione dei membri diventano più evidenti. Kohl ha riconosciuto che a meno che non spinga con forza verso l’UEM, il concetto si perderà per strada, e non è il solo. Anche i francesi vogliono la UEM. La loro ragione sicuramente non è costruire ponti che evitino conflitti futuri – la Germania e la Francia ormai sono legate quanto gli Stati Uniti e il Canada. La ragione è che nessun ministro delle finanze francese osa andare a letto senza sapere dove finirà il franco la mattina successiva. L’Unione monetaria consentirà loro un buon sonno, il primo in un decennio. E poi ci sono tutti gli altri candidati che stanno cercando di ottenere un po ‘di credibilità per le politiche di bilancio e i tassi di cambio e che non ci riusciranno senza l’adesione: Irlanda, Belgio, Paesi Scandinavi, Italia e Spagna.
Entro aprile 1998 saranno prese le decisioni sui membri chiave; a partire dal 1999 le monete saranno ancorate tra loro; entro il 2002 ci sarà solo la nuova moneta, l’Euro. Ma questa non sarà la fine della storia. I rapporti frustranti tra i paesi inclusi ed quelli esclusi comprometteranno la maggior parte del vantaggio dell’adottare una moneta comune.
Cancellare gli ostacoli
Non c’è praticamente nessun paese, incluse Germania e Francia, il cui bilancio oggi soddisfi i criteri di Maastricht. Di conseguenza, tutta l’Europa si sta tuffando contemporaneamente nei tagli di bilancio e probabilmente subirà un rallentamento economico. Tali riduzioni sono appropriate anche senza UEM, ma la loro tempistica e dimensione verranno aggiunte al suo costo finale, l’arresto della crescita, ed aumenterà la disoccupazione. Le autorità monetarie di questi paesi non hanno dimostrato alcuna volontà di adattarsi a queste conseguenze. Hanno il loro proprio fine di tenersi aderenti ai criteri fino all’ultimo momento previsto dal programma, in tal modo modellando l’atteggiamento “giusto” per la nuova banca centrale europea. La combinazione di politica monetaria eccessivamente restrittiva e tagli di bilancio determinati suggeriscono tempi dure a venire per l’Europa.
Un problema ancora più importante è ciò che accade a coloro che non possono o non vogliono far parte dell’unione monetaria. La Gran Bretagna ha mostrato una certa avversione per la piena inclusione. Il pragmatismo britannico si ferma alla proposta di inflation targeting come  legame comune. Unirsi al culto monetario è troppo.
L’Italia, con la sua moneta sottovalutata, pone un altro problema. La Francia vuole l’Italia dentro in modo che un ulteriore deprezzamento competitivo diventi impossibile. Ma una volta che l’Italia è dentro, con una moneta apprezzata, il paese sarà presto di nuovo alle corde, proprio come nel 1992, quando la sua valuta è stata attaccata. La questione di chi rimane “fuori” si riduce ad una semplice domanda: cosa può essere offerto a Gran Bretagna e Italia per indurle a entrare nel club UEM? La difesa illimitata e incondizionata delle loro valute da parte della Germania è una ricompensa sufficiente per l’Italia. Com’era prevedibile, la Germania è assolutamente riluttante a prendere questa offerta, lasciando la Francia con il broncio dietro le quinte. Tutti stanno aspettando e sperando che l’Italia e la Gran Bretagna, le valute deboli quando il Trattato di Maastricht è stata varato nel 1992, si faranno un punto d’onore nel dimostrare che sono europei, vogliono essere paesi a moneta forte, e faranno le flessioni necessarie per aderire. Non aspettate la Gran Bretagna; il governo laburista ha così tanti problemi a casa propria con la proposta di Carta Sociale quanti ne ha con la Banca Centrale Europea.
Assumendo che la UEM sia una conclusione scontata, rimangono questioni vitali sul fatto che l’inclusione sia la scelta giusta per le varie parti, sulla capacità di produrre benefici economici, sul ruolo che ci si attende dalla Banca centrale europea, e sulla quantità di membri sovrani della UEM che abbandoneranno.
Tagliare
Senza la Germania e la Francia, naturalmente, non ci sarà alcuna UEM. Per la Germania, la UEM è un passo politico che riflette la convinzione profondamente radicata che la stabilità interna richiede un legame indissolubile con la Francia; nient’altro conta in questo contesto. Pochi nord-europei sostenitori della UEM perdono il sonno per l’esclusione della Grecia, del Portogallo, anche dell’Italia o della Spagna. Supponendo che Francia e Germania siano i fondatori, come faranno a strutturare il dibattito sul soddisfare i criteri di Maastricht? Dove tracceranno la linea di demarcazione tra i paesi “in” e “out”?
La condizione finanziaria attuale della maggior parte dei paesi europei suggerisce che una lettura restrittiva dei criteri di Maastricht definisce rapporti di debito-PIL e deficit-PIL troppo alti. Inoltre, l’eccessivo ottimismo sulla forza della ripresa economica nel 1997 è dilagante. Senza una solida ripresa, i numeri del disavanzo di tutti sembreranno molto peggiori, e le prospettive di soddisfare il requisito di Maastricht di un disavanzo inferiore al tre per cento del PIL saranno fioche. I politici possono non essere in grado di permettersi di lasciare che il mercato si agiti su queste domande per i prossimi due anni. Uno scenario più probabile e pratico è che sarà fatta l’assunzione che Francia, Germania, e un piccolo gruppo di nazioni stiano procedendo verso l’unione monetaria. Questi stenderanno un impegnativo programma triennale di aggiustamento di bilancio che li metterà dentro gli obiettivi di Maastricht entro il 1998. Ciò servirà come giustificazione perché questi paesi possano truccare un po’ i conti sui rigidi criteri per l’ingresso nella UEM.
Quali altri paesi avranno il permesso di falsificare i conti? Il Belgio non può passare neanche un test truccato a meno che il suo debito non sia cancellato; al momento ha due volte l’indebitamento massimo consentito dal trattato di Maastricht. C’è un interessante precedente nel sovra-indebitamento e nella crisi di finanziamento del paese nel 1926. In un consolidamento forzato, il Belgio ha ceduto le ferrovie nazionali agli obbligazionisti, un approccio che l’abbondanza di imprese pubbliche belghe consentirebbe oggi. Il Belgio è un partner nord-europeo prediletto e dalla moneta forte, che dovrebbe richiedere alcune concessioni speciali.
L’Italia è sicuramente fuori dalla lista dei primi candidati, anche se l’industria tedesca e francese vogliono mettere la concorrenza italiana al guinzaglio impedendo il deprezzamento competitivo della moneta. Il fatto è che non possono; l’Italia ha un debito e livelli di deficit così alti che non potrebbero essere ripuliti abbastanza da passare il controllo tedesco per l’ingresso nella UEM alla prima ondata.
Vi è una questione di primaria importanza nel dibattito tra chi sta dentro e chi sta fuori. L’Unione monetaria è come il matrimonio tra partner con patrimoni molto disuguali. Gli accordi prematrimoniali sono naturalmente la regola e devono essere seguiti attentamente. Ma quando la passione è scomparsa, gli accordi valgono ancora. Nel plasmare l’accordo, gli obbligazionisti tedeschi, che hanno più da perdere, vengono per primi. Mentre la Francia ha oscillato tra moneta forte e debole, la Germania ha costruito una forte e coerente coalizione tra obbligazionisti e la Bundesbank. Kohl farebbe un grosso errore se minacciasse gli obbligazionisti, che sono risparmiatori e che temono, quando non ricordano, una valuta deprezzata. Per questo motivo, l’Italia non sarà uno dei partecipanti alla prima ondata, dal momento che gli obbligazionisti tedeschi la vedono (a torto o a ragione) come l’incarnazione della delinquenza monetaria. Un caso credibile per truccare il programma di Maastricht può essere fatto per la Germania e la Francia, ma non per i paesi con reputazioni fiscali negative.
Se ci sono quelli che sono dentro e quelli che sono fuori, cosa è meglio essere? Per l’Italia, essere fuori è chiaramente migliore all’inizio. Poiché i francesi sono angosciati dalla competitività italiana e temono un altro giro di svalutazioni competitive, sono disposti a fare offerte per aiutare l’Italia salire a bordo. Per l’Italia, la chiave per prendere impegni sul cambio sarà un’offerta dalla Germania di “incondizionato e illimitato intervento” a sostegno della lira. L’inferno si congelerà prima che ciò avvenga. Eppure l’Italia potrebbe guadagnare dal manifestare interesse nel diventare membro della UEM; facendolo otterrebbe un aiuto nella inevitabile lotta del paese col proprio bilancio. Più importante, una richiesta pubblica per l’adesione è un segnale agli investitori sulle intenzioni economiche dell’Italia, che aiuta a ridurre i tassi di interesse e a migliorare il bilancio.
Se la Germania e la Francia come previsto daranno inizio alla UEM, seguirebbe un processo strutturato per integrare chi rimane fuori. Ma poiché la Germania non offrirà garanzie sul cambio, gran parte del peso cadrebbe su chi rimane fuori, che dovrà esporre i propri programmi di convergenza e fare il lavoro. L’Italia sarà esortata a consolidare la propria finanza pubblica. Londra si sentirà messa sotto pressione dalla prospettiva di perdere grandi quantità di attività finanziarie a favore di Francoforte. Come la UEM entrerà in corso, la pressione su chi rimane fuori aumenterà perché la loro inclusione è essenziale per il successo finale della UEM. Per sbandati come la Gran Bretagna, che sono indifferenti o schizzinosi, la strategia sarà quella di alzare la posta. Per i finanziariamente corrotti, aspiranti membri come l’Italia, sarà quella di spingere più forte.
La UEM è una questione particolarmente difficile per i paesi dell’Europa orientale. Essi sono su una rotta di lenta integrazione nell’Unione europea, ma rimangono finanziariamente deboli. Se la UEM fosse un meccanismo di integrazione, l’inclusione precoce potrebbe essere critica. Ma questo aspetto della UEM è esagerato. Un’opzione per i paesi che rimangono fuori come la Repubblica ceca e la Polonia sarebbe l’adozione dell’euro come moneta nazionale, proprio come l’Argentina ha effettivamente fatto con il dollaro. Una tale mossa potrebbe aiutare la stabilità finanziaria, ma sarebbe ottenuta a costo di perdere il tasso di cambio come strumento di regolazione.
Benefici e problemi
Qualunque cosa abbia convinto nel 1991 i leader europei ad individuare la moneta come veicolo chiave di integrazione politica, è una scelta sbagliata. La moneta nel migliore dei casi è apolitica, e la Banca centrale europea conseguirà questo. Lasciando da parte i vantaggi politici, se ce ne sono, dell’integrare le valute, possono essere ottenuti vantaggi economici? La UEM è diversa dall’importantissima unione doganale e dal brillante schema che mira al completamento del mercato interno. Queste iniziative sensazionali hanno portato incentivi per trasformare il mercato europeo, disperatamente non competitivo e segmentato come era, in una grande unità. L’immaginazione è stata catturata dal vasto e altamente competitivo mercato degli Stati Uniti, e l’iniziativa era sia coraggiosa che degna. La UEM ha poco di tutto questo.
L’integrazione monetaria porterà due vantaggi, in due modi. In primo luogo, l’eliminazione degli scomodi cambi di valuta renderà le transazioni più convenienti e ridurrà i costi dei pagamenti. In secondo luogo, la volatilità dei tassi di cambio sarà ridotta, a zero nei fatti, e le imprese potranno commerciare e investire meglio attraverso le frontiere intra-europee. Ma di per sé un mercato unico non significa integrazione dei mezzi di pagamento. Il valore di un euro a Barcellona non sarà necessariamente calcolato alla pari a Berlino fino a che e a meno che il sistema di trasferimento, simile alla rete interbancaria della Federal Reserve degli Stati Uniti, sia accompagnato dall’obbligo di cancellare tutti i controlli alla pari. Tale obbligo, che proteggerebbe dagli addebiti rigorosi e variabili delle banche oligopolistiche, è di vitale importanza per le imprese.
I guadagni minori derivanti dalla stabilità dei tassi di cambio tra marco tedesco e franco potrebbero essere più che compensati dalla maggiore volatilità dei tassi verso mercati e investitori esterni. Se così fosse, l’integrazione commerciale sarebbe catturata da chi è dentro a discapito di chi è fuori in Europa e del resto del mondo, dall’Europa orientale fino agli Stati Uniti. Tuttavia, non ci sono prove che la volatilità delle valute, bassa come è stata, sia un ostacolo al commercio. Di conseguenza, la ridotta volatilità tra chi è dentro non cambierà molto il panorama del commercio e degli investimenti in Europa. Nel frattempo, può essere usata per mettere pressione a paesi come la Gran Bretagna ad entrare o uscire davvero.
L’Europa, governata da una valuta, fare fondamentalmente meglio? Il punto di vista francese è decisamente positivo: se l’Italia non può svalutare più, non può rubare posti di lavoro francesi. Così, per la Francia, una moneta unica è ottima. Ma il suo entusiasmo si basa su un errore, perché ciò che è in questione è il tasso reale di cambio rettificato per i costi. Se il tasso di cambio nominale non può cambiare, per equilibrio il tasso reale deve cambiare. Aspettatevi che siano salari e prezzi a fare il lavoro. I francesi possono avere ragione di credere che è molto più difficile fare aggiustamenti grazie alla deflazione che grazie alla svalutazione. Ma questa è una magra consolazione.
Nei paesi con salari molto flessibili, il regime di cambio fa poca differenza. Nei paesi con mercati del lavoro rigidi, come la maggior parte di quelli europei, i tassi di cambio flessibili sono importantissimi. La critica più grave alla UEM è che abbandonando gli aggiustamenti dei tassi di cambio viene trasferito al mercato del lavoro il compito di regolare la competitività e i prezzi relativi. Senza flessibilità salariale, il processo di aggiustamento è vanificato; predomineranno le perdite di produzione e di occupazione (e la pressione sulla Banca centrale europea per reflazionare). Il costo prevalente di un’area monetaria integrata è che i tassi di cambio nominali scompaiono come meccanismo di adeguamento. Se una regione va in declino, per esempio, perché le sue esportazioni diventano obsolete, la deflazione deve prendere il posto della svalutazione. Se una regione vive un boom, per esempio, perché ha ricerca, istruzione, e prestazioni commerciali superiori, l’inflazione prende il posto dell’apprezzamento della valuta.
I tassi di cambio come strumento di regolazione hanno una buona storia, malgrado Messico e America Latina. Forzando gli aggiustamenti sul mercato del lavoro, il mercato europeo con la peggiore prestazione, è destinato a fallire. Nelle regioni arretrate la disoccupazione aumenterà, così come i problemi sociali e le recriminazioni sull’integrazione. Se i tassi di cambio sono abbandonati come strumento economico, qualcos’altro deve prendere il loro posto. I promotori di Maastricht hanno soltanto accuratamente evitato di dire chiaramente ciò che potrebbe essere. La risposta è un mercato del lavoro competitivo, ma è una parolaccia nell’Europa dei welfare sociali.
La UEM e la sovranità
La creazione di una unione monetaria europea non è una parte naturale del processo di regolazione della sovranità a favore di un’Europa più integrata. Non è un primo passo, con la politica estera e di difesa che naturalmente seguono subito dopo. Al contrario, la moneta depoliticizzata è l’ambizione di tutto il mondo. La creazione di una banca centrale indipendente in Nuova Zelanda o in Cile è in gran parte equivalente alla creazione di una Banca Centrale Europea. L’intento è quello di trasferire la regolamentazione della moneta da legislatori miopi e politicamente vulnerabili a dirigenti cauti che hanno lunghi orizzonti temporali e sono responsabili solo per ciò che realizzano.
In una banca centrale europea, la gestione del denaro verrebbe tolta alle autorità nazionali. Anche se la gestione della moneta fosse già istituzionalizzato in modo adeguato, come in Germania, sarebbe semplicemente spostata di un livello ad un livello europeo. Per molti paesi europei, questo sarebbe l’unico modo per liberare le proprie banche centrali dall’influenza politica – trasferendole letteralmente in una singola casa fuori città. Per altri, sarebbe solo un movimento laterale, da un organismo indipendente che affianca la Germania ad un altro che la ingloba. Il punto è: banche centrali valide sono apolitiche, e più sono apolitiche meglio è. Questo è tutto ciò che è una Banca Centrale Europea. Ed è per questo che la UEM non è un trasferimento di sovranità verso la moneta, ma una abdicazione a livello europeo.
La gestione della moneta da parte di una banca centrale, naturalmente, è diversa dalle politiche di difesa ed estera, che sono intrinsecamente politiche. Nelle politiche di difesa ed estere, i cittadini generalmente vogliono la pace (la maggior parte del tempo), ma questo è il punto in cui la concordia finisce. Il compito è riconciliare obiettivi, punti di vista, tradizioni e culture nazionali che confliggono. Nella gestione della moneta, tutti vogliono la stessa cosa – la moneta stabile. Così nella difesa e in politica estera, il trasferimento della sovranità significa rinunciare a qualcosa di reale e prezioso. Cedere la gestione della moneta a livello nazionale è soltanto calciare via una cattiva abitudine! La differenza non potrebbe essere maggiore.
[Dornbusch, uno dei maggiori esponenti della scuola di Chicago, ha una visione della banca centrale indipendente di impostazione strettamente monetarista e si rifa all’ipotesi che esista un optimum economico determinabile tecnicamente e perseguibile da una struttura tecnocratica svincolata dalla politica; tale visione oggi è pesantemente messa in dubbio anche a livello accademico, poiché la “gestione della moneta” è fatto essenzialmente politico determinando la distribuzione delle risorse economiche all’interno della comunità nazionale, NdVdE]
La Banca Centrale e l’ortodossia
Gli italiani sognano che la banca centrale europea renderà loro la vita più facile di quanto faccia la Bundesbank oggi. Per i tedeschi la prospettiva è un incubo. Le loro paure sono ingiustificate. E’ certo che la nuova banca centrale si affermerà sin dall’inizio come una continuazione diretta della banca centrale tedesca, l’attuale colonna dell’ortodossia monetaria europea. Questo risultato è assicurato dalle strette regole del gioco ma ancor più da altri fattori. Quelli selezionati per il consiglio di amministrazione di una banca centrale, sotto i riflettori dell’attenzione pubblica, subito diventano conservatori, come è regolarmente avvenuto presso la Federal Reserve statunitense. Poiché i paesi membri vorranno inoltre che i loro rappresentanti siano influenti, la Banca centrale europea rischia di essere composta da prestigiosi conservatori. Di primaria importanza sarà il Presidente del consiglio direttivo, che traccerà la rotta della banca senza avere precedenti in atto. Se, come sembra ormai probabile, Willem Duisenberg della banca centrale olandese sarà a capo della Banca Centrale Europea, la garanzia della moneta forte è scolpita nella pietra. Dopo tutto, Duisenberg ha talvolta espresso il timore che la Germania potrebbe diventare monetariamente debole!
E’ evidente che la banca centrale europea avrà un buon punto di partenza, se si misura col mantenere i tassi di interesse elevati e l’inflazione bassa. Il guaio è che l’Europa per allora potrebbe essere nei guai: tagli di bilancio accelerati combinati con una banca centrale forte guidata dalla Bundesbank implicano problemi. Purtroppo, le banche centrali in Europa non accettano che i tagli del bilancio richiedano una politica monetaria accomodante. Ciò significa che l’Europa da qui al 2000 non può aspettarsi molta crescita. La nuova moneta europea, lungi dal creare prosperità, potrà alla fine essere accusata per un periodo di scarso rendimento. Se le banche centrali nazionali attuali si adattano con un allentamento della politica monetaria, la crescita può andare avanti in armonia e senza ostacoli. Se le banche centrali interpretano male il loro ruolo, il taglio del deficit terminerà con una debacle recessiva, e la UEM sarà accusata per questo.
Una UEM migliore
Nello stabilire i criteri di Maastricht, i politici si concentrarono sull’evitare l’inquinamento degli obiettivi della banca centrale da parte delle posizioni deboli di bilancio dei paesi membri. Alto debito e deficit, da questo punto di vista, sono un invito alla monetizzazione e a “reflazionare via” i problemi fiscali. All’estremo, i dipartimenti del Tesoro vanno direttamente alle banche centrali per avere spazio. La separazione delle due istituzioni è del tutto appropriata. Così come lo è l’attuale enfasi su deficit minori, se non altro per i vasti impegni pensionistici non finanziati all’orizzonte. Ma è anche vero che il ragionamento di escludere i paesi ad alto debito e ad alto deficit in quanto minacce per l’integrità di una Banca centrale europea possono essere utilizzati contro i paesi ad alta disoccupazione. In questi paesi, plausibilmente, i politici si rivolgono ad una banca centrale per chiedere aiuto – un po’ più di soldi, qualche posto di lavoro in più. L’incentivo a reflazionare è lo stesso nella creazione di posti di lavoro; reflazionare via il debito è altrettanto facile come reflazionare via la disoccupazione. Né può funzionare, ma il tentativo o l’attesa di un tentativo sarà controproducente.
L’implicazione è che la UEM dovrebbe includere un tetto di disoccupazione a titolo definitivo. I paesi con, ad esempio, più del sei per cento di disoccupazione strutturale non dovrebbero essere membri. Essi dovrebbero essere tenuti a intraprendere le politiche strutturali e macroeconomiche (compresi l’allentamento dei regolamenti economici, la riduzione delle indennità eccessive, ecc) che portano la disoccupazione a livelli che non sono una minaccia per la Banca centrale europea. Se i requisiti di Maastricht fossero stati strutturati in questo modo, avrebbero avviato una rivoluzione dal lato dell’offerta. I paesi metterebbero tutto se stessi per creare posti di lavoro con la deregolamentazione anziché nel distruggere posti di lavoro con la tassazione. Purtroppo, anche se la logica è impeccabile, la buona economia dell’Europa non ha ancora raggiunto il mercato del lavoro.
Sperimentare una nuova moneta è una cattiva idea in un momento in cui l’Europa deve affrontare la dura realtà della soppressione dello stato sociale, del reinserimento di milioni di disoccupati in una normale vita lavorativa, della deregolamentazione delle economie stataliste-corporative, coltivando il lato dell’offerta della sua economia, e integrando l’Europa centrale. La nuova moneta crea vantaggi insignificanti nella migliore delle ipotesi, mentre scoraggia gli aggiustamenti e limita la cooperazione pragmatica. Da fuori dell’Europa, una moneta comune e gli sforzi necessari per ottenerla sono visti come passi indirizzati profondamente male e fuori tempo che renderanno l’Europa un anello debole dell’economia mondiale.
Anche se approvano l’evoluzione di un mercato comune europeo, gli Stati Uniti sono impauriti dalla UEM. Il primo è stato visto come un contributo alla prosperità e in tal modo alla stabilità politica. La seconda è vista come portatrice di un alto rischio di contribuire alla recessione e quindi a guai politici, che sono sempre stati costosi per il mondo. Gli europei, con i loro Euro-occhiali rosa, non vedono questa prospettiva. Lo scetticismo degli Stati Uniti deriva dalla convinzione che legare le valute forza altrove l’aggiustamento, con conseguenti alti tassi di interesse e alti tassi di disoccupazione. Avendo vissuto questo quando il dollaro era sopravvalutato negli anni ’60, gli Stati Uniti non sono mai stati un fan del tasso fisso. Osservare le ricorrenti crisi valutarie in Europa negli anni ’80 ha rafforzato questo parere. Gli Stati Uniti hanno una notevole flessibilità nelle istituzioni sia dei salari che del mercato del lavoro. Con tali accordi, concettualmente, potrebbero entrare in un regime di cambi fissi. L’Europa non ha né salari flessibili né mercati del lavoro che funzionano, ma ha già la disoccupazione di massa. La UEM si aggiungerà a questo, sia nel percorso di ingresso che una volta che il sistema sia intrappolato in tassi fissi tra paesi notevolmente divergenti. Se mai ci fosse una cattiva idea, la UEM lo è.

mercoledì 29 maggio 2019

Bilderberg 2019


L’edizione 2019 dell’esclusivo Bilderberg Meeting si svolgerà presso l’Hotel Montreux Palace nella città svizzera di Montreux da giovedì a domenica.
Tra gli invitati, il ministro delle finanze svizzero Ueli Maurer, il ministro dell’economia francese Bruno Le Maire, il capo della Democrazia cristiana tedesca, Annegret Kramp-Karrenbauer e l’amministratore delegato Crédit-Suisse Tidjane Thiam tra gli altri.
Secondo il quotidiano svizzero Tages Anzeiger, anche il segretario di Stato americano Mike Pompeo sarà tra i partecipanti, anche se non è nella lista degli ospiti ufficiali sul sito Web del Bildberg.
Il giornale svizzero riferisce che Pompeo siederà con Ueli Maurer. I due hanno la possibilità di discutere della situazione in Iran.
Tuttavia, il ministero delle finanze svizzero ha dichiarato al The Local che martedì non è stato previsto alcun incontro tra Pompeo e Maurer.
Il talk-fest annuale del Bilderberg, che risale al 1954, presenta una lista di ospiti di circa 130 persone provenienti dall’Europa e dal Nord America, inclusi tutti, dai reali ai magnati del business e accademici.
Un affare altamente segreto senza un programma fisso, il Bilderberg Meeting e` un incontro annuale dove i potenti decidono per le sorti del pianeta a porte chiuse.
Tuttavia, gli organizzatori sostengono che la natura privata dell’evento dà ai partecipanti la possibilità di tenere discussioni informali su questioni importanti.
Gli argomenti di discussione di quest’anno includono i cambiamenti climatici e la sostenibilità, la Brexit, la Cina, la Russia, il futuro del capitalismo e i social media.
Secondo il sito web ufficiale del Bilderberg, le discussioni si svolgono secondo la Chatham House Rule, il che significa che i partecipanti possono utilizzare qualsiasi informazione che ricevono durante la riunione ma non possono rivelarne la fonte.
Quest’anno sarà la seconda volta che si terrà la riunione del Bilderberg in Svizzera. Nel 2011, si è tenuto a St Moritz nel sud-est del paese.
LISTA 2019:
BOARD:
Castries, Henri de (FRA), presidente, comitato direttivo; Presidente, Institut Montaigne
Kravis, Marie-Josée (USA), Presidente, American Friends of Bilderberg Inc .; Senior Fellow, Hudson Institute
Halberstadt, Victor (NLD), presidente della Fondazione Bilderberg Meetings; Professore di Economia, Università di Leida
Achleitner, Paul M. (DEU), Treasurer Foundation Bilderberg Meetings; Presidente Supervisory Board, Deutsche Bank AG
PARTECIPANTI
Abrams, Stacey (USA), fondatore e presidente, Fair Fight
Adonis, Andrew (GBR), membro della Camera dei Lord
Albers, Isabel (BEL), direttore editoriale, De Tijd / L’Echo
Altman, Roger C. (USA), fondatore e presidente senior di Evercore
Arbor, Louise (CAN), consulente senior, Borden Ladner Gervais LLP
Arrimadas, Inés (ESP), leader del partito, Ciudadanos
Azoulay, Audrey (INT), direttore generale, UNESCO
Baker, James H. (USA), Direttore, Office of Net Assessment, Office of the Secretary of Defense
Balta, Evren (TUR), professore associato di scienze politiche, Università di Özyegin
Barbizet, Patricia (FRA), presidente e CEO, Temaris & Associés
Barbot, Estela (PRT), membro del Board e Audit Committee, REN (Redes Energéticas Nacionais)
Barroso, José Manuel (PRT), Presidente, Goldman Sachs International; Ex presidente, Commissione europea
Barton, Dominic (CAN), Senior Partner ed ex Global Managing Partner, McKinsey & Company
Beaune, Clément (FRA), Consigliere per l’Europa e G20, Ufficio del Presidente della Repubblica di Francia
Boos, Hans-Christian (DEU), CEO e fondatore, Arago GmbH
Bostrom, Nick (UK), direttore, Future of Humanity Institute, Oxford University
Botín, Ana P. (ESP), presidente esecutivo del gruppo, Banco Santander
Brandtzæg, Svein Richard (NOR), Presidente, Università norvegese di scienza e tecnologia
Brende, Børge (NOR), Presidente, Forum economico mondiale
Buberl, Thomas (FRA), CEO, AXA
Buitenweg, Kathalijne (NLD), deputato, partito verde
Caine, Patrice (FRA), Presidente e CEO di Thales Group
Carney, Mark J. (GBR), Governatore, Bank of England
Casado, Pablo (ESP), Presidente, Partido Popular
Ceviköz, Ahmet Ünal (TUR), deputato, Partito popolare repubblicano (CHP)
Champagne, François Philippe (CAN), ministro delle infrastrutture e delle comunità
Cohen, Jared (USA), fondatore e CEO, Jigsaw, Alphabet Inc.
Croiset van Uchelen, Arnold (NLD), Partner, Allen & Overy LLP
Daniels, Matthew (USA), Nuovi progetti spaziali e tecnologici, Office of the Secretary of Defense
Davignon, Etienne (BEL), Ministro di Stato
Demiralp, Selva (TUR), professore di economia, Università di Koç
Donohoe, Paschal (IRL), ministro delle Finanze, spesa pubblica e riforma
Döpfner, Mathias (DEU), Presidente e CEO, Axel Springer SE
Ellis, James O. (USA), Presidente, Gruppo consultivo degli utenti, Consiglio nazionale dello spazio
Feltri, Stefano (ITA), vicedirettore capo, Il Fatto Quotidiano
Ferguson, Niall (USA), Milbank Family Senior Fellow, Hoover Institution, Stanford University
Findsen, Lars (DNK), direttore del servizio di intelligence della difesa danese
Fleming, Jeremy (GBR), direttore, quartier generale delle comunicazioni del governo britannico
Garton Ash, Timothy (GBR), professore di studi europei, Università di Oxford
Gnodde, Richard J. (IRL), CEO, Goldman Sachs International
Godement, François (FRA), consigliere senior per l’Asia, Institut Montaigne
Grant, Adam M. (USA), Saul P. Steinberg Professore di Management, The Wharton School, University of Pennsylvania
Gruber, Lilli (ITA), Redattore capo e Anchor “Otto e mezzo”, La7 TV
Hanappi-Egger, Edeltraud (AUT), Rettore, Università di Economia e Commercio di Vienna
Hedegaard, Connie (DNK), presidente, Fondazione KR; Ex commissario europeo
Henry, Mary Kay (USA), Presidente internazionale, Unione internazionale dei dipendenti dei servizi
Hirayama, Martina (CHE), Sottosegretario di Stato all’istruzione, alla ricerca e all’innovazione
Hobson, Mellody (USA), Presidente, Ariel Investments LLC
Hoffman, Reid (USA), cofondatore, LinkedIn; Partner, partner di Greylock
Hoffmann, André (CHE), Vicepresidente, Roche Holding Ltd.
Jordan, Jr., Vernon E. (USA), Senior Managing Director, Lazard Frères & Co. LLC
Jost, Sonja (DEU), CEO, DexLeChem
Kaag, Sigrid (NLD), ministro per il commercio estero e la cooperazione allo sviluppo
Karp, Alex (USA), CEO, Palantir Technologies
Kerameus, Niki K. (GRC), MP; Partner, Kerameus e partner
Kissinger, Henry A. (USA), Presidente, Kissinger Associates Inc.
Koç, Ömer (TUR), presidente, Koç Holding A.S.
Kotkin, Stephen (USA), professore di storia e affari internazionali, Università di Princeton
Kramp-Karrenbauer, Annegret (DEU), Leader, CDU
Krastev, Ivan (BUL), presidente, Centro per le strategie liberali
Kravis, Henry R. (USA), Co-Presidente e Co-CEO, Kohlberg Kravis Roberts & Co.
Kristersson, Ulf (SWE), leader del partito moderato
Kudelski, André (CHE), Presidente e CEO, Gruppo Kudelski
Kushner, Jared (USA), Senior Advisor del Presidente, The White House
Le Maire, Bruno (FRA), ministro delle finanze
Leyen, Ursula von der (DEU), ministro federale della difesa
Leysen, Thomas (BEL), Presidente, KBC Group e Umicore
Liikanen, Erkki (FIN), Presidente, Fidati dell’IFRS; Helsinki Graduate School of Economics
Lund, Helge (GBR) Presidente, BP plc; Presidente, Novo Nordisk AS
Maurer, Ueli (CHE), presidente della Federazione svizzera e consigliere federale delle finanze
Mazur, Sara (SWE), direttore, investitore AB
McArdle, Megan (USA), editorialista, The Washington Post
McCaskill, Claire (USA), ex senatore; Analista, NBC News
Medina, Fernando (PRT), sindaco di Lisbona
Micklethwait, John (USA), redattore capo, Bloomberg LP
Minton Beddoes, Zanny (GBR), redattore capo, The Economist
Monzón, Javier (ESP), presidente, PRISA
Mundie, Craig J. (USA), Presidente, Mundie & Associates
Nadella, Satya (USA), CEO, Microsoft
Il Re dei Paesi Bassi (NLD)
Nora, Dominique (FRA), redattore capo, L’Obs
O’Leary, Michael (IRL), CEO, Ryanair D.A.C.
Pagoulatos, George (GRC), Vicepresidente di ELIAMEP, professore; Università di Economia di Atene
Papalexopoulos, Dimitri (GRC), CEO, TITAN Cement Company S.A.
Petraeus, David H. (USA), Presidente, KKR Global Institute
Pienkowska, Jolanta (POL), Anchor, giornalista
Pottinger, Matthew (USA), Senior Director, National Security Council
Pouyanné, Patrick (FRA), Presidente e CEO, Total S.A.
Ratas, Jüri (EST), Primo Ministro
Renzi, Matteo (ITA), ex primo ministro; Senatore della Repubblica Italiana
Rockström, Johan (SWE), direttore, Potsdam Institute for Climate Impact Research
Rubin, Robert E. (USA), co-presidente emerito, Council on Foreign Relations; Ex segretario al tesoro
Rutte, Mark (NLD), Primo Ministro
Sabia, Michael (CAN), Presidente e CEO, Caisse de dépôt et placement du Québec
Sanger, David E. (USA), corrispondente per la sicurezza nazionale, The New York Times
Sarts, Janis (INT), direttore, Centro di eccellenza NATO StratCom
Sawers, John (GBR), presidente esecutivo, Newbridge Advisory
Schadlow, Nadia (USA), Senior Fellow, Hudson Institute
Schmidt, Eric E. (USA), consulente tecnico, Alphabet Inc.
Scholten, Rudolf (AUT), presidente, Bruno Kreisky Forum per il dialogo internazionale
Seres, Silvija (NOR), Investitore indipendente
Shafik, Minouche (GBR), direttore della London School of Economics and Political Science
Sikorski, Radoslaw (POL), deputato, Parlamento europeo
Singer, Peter Warren (USA), Strategist, New America
Sitti, Metin (TUR), professore, Koç University; Direttore, Max Planck Institute for Intelligent Systems
Snyder, Timothy (USA), Richard C. Levin Professore di Storia, Università di Yale
Solhjell, Bård Vegar (NOR), CEO, WWF – Norvegia
Stoltenberg, Jens (INT), Segretario generale, NATO
Suleyman, Mustafa (GBR), co-fondatore, Deepmind
Supino, Pietro (CHE), editore e presidente, Tamedia Group
Teuteberg, Linda (DEU), Segretario generale, Partito democratico libero
Thiam, Tidjane (CHE), CEO, Credit Suisse Group AG
Thiel, Peter (USA), Presidente, Thiel Capital
Trzaskowski, Rafal (POL), sindaco di Varsavia
Tucker, Mark (GBR), Presidente del gruppo, HSBC Holding plc
Tugendhat, Tom (GBR), deputato, partito conservatore
Turpin, Matthew (USA), direttore per la Cina, Consiglio di sicurezza nazionale
Uhl, Jessica (NLD), direttore finanziario, Royal Dutch Shell plc
Vestergaard Knudsen, Ulrik (DNK), Segretario generale aggiunto, OCSE
Walker, Darren (USA), Presidente, Fondazione Ford
Wallenberg, Marcus (SWE), presidente, Skandinaviska Enskilda Banken AB
Wolf, Martin H. (GBR), Chief Economics Commentator, Financial Times
Zeiler, Gerhard (AUT), Chief Revenue Officer, WarnerMedia
Zetsche, Dieter (DEU), ex presidente della Daimler AG